Analisi del discorso che Trump avrebbe dovuto pronunciare due mesi fa

Donald Trump ha parlato. Infine. Lo ha fatto perché ha capito di essere all’ultima spiaggia. Perché restare alla Casa Bianca da qui ai prossimi 12 giorni senza essere rimosso è l’obiettivo minimo che si è dato. Perché essere cacciato anzitempo dallo Studio Ovale rappresenterebbe un’umiliazione anche per lui che ha sempre interpretato le iniziative dei Democratici come delle medaglie da appuntarsi sul petto.

Da qui la scelta di intervenire con un video su Twitter – l’unico social che non gli è stato ancora bloccato – con parole che suonano come il massimo che il personaggio può offrire. Non vi aspettate lo stile di John McCain nella concessione della vittoria a Barack Obama, non lo troverete. Può sembrare una sfumatura, ma anche stavolta Trump non ha detto di essere stato sconfitto: è evidentemente più forte di lui.

Ecco il discorso integrale di Trump, con brevi intermezzi di commento. Per capire ciò che il presidente americano ha voluto dire (e non dire). Buona lettura.

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Vorrei iniziare affrontando l’atroce attacco al Campidoglio degli Stati Uniti. Come tutti gli americani sono indignato dalla violenza, dall’illegalità e dal caos. Ho immediatamente dispiegato la Guardia Nazionale e le forze dell’ordine federali per mettere in sicurezza l’edificio ed espellere gli intrusi. L’America è e deve sempre essere una nazione di legge e ordine“.

Primo passaggio, prima bugia. Ad ordinare l’intervento della Guardia Nazionale è stato il vicepresidente Pence. Da notare il riferimento alla nazione di legge e ordine, “law and order” nella dizione americana, uno degli slogan più amati ed utilizzati da Trump.

Ai manifestanti che si sono infiltrati in Campidoglio: avete profanato la sede della democrazia americana. A coloro che sono coinvolti in atti di violenza e distruzione: voi non rappresentate il nostro Paese. E a chi ha infranto la legge: pagherete.

Abbiamo appena vissuto un’elezione intensa e le emozioni sono alte. Ma ora bisogna raffreddare gli animi e ripristinare la calma. Dobbiamo andare avanti con l’interesse dell’America.

Questa è forse la frase di maggiore impatto politico: “Dobbiamo andare avanti”, dice Trump, lasciando intendere che la stagione delle recriminazioni sia da considerarsi conclusa. Sarà realmente così? Non credo.

La mia campagna elettorale ha perseguito con vigore tutte le vie legali per contestare i risultati delle elezioni, il mio unico obiettivo era quello di garantire l’integrità del voto. Facendo questo, mi sono battuto per difendere la democrazia americana. Continuo a credere fermamente che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare l’identità e l’idoneità di tutti gli elettori e per assicurare fede e fiducia in tutte le elezioni future.“.

Trump gioca di fioretto, sostiene che la sua azione si è mossa esclusivamente all’interno dei confini stabiliti dalla legge, prendendo così nuovamente le distanze dai riottosi. Si fa poi paladino della democrazia americana, senza rinunciare a sostenere che il sistema elettorale americano sia da rivedere. Onestamente, può avere le sue ragioni: ma perché nel 2016, quando ha vinto, questo sistema andava bene?

Ora, il Congresso ha certificato i risultati. Una nuova amministrazione sarà inaugurata il 20 gennaio. Il mio obiettivo ora è quello di assicurare una transizione di potere fluida, ordinata e senza intoppi. Questo momento richiede guarigione e riconciliazione“.

Per la prima volta dalla fine delle elezioni Donald Trump ammette che non ci sarà un suo secondo mandato. Notate bene: non c’è nessuna apertura di credito a Joe Biden, che non viene neanche nominato. Trump si limita a fare esercizio da notaio, osservando che dal 20 gennaio non toccherà più a lui.

Il 2020 è stato un periodo difficile per il nostro popolo, una minacciosa pandemia ha sconvolto la vita dei nostri cittadini, isolato milioni di persone nelle loro case, danneggiato la nostra economia e ucciso innumerevoli persone. Sconfiggere questa pandemia e ricostruire la più grande economia della terra richiederà la collaborazione di tutti noi. Richiederà una rinnovata enfasi sui valori civici del patriottismo, della fede, della carità, della comunità e della famiglia. Dobbiamo rivitalizzare i sacri legami di amore e di lealtà che ci legano come un’unica famiglia nazionale“.

Due cose: primo, Trump della gestione della pandemia si è praticamente disinteressato per mesi; secondo, Trump che invoca collaborazione è un momento più o meno storico. Anche qui c’è il tentativo di mostrarsi come un presidente che può rimanere benissimo in carica fino alla fine del mandato. Mi spingo ad azzardare un’ipotesi che al momento sembra impensabile, ma conoscendo il personaggio non mi sento di escludere del tutto. Ve la dico: e se Trump alla fine decidesse di presenziare il 20 gennaio all’Inauguration Day di Trump?

Ai cittadini del nostro Paese, servire come vostro presidente è stato l’onore della mia vita. E a tutti i miei meravigliosi sostenitori. So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all’inizio. Grazie, Dio vi benedica, e Dio benedica l’America“.

La chiosa, “il nostro incredibile viaggio è solo all’inizio”, è la conferma di quanto scritto ieri: Trump resterà in politica, in un modo o nell’altro.


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Quale futuro per Donald Trump, dopo l’assalto a Capitol Hill

Ci sono due modi per interpretare le mosse di Donald Trump: così è stato nei quattro anni di sua amministrazione, così vale per quanto accaduto ieri, nelle ore in cui il Campidoglio veniva preso d’assalto dai suoi sostenitori, poco prima aizzati dal presidente stesso con parole incendiarie a non arrendersi mai e a non concedere la vittoria all’avversario Democratico.

La prima opzione prevede di trattare Trump alla stregua di un pazzo, interpretandone atteggiamenti e parole come quelle di un uomo incapace di intendere e di volere. Un’ipotesi simile autorizzerebbe l’invocazione dell’ormai celeberrimo 25esimo emendamento, clausola che prevede che il vicepresidente e la maggioranza dell’esecutivo trasmettano al Congresso dichiarazione scritta nella quale sostengono l’incapacità del presidente di adempiere ai poteri e ai doveri della sua carica.

Tale scenario prevederebbe, nei 13 giorni che separano dall’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden, il temporaneo ingresso nello Studio Ovale di Mike Pence, l’uomo pubblicamente indicato da Trump come colpevole della sua mancata affermazione al Congresso.

Qui la strada biforca: se il presidente si opponesse al disegno del suo gabinetto, sarebbe il Congresso ad avere l’ultima parola.

Per spodestare un presidente sfiduciato serve la maggioranza qualificata dei due terzi alla Camera e al Senato. Ma per quanto molti senatori Repubblicani abbiano mollato Trump dopo i fatti di Capitol Hill, appare altamente complicato che in così pochi giorni si possa trovare una maggioranza bipartisan utile alla cacciata del presidente.

Molto più semplice per i Repubblicani attendere che la situazione decanti da sé: nella speranza che il tempo stemperi, così da salvare capra (la faccia del partito) e cavoli (l’elettorato trumpiano).

C’è però poi la seconda ipotesi: quella che Trump accetti la “punizione” che lo vede spodestato in favore di Pence in cambio di una contropartita.

Gazzettini da Washington descrivono il forte interesse di Trump ad ottenere l’assicurazione di una non meglio precisata forma di immunità. Forse dopo aver compreso che darsela da solo, e in maniera preventiva, è teorema legalmente fragile da sostenere.

Anche in questo caso, però, appare complicato che gli Stati Uniti possano prestarsi al disegno trumpiano. A maggior ragione dopo lo sfregio subito in diretta mondiale, le istituzioni americane perderebbero definitivamente la faccia se scegliessero di accettare il compromesso favorevole a Trump.

Eppure questo modo di agire rivelerebbe la seconda delle tesi iniziali: ammettere cioè che Trump pazzo non è, non del tutto quanto meno. E che gioca le sue mosse in funzione di un interesse che egli reputa il più alto: il suo.

Cosa farà Donald Trump?

Preoccupato dalle sorti dei suoi affari una volta abbandonata la Casa Bianca, terrorizzato all’idea di finire in gattabuia, Trump non può permettersi di lasciare la politica. Il suo consenso tra le masse dell’America profonda è l’assicurazione più grande per la sua immunità.

Nel secondo dei due tweet in cui invitava i facinorosi a tornare a casa e a non usare violenza, The Donald – oltre ad inserire frasi come “vi amiamo” e “siete speciali” – chiudeva il suo intervento con un minaccioso “ricordate questo giorno per sempre”. Espressione neanche troppo velata per sottolineare la sua presa sulla folla, la sua capacità di innescare alla bisogna una guerra civile nel Paese.

Ragionamento che gli apparati americani, lo stesso establishment che nelle ultime ore ha liquidato di fatto la presidenza Trump, sostituendolo anche nel ruolo di comandante in capo delle forze armate, ha presente al punto di valutare controproducente un’immediata resa dei conti, giudicata portatrice di un inasprimento ulteriore della faglia che divide le due Americhe.

Da qui la necessità di bilanciare parole di condanna a prudenza estrema. Per evitare la lacerazione definitiva del tessuto sociale a stelle e strisce.

Tattica che non impedirà a Trump di restare presenza immanente nella politica americana, presidente ombra durante il mandato Biden, quanto meno di una parte di Paese convinta delle sue motivazioni oltre ogni (ir)ragionevole dubbio.

Portandolo forse a creare un suo partito, un nuovo Partito Repubblicano a sua immagine e somiglianza. Consapevole che per quanto difficilmente con tale scenario gli sarebbero nuovamente spalancati i cancelli della Casa Bianca, allo stesso tempo potrebbe evitare almeno quelli di una prigione di stato.


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A chi fa comodo parlare di “virus inglese”

Leggere nelle pieghe della politica non è sempre semplice, soprattutto se i giornali smettono di fare il loro mestiere, piegandosi alla narrazione del main stream senza fare ciò che sono pagati per fare: cronaca. Da giorni le prime pagine sono occupate dalla notizia della “variante inglese” del coronavirus. Ed è giusto che sia così: una mutazione del virus è un potenziale (ribadiamo: potenziale) ostacolo sulla strada del ritorno alla normalità, è sacrosanto monitorare la situazione, rendere conto di ogni sviluppo.

Qui, però, da alcune ore sta succedendo altro: c’è chi parla di “virus inglese” (prima pagina di Repubblica di oggi), chi continua ad evidenziare dubbi sull’efficacia dei vaccini proprio pochi giorni prima del via alla campagna di vaccinazione, chi sostiene che il governo inglese abbia taciuto per mesi l’esistenza della mutazione, ma sul comportamento della Cina un anno fa ha perso magicamente la voce.

Il perché è presto detto: gli articoli dai toni allarmistici sono quelli che guadagnano più click. E’ così da sempre, figurarsi per una notizia che può impattare sull’andamento delle nostre vite. Ma c’è una ragione che è più sottile, di non immediata comprensione. La variante è inglese: non è tedesca o francese. E in questo momento l’Inghilterra non è un Paese “simpatico”. Sta uscendo dall’Europa con i piatti che volano da Londra a Bruxelles, e viceversa. Ha un premier, Boris Johnson, che viene considerato un folle dalle cancellerie del Vecchio Continente, una sorta di Trump europeo che in realtà ha in comune con l’originale soltanto la capigliatura e un certo gusto per le frasi ad effetto che mandano al manicomio gli amanti del politicamente corretto (BoJo è un uomo di cultura, lo stesso non può dirsi per Trump).

Attenzione, nessuno dice che un virus più contagioso non sia un problema. Anzi, più contagi significano inevitabilmente più morti. Ma questa precisazione va fatta, è nota a chiunque mastichi un po’ di politica estera, eppure sui giornali non trova spazio perché oggi va di moda buttare la croce addosso agli inglesi.

Ha dato fastidio il fatto che abbiano approvato con settimane d’anticipo lo stesso vaccino che noi approveremo (forse) oggi. Sono stati dipinti come pazzi da manicomio, imprudenti, alla fine la profezia di questo blog si rivelerà azzeccata: non erano impazziti, sono semplicemente arrivati prima. Così si spiega l’operazione di maquillage comunicativo, in un mondo in cui la comunicazione è tutto: la “variante inglese” diventa il “virus inglese”. Fantastici. Al provvedimento prudente, legittimo, giustissimo, di chiusura dei voli provenienti dal Regno Unito, si aggiunge lo stigma del “Paese untore”. Senza comprendere che la ruota gira, nel nostro caso è già girata: basterebbe aver letto il Global Times, il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, che nelle scorse settimane ha tentato di attribuire all’Italia, in particolare al Nord, la responsabilità della nascita del coronavirus.

Geopolitica del virus.

La verità, allora, probabilmente è un’altra: lo stop ai voli sarà una misura temporanea, destinata ad essere superata dalla cronaca, dalla realtà che prima o poi bussa sempre alla porta e stupisce solo chi ha fatto finta di non riconoscerla. Se la mutazione si è presentata in alcune regioni inglesi già a settembre, è chiaro che sia già presente all’interno dei nostri confini in maniera corposa. In questo senso i primi due casi identificati ieri ricordano terribilmente quelli della coppia di turisti cinesi che fece scoprire all’Italia l’esistenza del contagio. I buoi sono scappati.

Non mi meraviglierei se ad un certo punto si scoprisse che la variante inglese è quella predominante nella seconda ondata, anche in Italia. Ma fino ad allora, in attesa di riscontri, di parole di verità dalla scienza, l’unica in grado di fornirne, antenne dritte e occhi aperti: c’è chi ha tutto l’interesse a diffondere narrazioni strumentali. In questo caso: fa comodo a molti parlare di “virus inglese”. Adesso sapete perché.


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La Scozia toglie il sonno a Boris Johnson

In una interessante intervista concessa a “Repubblica”, il primo ministro di Scozia, Nicola Sturgeon, ha ribadito l’intenzione di chiedere un secondo referendum per l’indipendenza del Regno Unito.

Quando si celebrò l’ultimo, nel settembre del 2014, mi trovavo a Londra. Ancora ricordo la provocazione con cui Boris Johnson, allora sindaco della City, la mattina del voto augurò agli scozzesi una “sostanziosa colazione inglese“. Frase che è tutto un programma: paradigma della superiorità che gli inglesi ancora oggi credono di incarnare nei confronti degli abitanti delle “province” del Regno.

Il suo tracotante auspicio si tradusse in voti.

In quell’occasione il No all’indipendenza vinse infatti col 55%. E decisiva fu la spinta degli europeisti delle Highlands, all’epoca per nulla disposti a rinunciare alla costruzione europea che la permanenza nel Regno Unito garantiva.

L’Inghilterra minacciò infatti Edimburgo di essere pronta ad utilizzare il potere di veto di cui dispone ogni Paese dell’Unione nei confronti dei membri potenziali. Un po’ come dire: volete uscire dal Regno? Bene, ma non pensate di entrare in Ue: almeno fino a quando ci saremo noi.

Nel 2016, però, Brexit cambiò le carte in tavola.

Scambiato per un referendum volto a stracciare i vincoli brussellesi, Brexit è in realtà la risposta di Westminster alle tensioni che agitano ciò che resta del suo impero. Nel convincimento che uscire da un’architettura internazionale come quella europea, fisiologicamente di più ampio respiro, sia ciò che serve per stroncare sul nascere le spinte autonomiste dei vicini.

Ergere un recinto tra l’isola britannica e il resto del Pianeta, nella speranza di salvare l’unità del Regno: questa la strategia dei “Leavers”, di cui BoJo fu uno degli esponenti più in vista.

Il primo ministro d’altronde è ben consapevole che l’Inghilterra non può permettersi di rinunciare alla Scozia: lo impone la grammatica. Senza la protezione garantita dall’antica Caledonia, Londra perderebbe il sonno, sentendosi scoperta a Nord, esposta alle mire di una potenza ostile che potrebbe profittare dell’improvvisa assenza di profondità difensiva. Discorsi che rischiano di far sorridere gli analisti nostrani, calati in una dimensione post-storica che immagina la guerra come retaggio del passato.

Eppure sarà sempre più difficile respingere le richieste scozzesi. A maggior ragione se il prossimo maggio il partito di Sturgeon, il Partito Nazionale Scozzese (Snp), dovesse sfondare come sembra il 50% alle elezioni locali. Con Edimburgo che già immagina per sé un futuro diverso da quello della Catalogna: “Il nostro referendum dovrà essere legale, perché voglio che la Scozia indipendente sia riconosciuta dagli altri Stati, per poi poter rientrare in Ue”. Senza escludere di finire in tribunale per vedersi riconosciuto il diritto ad una seconda consultazione referendaria: “Non è quello che voglio. Ma certo potremmo essere costretti a forzare l’approvazione di un nuovo referendum denunciando il governo britannico alla Corte e iniziare la battaglia legale”.

Antipasto di uno scontro che potrebbe portare il Regno Unito sull’orlo di una guerra civile, trascinando con sé gli Stati Uniti dell’irlandese d’origine Joe Biden e quanto resta dell’Europa. Mandando di traverso quella ormai celebre “sostanziosa colazione inglese”.


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La passerella di Conte in Libia: quando la politica estera serve ad uso interno

Essere felici per la liberazione dei pescatori di Mazara non vuol dire di conseguenza essere costretti a lodare le qualità dello statista Conte. E viceversa. Sottolineare che la passerella a Bengasi potesse essere evitata non significa cercare la critica ad ogni costo. Al contrario, vuol dire raccontare la verità.

Così come scrissi per Silvia Romano, se mi trovassi in un angolo sperduto del mondo, ostaggio in mano a spietati assassini, vorrei che lo Stato cercasse di salvarmi senza badare a spese. Lo stesso trattamento desidererei per un mio caro. Per questo motivo stoppo in partenza le critiche di chi oggi si chiede quanto sia costato il rilascio dei pescatori ostaggio in Libia.

Ci sono Paesi, ad esempio gli Stati Uniti, che non trattano con i sequestratori. La loro logica è la seguente: basta una sola trattativa per rendere immediatamente bersagli delle bande di terroristi in cerca di riscatto tutti i cittadini americani sul Pianeta.

Il ragionamento fila, ma noi non possiamo meravigliarci di essere italiani dall’oggi al domani: siamo il Paese che ha escluso in partenza l’uso dello strumento militare nella crisi libica, perdendo così quel po’ di influenza che c’era rimasta nel nostro ex giardino di casa dopo la morte di Gheddafi, figurarsi se dall’oggi al domani la politica è in grado di autorizzare una missione così rischiosa, potenzialmente in grado di costare la vita degli ostaggi. Siamo realisti.

Ecco allora un falso dilemma: “Abbiamo pagato il riscatto anziché mandare i reparti speciali a liberare gli ostaggi, vergogna!”. Come sempre, c’è una via di mezzo.

Un governo che si rispetti – e che sia rispettato – avrebbe potuto ventilare ripercussioni a livello militare sulle fazioni capitanate da Haftar e chiedere l’immediato rilascio degli ostaggi. Perché non è stato fatto questo? Qui si ritorna al punto di partenza: perché Conte non vuole utilizzare lo strumento militare. Di più: lo ha spiattellato ai quattro venti. Risultato: chi volete che ci tema? Ciò significa che in tutti i contesti che ci vedono impegnati, in primis nel Mediterraneo, tutti o quasi si sentono in diritto di fare quel che vogliono agli italiani. Tanto paga Pantalone.

Altro falso dilemma in arrivo: credere quanto espresso finora non signfica neanche, come fatto ad esempio dal numero uno del Copasir, il leghista Volpi, scadere nei ringraziamenti circoscritti alla sola intelligence. Questo atteggiamento, soprattutto da parte di una figura istituzionale, significa mettere in difficoltà la nostra stessa intelligence che, ricordiamolo, non è né di Conte né della Lega, ma al servizio della Repubblica italiana.

Insomma, c’è chi politicizza in un modo e chi in un altro.

Però sapete, quando Rocco Casalino, portavoce del premier, risponde ai giornalisti che chiedono informazioni sulla missione in Libia con una scenografica geolocalizzazione dal suo smartphone direttamente dalla municipalità di Bengasi, nutrire il sospetto che dietro il viaggio del Presidente del Consiglio vi sia una spettacolarizzazione della missione non equivale a cercare la polemica ad ogni costo.

La foto da “Il Foglio”

No, è farsi domande, farle a chi ha le risposte, fare cronaca. Tentare di raccontare la verità al di là di quanto questo o quel portavoce vorrebbe rappresentare, al di là degli obiettivi che un premier vorrebbe suggerire: di fatto che il suo viaggio sia stato decisivo per il rilascio degli ostaggi. Questo non è un falso dilemma. Questo è falso e basta.

Si è trattato di una passerella.

Una passerella, con tanto di picchetto in onore della delegazione italiana, organizzata dal generale Haftar, aspirante dittatore di Libia, il cui principale sponsor è – indovinate un po’? – l’egiziano Al Sisi, lo stesso che ancora oggi rifiuta di collaborare sul caso Regeni.

Evviva i pescatori di Mazara: sono davvero felice che siano stati liberati, ma non ditemi che Conte è uno statista e che l’Italia ha una politica estera.


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