Harris vs Pence: zitto e mosca

Kamala Harris e Mike Pence hanno avuto un dibattito. E questa è una notizia. Nessuna rissa verbale, nessuna offesa personale, al bando gli insulti in diretta tv. I due candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti hanno dato una dimostrazione dignitosa, restituito all’America il gusto dello scambio di opinioni all’insegna del rispetto reciproco: quanto Donald Trump e Joe Biden non sono stati in grado di fare nel loro primo dibattito.

Verrebbe quasi da domandarsi: perché non loro? Cos’è mancato a Kamala Harris per vincere la nomination democratica? Cosa a Mike Pence per emergere tra i Repubblicani come un’opzione più credibile di Donald? Non sono quesiti all’ordine del giorno, ma è probabile che lo siano al più tardi fra quattro anni, quando una ripetizione del dibattito odierno potrebbe valere non più per il posto da “numero due”, ma per lo Studio Ovale.

Storicamente, i duelli tra vice non spostano una grande mole di voti: secondo i sondaggisti difficilmente si va oltre il punto percentuale. Ma il confronto fra Harris e Pence assume una connotazione diversa, che va oltre i numeri del consenso: fornisce all’elettore medio un’immagine chiara sulle due proposte politiche in campo. Antitetiche, inconciliabili ma, paradossalmente, entrambe profondamente americane.

L’elefante nella stanza è ovviamente l’operato di Donald Trump. Kamala Harris non si crogiola nel vantaggio che i sondaggi attribuiscono a Biden per giocare di rimessa: la miglior difesa è l’attacco. In questo il suo passato da procuratrice l’aiuta parecchio: quando vuole è incalzante, potente. E poi possiede il carisma che serve ad imporsi. Come quando Pence tenta di sovrastarla ed interromperla, e la democratica oppone un perentorio: “I’m speaking“, sto parlando.

Basta questo per zittire il pacato – non moderato, attenzione – ex governatore dell’Indiana, per ricordargli il rispetto delle regole concordate dalle rispettive campagne. E per consentire allo stesso Repubblicano di smarcarsi dall’atteggiamento irritante e infantile tenuto dal suo presidente per tutta la durata del dibattito con Biden. Ne guadagnano tutti: la godibilità del confronto in primis, l’immagine di Harris certo, ma anche Pence che, comunque vada, se davvero un giorno vorrà dare l’assalto alla Casa Bianca, avrà bisogno di aggiungere qualcosa di proprio alla definizione di “ex vice di Donald Trump“.

Il fatto che la frase più memorabile del dibattito sia questo semplice “sto parlando“, la dice lunga sulla capacità del duello di spostare voti: di fatto azzerata. Saranno in pochi a credere alla narrazione che Pence ha dato del ticket Biden-Harris, descritto come un’accoppiata di estrema sinistra, succube dell’ala di partito che fa capo a Bernie Sanders, costretta ad assecondare le sue istanze ambientaliste per sacrificare i lavoratori americani, in particolare quelli del Midwest. A disinnescare ogni retorica strumentale, più delle argomentazioni di Harris, sono i 47 anni di carriera politica di Biden: gli americani lo conoscono, impossibile descriverlo come un estremista.

Così com’è difficile ipotizzare che Harris convinca qualcuno che già oggi non voti per Biden sottolineando la mancata condanna dei movimenti suprematisti bianchi da parte di Trump. Per una semplice ragione: quattro anni sono stati abbastanza per conoscere il Presidente, su temi del genere gli americani, in un senso o nell’altro, hanno già fatto la loro scelta di campo.

Né deve meravigliare più di tanto il fatto che Pence abbia eluso, da navigato debater“, le domande più imbarazzanti. La moderatrice Susan Page, giornalista di Usa Today, ha sfornato ottimi quesiti: peccato si sia poi dimenticata di incalzare i candidati a rispondervi. Forse una maggiore insistenza avrebbe impedito a Mike Pence, ad esempio, di girare a vuoto su una delle questioni che più terrorizzano i democratici: l’ipotesi che Trump, sconfitto nelle urne, possa rifiutarsi di accettare l’esito del voto senza favorire un trasferimento di poteri pacifico.

Cosa resterà dunque, fra molti anni, di questo dibattito tra Kamala Harris e Mike Pence? Probabilmente una terza incomoda. La mosca che per 2 minuti e 3 secondi pressoché eterni ha esplorato la lucente chioma del vicepresidente americano, distraendo milioni di telespettatori alla visione, pronti a domandarsi se nel volo dell’insetto, nel suo indugiare proprio sul Repubblicano e non su Harris, vi fosse per caso una sorta di silenzioso messaggio in codice da decifrare o al più l’indizio di chissà quale complotto da svelare.

Per dire di come, in fondo, nessuno dei due contendenti abbia trovato il colpo del ko, il gancio che manda al tappeto il rivale. Clamorosa buona notizia, a pochi giorni dal voto, per chi può accontentarsi di gestire il vantaggio: in questo caso Joe Biden.

Clicca qui per gli highlights del dibattito.

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Trump e il virus: manuale di campagna elettorale per candidati infetti

Donald Trump sta meglio e nella più rosea delle ipotesi potrebbe essere dimesso addirittura oggi. Lo ha detto il suo medico, Sean P. Conley, un dottore che nelle ultime ore non ha certo brillato per onestà e chiarezza, ma ci sono buone ragioni per pensare che in questo caso le informazioni rilasciate dall’osteopata della Casa Bianca siano attendibili.

I problemi di salute di Trump sono stati in parte nascosti, in parte minimizzati. C’è chi si sconvolge per la mancanza di trasparenza sulle condizioni dell’uomo più potente della Terra, la verità è che essere il “comandante in capo” degli Stati Uniti comporta delle conseguenze. Prima di fare sprofondare nel panico una nazione ci si pensa due volte, almeno.

Quando Trump è arrivato al Walter Reed Medical Center non era ancora “out of the woods”, fuori dal bosco, come dicono gli americani per dichiarare una persona “fuori pericolo“. Queste sono le ore decisive per considerare The Donald se non guarito quanto meno sulla strada per esserlo. Si tratta di una buona notizia: anche per chi non ama le sue politiche (come chi scrive), anche per quella parte d’America e di mondo che ha esultato alla notizia del contagio invocando il karma.

Trump e la campagna elettorale da infetto

Qualcuno, subito dopo la notizia del contagio di Trump, ha invocato la sospensione della campagna elettorale da parte dei Democratici. Si tratta di “fair play“, dicevano. Non si vede perché Biden – che già aveva fatto ritirare tutti gli spot negativi sul presidente – avrebbe dovuto scegliere di penalizzare se stesso quando i Repubblicani nel frattempo non solo sguinzagliavano il vice Mike Pence e la figlia di Donald, Ivanka, ai quattro angoli d’America, ma soprattutto utilizzavano la degenza in ospedale di Trump come formidabile occasione per fare campagna elettorale.

Sabato Trump aveva pubblicato su Twitter un video di 4 minuti, un messaggio rivolto in particolare agli avversari interni e ai nemici esterni dell’America. Ieri il salto di qualità: Trump, scravattato come sempre, pubblica su Twitter un video di un minuto in cui ringrazia i suoi sostenitori. Ce ne sono a migliaia all’esterno dell’ospedale, pronti a fare il tifo per lui. Ma osservate bene il suo volto: non è più tirato come quello in cui annunciava il suo ricovero, ha anche riacquistato parte del suo proverbiale colorito arancione. E le braccia, le mani: le movenze sono quelle di sempre, se possibile più accentuate. Trump vuole comunicare forza, benessere, ottimismo: sorride, è disteso, spiega che “ho imparato molto sul Covid, questa è la vera scuola, non è la scuola del ‘leggiamo i libri’“.

Trump fa Trump, porta scompiglio, improvvisazione, spettacolo.

Il colpo di teatro lo porta all’esterno dell’ospedale: sale su “the beast“, la bestia, la macchina presidenziale super-blindata che si incammina su una strada transennata, sui cui marciapiedi sventolano bandiere americane e ali di folla urlano “four more years“, altri 4 anni. Trump, da dietro il finestrino, indossa la mascherina (e menomale!) e alza il pollice: come dire, “sto bene“. E sono qui tra voi. Con voi.

Non sappiamo come andranno le elezioni, e questo blog continua a credere che Joe Biden sarebbe un presidente migliore per gli americani e per i cittadini di tutto il mondo. Ma a Donald quel che è di Donald. La malattia avrebbe segnato il capolinea della campagna di qualsiasi candidato, a maggior ragione quella di un presidente che ha sottovalutato una pandemia, con oltre 200mila americani morti, di un uomo che ha rifiutato ogni forma di precauzione (sbagliando clamorosamente) e che ha finito per ammalarsi a sua volta. Ma le regole tradizionali del buon senso e della politica, applicate a Trump, non valgono. È la lezione del 2016, forse anche quella del 2020.

Il film della corsa alla Casa Bianca vive un nuovo capitolo, un altro colpo di scena che evita di rendere il finale scontato. Per chi ama l’America e la politica è davvero difficile chiedere di più.


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Il messaggio di Trump ai “raggi X”

Come sta il Presidente? Questa è la domanda da un milione di dollari a cui l’America e il mondo stanno tentando vanamente di rispondere in queste ore. La soluzione del quesito è custodita gelosamente dall’equipe medica del Walter Reed Medical Center, l’ospedale dei presidenti, oltre che dagli stretti collaboratori di Donald Trump. Uno, il capo dello staff Mark Meadows, dopo la conferenza stampa dei camici bianchi all’esterno dell’ospedale militare, ha incredibilmente comunicato ai giornalisti presenti – sotto richiesta di anonimato – che “non siamo ancora sulla buona strada per un recupero completo” e che le prossime 48 ore “saranno critiche“.

The Donald si è infuriato, com’è giusto che sia. Al di là della legittima richiesta di trasparenza da parte dell’opinione pubblica a stelle e strisce, Trump ha tutto l’interesse a tenere il più possibile riservate le notizie sulle sue condizioni di salute, almeno fino a quando – si spera – queste non miglioreranno.

Eppure è francamente impossibile mantenere a lungo il riserbo sulla malattia dell’uomo più potente della Terra. Non senza alimentare voci e speculazioni su uno stato di salute in rapido deterioramento. Trump così ha deciso di giocarsi il jolly, la mossa a sorpresa: un videomessaggio di 4 minuti e 2 secondi in cui ha parlato alla nazione per rassicurarla sul fatto che “ora sto molto meglio“, rispetto al giorno del ricovero in ospedale. Il biondo di Manhattan si presenta più pallido del solito, non ha il classico, esagerato, colorito arancione che nel dibattito di pochi giorni fa ha avuto il merito di far apparire Joe Biden fragile e malaticcio. Adesso il malato è lui, il Presidente, e l’ostinazione con cui i medici continuano ad evadere le domande sul fatto che Trump abbia mai avuto bisogno di sottoporsi ad una terapia di ossigeno ci dice che con ogni probabilità l’inquilino della Casa Bianca ha vissuto momenti complicati.

In uno scenario del genere, con una cartella clinica non immacolata, ragionamenti sulla “catena di comando” in caso di morte del presidente sono forse indelicati, ma di certo non inopportuni. Il vicepresidente Mike Pence è risultato negativo al tampone (per ora) ed è stato ovviamente allertato: nel caso anche lui fosse impossibilitato a prendere le redini della superpotenza si passerebbe alla speaker della Camera, Nancy Pelosi, la rivale democratica per eccellenza. Il quarto in linea sarebbe il Segretario di Stato, Mike Pompeo. Sono discorsi che sembrano fuori luogo, esercizi di fantascienza, ma rappresentano l’attualità più impellente, in chiave interna ed esterna.

Quando Trump in giacca e camicia bianca – senza cravatta d’ordinanza – dice che “io non potevo limitarmi a stare chiuso in una stanza e aspettare che succedesse quello che doveva succedere. Un leader deve affrontare i problemi. Dovevo fare qualcosa e questo è quello che andava fatto“, sta facendo chiaramente campagna elettorale. Giustifica il suo atteggiamento “rischioso” nei confronti del virus, prova a dare l’immagine del Presidente che non si è sottratto ai suoi doveri per il bene della nazione: è un messaggio che in una fetta di elettorato può fare breccia, ma è anche l’unico che può usare per motivare la sua condotta irresponsabile. La malattia, dunque, come arma di contrattacco verso il prudente – se non addirittura pauroso, nell’immaginario trumpiano – Joe Biden.

Ma The Donald parla anche ai nemici esterni, gli avversari che guardano al (semi)vuoto di potere come ad un’occasione da non perdere. Al di là degli auguri di pronta guarigione recapitati da Xi Jinping e Putin, Cina e Russia, con l’aggiunta dell’eterno nemico iraniano, sono gli osservati speciali dai vertici militari in queste ore. L’ipotesi che uno di questi soggetti, se non tutti, trovino coraggio di muovere le proprie pedine mentre il presidente è in difficoltà esiste. Al Pentagono lo sanno, alla Casa Bianca pure. Per questo Trump nel suo video ricorda a sé stesso ma soprattutto a chi è all’ascolto che “questa è l’America, questa è la nazione più grande e potente del mondo”. Si tratta di un concetto che trascende la presidenza attuale e quella dopo. E quella dopo ancora.

Mentre Trump combatte per la vita, un militare segue come un’ombra il vicepresidente Pence, il Segretario della Difesa Mark Esper e il suo vice David L. Norquist. Tra le mani tengono la cosiddetta “nuclear football“, la valigetta contenente i codici nucleari, pronti ad autorizzarne l’uso. Questa è l’assicurazione più grande che gli Usa danno a loro stessi, al loro primato sul globo, ma in tempi straordinari tutto è possibile. Che un presidente rischi la vita nel pieno del suo mandato, che nemici pensino di poterne approfittare. Che l’America sia preoccupata, pensando al futuro.

October Surprise: Trump positivo al coronavirus

Eccola, la sorpresa d’ottobre, l’evento imprevisto che promette di scompaginare ogni scenario, di ridisegnare ogni convinzione sulla campagna elettorale, addirittura di riscrivere la storia americana. Donald Trump e la First Lady Melania sono risultati positivi al coronavirus. Non è la prima volta che il contagio entra nella Casa Bianca, ma stavolta gli infetti sono i due inquilini che avrebbero dovuto essere tenuti al riparo da ogni rischio. Così non è stato, anche per manifesta sottovalutazione del problema da parte della coppia presidenziale.

Come sta Trump?Bene“, secondo quanto ha dichiarato il suo medico, Sean P. Conley. Nessuno però è ad oggi in grado di assicurare che il decorso della malattia sarà esente da complicazioni. Trump ha 74 anni, le sue condizioni di salute sono da tempo oggetto di discussione: lui stesso ha sempre rifiutato di rilasciare dettagli medici approfonditi, contribuendo ad alimentare le speculazioni che lo descrivevano malato o incapace di gestire la presidenza. L’unica verità di cui disponiamo al momento è che The Donald è l’uomo più potente della Terra, ma resta un uomo in età avanzata che conduce la sua battaglia contro un virus sconosciuto. Avrà bisogno di fortuna.

Come cambia la campagna elettorale dopo il contagio di Trump

Nessuno con un briciolo di serietà oggi può dire quale sarà l’impatto di questa notizia sulla campagna elettorale. Siamo in un territorio inesplorato: servirà procedere per piccoli passi. In questo senso possiamo già dire che tutti gli appuntamenti sull’agenda del presidente sono stati cancellati. Niente comizi, incontri, la macchina macina-voti dei Repubblicani è costretta a fermarsi. Quanto conta questo ad un mese dalle elezioni? In un contesto normale tantissimo: questi sono i giorni in cui i candidati cercano di massimizzare gli sforzi e mobilitare l’elettorato: Trump non potrà farlo. A rischio a questo punto è anche il secondo dibattito con Biden, quello in programma per il 15 ottobre: visto com’è andato il primo, non dovrebbe essere una grande perdita.

E se Trump si ammalasse?

Venire a patti con la notizia del contagio di Trump significa però spingersi anche oltre. Cosa accadrebbe se Donald fosse costretto a fare i conti con dei sintomi importanti? A fare testo sarebbe il 25esimo emendamento della Costituzione, che nella sezione III recita quanto segue:

Ogni qualvolta il Presidente trasmetterà al Presidente pro tempore del Senato e allo Speaker della Camera dei rappresentanti una sua dichiarazione scritta nel senso che egli non è in grado di esercitare i poteri e adempiere ai doveri della sua carica, e fino a quando egli non invierà loro una dichiarazione scritta in senso contrario, tali poteri e doveri saranno esercitati e assolti dal Vicepresidente in qualità di facente funzioni di Presidente“.

Questa è la cornice storica entro cui muoversi. Come ricorda il New York Times, l’emendamento in questione è stato utilizzato soltanto in tre occasioni: nel 1985, il presidente Ronald Reagan si sottopose a una colonscopia e passò brevemente il potere al vicepresidente George Bush, anche se non citò esplicitamente l’emendamento nel farlo. Il presidente George W. Bush lo invocò invece per due volte, trasferendo temporaneamente i suoi poteri al vice Dick Cheney durante la coloncopia cui si sottopose nel 2002 e nel 2017.

In questo caso, il passaggio di testimone avverrebbe fra Trump e il suo vice, Mike Pence, e in questo senso assume un interesse ancora maggiore il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza che lo vedrà opposto alla democratica Kamala Harris il prossimo 7 ottobre. Nella sciagurata ipotesi che anche quest’ultimo non fosse in grado di servire, il Presidential Succession Act prevede che a subentrare sia la speaker Democratica della Camera, l’antitesi trumpiana, Nancy Pelosi. Quando, mesi fa, i giornalisti chiesero alla Casa Bianca se avessero un piano per questa eventualità, l’addetta stampa Kayleigh McEnany rispose: “Non è nemmeno qualcosa di cui ci stiamo occupando. Stiamo mantenendo il presidente e il vicepresidente in buona salute e continueranno ad esserlo“. C’è da sperare sia così.

Le implicazioni politiche

Ad oggi è impossibile dire come reagirà l’opinione pubblica americana. Fino a pochi giorni fa, davanti a milioni di telespettatori, Trump ironizzava sul rivale Joe Biden e sulla sua “passione” per le mascherine. Ora qualcuno chiama in causa il “karma“, così come avvenne per Boris Johnson. La realtà è che il virus circola e chi non si protegge ha molte più possibilità di venirne colpito. Trump non fa eccezione.

Un presidente che dovesse sperimentare gravi problemi di salute potrebbe però superare perfino il tratto distintivo dell’amministrazione Trump: la divisione. Gli americani sono un popolo che nella difficoltà è in grado di compattarsi, di mettere da parte fazioni e partigianerie. Cosa significherebbe un Donald Trump ricoverato nel giorno del voto? Quanti deciderebbero di mostrare solidarietà al presidente votandolo? E quanti invece vedrebbero nella malattia l’esempio calzante del suo fallimento nella gestione del virus? Risposta: non lo sappiamo, nessuno lo sa.

Non corriamo: dobbiamo seguire i fatti, la cronaca, provare a raccontarla con lucidità. Questo 2020 è così. October surprise, ma che dico, 2020 surprise.


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Biden non perde, nel più brutto dibattito di sempre

Immaginate che un cittadino americano abbia vissuto negli ultimi quattro anni su Marte, senza alcun contatto con la Terra. Improvvisamente catapultato a Cleveland, sede del primo dibattito presidenziale fra Donald Trump e Joe Biden, costui avrebbe sperimentato un senso di smarrimento certamente maggiore di quello provato nella desolazione del Pianeta Rosso. Dov’è l’America? E quale dei due Paesi descritti dai candidati è quello reale? Non c’è un dato che metta Trump e Biden d’accordo, non un valore comune, non un solo momento nell’arco di 90 caotici minuti di confronto nel quale la fiducia nel futuro sopravanzi il rancore che trasuda dalla contesa.

La sensazione è che questo dibattito finirà per spostare pochissimi voti. Difficile che il confronto abbia modificato le opinioni precedenti sui due candidati. Trump ha impostato gli scambi alla sua maniera: tante interruzioni, rispetto per l’avversario inesistente, bugie. E poi ancora bugie. Niente da dire sull’efficacia del suo eloquio: quelli bravi direbbero che The Donald parla alla pancia dell’americano medio. E questo sembra fare quando propone soluzioni a portata di mano su tutti i temi. Il vaccino, l’economia, la gestione della pandemia: parlare di ottimismo è una forzatura. Siamo ben oltre, siamo al racconto delle favole.

E Biden? Biden è visibilmente a disagio con le continue – scientifiche – interruzioni del rivale. Per chi come lui ha sofferto di balbuzie e ancora incespica su alcune parole, il modo di fare di Trump è letteralmente un incubo. Ma quello che il biondo di Manhattan usa per attaccarlo, i suoi 47 anni in politica (“Ho fatto più io in 47 mesi che tu in 47 anni“, chapeau per il ghostwriter) è anche la migliore garanzia per restare a galla in una serata così importante: si chiama esperienza. Sorride, scuote il capo, prende lunghi sospiri, scoppia in grasse risate: Biden lascia intuire di trovarsi a proprio agio sul proscenio. Eppure è chiaro che non lo sia realmente. Non può esserlo perché siamo ben oltre il dibattito, siamo nel mezzo di una rissa verbale che il moderatore Chris Wallace è incapace di controllare.

Così è un attimo passare dai problemi delle famiglie americane a quelli delle proprie famiglie. Biden parla del figlio Beau, morto per un tumore al cervello, per sottolineare il suo rispetto per i militari: “Mio figlio ha servito il Paese in Iraq e le persone come lui sono degli eroi, dei patrioti“. Il Democratico chiama in causa gli scoop che raccontano la mancanza di rispetto del presidente per i militari morti in battaglia e attacca: “Mio figlio non è un perdente!“. Trump ne approfitta per parlare del figlio “problematico” di Joe: “Non conosco Beau. Stai parlando di Hunter? E’ stato cacciato con disonore dall’esercito perché si faceva di cocaina“. Siamo evidentemente oltre il limite, perciò non deve sorprendere che ad un certo punto anche Biden sbotti, definendo Donald come “un clown” e “il peggior presidente della storia“.

Inquietante è anche il capitolo dedicato alla regolarità delle elezioni. Trump parla già apertamente di brogli, evita apertamente di assicurare che in caso di sconfitta garantirà una transizione pacifica, lascia intendere che potrebbero trascorrere dei mesi prima di conoscere il nome del presidente eletto. E’ una profezia nefasta, ma molto meno dell’oscurità percepita attorno al rifiuto di condannare apertamente il suprematismo bianco da parte del presidente, che addirittura si rivolge ai “Proud Boys“, noto gruppo neonazista: “Proud Boys, state fermi e state pronti: qualcuno deve fare qualcosa contro l’estrema sinistra“.

Certo, Biden non è un brillante 40enne dal futuro radioso. Ha più vita alle spalle che davanti, ma la narrazione del vecchio confuso e incapace di sostenere la pressione alimentata in questi mesi da Trump ha fatto il suo gioco. Il Democratico ha retto l’urto del primo impatto, in alcune occasioni ha addirittura scorto il terreno per il contrattacco. Le incertezze della sua performance sono in fin dei conti accettabili: e lo deve in particolare al suo rivale, che aveva prefigurato di fatto una partita senza storia, abbassando le aspettative su Biden, incappando nel più classico degli effetti boomerang.

Quel che è chiaro è che Trump aveva bisogno di una vittoria netta per risalire nei sondaggi: non l’ha ottenuta. Biden non perde, dunque a suo modo vince.

Ma tornando all’americano arrivato da Marte dopo 4 anni di assenza sul nostro Pianeta: oh, quanta compassione dovremmo provare oggi nei suoi riguardi. E quante pacche sulle spalle dovremmo dargli, quante carezze tra i capelli per farlo addormentare, per convincerlo che quello a cui assistito era solo un incubo. E non il più brutto dibattito di sempre, realizzato a scapito della carne lacerata e infetta dell’America.


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