La partita di Giuseppe Conte: come capiremo se l’Italia ha perso

Fosse davvero Italia-Olanda, potremmo sempre sperare da un momento all’altro nel rigore (contro i rigoristi) del genio Francesco Totti. Nessuno però a Bruxelles pronuncerà la fatidica frase “Mo je faccio er cucchiaio“. Ma nella partita di Giuseppe Conte, c’è un confine labile che determinerà chiaramente la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Sua, ma soprattutto dell’Italia.

Molto più della quantità di emolumenti riservati al Belpaese nell’ambito del Recovery Fund – che verrà approvato, prima o poi, perché così ha deciso la Germania nel pieno della pandemia – a fare la differenza sarà il meccanismo con cui sussidi e prestiti saranno erogati. Le richieste di sforbiciate nell’ordine delle centinaia di miliardi da parte dei Paesi frugali costituiscono un metodo di trattativa ben noto: la tattica consiste nell’alzare l’asticella delle pretese per giungere ad un compromesso accettabile (dal loro punto di vista). Tale impianto si scontra però con le necessità di cassa dei Paesi mediterranei e per questo non potrà passare. Più facile che salti l’intero tavolo, piuttosto.

La linea rossa che Conte non può tollerare, però, è che venga consentito al Consiglio Europeo di controllare come i soldi del Recovery Fund verranno spesi dall’Italia. Questa non sarebbe una troika, ma le assomiglierebbe molto. Darebbe carburante alla retorica sovranista di un’Europa matrigna e intenta a commissariare l’Italia. Il premier non può accettare un simile compromesso al ribasso. Non solo, come ha evidenziato lui stesso, perché l’ipotesi di un “freno d’emergenza” – di fatto un diritto di veto – non è compresa dai Trattati (del resto come ha fatto notare l’olandese Rutte in una situazione eccezionale come questa bisogna “essere creativi”), ma perché questo significherebbe mettere nero su bianco il non detto che tutti sanno da Bruxelles a Roma: l’inaffidabilità dell’Italia. Se è vero che siamo i primi a conoscere i nostri difetti, altra cosa è far sì che questi diventino terreno di negoziazione.

Certo, al di là dell’apprezzabile piglio del premier, si può dire senza temere di passare per i Salvini di turno – ovvero quelli che tifano per il fallimento del proprio Paese per proprio tornaconto – che il nostro governo ha fatto ben poco per presentarsi con le carte in regola all’appuntamento decisivo. Il Piano Nazionale delle Riforme scritto sull’acqua e senza alcuna condivisione con le opposizioni (chi assicura agli altri Stati membri che ciò che dice Conte a nome dell’Italia resti valido anche in caso di cambio di governo?) è un esempio lampante dell’improvvisazione italiana. Ma ancora più grave è l’errore tattico che Conte non ha avuto la forza politica di evitare: la mancata attivazione del Mes.

Abbiamo chiesto il Recovery Fund lamentando la situazione emergenziale della nostra economia. Abbiamo chiesto di fare in fretta perché tempo non ne abbiamo. E dall’altra parte è sorto spontaneo un quesito: perché se avete tutta questa fretta non usate il Mes? Domanda legittima, che giustifica il sospetto straniero che a Roma vogliano soldi per usarli in mance elettorali e simili. Per quanto antipatica e strumentale, la posizione dell’olandese Rutte si poggia sulle nostre contraddizioni. Alla fine rischiamo di finire con meno soldi dal Recovery Fund e con un’attivazione del Mes che rischia di essere interpretata dai mercati come la mossa della disperazione di un Paese con l’acqua alla gola.

Speriamo che Conte venga illuminato nel percorso che lo separa dalla metà campo al dischetto del rigore. Non gli chiediamo un cucchiaio, va bene anche sbucciare la palla: purché gonfi la rete.

Luglio m’ha fatto una promessa, il Recovery Fund porterà

L’Europa si prende i suoi tempi, e non è detto che siano pure i nostri. Il Consiglio Europeo di oggi si conclude come da previsioni: con la promessa di rivedersi tra un mesetto, stavolta di persona. Ricordate, durante il lockdown, quando ogni tanto il conduttore chiedeva al virologo di turno se con il caldo il coronavirus sarebbe andato via? Ecco, il meccanismo è lo stesso: per il Recovery Fund la speranza è che a luglio, col caldo, evaporino pure le divergenze e si riesca a trovare un compromesso politico.

Perché non prima? Perché avere un’Unione composta da 27 Paesi vuol dire che ci sono altrettante opinioni pubbliche cui dover rispondere. O meglio, da accontentare. Vi basti un dato: nelle pieghe del dibattito, rispetto alla necessità di raggiungere un accordo politico “entro l’estate“, qualcuno ha fatto notare che l’interpretazione sulla data di fine della bella stagione varia da Paese a Paese. Capito il livello di difficoltà?

La forma mentis dei leader chiamati a trattare e a dare il via ad una risposta economica che mostri una volta per sempre l’utilità – non ho detto solidarietà – dell’Europa è inevitabilmente variegata.

Menomale che Angela Merkel c’è, verrebbe da sintetizzare. Sarà solo grazie alla Germania, che ha compreso da settimane che salvare le nazioni più colpite dalla pandemia è nel suo interesse, se l’Italia uscirà soddisfatta dal negoziato.

La tanto criticata Cancelliera farà valere tutto il suo peso politico sui junior partner della sfera d’influenza germanica. Tradotto: Austria, Olanda, Ungheria, alla fine dovranno adeguarsi ai voleri di Frau Merkel. Sul come si giocherà la battaglia dei numeri: dando ormai per scontato che ogni cifra inferiore ai 500 miliardi di euro (copyright Macron-Merkel) sarebbe considerata un fallimento epocale, resta da capire quali contropartite bisognerà offrire agli scettici dell’accordo.

La speranza, nel frattempo, è che l’Italia non resti in attesa con le mani in mano. L’ipotesi che lo stanziamento di questi soldi, una volta trovato l’accordo, venga ratificato dai rispettivi parlamenti nazionali entro l’anno è ad oggi a dir poco ottimistica. Difficile se ne parli prima del 2021.

Un motivo in più per richiedere il Mes: 37 miliardi di euro per finanziare spese sanitarie dirette e indirette non sono da disdegnare, anzi, soprattutto vista la lentezza con cui la trattativa in Europa procede.

Il vertice di oggi, dal punto di vista italiano, si potrebbe riassumere così: “Luglio m’ha fatto una promessa il Recovery Fund porterà“. Ma si sa che le promesse, come gli amori estivi, contano fino ad un certo punto.

L’Italia è Mes male

Per comprendere la cronaca di oggi bisogna fare un salto nella storia di ieri. L’ultima grande crisi, quella del debito sovrano. Corre l’anno 2011: i giganti europei ed economici mondiali vogliono commissariare l’Italia. Al vertice di Cannes tutto è pronto per la Troika. Stiamo per fare “la fine della Grecia”. Il premier è Silvio Berlusconi, che non vuole cedere al piano di assistenza per l’Italia. Indebolito dalle inchieste giudiziarie, deriso dai partner europei (ricordate Merkel e Sarkozy?), ormai è chiaro a tutti che il leader di Forza Italia è a fine corsa. Sarà, ma alla fine in quel summit fa irruzione un signore di nome Barack Obama che sorprendentemente pronuncia queste parole: “I think Silvio is right“. Penso che Silvio ha ragione. Morale della favola: la parabola di Berlusconi è comunque ai titoli di coda. Ma l’Italia è salva.

Ora torniamo al presente. 9 aprile 2020, Eurogruppo. L’Italia di Giuseppe Conte si presenta al tavolo delle trattative per fronteggiare il coronavirus con una frase che è una sentenza: “Mes no, eurobond sicuramente sì“. Il nostro premier ha giocato d’azzardo. Ha fatto la voce grossa in tv e sui giornali. Ha minacciato: “O così o facciamo da soli“. Grave errore: pensare che politica interna e politica estera coincidano. Conte non ha considerato che dall’altra parte del tavolo da poker c’è una giocatrice navigata, esperta. Angela Merkel non sarà ricordata come una statista europea, ma sa bene come vincere la partita della Germania, è il suo sport preferito da 15 anni a questa parte. La cancelliera vede il bluff di Conte, al suo cospetto è un novellino. Giù le carte: Merkel ha il punto e il nostro presidente del Consiglio no. Niente Eurobond, sì al Mes per chi vorrà utilizzarlo. La sostanza è questa. I tweet esultanti di Gualtieri e Gentiloni sono il tentativo (comprensibile) di indorare la pillola. L’Italia ha perso. Almeno per ora. E stavolta nessun presidente americano è intervenuto per dire: “I think Giuseppi is right“.

Poi ci sono le strumentalizzazioni, le solite della destra sovranista, quelli che “Gualtieri ha svenduto l’Italia” e via dicendo. Siamo sul terreno friabile della campagna elettorale, della narrazione distorta per macinare like, voti, rabbia e furore. Lasciateli perdere. La questione è drammaticamente più semplice: Conte ha sfoggiato i muscoli convinto di fare paura a qualcuno. Poi è arrivata Merkel e con un ago lo ha sgonfiato. Lezione per il futuro. Sperando ci sia tempo per rimediare. L’Italia è Mes male.

(N)Eurogruppo

Abbiamo un Presidente del Consiglio che in queste settimane ha più volte chiamato in causa la Storia come metro per misurare la portata delle sue azioni. Lo abbiamo visto citare “l’ora più buia” di Winston Churchill, purtroppo senza esserlo. E lo abbiamo anche sentito invocare a protezione delle sue decisioni il manzoniano “del senno di poi son piene le fosse“. Siamo nell’evidente tentativo di costruire una narrazione di nuovo statista al governo. Ma al di là della retorica, del ben parlare, della rassicurante compostezza da papà degli italiani, mancano i fatti: non un dettaglio per un premier.

Siamo stati dalla parte di Conte nella serata in cui una fonte (la solita) ben informata sull’andamento delle trattative con l’Europa ha descritto la fermezza del Presidente del Consiglio nel tenere il punto sulla necessità di istituire i Coronabond per fronteggiare la crisi. Abbiamo detto a chiare lettere, a riprova del fatto che su questo blog si giudica la cronaca senza partito preso, che eravamo contenti – da europeisti delusi – che qualcuno si richiamasse ai veri valori europei di solidarietà, reciproco sostegno, condivisione del rischio. Abbiamo applaudito all’ultimatum contiano: erano inizialmente dieci giorni, poi nel giro di qualche ora sono diventati 14. Abbiamo detto: va bene lo stesso, poi basta. Poi tanti saluti. Davvero, “facciamo da soli“.

Nel frattempo abbiamo assistito ad una conferenza stampa in prime time in cui si è annunciata una “potenza di fuoco” senza precedenti per sostenere le imprese. Sono trascorsi due giorni. E ciò che circola è ancora una bozza di decreto, nulla di definitivo. Prima la tv, poi la legge. Ma anche così, con informazioni sommarie, siamo in grado di dire che 400 miliardi di garanzie (beninteso, non di liquidità) sono una pezza che non riempie il buco, la voragine, di un’economia che nei prossimi mesi risucchierà milioni di italiani.

Di nuovo: non siamo di parte, ci è capitato di lodare e criticare tutti i protagonisti della politica interna in questi mesi. Giudichiamo i fatti. E i fatti dicono che le misure fin qui ideate dal governo sono insufficienti. L’unica ricetta applicabile per salvare il lavoro e i lavoratori era quella che lo Stato si indebitasse per i suoi cittadini. Lo ha spiegato bene Mario Draghi. L’Italia sceglie una scorciatoia, l’esatto opposto di quanto indicato da Super Mario: chiede alle imprese di indebitarsi. Garantendo fino ad un certo punto, chiedendo addirittura interessi fino ad un certo punto, preoccupandosi dunque fino ad un certo punto di ciò che succederà dopo.

Chi segue questo blog dai suoi albori conosce la scarsa simpatia nutrita nei confronti di Donald Trump. Ma le misure economiche varate dal Congresso americano sono ad oggi le uniche veramente all’altezza di questa crisi. Non volete chiamarlo helicopter money? Scegliete pure un’altra formula. Dite che non abbiamo le risorse dell’America? Avete ragione. Ma in proporzione abbiamo disponibilità per dare liquidità, soldi veri, a famiglie e imprese che per mesi, pur riaprendo gradualmente le varie attività in giro per il Paese, faranno una fatica immane ad ingranare.

In questo quadro deprimente si aggiungono le trattative senza costrutto dell’Eurogruppo. Con i ministri delle Finanze del Nord Europa sempre con la calcolatrice in mano, ridotti a contabili piuttosto che a politici di visione. Sembra assurdo, per chi come noi ha oltrepassato la porta che dà sul nuovo mondo post-Coronavirus, pensare che non ci sia la sensibilità per comprendere la portata di questa sfida, l’importanza di trovare una soluzione comune. Roba da pazzi. (N)Eurogruppo.