Draghi parla già da Presidente

Nel discorso che Mario Draghi pronuncia al Meeting di Rimini c’è più di un indizio sul suo futuro.

Toni, virgole e citazioni ci dicono quel che molti vanno ripetendo da anni: Draghi non sarà mai e poi mai il giocatore di una parte. Chi sogna di vederlo scendere nell’agone, sollevarsi le maniche di camicia e sbaragliare a mani nude l’attuale classe politica deve farsene una ragione. Questione di carattere, scelte di vita, convincimenti scolpiti nel tempo. Draghi la politica l’ha fatta da numero uno della Banca Centrale Europea: non è mai stato un notaio, un commercialista, un economista succube della teoria. Dall’Eurotower di Francoforte ha salvato l’Euro e l’Europa, ma non chiedetegli di agitare le folle, di girare l’Italia per fare comizi e raccattare voti, di confrontarsi sui social un giorno con Salvini e l’altro con Rocco Casalino.

Allora, è la domanda: perché nei sondaggi, ogni volta che si fa il nome di Draghi, il livello di gradimento tocca picchi irraggiungibili dagli altri contendenti? La risposta è che anche la pancia del Paese ha compreso la qualità dell’uomo. A lui si tributa il rispetto che si addice al primo della classe. Bastava osservare la reazione della platea ridotta del Meeting di Rimini per comprendere l’alta (giusta) considerazione di cui Draghi gode in ogni contesto. Alla fine del suo intervento era tutto uno spellarsi le mani per produrre un applauso che colmasse l’assenza delle tante sedie vuote, che rendesse a Draghi la soddisfazione che le sue parole meritavano.

SuperMario parla già da Presidente. Della Repubblica, s’intende. Nel convegno annuale di Comunione e Liberazione abbiamo avuto un assaggio del capo dello Stato che sarebbe, che forse sarà.

Notate lo stile con cui chiede al governo di farsi carico di un difficile dialogo con l’opposizione sul Piano Nazionale di Riforme: “Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire“. Cos’ha detto Draghi? Ha detto che questo esecutivo ha il “dovere” di coinvolgere l’opposizione sui piani da presentare all’Europa per sbloccare i fondi del Recovery Fund. Quanto questo blog ripete da tempo. In punta di fioretto, ma Draghi ha portato la sua stoccata.

Badate alla sollecitazione nei confronti della politica, perché non carichi sulle spalle dei giovani un debito insostenibile, perché non ceda alla tentazione di studiare misure di corto respiro per assicurarsi immediato consenso: “Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. I bassi tassi di interesse non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante“.

Apprezzate l’atteggiamento paterno, non paternalistico, nei confronti dei giovani, citati per ben otto volte nel suo discorso: “Dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro“.

Draghi sarebbe questo tipo di Presidente: colto, solido, autorevole. Nel suo intervento ha citato la ‘preghiera per la serenità’ di Reinhold Niebuhr, che chiede al Signore: “Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, / Il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, / E la saggezza di capire la differenza“.

Così per noi e per la nostra politica: preso atto che Draghi non farà politica tra i partiti, troviamo il coraggio di metterlo sopra di essi. Sarà lui a farci comprendere la differenza.

La provocazione di Conte che fa male al Paese

C’è un passaggio, arrivato quando la prima giornata degli Stati Generali a Villa Pamphilj volgeva al termine, che tradisce l’abilità tattica di Giuseppe Conte. L’ex avvocato del popolo trae lo spunto per la sua sortita dalla domanda di un giornalista, che gli chiede se l’eventuale approvazione del Recovery Fund non sarebbe da interpretare come la sconfitta della narrazione sovranista in chiave europea.

Il premier la prende larga, usa l’ars oratoria affinata per anni nelle aule di tribunale e in quelle universitarie, poi con una capriola trova l’appiglio per la stoccata: “Proprio per scacciar via le polemiche io rivolgo ai partiti d’opposizione, che ieri non son venuti qui perché hanno ritenuto questa sede non adeguata, un appello“.

L’attenzione di chi ascolta, da casa o in presenza, sale di un paio spanne. Chissà che dopo tanta banalità e luoghi comuni, da Villa Pamphilj non arrivi anche una notizia. Conte continua, e riferendosi al Recovery Fund spiega: “Alcuni Paesi di Visegrad sono usciti pubblicamente e contestano queste soluzioni“.

Breve promemoria: il gruppo, composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, ha fatto presente di non condividere il principio alla base del piano presentato dalla Commissione Europea. Secondo loro non è giusto che i “Paesi più poveri debbano pagare per quelli più ricchi“. Di fatto contestano che la maggior parte dei fondi del piano presentato da Ursula von der Leyen siano destinati all’Italia e alla Spagna, le nazioni più colpite dalla pandemia.

Nessuna sorpresa da questo punto di vista. Le divergenze tra i Paesi del Mediterraneo con il gruppo Visegrad, a partire dalla questione migranti, sono una costante di questi anni. Riflettono l’inconciliabilità dei rispettivi interessi nazionali. Sono il paradigma della difficoltà di rendere l’Europa un’entità politica che parli con una voce unica anziché 27.

Ebbene, Conte queste cose le sa, ma nella conferenza stampa allestita nel giardino di Villa Pamphilj finge di dimenticarle. Lo fa per mettere all’angolo il centrodestra, per condannarlo alle sue contraddizioni: “Siccome alcune forze dell’opposizione sono molto legate a queste forze politiche, a questi governi di Visegrad, io chiedo loro di lavorare per darci una mano. (…) Nell’interesse nazionale, nell’interesse della comunità italiana, vi prego dateci una mano e io vi riconoscerò pubblicamente l’aiuto che ci darete intervenendo anche con quei partiti con cui avete dei legami o esponenti politici di altri Paesi, o addirittura di governi, che in questo momento stanno cercando di contrastare questa risposta forte, coerente e coesa che le istituzioni europee, in particolare la Commissione, sta offrendo“.

L’invito è doppiamente subdolo. In primis perché Conte sa bene che nessuna alleanza tra partiti di diversi Paesi potrebbe convincere un governo sovrano – in questo caso sovranista – come quello di Viktor Orbán (è soprattutto a lui che il premier fa riferimento) a recedere dalle sue posizioni su un tema tanto delicato. Molto più facile puntare sull’aiuto della Germania, che sui Paesi dell’Europa orientale è in grado di esercitare un forte ascendente, per usare un eufemismo.

In secondo luogo il falso appello di Conte è inaccettabile perché dimentica il peccato originale di questa vicenda. Perché le opposizioni dovrebbero chiedere un sacrificio agli alleati europei se neanche sono state coinvolte nei lavori? Perché dovrebbero investire il proprio capitale politico in un’operazione di cui non conoscono l’approdo finale? Perché dovrebbero spendersi per Conte visto che a godere di un eventuale successo sarebbe soltanto lui?

La risposta è una: dovrebbero farlo per l’Italia. Certo, ma devono prima essere messe nelle condizioni di farlo. Chi scrive non pensa che Salvini e Meloni siano degli statisti, anzi. Ma chiunque ha potuto apprezzare l’apertura al dialogo mostrata da Berlusconi durante e dopo l’emergenza sanitaria. Si parta allora dalla proposta del Cavaliere, dalla “scrittura del Piano Nazionale delle Riforme, ovvero il programma da presentare ai cittadini e all’Unione europea, contenente la lista delle riforme da fare nel prossimo triennio, con le relative tempistiche e i relativi costi. Un documento indispensabile, necessario se si vuole dare una programmazione di medio-lungo termine alle opere indispensabili da fare. Essendo un programma a lunga scadenza, deve quindi essere scritto comunemente, con il contributo di tutti, perché deve prescindere dai Governi che lo attueranno in futuro“.

Sarebbe un grande passo. Il primo nella direzione dell’appello – quello sì, sincero – di Sergio Mattarella alla coesione nazionale. Senza, dev’essere chiaro a tutti: è certo che non ce la faremo.