M5s, Di Maio e la coperta corta: sarà la vendetta dello streaming?

Il dilemma è lo stesso da anni, da quando il boom del 2013 rese chiaro che il Movimento 5 Stelle, prima o poi, avrebbe avuto la palla del match point sulla racchetta: cosa faremo quando arriveremo primi? Un quesito non banale, in un’epoca in cui il primo posto non assicura la vittoria. Uno strano paradosso, per chi da sempre ha proclamato l’intenzione di non fare alleanze.

Ma la storia fa scherzi strani e adesso ad aver bisogno di una mano è il M5s, perché da solo – sarà evidente il 5 marzo – non ha i numeri per governare. Allora perché Alessandro Di Battista si dice fiducioso del fatto che Sergio Mattarella conferirà ai grillini l’incarico di formare un governo? Perché Di Maio va in tv a presentare i ministri del prossimo governo come se avesse già vinto?

Di Maio posa con i ministri M5s
Di Maio posa con i ministri M5s

Si dicono convinti di riuscire ad inchiodare i partiti alle proprie responsabilità grazie alla forza dei numeri, annunciano che chiederanno i voti sui singoli temi. Così, sperano, la pressione dell’opinione pubblica sarà talmente forte che gli avversari politici non potranno che cedere all’accordare un appoggio esterno ad un governo monocolore pentastellato. Ma questa scena non l’abbiamo già vista?

Era il tempo dello streaming: Bersani da una parte, i grillini Vito Crimi e Roberta Lombardi dall’altra. L’allora segretario del Pd, arrivato primo ma senza i numeri per formare un governo, si sottopose ad un’umiliazione pubblica di una mezz’oretta circa. Chiese la fiducia in bianco al Movimento: votateci da fuori, fateci formare questo governo e poi ragioniamo sulle singole questioni. La risposta fu la seguente: non ci fidiamo di voi.

Ma il meglio doveva ancora venire. Come dimenticare l’incontro tra Renzi e Grillo dell’anno successivo? Era quello in cui il segretario del Pd cercava – di nuovo – l’appoggio sui temi da parte del Movimento. Risposta di Beppe? Non siete credibili.

Fu uno scambio duro: Grillo attaccò dal primo istante l’interlocutore. Renzi se ne uscì alla fine con un “Beppe, esci da questo blog! Esci da questo streaming!“, che fece parlare a lungo nelle settimane a venire.

E adesso? Adesso si gioca a parti invertite. A chiedere i voti in Parlamento sarà Di Maio. A dover dare una risposta, a meno che il centrodestra non riesca a raggiungere il 40% necessario a governare, tutti gli altri.

Ed è in questo rovesciamento di fronti, in questa coperta sempre troppo corta, che i grillini dovranno cercare di barcamenarsi. Perché Bersani dovrebbe dirgli di sì, quando a lui è stato rifilato un sonoro no? Perché Renzi dovrebbe rendere la vita facile a Grillo, quando Grillo per primo lo ha preso a pesci in faccia? Si chiama legge del contrappasso. E fa rima con compromesso. Si può venire a patti senza compromettersi?


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Veltroni is back

Quando sale sul palco dell’Eliseo, a Roma, il volto di Walter Veltroni non tradisce emozione. Eppure l’acclamazione che gli riserva il suo popolo non lo lascia indifferente. Non si aspettava un’accoglienza simile: è il segno che tra la gente del Pd c’è voglia di normalità, di centrosinistra, di un ritorno alle origini che non passi per le forzature renziane.

Parla Walter, e sembra quasi un gigante. In una politica diventata smart, molto social, le sue parole lasciano intravedere una visione, un progetto a lunga scadenza . E non vuol dire che sia nuovo, anzi. Affonda le radici nella fondazione del Pd, il Partito Democratico di cui fu primo segretario. È trascorso più di un decennio, ma la sensazione è ambigua. Come se si parlasse di un tempo lontano, ma allo stesso tempo attuale. Come se le cose dette allora, valessero oggi ancora di più.

Per questo i richiami a quella storia fanno breccia nel pubblico dell’Eliseo, che non perde occasione per ribadire la sua approvazione con applausi frequenti. Anche se non tutti in platea, sul momento, colgono la stoccata riservata a Renzi, l’attacco preventivo ad ogni ipotesi di Nazareno-bis. Perché Berlusconi, agli occhi di Veltroni, resta sempre e comunque il “principale esponente dello schieramento a noi avverso“. Ed è su quell’avverso che marca il tono della voce, che fa leva per evidenziare la differenza tra il suo Pd e quello di Renzi.

Dice no alle marmellate, dice sì ad un governo che collabori in Parlamento per scrivere le regole del gioco, ma solo quelle. Rivendica le differenze con l’altra parte, insomma. E il destinatario delle sue prese di distanza, più che Berlusconi, sembra essere sempre e comunque Renzi, il segretario che ha svenduto all’uomo di Arcore l’anima del Pd.

Quando scende dal palco, travolto da un’ondata d’affetto che si traduce in una standing ovation, Walter torna ad accomodarsi in platea. Ed è lì che incontra il giornalista Corrado Augias: “Mica penserai di cavartela con un bel discorso e di rimetterti a fare film? Noi ti vogliamo segretario del Pd“, gli dice. Veltroni si schermisce, alza entrambe le mani e risponde “No, no…non ci penso proprio“.

Per ora, evita di aggiungere. Perché se e quando il crollo di Renzi verrà certificato dai numeri, allora sarà difficile non andare a bussare alla sua porta. Ci sarà da rimettere mano alle fondamenta del Partito, servirà una personalità autorevole in grado di tenere insieme i pezzi, di frenare l’emorragia che la resistenza di Renzi certamente determinerà. È nel ritorno all’antico che la vecchia dirigenza confida per archiviare un futuro che non è stato all’altezza. Forse torna Walter

 


 

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Renzi e Gentiloni: sarà l’ultimo abbraccio

Si abbracciano a Roma, nel sabato dei cortei antifascisti che riunisce la sinistra. Ma così come Pd ed ex Pd tornano a sfilare compatti soltanto per un giorno, pure per Renzi e Gentiloni è impossibile immaginare un futuro insieme.  Il primo, Matteo, vede l’altro come un incidente di percorso imprevisto. L’altro, Paolo, sa di essere un incidente, ma probabilmente lo aveva previsto.

Confidava che una volta al governo sarebbe dipeso tutto da lui. Così ha scelto il suo stile e la sua cifra. Agli spigoli renziani ha opposto i sorrisi paciosi, al racconto della rottamazione i capelli grigi della saggezza. Ha avuto ragione lui: con pazienza, ha fatto il vuoto attorno al segretario. La prova plastica si ha proprio a Roma. Quando arriva alla manifestazione dei partigiani, attorno a lui si forma subito un capannello di persone e giornalisti. Adesso è Gentiloni che dà la linea, da Renzi al massimo ci si attende qualche stoccata, per questo lo si intervista.

Eppure, Matteo, ha ancora la forza di incassare in silenzio, di raccontare al Paese un’altra storia. Quella di un Partito Democratico in cui ci si vuole tutti bene, una squadra bellissima, un team affiatato. Poco importa che in privato soffra per la svolta presenzialista del premier. Fatica pure a chiamarlo così: Presidente del Consiglio. Si sente usurpato del ruolo. E se ha accettato di lasciare a Gentiloni diverse ospitate televisive è stato solo perché spera di poterne sfruttare il momento magico, di utilizzarlo come lo sprinter usa l’ultimo uomo prima della volata.

Ma a quel punto sarà Paolo a sottrarsi. Dopo una vita da gregario, per una volta er moviola tenterà l’accelerazione. Avrà dalla sua l’approvazione dei padri nobili del Partito, figure autorevoli come Romano Prodi e Giorgio Napolitano che lo hanno già indicato come leader in pectore. Per questo, è facile che l’abbraccio romano sia l’ultima foto di Renzi e Gentiloni insieme.

Quando dopo le elezioni sarà chiaro che Paolo pensa da leader, Renzi proverà a ricordargli che il leader è lui. Inizierà a sgomitare come fece con Bersani, proverà a sabotarlo come fece con Enrico Letta, si rifarà allo Statuto del Pd, che indica nel segretario il candidato premier. Si arroccherà sulle sue posizioni, non arretrerà di un millimetro, a costo di tenere in ostaggio l’Italia. Mostrerà il suo concetto di politica: uno scontro di muscoli, un braccio di ferro continuo, non l’esercizio diplomatico che tanto piace a Gentiloni e alla sua corte. No, Matteo è sempre in guerra. A meno che il comando non sia il suo e la pace un bene da difendere.


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Ascesa e declino di Maria Elena Boschi

La prima volta che Silvio Berlusconi si trovò di fronte Maria Elena Boschi rimase folgorato dai suoi occhi azzurri: “Lei è troppo bella per essere comunista“, le disse. Alla battuta del Cavaliere, quella che veniva definita l’amazzone del Pd, rispose con garbo e personalità: “Presidente, solo lei pensa che esistano ancora i comunisti“.

Erano gli anni del primo Renzi, il rottamatore, l’uomo del momento sempre in cima ai sondaggi sul gradimento degli elettori. Da allora è cambiato il mondo, ma non il rapporto che lega Maria Elena e Matteo. Se per definire i fedelissimi di Berlusconi si usava l’espressione cerchio magico, la magia di Renzi stava nel giglio. Richiamo a Firenze e al suo simbolo, che per fare spazio a Maria Elena veniva esteso alla Toscana tutta.

Maria Elena, la ragazza di provincia che ha fatto strada. Cento su 100 alla maturità, 110 con lode all’università. “La figlia di Boschi farà carriera“, ripetevano le mamme ai figli maschi in età di Laterina (Arezzo) e avevano ragione loro. Un buon partito, una ragazza da sposare, una in prima linea fin dai tempi del catechismo. E Maria Elena le attese non le delude. Almeno per un po’.

Ma pure le famiglie perfette hanno le loro crepe. Quella di Banca Etruria è enorme. Il babbo fa il vicepresidente dell’istituto bancario quando arriva il crac, e il governo – dove Maria Elena fa il ministro – con un decreto salva capre e cavoli. Se per ogni fine c’è un inizio, questo è quello di Maria Elena.

Ma in questa ascesa e in questo declino qualcosa rimane: il rapporto con Renzi, l’essere stata tra le prime a schierarsi a favore di quel ragazzo di Rignano sull’Arno che voleva ribaltare il Pd.

Il giglio magico non sfiorisce. Quando è chiaro che nel collegio della sua Arezzo subirebbe una sconfitta epocale, quando emerge in maniera lampante che sconterebbe le colpe del padre e le ambiguità proprie, Renzi salda il suo debito di riconoscenza e amicizia.

Nella notte in cui fa le liste, rintanato nel bunker di Largo del Nazareno, Renzi la piazza in Trentino Alto Adige. Lontano dalla pancia dell’Italia arrabbiata, in uno dei collegi più sicuri che il Pd possa vantare. E pure qui la sua presenza crea divisioni. Dal partito decidono di andarsene in 20: quel popolo orgoglioso di frontiera non accetta imposizioni calate dall’alto. Lei prova a rintuzzare: “Imparerò il tedesco“, dice. Ma non bastano capelli biondi e occhi di ghiaccio a farla sentire meno straniera.

Quando filtrano voci che la vogliono premier di un prossimo governo di larghe intese, subito parte la corsa alla smentita. Quasi Maria Elena sia fonte d’imbarazzo, candidata improponibile. Per la prima della classe è tutto così difficile da accettare. Ma se qualcosa la accomuna al suo leader è la voglia di rivalsa. E la fiducia che il tocco magico non può svanire. Un po’ come il giglio, il loro giglio, non può appassire.


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Re Giorgio fa il nome: così Napolitano ha mollato Renzi

Scacco matto. Se non fosse che a farlo è stato proprio lui, il Re: destituito sì, ma pur sempre Re, Giorgio Napolitano. Perché a stare senza trono non ci s’abitua, la corona ha pur sempre il suo fascino. E per lui che ha fatto e disfatto le trame politiche del Paese come un monarca, portando l’Italia ad un passo dal presidenzialismo vero e proprio, restare lontano dalle battute finali di una campagna elettorale che rischia di risolversi in un nulla di fatto, semplicemente non si può.

Così, a 92 anni suonati, il Presidente emerito fa il Presidente e basta. Traccia il cammino del post-voto come fosse ancora lui l’inquilino del Quirinale. Segnala il percorso a Mattarella, ma soprattutto tira un altro destro sul volto di Renzi, sempre più solo ed emarginato.

Non fanno più coppia, Giorgio e Matteo. Il rapporto di ostentato rispetto resta in piedi solo per volere del più giovane. Napolitano da tempo ha capito che di Renzi non ci si può fidare. Non ascolta i consigli dei più anziani, non si fida che di se stesso. E divide, strappa, lacera. No, non è l’uomo giusto per uno il cui chiodo fisso è la stabilità. Sul suo altare Napolitano ha sacrificato più uomini ed esecutivi: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Tutti nominati da lui, tutti spodestati: uno dopo l’altro non è rimasto niente. Lui sì, però.

Allora, dall’alto di ciò che è stato e in parte ancora rappresenta, incorona Gentiloni. Lo descrive come “punto essenziale di riferimento, per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’Italia“. Ne esalta “l’attitudine all’ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni”, rimarca “la sua impronta di libertà e lo spirito di ricerca“. Gentiloni è – agli occhi di Napolitano – tutto ciò che Renzi non ha saputo essere.

Per questo, fosse ancora al Quirinale, dopo il voto non perderebbe un attimo: al Colle convocherebbe Gentiloni e lì lo investirebbe del potere di governare. Non di regnare però: per quello c’è lui, anche senza trono, Re Giorgio è per sempre.


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Renzi e l’eterno rilancio: vuol vedere come andrà a finire

Chiama in causa D’Alema, attacca a spron battuto i grillini, sferza Berlusconi: Matteo Renzi è entrato nella fase “guerra totale”. Meglio perdere alla sua maniera, che perdere e basta. Per questo, quando ne ha l’occasione, non fa economia sulle cartucce: le spara tutte, e quel che sarà sarà. Non fa prigionieri, sembra un giocatore di poker innamorato di una mano debole, vuol vedere come andrà a finire.

Per questo prosegue nel suo eterno gioco al rialzo. Insiste nel dire che il Pd sarà primo partito e primo gruppo in Parlamento, ostenta una sicurezza che onestamente non ha, sembra fare a pugni con la realtà, con la presa di coscienza di ciò che oggi rappresenta e di ciò che invece è stato.

Perché Renzi davvero ha avuto il Paese in mano. Veramente per un momento ha creduto di essere invincibile. Poi però sono arrivati gli imprevisti, gli incidenti di percorso, i nemici che non ci stanno ad affondare senza combattere. E in questo ring selvaggio che si chiama politica, Renzi ha creduto di aver vinto prima del gong. S’è adagiato su un consenso che si è dimostrato volatile, ha pensato che bastasse parlare di rottamazione per avere campo libero.

Ma i nodi prima o poi vengono al pettine. Puoi essere bravo a distruggere, ma se vai in guerra pensando di non lasciare macerie sei un illuso o un ingenuo. Ha sottovalutato l’addio dei vecchi “compagni“, credeva che Bersani e D’Alema semplicemente non avessero i voti, ma non ha considerato il peso della scissione, l’immagine di dittatore che di lui è passata all’esterno.

Così adesso è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Smentisce il dualismo con Gentiloni, ma ha sofferto lo sgarbo di Prodi; parla di Pd come squadra, ma si vede ancora unico leader in mezzo ad una squadra di gregari. Allora va avanti a testa bassa, spinge sull’acceleratore finché c’è benzina, ad occhi chiusi, senza controllare il serbatoio. Ignorando forse che più va forte oggi, più si farà male domani. Ma questo è Renzi, prendere o lasciare.


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Renzi e la paura prima del voto: può essere una Caporetto

A due settimane dal voto, Matteo Renzi guarda gli ultimi sondaggi con incredulità. Sapeva che sarebbe stata dura, ma non così. Il 40% delle Europee del 2014 è praticamente dimezzato, il rischio di scendere sotto il 20 concreto. E quella è diventata la sua linea Maginot, l’ultima trincea prima di venire travolti per sempre.

E non se lo spiega Renzi, che sui social continua ad utilizzare l’hashtag #avanti, ma non riesce a fare a meno di guardarsi indietro, per capire da dove derivi tutto l’odio che rischia di fagocitarlo. I colpevoli, dal suo punto di vista, sono soprattutto i vecchi nemici interni, la fronda che va da D’Alema a Bersani, quella che lo ha dipinto come un intruso all’interno del Partito. La gente di centrosinistra ha finito per crederci e quando le promesse non sono state all’altezza delle premesse, lo ha abbandonato al suo destino.

Renzi, però, ha una qualità che non s’impara. Lotta fino in fondo. Lo ha fatto alle Primarie perse contro Bersani, al referendum del 4 dicembre, lo farà in queste elezioni del 4 marzo. Coltiva intimamente la speranza che i sondaggi si sbaglino, ha ceduto a mandare in tv anche Gentiloni e Minniti, accettando il fatto che non è più lui l’uomo col tocco magico all’interno della coalizione.

Per il resto ha fatto ciò che doveva, con un cinismo che potrebbe tornargli indietro se la notte del 5 marzo si rivelerà una Caporetto. Blindando le liste di fedelissimi si è garantito il futuro. O almeno così pensa. Ma deve reggere, stare sopra al 20%, perché la sua carriera politica non sia ricordata come quella di una meteora.

Certo dovrebbe cambiare registro, evitare di correre dietro ai grillini. Ma se non può fare il populista e le promesse elettorali sono pane di Berlusconi, cosa resta a Renzi? Lui sostiene il buon governo, rivendica con orgoglio i suoi 1000 giorni a Palazzo Chigi, ma la gente non condivide le stesse sensazioni rispetto a quel periodo.

Sembra all’angolo il segretario dem, per la prima volta è costretto a giocare in difesa. E nei sondaggi che oggi guarda con scetticismo, nei numeri che ai candidati dice di ignorare, legge il pericolo di finire rottamato. Per ora va #avanti, ma è di restare #indietro che ha paura.

Rimborsopoli M5s, sono come tutti

Lo hanno ribattezzato Rimborsopoli, a voler richiamare gli -opoli più celebri e infamanti della nostra storia: Tangentopoli e Calciopoli, per dirne un paio. E adesso c’è chi dice che tutta questa storia si trasformerà in boomerang, che i grillini avranno pure tenuto per sé qualche migliaia di euro, ma meglio loro che tutti gli altri, che le indennità da parlamentari se le intascano direttamente. Tutto lecito, persino condivisibile, se non fosse che lo scandalo scoppiato in questi giorni fa crollare di fatto il principio su cui il M5s si è fondato: l’onestà.

Lo ha capito prima di tutti Berlusconi, che sul caso si è limitato a commentare citando lo slogan dei grillini duri e puri, quelli che volevano Stefano Rodotà al Quirinale e manifestarono nel 2013 al grido di “o-ne-stà, o-ne-stà“. Ha fatto cilecca Renzi, che ha chiamato in causa Bettino Craxi, irritando l’ala socialista della sua coalizione e alienandosi i nostalgici della Prima Repubblica, salvo provare a metterci una pezza in un secondo momento.

Ma al di là degli avversari che tentano di cavalcare l’onda, la frittata nel MoVimento resta. Il rapporto di fiducia con l’elettore incrinato probabilmente per sempre. Sono uomini e donne come gli altri, gente perbene – come dappertutto – ma anche furbetti, attratti dall’inesauribile fascino del Potere e del Denaro. Crolla il mito della superiorità grillina, della diversità a prescindere, di quella differenza antropologica che una volta fu della sinistra.  Si sfilaccia la bandiera dell’onestà che Grillo e Di Maio avevano piazzato nel campo base pentastellato. Persa la verginità, smarrita la purezza, dissolta l’utopia degli inizi. Sono come tutti.

Telefonate elettorali, Episodio 1: cosa si diranno il 5 marzo

Sono le 4:30 del mattino del 5 marzo 2018. Bruno Vespa ed Enrico Mentana sono reduci da una delle maratone elettorali più lunghe della loro vita. Le proiezioni dei vari istituti di sondaggi sono ormai categoriche: non ha vinto nessuno. Il centrodestra si è fermato al 39%, ad un passo dalla soglia di governabilità. Il M5s è primo partito italiano ma non sfonda, Renzi regge ma è sotto il 25%. I telefoni tacciono: nessuno chiama nessuno per concedere la vittoria. Poi Berlusconi fa il primo passo. Ad Arcore viene dato ordine di comporre il numero di telefono del fiorentino. 

B:”Ciao Matteo, sono io…Silvio. Che ti avevo detto? Sono sempre il più forte.”

R:”Silvio, buongiorno. Qui ho numeri diversi. Sei arrivato primo ma non hai vinto.”

B:”Dai Matteo, non scherzare. Parliamo di cose serie: quando lo facciamo il Patto di Arcore?”

R:”Presidente, al massimo un Nazareno-bis. Ad Arcore non posso venire. Mi vuoi morto?”

B:”No, no. Hai ragione. Aspetta, aggiungo alla chiamata Salvini. Vediamo che dice lui. Abbiamo bisogno dei suoi parlamentari per fare le larghe intese”.

S:”Pronto Presidente, so già per cosa mi hai chiamato. Ci sto, ma alle mie condizioni: Stop invasione, no Vax, Salvini premier. “.

R:”Secondo Matteo, non mi sembri nella posizione di dettare condizioni. Hai fatto il pieno al Nord, ma al Sud sei al 2%. E poi basta con questi slogan, la campagna elettorale è finita!”

B:”Ragazzi, non litigate cribbio! Dai, forse un’idea ce l’ho io.”

S e R:”Sentiamo”.

B:”Sento crescere dentro di me lo spirito che nel 1994 mi portò a scendere in campo. L’Italia è il paese che amo, sono pronto a fare il Presidente del Consiglio”.

R:”Silvio, dimentichi un dettaglio: sei incandidabile!”

B:”Tutta colpa di una magistratura politicizzata che è il vero cancro della democrazia. Ma ho una soluzione alternativa: chiederemo la grazia a Mattarella!”

S:”Mattarella non acconsentirà mai.”

R:”Concordo”.

B:”Ora ne parliamo direttamente con lui, ma mi raccomando: dovrete essere voi per primi a farvi portavoce di questa istanza. Solo in questo modo il Presidente della Repubblica potrà prenderla realmente in considerazione”.

Al Quirinale il telefono squilla a vuoto. Mattarella è impegnato: “Giggino” Di Maio, ignaro del fatto di non avere i numeri per formare il governo, sta stalkerando il capo dello Stato. Vuole che gli venga assegnato un mandato esplorativo. Il Presidente è in difficoltà, non sa come riportarlo sulla Terra. Di Maio sembra posseduto, di congiuntivi non ne azzecca mezzo.

DM: “Presidente Mattarella, io sono convinto che fossi la persona giusta per guidare l’Italia. Il Movimento 5 stelle è il primo partito, Lei pensa che il popolo le perdonasse una simile interferenza nella vita democratica?”.

PdR:”Di Maio ma quale interferenza! Lei non rappresenta neanche un terzo degli italiani: è andato a votare un cittadino su 2. E Lei ha preso il 25% di questo 50%”.

DM:”Presidente Lei sta dando i numeri: onestà, onestà, onestà!”.

Nel frattempo, ad Arcore, Silvio Berlusconi è impaziente. Le linee telefoniche bollenti. I parlamentari azzurri attendono indicazioni: vogliono sapere cosa dire davanti alle telecamere. Il Cavaliere chiede di essere lasciato solo. Si reca nel suo studio e scrive un comunicato stampa. Le agenzie riportano la notizia. Si diffonde un clima di incredulità.

Il comunicato recita:”I nostri Difensori del Voto in tutta Italia c’hanno informato che sono avvenuti dei brogli in diversi seggi. Il Partito Democratico di Matteo Renzi si è visto privare di migliaia di voti. Non possiamo accettare una sospensione della democrazia. Oggi mi recherò dal Capo dello Stato per chiedere che si torni al voto”.

Matteo Renzi legge l’agenzia e un attimo dopo chiama Berlusconi.

R:”Presidente, ma come? Hai chiesto nuove elezioni…”

B:”Dai Matteo, l’ho fatto per te..per noi…”


Scenario elettorale numero 1: cosa succede se non vince nessuno.

Quindi che succede tra un mese?

La domanda pare lecita, ad un mese dall’Election Day. Perché in fondo – è inutile nasconderlo – quando si parla di elezioni la domanda che interessa tutti prima del voto è la seguente: chi vincerà? I sondaggi in questo senso sono abbastanza chiari. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che ad ottenere più voti degli altri sarà la coalizione di centrodestra. Certo con un mese di campagna elettorale può ancora succedere di tutto, ma la sensazione è che i partiti abbiano già sparato le loro migliori cartucce. Insomma: quel che potevano promettere hanno promesso.

Ad essere messa in discussione, però, è quella che i dotti chiamano “governabilità“. Tradotto: ci sarà uno schieramento o un partito che otterrà la maggioranza dei seggi in Parlamento? Salvatore Vassallo, professore ordinario nell’Università di Bologna, dove insegna Scienza politica e Analisi dell’opinione pubblica, ha realizzato un’analisi approfondita per Repubblica, traendo la seguente conclusione: “Ad oggi, il centrodestra sembra molto vicino al risultato. Se prendessi completamente sul serio, fino ai decimali, le intenzioni di voto rilevate dai sondaggi e il mio modello di simulazione, dovrei dire che lo ha raggiunto: di pochissimo alla Camera e con un margine un po’ più ampio al Senato“.Dando per vera l’analisi del professor Vassallo, come vanno interpretate allora le dichiarazioni dei leader di partito che ad oggi parlano da presidenti del Consiglio in pectore?

Restando nel centrodestra, lo schieramento accreditato della vittoria, Berlusconi è incandidabile: dunque non sarà lui il primo ministro. Salvini dice: “Se nel centrodestra prendo un voto in più, il premier lo faccio io“. Tutto lecito. L’ultima supermedia dei sondaggi di YouTrend, quella che li prende in esame tutti (ma proprio tutti), spiega però che la Lega è stabilmente sotto Forza Italia.

Per effetto della legge elettorale, tutti quei voti gialli attribuiti al M5s – attualmente primo partito italiano – saranno praticamente inutili. Al Senato, infatti, la maggioranza è di 158 seggi e i grillini sono accreditati dai sondaggi a quota 56. Alla Camera la musica non cambia: la maggioranza fissata a quota 316 è ben lontana, visto che i seggi “sicuri” sono soltanto 112. Non si comprende allora il senso delle parole di Di Maio:”La nostra idea è di presentare la nostra squadra di governo prima delle elezioni, la sera delle elezioni fare un appello a tutte le forze politiche per metterci insieme sui temi e non sugli scambi di poltrone“. A meno che non creda di convincere il 51% degli italiani a dargli fiducia: altamente improbabile in uno scenario tripolare come quello attuale.

Lo ha capito da tempo Renzi, che ormai non parla più di obiettivo 40% ma più che altro – spiega il prof. Vassallo – spera che il M5s dia filo da torcere al Sud (dove si trova il più alto numero di collegi in bilico) a Berlusconi & co. affinché i voti presi dal Pd al Centro-Nord gli consentano di svolgere un ruolo centrale nell’ottica di un governo di larghe intese.

Quindi, per tornare alla domanda iniziale, che succede tra un mese? Forse vincerà il centrodestra. Ma come dopo ogni elezione italiana che si rispetti tutti i partiti rivendicheranno l’importanza del proprio risultato e la centralità del loro ruolo.

La notte dello spoglio attendiamoci di tutto: Di Maio che invocherà il diritto di fare il governo anche se avrà meno seggi del PdRenzi che pur arrivando terzo vorrà Palazzo Chigi per dire sì alle larghe intese, Salvini che reclamerà il premierato in nome dei voti decisivi conquistati al Nord, Berlusconi che chiederà la grazia a Mattarella sulla spinta della riabilitazione popolare appena ottenuta.

Ne vedremo delle belle e chissà che non capiti di riascoltare le drammatiche parole di Bersani nel 2013: “Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi“.