Renzi se ne va, ma non è morto

renzi motorino firenze

 

Adesso che ha sbattuto la porta, sottraendosi al giochino di chi voleva trascorrere le prossime settimane a crocifiggerlo, Matteo Renzi aspetta quasi divertito la prossima mossa degli avversari. E per avversari intende tutti: i 5stelle e i leghisti, che senza i suoi voti non governeranno; ma soprattutto gli amici democratici, i carissimi compagni, che fino al 3 marzo si esibivano in baci e abbracci e gli giuravano fedeltà. Il giorno dopo avevano già i pugnali in mano.

Sono loro, sempre gli stessi, i congiurati che dopo il crollo nelle urne hanno pensato bene che “ora o mai più, o ci liberiamo di Matteo adesso o non avremo un’altra occasione“. Per questo, il lunedì delle sue dimissioni, speravano in una resa senza combattere del loro segretario. Si auguravano che dopo una delle sconfitte più pesanti nella storia della sinistra, Renzi gli rendesse facile il compito. Se ne andasse e basta, insomma.

Ma Renzi è Renzi, e non cambia. Col senno del poi vede gli errori degli altri, immagina ciò che non gli hanno consentito di fare. E se si guarda allo specchio non si trova diverso da quello che nel 2014 ottenne il 40% dei consensi. Più dei 5 Stelle, più di Di Maio, più di tutti.

Se qualcosa si è rotto, dunque, non è stata colpa sua. Ma dei giornali, degli “amici dell’informazione” che lo hanno dipinto come un ducetto interessato ai suoi affari, che hanno montato la rabbia della gente, senza capire che è stato in quei famosi “mille giorni” di governo che cita fino alla nausea che l’Italia è ripartita.  Così prima di lasciare si toglie il gusto di mettere un freno alla narrazione che vuole Gentiloni come il primo della classe. Questione di stili diversi, secondo Renzi. Ma nella sostanza non c’è misura politica che non rifarebbe, non c’è momento in cui vacilli dentro di lui il convincimento che il Presidente del Consiglio ha raccolto i frutti del suo lavoro, e non il contrario.

Per questo, quando intravede lo sciame di mosche in procinto di fiondarsi sulla sua carcassa, Renzi dà l’impressione di non essere morto. Anzi, forse del Pd è il più vivo di tutti. Rifiuta di travasare il consenso del Partito Democratico all’interno del Movimento 5 Stelle. E non si sorprende del fatto che la ressa per salire sul carro dei vincitori comprenda nomi insospettabili della cosiddetta “nomenclatura” di sinistra. Italiani voltagabbana, diceva qualcuno.

franceschini-dario

Così li invita a venire allo scoperto:”Per me il PD deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari“. Non fa nomi, ma i Gentiloni, i Franceschini, quelli che ai suoi occhi sono  e restano traditori, recepiscono il messaggio e provano a sollevarlo con la forza della massa, a provocare una sommossa all’interno del Partito.

Più che altro perché rovesciarlo da soli non possono. Non ne hanno la forza. E neanche il coraggio. Perché Matteo ancora sposta milioni di voti, loro al massimo qualche migliaio. Per questo Renzi non è morto, non adesso, non ancora.

Se Di Maio diventa Di Mai

di maio m5s festa

 

Mentre fissa tutti e nessuno, nella prima uscita davanti ai giornalisti dopo il boom del Movimento, ti accorgi per la prima volta che neanche Luigi Di Maio avrebbe sperato tanto. A stento trattiene il sorriso. Si sente un predestinato, e forse lo è per davvero.

Ma è con i festeggiamenti della notte prima, quando le proiezioni di Mentana lo danno abbondantemente primo sulla concorrenza, che consegna alla storia l’immagine del sorpasso. Esultano in gruppo davanti allo schermo, i grillini. Come se l’Italia avesse segnato un gol decisivo nella finale dei Mondiali. Ma il paradosso sta nel fatto che nel 2018 è possibile l’impensabile: l’Italia ai Mondiali neanche c’andrà. E il partito di Di Maio è primo alle elezioni.

Primo, però, è diverso da vincitore. Perché chi critica il Rosatellum dimentica che ha fatto il suo dovere: era una legge elettorale studiata per arginare i grillini, e questo ha fatto. Di Maio come Bersani. Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto.

Per questo, un minuto dopo il voto, il Movimento cambia i toni. Perché è chiaro fin da subito che questa è l’occasione unica che la storia gli ha servito: governare adesso e dimostrare che tutte le promesse erano proposte, per di più realizzabili.

Così parte la caccia ai voti mancanti, che nelle idee del M5s non significa fare alleanze. Ma nei pensieri di chi i suoi voti li deve prestare evidentemente sì. Perché dopo l’onda gialla che sommerge l’Italia da Nord a Sud, sono pure tutti gli altri, gli sconfitti, a domandarsi: e adesso? Abbracciare il Movimento 5 Stelle sperando di godere di luce riflessa o restare dall’altra parte, col rischio di diventare ininfluenti?

Ma dopo il voto che secondo molti fa nascere la Terza Repubblica, è paradossalmente l’uomo che le elezioni le ha vinte, Luigi Di Maio, quello più in difficoltà di tutti. Perché dopo aver ricevuto il mandato popolare, i 5 Stelle non hanno scuse: un governo si deve fare. E il rischio è di dover per forza rinunciare a qualcosa: vuole i voti del Pd de-renzizzato? Deve entrare nell’ottica di rinunciare alla premiership. Vuole i voti del centrodestra o di una sua parte? Il finale è lo stesso. Si chiama compromesso, politica.

E sta nella capacità di trovare un accordo, in quella di sedurre senza svendersi, di abbracciare senza restare soffocati, che andrà delineandosi il valore del capo politico del primo partito italiano. Perché adesso si gioca la sua partita personale: ha vinto, ma deve anche riuscire a governare. Non trasformarsi da Di Maio in Di Mai

Elezioni 2018, le pagelle dei politici. I voti: ma quelli prima del voto

pagella politica

 

Silenzio elettorale. E va bene. Ma che saranno mai due pagelle in stile campionato? Domani si vota. Oggi si gioca. Chi ha fatto meglio in campagna elettorale? Partiamo dal partito al governo: il Pd. Sì, ma da chi? Renzi o Gentiloni? Renzi dai, ci diverte di più.

RENZI, VOTO 6,5: Mille difetti, ma non è uno stupido. Quando capisce che i padri nobili del Pd gli stanno scavando la fossa inizia a parlare di squadra. Mi volete sottoterra? Allora c’andiamo tutti quanti insieme. Nessuno lo ama più come un tempo e lui davvero non se lo spiega. Fa un miracolo se resta poco sotto il 25%. Incompreso.

GENTILONI, VOTO 7: Diciamolo subito: in altri tempi non avrebbe fatto il leader neanche per Il Popolo della Famiglia. Ma la lentezza dell’uomo che si è autodefinito “Er moviola” in quest’epoca di sottosopra evidentemente piace . L’impressione è che sia più furbo di quanto appare. Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta: uno dopo l’altro si sono detti suoi fan. Le cose sono due: A) pensano tutti di manovrarlo come un burattino; B) la serietà in politica conta ancora qualcosa. Costante.

MOVIMENTO 5 STELLE

DI MAIO, VOTO 7,5: Qualche congiuntivo sbagliato in meno e avrebbe meritato pure un 8. Quando parla è chiaro, rassicura. Quando parla, però. Da verificare alla prova dei fatti. Bravo a resistere allo scandalo rimborsi, meno bene la presentazione della squadra dei ministri prima del voto. Ha un qualche tipo di talento. Se non vince si trasforma da Di Maio in Di Mai. Intrigante.

DI BATTISTA, VOTO 5,5: I ritornelli sono sempre i soliti: Berlusconi è un mafioso, chi non vota M5s non vuole il cambiamento. Ultrapresenzialista in tv, non si capisce a questo punto perché non si sia candidato in Parlamento. A volte troppo saccente per risultare simpatico. Ha da imparare dal capo politico del Movimento. Irritante.

CENTRODESTRA

BERLUSCONI, VOTO 8: Già per l’età andrebbe premiato. Sì, sbaglia qualche cifra. E a volte scambia l’Euro per la Lira. Ma sono suoi i pochi picchi di questa campagna. Dalla bacchetta magica del Mago Silvio al “Vergogna!” urlato da Mentana a chi pensa di astenersi. Può piacere o non piacere, ma ha le stimmate del fuoriclasse. Quando se ne andrà ne sentiremo la mancanza: segnatevela. Eterno.

SALVINI, VOTO 7: Ha cancellato la parola Nord dal simbolo della Lega, ma i numeri al Sud gli daranno ragione. Politicamente è uno stratega finissimo, meno lo è stato in Piazza Duomo a Milano. Vangelo, rosario, giuramento: una volgarità che gli costa l’abbassamento di un voto tondo tondo. Pirotecnico.

MELONI, VOTO 5: Meno incisiva rispetto ad altre campagne elettorali. Pesa sul giudizio la figuraccia col direttore del Museo Egizio di Torino. Se vuoi fare polemica almeno sii preparata. Salvini le ha rubato la piattaforma sovranista e nazionalista. Può andare peggio di quanto ci si attende. Involuta.

FITTO, VOTO 4: Rischia di provocare l’autogol per la coalizione di centrodestra a 3 giorni dal voto. Si fa beccare dai microfoni mentre profetizza a Salvini l’ondata grillina al meridione. Dannoso.

ALTRI

GRASSO, VOTO 5: Ed è di stima. Quando inizia un concetto non sai mai quando lo porterà a termine. Il risultato è che finisci per non ascoltarlo. Ha un sussulto d’orgoglio quando decide di non condividere la stessa trasmissione con CasaPound. Ma non basta essere brave persone per essere bravi politici. Soporifero.

LORENZIN, VOTO 4: Ha fatto così tanti danni col simbolo del partito, nel tentativo di copiare quello della Margherita, che adesso nessuno si ricorda come si chiama. No, non è Partito Petaloso. Confusionaria.

ARBITRO

MATTARELLA, S.V.: Entrerà in gioco nel secondo tempo, dopo il voto. Speriamo non gli serva il Var.

Il segnale di Letta: Gentiloni per liberarsi di Renzi

letta renzi

 

Dal giorno della staffetta a Palazzo Chigi i due non si sono più incontrati. Enrico Letta e Matteo Renzi sono fermi a quella cerimonia della campanella, a quella stretta di mano glaciale, a quel non volersi guardare neanche negli occhi, tanto era forte il senso d’ingiustizia provato dall’uno e quello di fastidio covato dall’altro.  Spartiacque di un tempo breve, di un periodo politico che ha visto prima sorgere e poi naufragare una nuova idea di Pd, dove il prima è stato #enricostaisereno, il dopo si consumerà il 4 marzo.

Letta-Renzi, cerimonia della campanella
Letta-Renzi, cerimonia della campanella

E da Parigi, dove ha deciso di rifugiarsi per sfuggire alla luce dei riflettori, dov’è andato ad insegnare pur senza rinunciare alla passione politica, Enrico Letta non ha dimenticato il torto subito. Si è metaforicamente seduto in riva al fiume, ad aspettare placidamente che il cadavere del nemico passasse davanti ai suoi occhi. Ma se la resistenza di Renzi è apprezzabile, la pazienza di Letta è senza confini.

Sono agli antipodi, Enrico e Matteo. Uno compassato, l’altro irrequieto. Entrambi provengono dalla Margherita, ma è nei modi e nei tempi di Letta che viene fuori la scuola democristiana: l’attesa, la strategia, il disegno. Così dopo Prodi, dopo Napolitano, dopo Veltroni, torna pure Letta. Ma dov’era finito? E cosa mai vorrà dire, il primo premier dell’ultima legislatura, a meno di una settimana dalle elezioni?

Sceglie il mezzo con cui è stato silurato, Twitter, dove il messaggio è più breve e incisivo. Pondera tutte le parole, neanche fossero proiettili da indirizzare sulla sagoma di Renzi, e poi cinguetta: “Il voto del 4 marzo? Se penso a Italia e Europa voglio augurarmi che Paolo Gentiloni ne esca rafforzato con la coalizione che lo sostiene“.

Non c’è il riferimento al Partito Democratico, soprattutto non esiste Renzi. La coalizione che sostiene Gentiloni, dice, come fosse ormai scontato che il segretario è superato. Evita di aggiungere un #matteostaisereno perché non è nel suo stile, perché al registro renziano ha sempre preferito sottrarsi, scegliendo di guardare oltre, alla rivincita che prima o poi verrà.

E quel momento, crede, non è più così lontano. Così sceglie Gentiloni, il lento che ha superato il veloce, il nuovo leader silenzioso di un’area chiassosa per natura. Davvero è curioso di capire fino a che punto riuscirà a spingersi Renzi, quando sarà chiaro che il consenso è svanito, la golden share nel Pd non più rivendicabile. Ma il suo segnale è prima di tutto politico: se Letta sta con Gentiloni, Gentiloni non sta con Renzi.

Ha scelto il cavallo, Letta. Grazie all’amico Paolo, lancia in pugno, può trafiggere Matteo, prendersi la sua vendetta. Pure da lontano, pure senza ruoli, pure col sorriso. Perché alla fine è stato sereno: era solo questione di tempo.


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M5s, Di Maio e la coperta corta: sarà la vendetta dello streaming?

Il dilemma è lo stesso da anni, da quando il boom del 2013 rese chiaro che il Movimento 5 Stelle, prima o poi, avrebbe avuto la palla del match point sulla racchetta: cosa faremo quando arriveremo primi? Un quesito non banale, in un’epoca in cui il primo posto non assicura la vittoria. Uno strano paradosso, per chi da sempre ha proclamato l’intenzione di non fare alleanze.

Ma la storia fa scherzi strani e adesso ad aver bisogno di una mano è il M5s, perché da solo – sarà evidente il 5 marzo – non ha i numeri per governare. Allora perché Alessandro Di Battista si dice fiducioso del fatto che Sergio Mattarella conferirà ai grillini l’incarico di formare un governo? Perché Di Maio va in tv a presentare i ministri del prossimo governo come se avesse già vinto?

Di Maio posa con i ministri M5s
Di Maio posa con i ministri M5s

Si dicono convinti di riuscire ad inchiodare i partiti alle proprie responsabilità grazie alla forza dei numeri, annunciano che chiederanno i voti sui singoli temi. Così, sperano, la pressione dell’opinione pubblica sarà talmente forte che gli avversari politici non potranno che cedere all’accordare un appoggio esterno ad un governo monocolore pentastellato. Ma questa scena non l’abbiamo già vista?

Era il tempo dello streaming: Bersani da una parte, i grillini Vito Crimi e Roberta Lombardi dall’altra. L’allora segretario del Pd, arrivato primo ma senza i numeri per formare un governo, si sottopose ad un’umiliazione pubblica di una mezz’oretta circa. Chiese la fiducia in bianco al Movimento: votateci da fuori, fateci formare questo governo e poi ragioniamo sulle singole questioni. La risposta fu la seguente: non ci fidiamo di voi.

Ma il meglio doveva ancora venire. Come dimenticare l’incontro tra Renzi e Grillo dell’anno successivo? Era quello in cui il segretario del Pd cercava – di nuovo – l’appoggio sui temi da parte del Movimento. Risposta di Beppe? Non siete credibili.

Fu uno scambio duro: Grillo attaccò dal primo istante l’interlocutore. Renzi se ne uscì alla fine con un “Beppe, esci da questo blog! Esci da questo streaming!“, che fece parlare a lungo nelle settimane a venire.

E adesso? Adesso si gioca a parti invertite. A chiedere i voti in Parlamento sarà Di Maio. A dover dare una risposta, a meno che il centrodestra non riesca a raggiungere il 40% necessario a governare, tutti gli altri.

Ed è in questo rovesciamento di fronti, in questa coperta sempre troppo corta, che i grillini dovranno cercare di barcamenarsi. Perché Bersani dovrebbe dirgli di sì, quando a lui è stato rifilato un sonoro no? Perché Renzi dovrebbe rendere la vita facile a Grillo, quando Grillo per primo lo ha preso a pesci in faccia? Si chiama legge del contrappasso. E fa rima con compromesso. Si può venire a patti senza compromettersi?


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Veltroni is back

Quando sale sul palco dell’Eliseo, a Roma, il volto di Walter Veltroni non tradisce emozione. Eppure l’acclamazione che gli riserva il suo popolo non lo lascia indifferente. Non si aspettava un’accoglienza simile: è il segno che tra la gente del Pd c’è voglia di normalità, di centrosinistra, di un ritorno alle origini che non passi per le forzature renziane.

Parla Walter, e sembra quasi un gigante. In una politica diventata smart, molto social, le sue parole lasciano intravedere una visione, un progetto a lunga scadenza . E non vuol dire che sia nuovo, anzi. Affonda le radici nella fondazione del Pd, il Partito Democratico di cui fu primo segretario. È trascorso più di un decennio, ma la sensazione è ambigua. Come se si parlasse di un tempo lontano, ma allo stesso tempo attuale. Come se le cose dette allora, valessero oggi ancora di più.

Per questo i richiami a quella storia fanno breccia nel pubblico dell’Eliseo, che non perde occasione per ribadire la sua approvazione con applausi frequenti. Anche se non tutti in platea, sul momento, colgono la stoccata riservata a Renzi, l’attacco preventivo ad ogni ipotesi di Nazareno-bis. Perché Berlusconi, agli occhi di Veltroni, resta sempre e comunque il “principale esponente dello schieramento a noi avverso“. Ed è su quell’avverso che marca il tono della voce, che fa leva per evidenziare la differenza tra il suo Pd e quello di Renzi.

Dice no alle marmellate, dice sì ad un governo che collabori in Parlamento per scrivere le regole del gioco, ma solo quelle. Rivendica le differenze con l’altra parte, insomma. E il destinatario delle sue prese di distanza, più che Berlusconi, sembra essere sempre e comunque Renzi, il segretario che ha svenduto all’uomo di Arcore l’anima del Pd.

Quando scende dal palco, travolto da un’ondata d’affetto che si traduce in una standing ovation, Walter torna ad accomodarsi in platea. Ed è lì che incontra il giornalista Corrado Augias: “Mica penserai di cavartela con un bel discorso e di rimetterti a fare film? Noi ti vogliamo segretario del Pd“, gli dice. Veltroni si schermisce, alza entrambe le mani e risponde “No, no…non ci penso proprio“.

Per ora, evita di aggiungere. Perché se e quando il crollo di Renzi verrà certificato dai numeri, allora sarà difficile non andare a bussare alla sua porta. Ci sarà da rimettere mano alle fondamenta del Partito, servirà una personalità autorevole in grado di tenere insieme i pezzi, di frenare l’emorragia che la resistenza di Renzi certamente determinerà. È nel ritorno all’antico che la vecchia dirigenza confida per archiviare un futuro che non è stato all’altezza. Forse torna Walter

 


 

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Renzi e Gentiloni: sarà l’ultimo abbraccio

Si abbracciano a Roma, nel sabato dei cortei antifascisti che riunisce la sinistra. Ma così come Pd ed ex Pd tornano a sfilare compatti soltanto per un giorno, pure per Renzi e Gentiloni è impossibile immaginare un futuro insieme.  Il primo, Matteo, vede l’altro come un incidente di percorso imprevisto. L’altro, Paolo, sa di essere un incidente, ma probabilmente lo aveva previsto.

Confidava che una volta al governo sarebbe dipeso tutto da lui. Così ha scelto il suo stile e la sua cifra. Agli spigoli renziani ha opposto i sorrisi paciosi, al racconto della rottamazione i capelli grigi della saggezza. Ha avuto ragione lui: con pazienza, ha fatto il vuoto attorno al segretario. La prova plastica si ha proprio a Roma. Quando arriva alla manifestazione dei partigiani, attorno a lui si forma subito un capannello di persone e giornalisti. Adesso è Gentiloni che dà la linea, da Renzi al massimo ci si attende qualche stoccata, per questo lo si intervista.

Eppure, Matteo, ha ancora la forza di incassare in silenzio, di raccontare al Paese un’altra storia. Quella di un Partito Democratico in cui ci si vuole tutti bene, una squadra bellissima, un team affiatato. Poco importa che in privato soffra per la svolta presenzialista del premier. Fatica pure a chiamarlo così: Presidente del Consiglio. Si sente usurpato del ruolo. E se ha accettato di lasciare a Gentiloni diverse ospitate televisive è stato solo perché spera di poterne sfruttare il momento magico, di utilizzarlo come lo sprinter usa l’ultimo uomo prima della volata.

Ma a quel punto sarà Paolo a sottrarsi. Dopo una vita da gregario, per una volta er moviola tenterà l’accelerazione. Avrà dalla sua l’approvazione dei padri nobili del Partito, figure autorevoli come Romano Prodi e Giorgio Napolitano che lo hanno già indicato come leader in pectore. Per questo, è facile che l’abbraccio romano sia l’ultima foto di Renzi e Gentiloni insieme.

Quando dopo le elezioni sarà chiaro che Paolo pensa da leader, Renzi proverà a ricordargli che il leader è lui. Inizierà a sgomitare come fece con Bersani, proverà a sabotarlo come fece con Enrico Letta, si rifarà allo Statuto del Pd, che indica nel segretario il candidato premier. Si arroccherà sulle sue posizioni, non arretrerà di un millimetro, a costo di tenere in ostaggio l’Italia. Mostrerà il suo concetto di politica: uno scontro di muscoli, un braccio di ferro continuo, non l’esercizio diplomatico che tanto piace a Gentiloni e alla sua corte. No, Matteo è sempre in guerra. A meno che il comando non sia il suo e la pace un bene da difendere.


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Ascesa e declino di Maria Elena Boschi

La prima volta che Silvio Berlusconi si trovò di fronte Maria Elena Boschi rimase folgorato dai suoi occhi azzurri: “Lei è troppo bella per essere comunista“, le disse. Alla battuta del Cavaliere, quella che veniva definita l’amazzone del Pd, rispose con garbo e personalità: “Presidente, solo lei pensa che esistano ancora i comunisti“.

Erano gli anni del primo Renzi, il rottamatore, l’uomo del momento sempre in cima ai sondaggi sul gradimento degli elettori. Da allora è cambiato il mondo, ma non il rapporto che lega Maria Elena e Matteo. Se per definire i fedelissimi di Berlusconi si usava l’espressione cerchio magico, la magia di Renzi stava nel giglio. Richiamo a Firenze e al suo simbolo, che per fare spazio a Maria Elena veniva esteso alla Toscana tutta.

Maria Elena, la ragazza di provincia che ha fatto strada. Cento su 100 alla maturità, 110 con lode all’università. “La figlia di Boschi farà carriera“, ripetevano le mamme ai figli maschi in età di Laterina (Arezzo) e avevano ragione loro. Un buon partito, una ragazza da sposare, una in prima linea fin dai tempi del catechismo. E Maria Elena le attese non le delude. Almeno per un po’.

Ma pure le famiglie perfette hanno le loro crepe. Quella di Banca Etruria è enorme. Il babbo fa il vicepresidente dell’istituto bancario quando arriva il crac, e il governo – dove Maria Elena fa il ministro – con un decreto salva capre e cavoli. Se per ogni fine c’è un inizio, questo è quello di Maria Elena.

Ma in questa ascesa e in questo declino qualcosa rimane: il rapporto con Renzi, l’essere stata tra le prime a schierarsi a favore di quel ragazzo di Rignano sull’Arno che voleva ribaltare il Pd.

Il giglio magico non sfiorisce. Quando è chiaro che nel collegio della sua Arezzo subirebbe una sconfitta epocale, quando emerge in maniera lampante che sconterebbe le colpe del padre e le ambiguità proprie, Renzi salda il suo debito di riconoscenza e amicizia.

Nella notte in cui fa le liste, rintanato nel bunker di Largo del Nazareno, Renzi la piazza in Trentino Alto Adige. Lontano dalla pancia dell’Italia arrabbiata, in uno dei collegi più sicuri che il Pd possa vantare. E pure qui la sua presenza crea divisioni. Dal partito decidono di andarsene in 20: quel popolo orgoglioso di frontiera non accetta imposizioni calate dall’alto. Lei prova a rintuzzare: “Imparerò il tedesco“, dice. Ma non bastano capelli biondi e occhi di ghiaccio a farla sentire meno straniera.

Quando filtrano voci che la vogliono premier di un prossimo governo di larghe intese, subito parte la corsa alla smentita. Quasi Maria Elena sia fonte d’imbarazzo, candidata improponibile. Per la prima della classe è tutto così difficile da accettare. Ma se qualcosa la accomuna al suo leader è la voglia di rivalsa. E la fiducia che il tocco magico non può svanire. Un po’ come il giglio, il loro giglio, non può appassire.


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Re Giorgio fa il nome: così Napolitano ha mollato Renzi

Scacco matto. Se non fosse che a farlo è stato proprio lui, il Re: destituito sì, ma pur sempre Re, Giorgio Napolitano. Perché a stare senza trono non ci s’abitua, la corona ha pur sempre il suo fascino. E per lui che ha fatto e disfatto le trame politiche del Paese come un monarca, portando l’Italia ad un passo dal presidenzialismo vero e proprio, restare lontano dalle battute finali di una campagna elettorale che rischia di risolversi in un nulla di fatto, semplicemente non si può.

Così, a 92 anni suonati, il Presidente emerito fa il Presidente e basta. Traccia il cammino del post-voto come fosse ancora lui l’inquilino del Quirinale. Segnala il percorso a Mattarella, ma soprattutto tira un altro destro sul volto di Renzi, sempre più solo ed emarginato.

Non fanno più coppia, Giorgio e Matteo. Il rapporto di ostentato rispetto resta in piedi solo per volere del più giovane. Napolitano da tempo ha capito che di Renzi non ci si può fidare. Non ascolta i consigli dei più anziani, non si fida che di se stesso. E divide, strappa, lacera. No, non è l’uomo giusto per uno il cui chiodo fisso è la stabilità. Sul suo altare Napolitano ha sacrificato più uomini ed esecutivi: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Tutti nominati da lui, tutti spodestati: uno dopo l’altro non è rimasto niente. Lui sì, però.

Allora, dall’alto di ciò che è stato e in parte ancora rappresenta, incorona Gentiloni. Lo descrive come “punto essenziale di riferimento, per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’Italia“. Ne esalta “l’attitudine all’ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni”, rimarca “la sua impronta di libertà e lo spirito di ricerca“. Gentiloni è – agli occhi di Napolitano – tutto ciò che Renzi non ha saputo essere.

Per questo, fosse ancora al Quirinale, dopo il voto non perderebbe un attimo: al Colle convocherebbe Gentiloni e lì lo investirebbe del potere di governare. Non di regnare però: per quello c’è lui, anche senza trono, Re Giorgio è per sempre.


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Renzi e l’eterno rilancio: vuol vedere come andrà a finire

Chiama in causa D’Alema, attacca a spron battuto i grillini, sferza Berlusconi: Matteo Renzi è entrato nella fase “guerra totale”. Meglio perdere alla sua maniera, che perdere e basta. Per questo, quando ne ha l’occasione, non fa economia sulle cartucce: le spara tutte, e quel che sarà sarà. Non fa prigionieri, sembra un giocatore di poker innamorato di una mano debole, vuol vedere come andrà a finire.

Per questo prosegue nel suo eterno gioco al rialzo. Insiste nel dire che il Pd sarà primo partito e primo gruppo in Parlamento, ostenta una sicurezza che onestamente non ha, sembra fare a pugni con la realtà, con la presa di coscienza di ciò che oggi rappresenta e di ciò che invece è stato.

Perché Renzi davvero ha avuto il Paese in mano. Veramente per un momento ha creduto di essere invincibile. Poi però sono arrivati gli imprevisti, gli incidenti di percorso, i nemici che non ci stanno ad affondare senza combattere. E in questo ring selvaggio che si chiama politica, Renzi ha creduto di aver vinto prima del gong. S’è adagiato su un consenso che si è dimostrato volatile, ha pensato che bastasse parlare di rottamazione per avere campo libero.

Ma i nodi prima o poi vengono al pettine. Puoi essere bravo a distruggere, ma se vai in guerra pensando di non lasciare macerie sei un illuso o un ingenuo. Ha sottovalutato l’addio dei vecchi “compagni“, credeva che Bersani e D’Alema semplicemente non avessero i voti, ma non ha considerato il peso della scissione, l’immagine di dittatore che di lui è passata all’esterno.

Così adesso è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Smentisce il dualismo con Gentiloni, ma ha sofferto lo sgarbo di Prodi; parla di Pd come squadra, ma si vede ancora unico leader in mezzo ad una squadra di gregari. Allora va avanti a testa bassa, spinge sull’acceleratore finché c’è benzina, ad occhi chiusi, senza controllare il serbatoio. Ignorando forse che più va forte oggi, più si farà male domani. Ma questo è Renzi, prendere o lasciare.


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