Sordi pure all’appello del Papa

Non alza i toni, il Papa degli ultimi. Ma spinge sulle parole che più pesano. L’accorato appello, innanzitutto. A chi? Ai leader europei. Perché? Affinché dimostrino concretamente. Che cosa? Solidarietà nei confronti dei 49 disperati salvati nel mar Mediterraneo.

È un messaggio politico, forse. Anzi, menomale. Perché è di politica che si sente forte l’assenza, di decisioni che appaiono scontate, e invece finiscono in pasto al baratto quotidiano della campagna elettorale permanente, alla mercè degli umori di uno, di un Salvini che procede a vele gonfie, forte del vento cattivista scambiato per rigore, di Di Maio che vorrebbe ma non può. O forse può ma non vuole. Nemmeno lui lo sa.

Così si resta in balia delle onde. Letteralmente. Strumentalizzando l’ennesima somma di egoismi nazionali, giocando sulla pelle di 49 malcapitati. Quarantanove: roba che non sposterebbe gli equilibri neanche in un paesino di mille anime.

Questione di principio insomma. Anzi, di principi. Sbagliati.

Sordi pure all’appello del Papa.

Papa Francesco non è leghista

Non che ci fosse bisogno di una precisazione, non che ci fossero dubbi sul fatto che il politico che agita il rosario, giura sul Vangelo e scomoda Woytjla fosse agli antipodi rispetto al Papa venuto dalla fine del mondo. Eppure fanno bene al cuore e all’intelletto le parole del Bergoglio “politico”.

Diciamocelo subito: ci sarà chi proverà ad annacquarne i contenuti, chi avrà come prima premura quella di catalogarle come dichiarazioni di un pericoloso reazionario, di un comunista argentino deciso a ridisegnare la dottrina della Chiesa secondo un’ottica di sinistra. Come se Dio potesse essere di parte, poi.

Ma quando il Papa elenca tra i vizi della politica il “non rispetto delle regole comunitarie”, “la xenofobia”, “il razzismo”, “la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della ragion di Stato”, sinceramente: a chi pensate?

Quando Bergoglio condanna “il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio”, quando parla di “clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi”, onestamente: chi vi viene in mente?

Quando Francesco stigmatizza gli “atteggiamenti di chiusura” e i “nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno”: qual è il volto che vi immaginate, la persona alla quale pensate si sia riferito?

Ecco, ci siamo capiti. Ci siamo capiti ed è una consapevolezza che non sposta voti. Ma ci basta lo stesso, ci basta questo: Papa Francesco non è leghista.

Papa Francesco sui migranti è “avanti”

papa francesco

 

C’è una bella differenza tra l’essere di sinistra ed esercitare buon senso. In questa differenza sta Papa Francesco. Un uomo speciale che non può essere etichettato. Sarà per questo che gli attacchi di chi lo accusa di essere un pericoloso rivoluzionario, un riformista da arginare per il bene della Chiesa e del mondo, non lo hanno ancora fatto desistere.

Il Papa c’è, per fortuna.

Così nei giorni in cui la retorica aggressiva di Salvini dilaga, nell’epoca in cui l’accoglienza dei migranti sembra dover per forza precludere il benessere degli italiani, il Santo Padre riporta ragione e buon senso. Lo fa ricordando a tutti che quelli sui barconi non sono numeri ma “persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni“.

Ma se questo Papa fa politica – come qualcuno dice – allora la fa con senno, con richieste giuste. Come quando invoca “la responsabilità della gestione globale e condivisa della migrazione internazionale“. Parole chiave: globale e condivisa.

O come quando rimarca la necessità di “passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che con la sua esperienza di vita e i suoi valori può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società“.

Dice la verità. Apre la mente.

All’Europa manca un politico come Bergoglio.

Ratzinger, così se ne va un Papa

Non ha mai amato il troppo baccano. E in silenzio ha deciso di andarsene, a poco a poco. Joseph Ratzinger è l’uomo che si è dimesso da Papa, non da uomo di fede. Per questo descrive “quest’ultimo pezzo di strada” come un “pellegrinaggio verso Casa“, sicuro com’è che la fine dei suoi giorni in Terra è vicina, ma solo quella, appunto.

Indirizza al Corriere della Sera poche righe. La firma in calce è minuscola. Scrive ormai poco l’uomo che fu Benedetto XVI: non riesce, e di questo soffre. Ha dovuto arrendersi, non senza un’ombra di fastidio, al tempo che passa. Ha rinunciato ad elaborare quelle riflessioni di teologia che per anni hanno illuminato il sentiero della Chiesa. Non ne ha più la forza. Lo ha ammesso con il candore tipico della veste papale, sottolineando il “lento scemare delle forze fisiche“. Una conferma delle motivazioni che l’11 febbraio 2013 lo portarono a sconvolgere il mondo, affermando di essere pervenuto “alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino“.

Era l’addio al Pontificato, l’uscita di scena silenziosa di un uomo che fino a quel momento aveva pagato – agli occhi della folla – l’essere venuto dopo Giovanni Paolo II. Non è stato un Papa social, Benedetto. Non aveva il carisma di Wojtyla, e neanche la simpatia spontanea di Bergoglio. Ma è stato un Pontefice coraggioso. Ad Auschwitz, il luogo della vergogna nazista, questo Papa tedesco ha scelto di recarsi chiedendo:”Dov’era Dio? Perché ha taciuto?“, prima di invocare il perdono.

Così, con coraggio e dignità, in silenzio e compostezza, si accinge a compiere ques’ultimo tratto di strada. Non è mai stato un debole, Joseph Ratzinger. Così se ne va un Papa.

Erdogan e Bergoglio: il Sultano e il Santo Padre

Il Sultano non si inchina. Neanche dinanzi al Santo Padre. E perché mai dovrebbe, Erdogan? Ai suoi piedi ha milioni di turchi, che in lui vedono una sorta di semi-Dio. Per questo non si impressiona, davanti al vicario di Cristo. Papa Francesco è un capo di Stato come tanti, peraltro scomodo. Niente di più.

Quando si incontrano, in Vaticano, nessuno dei due sorride. Sanno che la loro è una partita a scacchi, non si amano, non sono lì per questo. La stretta di mano del Sultano è salda, lo sguardo glaciale, fisso sull’interlocutore. Poche parole in un inglese stentato: per capirsi hanno bisogno dell’interprete.

Non ha voglia di perdersi in formalità Erdogan: dinanzi ai fotografi, prima di una chiacchierata della durata di 50 minuti, siede al tavolo papale senza attendere che prima lo faccia Francesco. Poi per un attimo lo fissa in pieno volto, il Papa non ricambia.

Le porte si chiudono: i due iniziano a parlare in modo franco, da pari a pari. Hanno tanto da dirsi, condividono poco. Ad esempio la posizione sulla Palestina, dopo l’accelerazione improvvisa di Trump su Gerusalemme capitale d’Israele. Ma di certo non sono d’accordo sulla svolta autoritaria intrapresa dalla Turchia. Mentre il Papa parla col Sultano, fuori Piazza San Pietro decine di manifestanti – molti dei quali curdi – si ritrovano per protestare. Vogliono che i diritti civili vengano rispettati. Non accettano che Erdogan il dittatore venga accolto con onori da statista.

Da quando è sopravvissuto al colpo di Stato del luglio 2016, Erdogan vede nemici ovunque. Fa arrestare giornalisti, docenti, professionisti che crede vicini a Fatullah Gulen, l’imam auto-esiliato negli Usa, che il Sultano crede essere la mente del golpe. Nei suoi piani c’è la reintroduzione della pena di morte, con buona pace dell’Europa. Quella stessa Europa che non può permettersi di irritarlo troppo.  Erdogan tiene in Turchia più di due milioni di profughi provenienti dalla Siria. Se apre i cancelli sono guai, per tutti.

Prima dei saluti, Papa Francesco e il Sultano si scambiano i regali di rito. Ed è qui che il Pontefice piazza la sua stoccata. Al leader turco dona un medaglione, sopra vi è raffigurato “l’angelo della pace che strangola il demone della guerra“. Il riferimento, neanche troppo velato, è all’operazione Ramoscello d’Ulivo, l’offensiva militare portata dal governo di Ankara contro le milizie curdo-siriane Ypg ad Afrin, nel distretto della Siria nordoccidentale. Erdogan fa la guerra, il Papa tesse la tela della pace. Non possono proprio andare d’accordo.

Quando arriva il momento di congedarsi, Papa Francesco cede il passo alla consorte del presidente turco. Lei, imbarazzata, fa un paio di passi, poi si allinea agli altri due: non pare abituata a queste gentilezze.

Erdogan e Bergoglio: ora il sorriso è più disteso, ma non per questo caldo. Il Sultano porta la mano sul petto e lì la batte per due volte. Il saluto è quello arabo, fatto di un tocco sulle labbra, sulla fronte e di un lieve inchino. Significa: “Ti offro il mio cuore, la mia anima e la mia testa“.

Ma il turco e l’argentino in comune non hanno né cuore, né anima, né cervello. “Pregate per me“, chiede Francesco. “Anche noi aspettiamo una preghiera da Lei“, risponde Erdogan. Sono sovrani, imperatori, intermediari tra il popolo e il loro Dio. Sono il Sultano e il Santo Padre: nessun inchino, nessun baciamano.