Il solito Pd

 

Sarà che alle presunte rese dei conti che alla fine si trasformano in tregua armata siamo oramai abituati. Oppure sarà che ciò che succede all’interno del Pd, oggi, non è poi così centrale come un tempo.

Del resto non si decidono più al Nazareno le sorti politiche del Paese. Come in un leggendario cimitero degli elefanti, le ossa della sinistra giacciono in un luogo di cui forse solo il popolo abbandonato conosce veramente l’accesso.

Ma il paradosso è che nonostante il terremoto degli ultimi mesi, nonostante lo smarrimento di milioni di elettori e le sconfitte elettorali inanellate in serie, a dispetto di un governo di destra (senza centro) che fa tremare non solo i deboli di cuore, il principale interesse degli astanti sia non tanto capire cosa diventare, chi rappresentare e in che modo. Piuttosto allontanare il momento finale, quello cioè in cui si capirà di chi sarà il partito nei prossimi anni.

Succede così che prima dell’Assemblea si facciano le ore piccole per tentare di trovare l’ennesimo accordo tra capi e capetti dimezzati che in realtà si odiano ed ogni cosa vorrebbero meno che parlarsi e stringersi la mano. In molti troppo deboli per imporre una linea. Alcuni incerti sulla strada prendere. Altri persino dubbiosi rispetto al fatto che il Pd sia ancora il partito giusto per dire la propria.

E allora la vigilia della non-resa dei conti, quella che dovrebbe confermare Martina segretario, diventa la stessa in cui Franceschini annusa l’aria per capire da che parte tira il vento, Orlando tenta di elaborare un pensiero in tempi che non siano biblici, Zingaretti si illude che bastino le buone intenzioni per imprimere un cambio di passo. Basterebbe chiedere a Renzi, ne sa qualcosa.

Dunque cosa resta se non l’immagine di una riunione di condominio in cui si litiga di continuo? C’è chi si lamenta dei rumori notturni, chi vuol cambiare il giardiniere che lavora poco e male, chi sbraita perché trova il proprio parcheggio sempre occupato. E alla fine nessuno che pensi allo stato complessivo del palazzo che intanto cade a pezzi. Mai qualcuno che alzi la mano e dica: l’unico modo per salvarci è questo qua, scommettiamo che vi convinco?

Forse la verità è che bisognerebbe ripopolarlo con gente nuova, il palazzo.  Ma in fondo lo sappiamo, no? È il solito Pd…

Sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

 

Non una parola, uno spot elettorale, un comizio nei comuni chiamati al voto. Eppure qualcuno ancora tira in ballo Renzi, per spiegare la sconfitta del centrosinistra ai ballottaggi. Come se alla fine il capro espiatorio debba essere sempre e comunque lui, l’ex segretario, l’estraneo, l’usurpatore della ditta.

E allora cerchiamo di uscire, una volta per tutte, dalla falsità dilagante di chi dice che Renzi è l’origine di tutti i mali. Semmai è vera una cosa: Renzi ha un peccato originale (oltre a quello – forse – di non essere di sinistra), quello di aver politicizzato un referendum e, dopo averlo perso, non aver resistito alla tentazione di ripresentarsi quasi subito, dopo aver promesso l’addio alla politica.

Sarebbe forse bastato saltare un giro di giostra, per rendere evidente a tutti che lui, del centrosinistra, è stato in realtà un valore aggiunto. Perché sono pochi, in Italia, i leader che spostano voti: oggi più di tutti Salvini,  ancora ancora Berlusconi, in passato Prodi, per un breve periodo anche Veltroni. E c’è pure Renzi. Nonostante tutto. Nonostante gli errori che pure ci sono stati, la maggior parte dei quali dettati da un carattere fumino e poco propenso ad ascoltare consigli. Come tutti i capi.

Non lo sapremo mai, ma possiamo affermare con certezza che il Pd a guida Gentiloni sarebbe andato meglio di quello renziano alle elezioni del 4 marzo? Lo stesso Gentiloni che si è speso in Toscana per i ballottaggi, finendo travolto dalla marea leghista. E a poco o nulla servono i sondaggi sulla popolarità del pacato Paolo al governo. Gli italiani lo hanno gradito perché non lo hanno sentito. Non ha dato fastidio. E’ rimasto lì, ha fatto il suo. Non suscita odio né passioni.

Ma non può essere colpa solo di Renzi, se Martina non ha il carisma per superarlo, se Veltroni non ha il coraggio di tornare, se Prodi è ancora offeso per i 101 franchi tiratori, se Gentiloni ha paura ad esporsi, se Bersani si è smacchiato da solo. Se il Pd è il luogo dei litigi, se la sinistra alla fine s’è persa.

Nei giorni in cui il Pd dimostra la sua impossibilità di esistere, con Zingaretti che prende la rincorsa per le primarie, Orlando che dice meglio di no, Calenda che supera il partito e ne lancia un altro, Franceschini che ancora deve scegliere quale sia il capo da pugnalare stavolta, dico, in questi giorni, sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

Se questo è un Capo: così Renzi è diventato piccolo

Tiene nascosta la lista dei candidati Pd per ore, neanche fosse la Pietra Filosofale. Ma per Renzi poco ci manca: è su quei fogli che ha scritto a penna il destino, sa che dalla renzizzazione del Partito passerà il suo futuro.

Come sempre, però, Matteo dimostra di non essere cambiato. Degli errori del passato non ha fatto tesoro. Il referendum del 4 dicembre, personalizzato all’inverosimile, diventato un Sì o un No a Renzi, piuttosto che al rinnovamento della Costituzione, non è stato abbastanza. Renzi è quel che si dice un uomo solo al comando, nel senso che piuttosto che perdere il comando ha preferito restare solo.

C’erano una volta i rottamati, e ora non ci sono più. C’erano una volta le minoranze, e dopo la composizione delle liste si domandano cosa sia rimasto di democratico nel Partito. Renzi sceglie i suoi fedelissimi, ai rivali interni assegna il minimo sindacale, giusto perché non si dica che è un dittatore. Ma alla fine si dice lo stesso: il Partito Democratico è stato balcanizzato, o renzizzato, che per tanti è la stessa cosa. Agli Orlando, ai Michele Emiliano, a chi per ore ha cercato di parlare con lui al Nazareno in cerca di un accordo, Renzi si è sottratto: accessibile soltanto al suo giglio magico, rinchiuso nel bunker del Nazareno, ha disposto del destino di molti, lasciato a casa persone meritevoli – se non di un seggio in Parlamento – quanto meno di rispetto e considerazione.

Ma nella storia del renzismo, quella che è stata definita la notte dei lunghi coltelli segna un arretramento da parte del Capo. L’uomo che giocava all’eterno rilancio, che credeva di battere gli avversari al referendum, che fino a qualche mese fa puntava al 40% – ricordando che lui sì, già lo aveva raggiunto alle Europee del 2014 – questa volta gioca in difesa, pensa a difendere il trono, più che ad allargare il regno. Vuole in Parlamento un plotone di fedelissimi – o quasi – che dica sì senza battere ciglio, né sollevare il sopracciglio. Spera che alle elezioni si arrivi ad un pareggio, che il Pd sia decisivo per un governo di larghe intese con Berlusconi e nessun vecchio comunista venga a ricordargli che il Partito di cui è segretario non può accettare un nuovo compromesso con l’uomo di Arcore.

Il passaggio dall’ipotizzato PdN (Partito della Nazione) al PdR (Partito di Renzi) è la cartina di tornasole di un leader ridimensionato. Il rischio è che al 40% delle Europee non segua il 40% delle prossime Politiche: più facile che dal dramma del 4 dicembre 2016 si arrivi alla catastrofe del 4 marzo 2018. Renzi è diventato piccolo. E in tanti, adesso, si domandano se questo è un Capo…