Dove sono i moderati?

Salvini Le Pen

Sono dunque questi i “nuovi” moderati? Sono loro gli eredi della tradizione cristiana, i custodi politici della nostra fede? Sono quelli che usano e strumentalizzano le parole di tre grandi Papi? Quelli che provano a mettere sullo stesso ring Papa Wojtyla e Papa Ratzinger per costringerli a combattere contro Francesco?

Sono quelli che in piazza Duomo a Milano come prima cosa dicono di non essere estremisti e un attimo dopo urlano “basta Islam” alla faccia della tolleranza?

Sono loro i futuri riformatori dell’Europa? Quelli che intendono distruggerla per rintanarsi all’interno di barriere così alte da oscurare pure il sole?

Ed è Salvini il leader del “buonsenso”? O è tutto semplicemente senza senso?

Come questa ossessione ricorrente per il rosario, diventato nel giro di un anno un vezzo scaramantico. Perché se giurare sul Vangelo ha portato bene la prima volta, allora ecco che perfino scomodare “il cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria” quasi non sembra blasfemo, figurati se è peccato.

Si dice che le elezioni si vincano al centro, ma qui dev’esserci stato un errore, perché nessuno – davvero – può riconoscere in Salvini nemmeno tracce di quella categoria dell’animo umano che risponde al nome di “moderazione”.

Non basta passare dal verde d’annata leghista al blu rassicurante dei conservatori. Non basta togliersi la felpa e indossare la giacca. E neanche ripulirsi dopo giorni di barba lunga e capelli spettinati. Non tutto può essere ridotto ad una mera questione d’immagine. Non sempre la politica può essere la formulazione del “miglior” messaggio.

Perché serve a poco mostrare i cartelli col 15% della flat tax se poi, dal primo all’ultimo, tutti sanno che per fare la tassa piatta leghista serve aumentare l’Iva. Perché semplicemente non è credibile un leader che a parole si smarca dall’ultradestra e poi accoglie sul palco alcune delle più pericolose espressioni del razzismo e dell’intolleranza in Europa, gente che ancora postula la teoria della sostituzione etnica, abili manipolatori che usano la parola “patrioti” non intesa come “persona che ama la sua nazione”, ma come vocabolo che faccia da scudo a uomini e donne che diffidano, respingono, intimamente odiano l’altro, il diverso.

In questo contesto, in piazza Duomo, va in scena il Festival dell’arroganza. Se ne ha la prova quando rivolgendosi a Papa Francesco, con una grinta che sfocia presto in rabbia, Salvini dice che lui sta “azzerando i morti nel Mediterraneo con orgoglio e spirito cristiano”. Come dire che Sua Santità viene anche spogliato del suo ruolo di guida delle anime: c’è lui, ora,
ad indicare la nuova rotta del Cristianesimo. L’uomo che giura sul Vangelo, che brandisce il rosario e manda bacioni alla Madonnina.

Quello di Salvini è un protagonismo debordante, è un esibizionismo teatrale, ma è anche un personalismo rozzo. La prova dell’assenza di quella sensibilità di cui un grande leader dovrebbe disporre emerge con tutta la sua forza proprio in quel frangente: quando i fan sommergono il Papa di fischi. Un moderato li avrebbe fermati: sarebbe bastato un cenno, una mano alzata, per far capire che fino ad un certo punto sì, ma non oltre. Il gesto non arriva: quei fischi sono il cibo di un ego smisurato, forse illimitato, per questo pericoloso.

Ed è in questo mondo, in cui tutto viene sdoganato, perfino la sfida al Santo Padre, che l’uomo presto più votato d’Italia sguazza come uno squalo nell’oceano. In questo Paese così disilluso da volersi illudere, su questo palco pieno di estremisti travestiti da buonisti (sì, loro) perché consapevoli della loro essenza di impresentabili, che si ritorna al punto di partenza: dove sono i moderati?

Non in piazza Duomo, si capisce. Sicuro altrove. Ma chissà dove…

Genitori fino in fondo

Quello che hanno visto non era più il corpo di Giulio Regeni. Era il suo corpo, intendiamoci, ma di Giulio, del loro Giulio, aveva ben poco. Mamma Paola dopo il riconoscimento disse:”L’ho riconosciuto dalla punta del naso“. Un dettaglio che solo una madre avrebbe potuto individuare, perché ai dettagli bisognava affidarsi per ammettere l’incubo, per accettare che quell’insieme di carni seviziate, di costole rotte, di ossa fratturate, quella bocca senza denti, quello sguardo perso nel vuoto, appartenevano a Giulio Regeni. Loro figlio.

I genitori di questo ricercatore italiano morto in Egitto ormai più di 3 anni fa hanno chiesto da subito una cosa sola: verità. Una richiesta ragionevole, dignitosa. Volevano l’unica compagnia che è possibile accettare quando il cammino diventa inaccettabile, quando la vita stessa diventa insopportabile. Fino ad oggi tutto questo gli è stato negato: l’Egitto non ha collaborato, l’Italia non ha fatto abbastanza. Ora l’ultimo appello a Giuseppe Conte, il premier che – scrivono mamma Paola e papà Claudio – si è presentato come “avvocato difensore del popolo italiano“.

Gli chiedono che alle parole seguano i fatti, che si ricordi di quell’altro “cliente” che oggi non c’è più. Di Giulio. Lo invitano, “stringendo la mano al Generale Al Sisi” a pretendere “senza ulteriori dilazioni o distrazioni di sorta, la verità sulla sua uccisione. Sia, come ha promesso, il suo avvocato, lo sia di tutti i cittadini italiani che confidano nel rispetto dei diritti umani e nella loro intangibilità“.

Conte ha un’occasione clamorosa: quella di accreditarsi agli occhi del Paese come qualcosa di diverso da un fantoccio. “Non sono un passacarte“, ha rivendicato qualche giorno fa. Lo dimostri ora, lo renda esplicito adesso: intraprenda delle azioni forti, coraggiose, nei confronti dell’Egitto. Dica al presidente Al Sisi che gli italiani non ne possono più di depistaggi e prese in giro, che siamo pronti ad interrompere ogni tipo di rapporto fino a quando non verrà fuori la verità, che Giulio Regeni era uno di noi e merita rispetto. Faccia in modo che il “prima gli italiani” tanto caro a Salvini abbia per una volta senso. Lo faccia per quei due genitori che gli hanno chiesto aiuto, che si sono esposti dando fiducia ancora una volta allo Stato.

Si può essere disperati con dignità. Si può continuare a combattere anche se si è umanamente distrutti. Si può essere genitori fino in fondo, fino all’ultimo, e anche dopo. È ciò che stanno facendo Paola e Claudio. Per Giulio.

L’incubo libico di Salvini

C’è incubo e incubo, sia chiaro. C’è quello di migliaia di persone che hanno dovuto lasciare la propria casa da un giorno all’altro, per niente certi di vedere il sole sorgere domani. E poi c’è quello di Salvini, che teme di essere vittima delle sue stesse bugie, che ha paura (tanta) di perdere voti a ridosso delle Europee proprio sul suo cavallo di battaglia: l’immigrazione. Questione di prospettive, di fortune per niente affini, di diversi destini.

Il punto è uno: i porti sono aperti, mai stati veramente chiusi. Ma nel momento in cui in Libia dovesse ufficialmente scoppiare una guerra su larga scala fra le truppe di Sarraj e quelle di Haftar ecco che i porti italiani diventerebbero non aperti, spalancati. Salvini in questi giorni sta ripetendo che non cambierà nulla nelle strategie dell’Italia in caso di un conflitto in Libia: “Porti chiusi“. Nel migliore dei casi mente, com’è successo in passato e sarà in futuro. Nel peggiore non ha cognizione di ciò che sta accadendo a poche miglia marine dalle nostre coste. La differenza rispetto al passato è che stavolta rischia di andare a sbattere contro un muro: il suo.

Che Tripoli potesse essere considerato un porto sicuro era una tragica barzelletta ieri, lo sarà in maniera ancora più evidente domani. Non è campato in aria pensare che nelle prossime ore la Libia si trovi costretta a rinunciare alla propria zona SAR, l’area di competenza in cui ogni Paese è obbligato a prestare soccorso. Questo significa che potrebbe toccare nuovamente all’Italia, coadiuvata al massimo da Malta, incaricarsi dell’accoglienza dei migranti.

Tante volte abbiamo ascoltato Matteo Salvini dire che chi scappa dalla guerra è ben accetto in Italia. Ecco, dalla Libia potrebbero presto esserci migliaia di persone che scappano dalla guerra. Come la mettiamo? Soltanto seimila, secondo il dossier degli 007 consegnato al governo, sono detenuti all’interno delle prigioni-lager. Molte altre migliaia sono decise a lasciare l’inferno che da 8 lunghi anni sono costretti a vivere: l’Italia rappresenta per posizione geografica il primo approdo utile verso la salvezza.

Per la prima volta da anni siamo realmente esposti al rischio di un’invasione, per usare un termine apprezzato e abusato da Salvini. E questa volta non basterà twittare #portichiusi. Non si tratterà di giocare sulla pelle di 49 disperati. Per fronteggiare l’emergenza, quella vera, si dovrà mettere in campo una strategia comune. Bisognerà stringere alleanze e intese per alleggerire il carico dell’accoglienza. Con chi? Sì, con quelli che Lega e 5 Stelle hanno attaccato in tutti questi mesi. L’alternativa? Chiedere aiuto ai Paesi amici di Salvini. Sapendo però che, da provetti sovranisti, loro migranti non ne vogliono. Nemmeno se lo chiede Matteo.

Una cosa è certa: non bisogna sperare in una guerra in Libia, nemmeno se questa, è chiaro, metterebbe a nudo le carenze strategiche delle politiche di Salvini e soci. Sarebbe una deriva disumana, un gioco sulla pelle di poveri innocenti. Questo lasciamolo al governo. Almeno potremo guardarci allo specchio. Noi.

Libia, l’Italia e le sue colpe: tutti gli errori del governo

Mentre Di Maio e Salvini occupano i palinsesti televisivi, si esibiscono in reciproche accuse su chi fa più selfie e discutono di tasse più o meno piatte a seconda della convenienza del momento, a poche miglia marine dalle nostre coste rischia di infuriare una guerra civile con ricadute gravissime per l’Italia.

Diciamocela tutta, la Libia è un gran casino non da oggi. E’ vero però che un governo normale – per intenderci, un governo con una politica estera – avrebbe potuto limitare i danni. E’ un po’ quello che accadde nel 2011 con Gheddafi: non volevamo la guerra, con il Colonnello avevamo costruito un asse privilegiato. I francesi decisero allora di sabotarci.

Fummo costretti a partecipare all’azione militare in Libia. E la costrizione era motivata dai dispacci che i nostri stessi “alleati” francesi e inglesi inviavano ai nostri vertici militari con messaggi del tipo: “Noi dobbiamo bombardare in prossimità dei vostri stabilimenti Eni: facciamo noi?“. Risposta dell’allora governo Berlusconi: “No, grazie, facciamo da soli che stiamo più attenti“.

La storia ha raccontato in questi anni che i piani della Francia di sostituire Gheddafi con un leader amico di Parigi non sono andati a buon fine. Di fondo resta che la Libia non è una nazione ma un insieme di tribù. E non basta che qualcuno dall’alto cali un capo, bisogna che il comando venga riconosciuto sul campo.

Si potrebbe allora essere tentati dal pensare che non tutte le colpe siano di questo governo, che se il progetto di regime change non è andato a buon fine non è certo colpa di Giuseppe Conte. Ed è vero, non tutte le colpe sono dell’Italia: d’altronde non contiamo così tanto. Ma gli errori commessi negli ultimi mesi sono stati tanti, pure troppi.

Il primo lo avevamo ampiamente preannunciato qualche settimana fa, quando ancora doveva essere siglato il memorandum con la Cina per la Nuova Via della Seta. Perché non puoi avere la pretesa di fare affari con il maggior competitor degli Stati Uniti e poi bussare alla porta di Washington per chiedere aiuto diplomatico e militare se fatichi a mantenere il controllo dell’unica area di tuo interesse strategico nel Nord Africa.

Quando Trump ha riconosciuto a Conte la cabina di regia della partita libica lo ha fatto a cuor leggero: quella zona agli americani non interessa abbastanza, il loro mirino è puntato altrove. Basterebbero un paio di caccia americani per distruggere le milizie di Haftar: levandosi in volo avrebbero la potenza di fuoco per radere al suolo la colonna di mezzi che si sta dirigendo Tripoli. Ma gli Usa non hanno alcuna intenzione di darci una mano. In primis perché i nostri interessi confliggono con quelli dei francesi, ai quali gli americani sono legati da un rapporto quasi sentimentale; in secondo luogo perché ci stanno impartendo una lezione: “Dite che siete indipendenti? Dite che non avete bisogno di noi? Come on, sbrigatevela da soli“.

Noi, però, da soli non possiamo fare proprio niente. Certo basterebbe prendere il telefono, comporre il numero del Cremlino, chiedere una mano a Vladimir Putin e Haftar diventerebbe in un amen un simpatizzante di Roma. Ma a Mosca non fanno niente per niente: vogliono qualcosa di concreto in cambio per includerci nella loro cerchia ristretta di amici. E ancora non siamo ad un livello di follia e autolesionismo tali da tagliare tutti i ponti con gli Usa.

Questo governo ha messo in fila una serie di errori marchiani, che hanno contribuito a renderci deboli agli occhi di tutti i giocatori di questa partita. Prendiamo ad esempio la Conferenza di Palermo: dopo aver capito che Sarraj non era probabilmente il cavallo vincente che speravamo che fosse, abbiamo steso tappeti rossi al passaggio di Haftar. C’è materiale per scrivere un manuale: “Come sconfessare in pochi giorni una linea politica portata avanti per anni e ritrovarsi in un colpo senza alleati sicuri“. Perché Sarraj sarà debole ma non stupido e Haftar incassato il nostro riconoscimento è rimasto amico dei suoi primi sostenitori (francesi, egiziani, russi ecc).

In questo senso non era stata sbagliata la politica di ricucitura con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali registi dell’avanzata di Haftar. Peccato però che Conte con il suo viaggio in Qatar abbia irritato non poco emiratini e sauditi, rimettendo ancora una volta in discussione il nostro sistema di alleanze.

Tutta questa serie di errori, di fondo, ha un comune denominatore molto chiaro: pensiamo di poter stringere accordi economici di volta in volta vantaggiosi per noi, dimenticando la visione d’insieme. Cosa che gli altri Paesi tengono invece sempre ben presente: si chiama geopolitica. In sintesi: pensiamo di essere furbi ma non lo siamo affatto. E la Libia ne è la dimostrazione.

Libia, menomale che Conte era contento

Cosa ne è stato dell’evidente compiacimento del premier Conte al termine della Conferenza di Palermo sulla Libia? Era il mese di novembre, sembra un’era geologica fa. Il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, la parte est del Paese, avanza minaccioso verso Tripoli. Il “nostro” Sarraj sembra abbandonato, in balia degli eventi, appeso ad un filo, quello di una comunità internazionale che arriva sempre tardi, vittima dei suoi sovranismi e dei suoi nazionalismi.

Tripoli, dicevamo. Da queste parti, ormai, siamo abituati a pensarvi soltanto come ad un porto. Quante volte abbiamo sentito il ministro Salvini parlare di un “barcone partito da Tripoli” accompagnato dal solito #portichiusi e bla bla bla? Ora scopriamo che Tripoli è non solo un punto di partenza, un affaccio sul Mediterraneo, ma anche il suo confine esterno. Perché il deficit di visione di questo governo, il suo scarso peso, la sua pressoché nulla credibilità all’estero, rischiano realmente di esporci ad una “invasione”. Questa volta sul serio. Non come sostiene Salvini da anni, per intenderci.

Il punto è uno: le truppe della Tripolitania, quelle fedeli al premier Sarraj, potrebbero presto essere costrette a spostarsi dalle coste per combattere a campo aperto con le milizie di Haftar. Intendiamoci: il generale è uno spietato stratega, un abile voltafaccia. E a Palermo, stringendo la mano di Conte, deve aver compreso di essere stato baciato dalla Fortuna: perché l’Italia in Libia c’è, ma è come se non ci fosse.

Ed è un problema grave, gravissimo. Innanzitutto perché i nostri interessi geopolitici sono parecchi, valgono diversi miliardi. Basta un nome: Eni. La guerra energetica che coinvolge la diretta concorrente del cane a sei zampe, la francese Total, rischia di vederci soccombere. I nostri “cugini” sono scaltri, non più bravi, ma hanno un presidente che la politica estera la cura, la tratta, la maneggia. Noi ci limitiamo alle strette di mano per i fotografi, alla redazione del post su Facebook per vantare un successo sui social, poi la politica però è un’altra cosa.

Questa approssimazione, questa scarsa capacità di “contare”, rischiamo di scontarla. Qualche numero e qualche scenario: Eni ha in Libia dei contratti che vanno fino al 2042 per le produzioni ad olio e al 2047 per quelle a gas. Cosa cambia se Haftar prende il comando? Che con un regime-change quei contratti possono valere più o meno come carta straccia. E di chi è amico Haftar? Della Francia. E di chi è la Total? Della Francia.

Per non parlare dei crediti vantati dalle aziende italiane in Libia: 130 imprese che aspettano qualcosa come 900 milioni di euro. E rischiano di continuare ad aspettare. E aspettare, e aspettare.

Ma la caduta di Sarraj rischia di provocare un problema anche di tenuta dei confini. Haftar non ha l’anello al naso. Sa bene che il tallone d’achille dei nostri governanti è l’immigrazione. Tripoli è la sua arma di ricatto: “Soldi, aiuti, sostegno, oppure apriamo i rubinetti delle partenze”. Si conta che oggi, dunque prima dello scoppio di una guerra civile che appare alle porte, si trovino in Libia più di 600mila migranti. Pensare che bastino i tweet di Salvini a fermare un fenomeno di questa portata equivale a prendersi in giro.

Resta l’immagine di un’Italia isolata, come fosse realmente nel deserto libico, destinata ad affondare nelle sue sabbie mobili.

E menomale che Conte era contento…

L’accordo con la Cina è un grosso guaio

C’è un motivo se il governo – dal Venezuela in poi – fatica particolarmente nella politica estera: oltre i confini nazionali le promesse mirabolanti non fanno presa, il realismo la fa da padrone. Salvini e Di Maio mancano di pragmatismo e visione strategica: ne è la prova la firma del memorandum d’intesa tra Italia e Cina che sancisce la nostra adesione alla cosiddetta nuova Via della Seta in un momento che dal punto di vista geo-politico non potrebbe essere più delicato.

Realismo, pragmatismo, dicevamo. Sono qualità che servono ad esempio a rendersi conto che la parola sovranismo non ha senso, soprattutto se ti chiami Italia. La nostra storia recente è quella di un Paese appartenente alla sfera d’influenza Usa. E dalle sfere d’influenza non si esce, quanto meno non per scelta propria. L’anti-americanismo del governo – soprattutto sponda M5s – in questo senso è un problema che a Washington hanno iniziato a cogliere. La nota del National Security Council – l’organismo massimo che regola tutte le questioni di sicurezza nazionale presieduto da Trump in persona -, che ci ha amichevolmente sconsigliato di siglare un’intesa con Pechino pena la perdita di “reputazione” dell’Italia a livello “globale”, è stata bellamente ignorata da chi ci governa e presto ne pagheremo il conto.

Perché una cosa è stringere un accordo con la Cina di natura commerciale, altra cosa è firmare un documento d’intesa vuoto dal punto di vista della sostanza ma dall’altissimo valore simbolico proprio nel momento in cui tra Washington e Pechino è in corso una guerra commerciale che ne nasconde una ben più grande di stampo geopolitico.

Qual è allora il rischio a cui il governo ci ha esposto sul breve-medio periodo? Più in generale quello di una rappresaglia americana. Per un Paese come l’Italia, che ha il suo debito pubblico al 133% del Pil e che dunque ogni anno ha necessità di piazzare i suoi titoli di stato sul mercato, irritare gli Stati Uniti scommettendo che tra alcuni decenni la più grande potenza planetaria sarà la Cina non è una mossa geniale, soprattutto considerando che i tanti elementi di instabilità che Pechino si porta dietro lasciano supporre il contrario.

Non ci si meravigli se un brutto giorno le agenzie di rating americane non riterranno l’Italia abbastanza “credibile” (ricordate la nota del National Security Council sulla “reputazione”?) declassandoci e facendo dei nostri bond “titoli di stato spazzatura”. Di più: le aziende italiane negli Usa (Fiat ma non solo) potrebbero essere esposte ad azioni di ritorsione anche mediatica da parte di un popolo, quello americano, che quando si tratta di tutelare l’interesse nazionale non è secondo a nessuno. Finita qui? Macché. C’è pure, ed è altissimo, il rischio di dazi che Trump, grande esperto del settore, potrebbe applicare sui prodotti italiani. La cosa comica, e allo stesso tempo tragica, è che chi ha partorito l’accordo dalla parte italiana lo ha fatto perché spinto da un ragionamento prettamente economico piuttosto che strategico.

Le ripercussioni economiche non sono però le sole che potrebbero verificarsi se gli Stati Uniti considerassero troppo spinte le relazioni che Roma e Pechino intratterranno nei prossimi mesi di trattativa che seguiranno alla firma del memorandum. Non è da escludere, infatti, che Trump riservi all’Italia lo stesso trattamento che ha minacciato di utilizzare nei confronti della Germania limitando lo scambio di informazioni tra intelligence. Significherebbe per l’Italia, Paese affacciato sul Mediterraneo, naturalmente esposto ai flussi migratori, e a rischio di attacchi terroristici sul proprio suolo, ritrovarsi all’improvviso senza la protezione del gigante che dalla Seconda Guerra Mondiale in poi ne ha garantito la sicurezza.

Non è uno scenario catastrofista: è una possibilità concreta. Non è soffice la nuova Via della Seta.

Può succedere in Italia

La strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, è uno schiaffo in faccia a quelli che per anni sono andati in televisione a raccontarci che “va bene, non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Bisogna capirlo una volta per tutte: la follia e l’ignoranza, l’estremismo e la violenza, non conoscono distinzione etnica o religiosa.

Il manifesto dei suprematisti bianchi entrati in azione nelle moschee neozelandesi è un concentrato di teorie tanto assurde quanto pericolose. L’errore che si deve evitare in questo momento è quello di scatenare una guerra tra bande. E’ innegabile che ci siano politici che soffiano sul vento della paura per ottenere consensi. Non è un caso che Trump sia citato come “simbolo della rinnovata identità bianca”, né lo è che la Merkel, che ha accolto in Germania centinaia di migliaia di profughi siriani, venga individuata come “la prima della lista” tra i nemici da abbattere.

Ci saremmo sorpresi se una strage simile si fosse verificata in Italia? No, onestamente. Perché chi semina vento raccoglie tempesta. E qui è in atto una bufera.

Quello che possiamo fare ora è non lasciarci vincere dalla tentazione di estremizzare un dibattito di per sé già esasperato. Questo però non significa rinunciare a chiedere a chi oggi guida il governo, a chi in questi mesi ha strizzato l’occhio ai razzisti, un’assunzione di responsabilità che fino a questo momento è mancata. L’islamofobia diffusa, la demonizzazione dei migranti, se non sono le cause dirette di stragi di questo tipo, sono almeno dei fattori che hanno inciso nel determinare la morte di decine di innocenti. Non i primi e purtroppo neanche gli ultimi.

Per questo motivo bisogna dire basta ad atteggiamenti mezzi e mezzi. Esempio concreto: è indegno che il presidente del Consiglio Conte abbia aspettato le 12:05 per twittare un messaggio di cordoglio. Lo è ancora di più che Salvini cinguetti di tutto ma non un pensiero di condanna per l’attentato.

Poi non meravigliamoci se i prossimi saremo noi.

Sovranisti made in China

Non è soffice la Nuova Via della Seta. Piuttosto è ricca di increspature e insidie, talmente tanto che Usa ed Ue, quelli che per decenni abbiamo considerato nostri alleati, sentono il bisogno impellente di avvisarci, di metterci in guardia.

Non prendetele come invasioni di campo. Consideratele sortite sorprese, sgomente, stupite di iniziative così stupide in serie, messe in successione una dietro l’altra da parte di un’Italia che fino a poco tempo fa era considerata partner affidabile, oggi variabile impazzita. Meglio: impazzita e basta.

Perché non era sufficiente perdere sei mesi di tempo con la Tav e bloccare una rete di collegamento che unisce l’Europa. Non era abbastanza la vergognosa neutralità sul Venezuela che strizzava l’occhio a Maduro. No, un governo che non riesce a mettersi d’accordo su nulla ha pensato bene di giocare alla politica estera e di infilarsi in un progetto infrastrutturale concepito dalla Cina per espandersi in Europa. Il perché non è noto. Ma di certo sottostimato.

Di Maio dice che si tratta di un accordo commerciale per “riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato”. Certo, tutto torna: è evidente che i cinesi abbiano investito fino a oggi diversi miliardi di dollari per consentire all’Italia di rifarsi sul piano economico. Chapeaux, anzi: risciò.

Salvini prova a scindere l’intesa economica da quella geopolitica. Come dire che i soldi non c’entrano nulla con le alleanze. Credibile. Come sulla Tav.

Resta una riflessione, al di là delle alleanze in discussione, del prezzo politico che finiremo per scontare in Europa e nel rapporto con gli Usa. Ed è quella di un doppio paradosso. Quello dei leghisti sovranisti che ci tolgono la sovranità, avallando una possibile invasione cinese. E quello dei pentastellati populisti, nel senso di principali sponsor della Repubblica Popolare Cinese.

Ci (s)vendono sulla Nuova Via della Seta. Noi speriamo sempre che prima o poi si ravvedano sulla via di Damasco.

Merci, Macron

L’intervista di Fabio Fazio ad Emmanuel Macron, per quanto accondiscendente possa essere stato il conduttore di Che tempo che fa – di cui continuiamo a rimpiangere enormemente la versione di Quelli che il calcio – ha messo in evidenza il dislivello politico e culturale tra chi oggi guida la Francia e tiene le redini dell’Europa, e chi invece in Italia semplifica tutto con slogan, selfie di nutella a colazione e frappe a cena (che non a caso al Sud vengono chiamate “chiacchiere”).

Macron ha capito che scendere sul piano del populismo sfrenato contro Salvini e Di Maio non porta risultati. La regola è quella che ogni stratega dovrebbe conoscere: se vuoi battere il nemico evita di sfidarlo sul suo terreno preferito. La contromossa in questo caso si traduce nell’accettare un esercizio più faticoso: spiegare pazientemente i problemi complessi di quest’epoca, quelli che attanagliano non solo l’Italia ma tutto l’Occidente.

Uno dei passaggi non a caso più interessanti dell’intervista di Macron è quello in cui ha ricordato che l’Europa non è un’isola. Le sue vicende sono condizionate da ciò che accade in Africa e in Medio Oriente. La paura dell’apertura che porta alla chiusura, la tentazione di sottrarsi ad una globalizzazione che avviene anche senza il nostro consenso, sono concetti ribaditi con forza ma senza arroganza in un’intervista che ha avuto il merito di far conoscere un lato inedito di Macron, quello di innamorato dell’Italia e di Napoli. Il richiamo ad Eduardo De Filippo, che per lui e Brigitte ha svolto il ruolo di Cupido, e quello a Stendhal, secondo cui “in Europa ci sono due capitaliParigi e Napoli” sono, per chi ascolta con malizia, un ruffiano tentativo di ingraziarsi il popolo partenopeo (perché mai? E a che scopo?), per tutti gli altri un orgoglio che bilancia il pericoloso disinteresse per le sorti del Meridione mostrato dal governo.

La mossa più intelligente di Macron, però, è stata forse quella di ignorare Salvini e Di Maio. Come si fa con i prepotenti per farli imbestialire: non gli si dà troppo peso. Problemi tra Italia e Francia? “Peripezie non gravi”. Tensioni che minano le relazioni tra alleati? “Non scherziamo. C’è Mattarella”. Ecco, è un lavoro di fioretto, non di sciabola. Ma è l’unico possibile per tenere l’Europa unita, per archiviare Salvini e Di Maio, derubricandoli ad incidenti di percorso.

Ringraziandola per la lezione di politica ai nostri (purtroppo) rappresentanti: merci, Macron.

Chi ha ragione tra Francia e Italia

La sensazione provata da milioni di italiani dopo la decisione della Francia di richiamare il proprio ambasciatore è più o meno quella che si provava dopo un litigio di quelli forti, da bambini, con l’amico del palazzo accanto. Ti costava pure ammetterlo, perché lui le voleva sempre tutte vinte, eppure sapevi in cuor tuo di esser stato prepotente, di aver sbagliato, di dover fare – se non delle scuse – quanto meno il primo passo per riportare la pace.

Ecco, così è Italia-Francia. E peccato non sia una partita di pallone. Lì, almeno fino a qualche anno fa, avevamo qualche occasione di dire la nostra. Questa volta no. Non abbiamo motivo di iniziare una guerra coi nostri vicini, se non quella che fa bene a Di Maio e Salvini (per ora): distogliere l’attenzione dai problemi più gravi che ci portano ad essere il fanalino d’Europa dal punto di vista della crescita.

Ma possibile, diranno i sovranisti coi paraocchi, possibile che anche quando ci “attacca” un’altra nazione voi preferiate schierarvi contro questo governo? Possibile, purtroppo. Perché il torto e la ragione non hanno bandiera. E se provochi, stuzzichi, attacchi, devi aspettarti prima o poi una reazione, non puoi stupirti.

Se vai ad incontrare il leader dell’ala più estremista dei gilet gialli, quella che un sabato sì e l’altro pure mette a ferro e fuoco Parigi, se lo fai senza neanche la correttezza di avvisare il governo locale di un incontro di natura politica, vuol dire che non solo ignori le regole basiche della cortesia istituzionale, ma che sei anche uno sprovveduto, un pericoloso sprovveduto.

Se fai campagna elettorale sui terroristi italiani in Francia, se invece di lavorare a livello diplomatico col tuo omologo ministro dell’Interno affinché ne faciliti l’espulsione, vuol dire che non solo di riportare questi criminali a casa non ti interessa più di tanto, ma che sei un doppiogiochista, un pericoloso doppiogiochista.

Se diffondi teorie bugiarde sul franco “coloniale”, se ti lamenti con gli unici che fino ad oggi avevano rispettato gli impegni di redistribuzione dei migranti nei vari casi creati ad arte dalla Diciotti in avanti, se il tuo Presidente del Consiglio ammette alla cancelliera tedesca che il MoVimento 5 Stelle ha deciso di prendere di mira la Francia perché altrimenti non sa come frenare il suo declino, allora devi aspettarti che dall’altra parte delle Alpi qualcuno prima o poi reagisca.

Vi beccate – e ci becchiamo – che la Francia non si prenda più i migranti che aveva accettato di prendere in segno di amicizia verso l’Italia, che Air France si sfili dal tentativo di salvataggio di Alitalia, che agisca con un atto forte, risoluto, antipatico ma obbligato, dal loro punto di vista giusto e, purtroppo, anche dal nostro.

Ed è proprio questo il fatto che più difficilmente vi perdoneremo: l’averci costretto a vergognarci dell’Italia, almeno di quella che voi rappresentate.