Errare humanum est

Papa Francesco

La casalinga che ha visto lo schiaffo del Papa al telegiornale. Il bambino che assimilava la figura di Francesco a quella di un nonno. Il parroco del paesino di provincia che del carisma del Santo Padre fa uno strumento di straordinario collante per la sua comunità. Perfino il cattolico non praticante, colui che pensa la fede come una questione personale, convinto che basti ascoltare in tv l’augurio domenicale di “buon pranzo” (con tanto di “z” sudamericana che diventa “esse”) e operare cristianamente per il resto della settimana, per sentirsi a posto con Dio. Ognuno di loro è rimasto a suo modo scosso dal gesto stizzito del Papa nei confronti della fedele che lo ha strattonato. Ma come? Il Papa? Davvero Francesco può provare sentimenti come rabbia, irritazione, malanimo? No che non può essere vero. Così tutti a pensare al prodotto di un deepfake, ad un video ritoccato da chissà quale diabolico grafico. O, in alternativa, a cercare negli occhi a mandorla della fedele esagitata, un motivo di cattiveria che andasse oltre la maleducazione. Qualcosa, qualunque cosa, che potesse giustificare in qualche modo quel gesto mai visto, quello di uomo in bianco che per “mestiere” deve rappresentare il Bene.

Il bello e il brutto di vivere nell’epoca dell’iperconnessione, dove tutto viene immortalato, ogni immagine scandagliata fino all’ultimo dei suoi pixel, è proprio questo. Abbiamo visto in diretta un gesto che fino a qualche anno fa sarebbe stato abilmente censurato. A conoscere quello scatto d’ira, un tempo, sarebbero state solo le poche persone nel raggio d’azione di Francesco. La fedele sgridata sarebbe tornata a casa con l’umore sotto i piedi. Al massimo qualche giornalista sarebbe venuto a conoscenza del fatto, ma ben si sarebbe guardato dal pubblicarlo, conscio del rischio di apparire blasfemo. Oggi che questa rete di protezione è stata tolta, i gesti del Papa – come quelli di tutti i leader – assumono una valenza ancora più importante.

Eppure si deve scacciare la tentazione di ridurre tutto il magistero di Francesco a pochi secondi d’irritazione. Gli attacchi strumentali, le prese in giro, le parodie onestamente poco riuscite, descrivono più di mille parole non lo sbaglio del Papa, ma chi le compie.

Attenzione, sarebbe allo stesso tempo un errore essere più realisti del re. Proprio il Papa ha regalato a milioni di persone in tutto il mondo l’immagine più rivoluzionaria del 2020. Quella del vicario di Cristo che con umiltà ammette il suo sbaglio e chiede scusa. Sì, il Papa è prima di tutto un uomo. Ed errare humanum est. Ma non tutti gli uomini sanno chiedere scusa.

Giuseppe Conte non vuole tornare a fare l’avvocato

Giuseppe Conte al Quirinale

Sul finire del 2019, mentre gli italiani sono ancora in clima natalizio, col nuovo anno alle porte, Giuseppe Conte sceglie di comunicare al popolo di cui si è auto-proclamato avvocato, che di tornare a fare l’avvocato con la toga non ha più voglia.

La svolta è di quelle importanti ed è la conferma di alcuni punti emersi negli ultimi mesi:

  • Conte non è il fantoccio che qualcuno aveva descritto in maniera troppo affrettata.
  • Conte è dotato di un carattere, o forse sarebbe meglio dire di un ego, non indifferente che lo ha portato ad apprezzare l’ebbrezza che solo il ruolo da protagonista sul palcoscenico politico regala. Dietro le quinte? Mai più.
  • Conte che dice “qualsiasi contributo mi troverò a dare sarà comunque in linea con la mia inclinazione che sabato ho esplicitato: sono un costruttore, non sono divisivo” si sta ufficialmente candidando a nuovo Prodi. La prospettiva è quella di nuovo federatore del centrosinistra, il leader di un rassemblement che abbia il suo interno il Pd e il MoVimento 5 Stelle. In questo schema molto lineare il nostro Azzeccagarbugli non tiene conto di due problemi: uno è Renzi, l’altro è Di Maio. Ce lo vedete il leader di Italia Viva a fare il porta-voti di Conte? Io onestamente no. E Di Maio, secondo voi, scalpita all’idea di consegnare a Conte le chiavi del MoVimento dopo essersi fatto portare via la maggioranza anche in Consiglio dei Ministri? Non credo.

Il passaggio che però più mi ha colpito nel colloquio con “La Repubblica” è un altro. Al già di per sé disarmante “non vedo un futuro senza politica” bisogna aggiungere il seguito: “Non mi vedo novello Cincinnato che mi ritraggo e mi disinteresso della politica“.

Ripeschiamo i libri di storia. Chi era Cincinnato? Tito Livio ne fa un esempio di “statista” dell’età repubblicana romana. Descrive questo console e dittatore come un uomo integerrimo, laborioso, votato alla causa pubblica. La storia narra che una volta esaurito il suo incarico, Lucio Quinzio Cincinnato (cognomen che significa “riccioluto”) rifiutò il secondo mandato e si ritirò nei campi. La situazione a Roma, però, senza di lui precipitò. Fu proprio nelle sue terre che lo trovarono i messaggeri inviati dal Senato: Cincinnato veniva infatti considerato l’unico in grado di ristabilire l’ordine. Vedendoli arrivare, l’uomo disse ironicamente: “Va tutto bene, vero?”. Da uomo delle istituzioni qual era, Cincinnato non poté sottrarsi al richiamo di Roma. Per ricevere gli ordini del Senato, però, necessitava di un abbigliamento consono all’occasione: per questo, mentre si ripuliva dal sudore e dalla polvere dei campi, chiese alla moglie di riprendergli la toga che aveva da tempo conservato. Compiuta la sua opera per Roma, Lucio Quinzio Cincinnato tornò alla sua umile vita agricola, rinunciando alla toga.

Quella stessa toga che, ai giorni nostri, è per Conte il simbolo di una professione passata, dimenticata, ritenuta inadatta a rappresentare al meglio la sua metamorfosi. Dice di non sentirsi indispensabile, ma preferisce la ribalta della vita pubblica all’umiltà dell’uomo di Stato. Conte ha ragione: non è Cincinnato.

Non è stato un “anno bellissimo”

Il volto rassicurante del premier Conte non ci rassicura. Il fatto che questo avvocato fino a poco tempo fa sconosciuto sia diventato nel giro di un annetto un papabile per la presidenza della Repubblica per il post-Mattarella è un dato inquietante: dà l’idea del vuoto politico in cui l’Italia è piombata, la dimensione di precarietà che viviamo.

La conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio a Villa Madama è stata l’ennesima conferma della maggiore qualità di Conte: ottimo dribblatore, mediatore capace di conciliare opinioni divergenti, anche quando le opinioni divergenti sono le sue.

Non c’è dubbio che rappresenti un esercizio complicato per chiunque, anche per il più abile dei prestigiatori, quello di far sembrare “normale” ciò che normale non è: e cioè che Giuseppe Conte guidi oggi un governo appoggiato dal Pd, dopo aver guidato per 14 mesi un esecutivo dove l’impronta della Lega era predominante. Il soprannome assegnatogli su queste pagine in tempi non sospetti, quell’affettuoso “Avvocato Azzeccagarbugli” sembra giorno dopo giorno il migliore per descriverne l’arte di muoversi e districarsi tra i meandri delle sue contraddizioni.

Qualche esempio. Non c’è dubbio che la politica tutta urla e hashtag #portichiusi messa in atto da Matteo Salvini abbia rappresentato un successo mediatico e un fallimento politico. Ma rivendicare i risultati positivi sui rimpatri oggi sotto la gestione Lamorgese, sconfessando il vecchio titolare del Viminale, non è quanto meno tafazziano per colui che, come recita la Costituzione, “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri“? Conte non era a Palazzo Chigi quando Salvini (mal)gestiva le politiche migratorie in nome del suo governo?

E non è un atteggiamento leggermente vigliacco – Conte non si arrabbierà – quello che rimanda ad un’indagine sui messaggi scambiati nelle chat Whatsapp o tramite mail per verificare se realmente ci sia stata una condivisione degli atti sulla gestione (sbagliata e disumana) della nave Gregoretti carica di migranti lasciati per giorni ad annaspare in mare aperto?

Ecco, al di là della capacità di Conte di svicolare dalle vere questioni, sorvolando sulle doti d’equilibrista che nessuno mette in discussione (bravo lui, meno gli altri che glielo consentono e ne fanno uno statista), fatto salvo per alcuni sprazzi d’orgoglio che qui abbiamo elogiato, sembra di notare una pochezza preoccupante in termini di concretezza. Eccetto per lo scongiurato aumento dell’Iva, non sembra che questo governo abbia risolto finora un problema che sia uno, raggiunto un risultato da consegnare ai posteri. Vittima della sua litigiosità, tenuto insieme dalla paura (legittima, ma da affrontare) che alla fine al governo arrivi Salvini, il Conte bis non è stato fino ad oggi nulla di indimenticabile. E per questo da dimenticare. Doveva essere un “anno bellissimo”. Forse lo è stato per Conte. Di certo non per l’Italia.

Addio Libia: come l’Italia sta perdendo il suo “giardino di casa”

il sito archeologico di Sabratha, in Libia

Per conoscere la storia bisogna averla letta. C’è un motivo se un bel giorno Erdogan ha annunciato l’invio di truppe turche in Libia a sostegno di Tripoli. No, il Sultano non è un filantropo, non è un paladino dei diritti umani, non si è improvvisamente innamorato di Fayez al-Serraj, il premier dell’unico governo riconosciuto dall’Onu. Il passaggio parlamentare che l’8 gennaio prossimo sancirà il dislocamento di soldati turchi, in carne ed ossa, in quel pantano che ufficialmente prende il nome di Libia, ma tutto è meno che una nazione, ha radici antiche. Bisogna tornare indietro di oltre un secolo, al tempo in cui le province di Tripolitania e Cirenaica rientravano tra i possedimenti dell’Impero Ottomano, il “grande malato d’Europa” avviato verso un inesorabile declino. Anno 1912: l’Italia giolittiana, appoggiata dalle altre potenze europee nelle sue pretese colonizzatrici, risolve in suo favore, non senza difficoltà, e soprattutto atrocità nei confronti delle popolazioni locali, il conflitto italo-turco.

Il gioco di sponda tra Serraj ed Erdogan

La visione di Erdogan al riguardo è chiara da tempo: favorire un rinascimento islamico sullo stile dell’impero decaduto e con la sua figura di Sultano al centro di questo schema. “Il mondo islamico, che ha reso Istanbul, il Cairo, Damasco e Baghdad centri di scienza e di cultura per secoli, può realizzare una rinascita degna della sua storia“. Non è un virgolettato inventato da qualche complottista, sono le parole pronunciate da Erdogan in persona, un monito che l’Occidente fino a questo momento non è stato in grado di raccogliere. La richiesta d’aiuto inoltrata ai Paesi “amici” da Serraj nei giorni scorsi per “attivare gli accordi di cooperazione in materia di sicurezza per respingere l’aggressione contro Tripoli di tutti i gruppi armati che operano al di fuori della legittimità dello Stato, al fine di mantenere la pace sociale e raggiungere la stabilità in Libia” è un messaggio funzionale all’entrata in gioco del “boss del quartiere”, quell’Erdogan che non aspettava altro che vedere autorizzata la sua incursione nel territorio libico.

La mossa disperata di Roma

Qui ha inizio un gioco geopolitico che come sempre vede l’Italia incapace di difendere il proprio interesse nazionale. La Libia, all’apogeo del regime fascista, veniva definita “la quarta sponda” d’Italia. Un prolungamento quasi naturale della Penisola. I tempi rispetto ad allora sono cambiati, ma ciò che accade a poche miglia nautiche dal nostro territorio ci riguarda direttamente. Non è soltanto il nostro “giardino di casa” ad essere a rischio. Per capire bisogna leggere alla voce Eni. Il Cane a sei zampe produce in Libia il 15% del petrolio. Circa un terzo del gas naturale prodotto dal gruppo è libico. Per non parlare della presenza del gasdotto Green Stream, che copre una parte delle nostre forniture. Questo è ciò che ci impone di guardare con apprensione agli sviluppi in Libia ma, a meno di un repentino cambio di strategia, il nostro ruolo è al momento quello di osservatori interessati con le mani legate dietro la schiena. I recenti contatti telefonici con la Russia di Putin da parte di Giuseppe Conte non sono un segnale di ritrovata centralità, il sintomo di un laborioso e proficuo attivismo, piuttosto sono da interpretare come una mossa disperata da parte di Roma, costretta a chiedere a Mosca che si faccia mediatrice dei diversi interessi in gioco, senza considerare che l’avanzata turca in Libia risponde proprio ad un ridisegno delle sfere d’influenza nel Mediterraneo, avallato dai russi col silenzio assenso degli Usa, che ci vede perdenti.

Il pacifismo da salotto di Luigi Di Maio

Non hanno aiutato in questo senso le mosse messe in campo dagli ultimi governi italiani nel post-Gheddafi. Dopo aver puntato tutte le fiches su Serraj, Roma ha pensato bene di diversificare il rischio tentando di farsi amico Haftar. Il generale a capo delle milizie di Tobruk era però già forte del sostegno della Francia, in questo momento storico tra le potenze più ostili ai progetti di espansionismo turco. Dalla parte di Erdogan giocano però due fattori non marginali: il primo è quello di rappresentare il confine fisico ad una potenziale “invasione” di migranti provenienti dalla Siria, motivo per cui nessuno in Europa ha il coraggio di urtarne la suscettibilità. Il secondo è la disponibilità ad inviare soldati dove più risulta utile alle esigenze progettuali del suo sultanato. La retorica del ministro degli Esteri Di Maio, secondo cui la soluzione in Libia dev’essere politica e diplomatica ma non militare, denuncia un pacifismo da salotto, anti-geopolitico, che rappresenta in questo momento la maggiore debolezza dell’Italia. Se non siamo disposti a prendere in considerazione la difesa dei nostri interessi nazionali perché qualcun altro dovrebbe essere disposto a fare il lavoro sporco per noi?

Quel dito medio di Umberto Bossi

Vidi Umberto Bossi per la prima e unica volta nella mia vita nel maggio del 2014. Stava seduto ai tavolini del Bar Giolitti, a Roma. Da solo. Bossi non era già più Bossi da tempo. Aveva perso la Lega, la faccia e la salute. La prima gli era stata portata via da Salvini, la seconda dalle inchieste che lo avevano travolto, la terza da un ictus su cui si è favoleggiato fin troppo. Teneva tra le mani un sigaro, il Senatur. Noi eravamo ragazzi. Capì che l’avevamo riconosciuto. Forse gli fece piacere. Alzò la mano, sempre tenendo stretto tra le dita il sigaro, fece un cenno. Salutò. Poi riprese a fumare.

C’era, in quella solitudine, un’immagine triste, per questo tenera. E lo dice un terùn, fiero. Per nulla offeso da quella frase che tanto scandalo sta sortendo oggi: ” Aiutiamoli a casa loro”. Come fossimo africani. Beh? Che c’è di male? Davvero saremmo felici se scattasse un piano di solidarietà nazionale per rimuovere il gap che porta i figli del Sud a rendere grande il Nord e la “mitica” e leggendaria Padania.

Non si può rispondere alle parole del Senatur senza saperne cogliere le provocazioni, sottili e spesse. La voglia di far parlare, ora che parlare è una fatica immane. Il piacere del ruggire, soprattutto adesso che qualcuno osa derubricarlo a miagolio.

Bossi sconvolge, spariglia. Crea immagini ben oltre il limite della scomunica, ma a volte pure visionarie. E allora, in tema di provocazioni, lasciatemi dire che preferisco il razzismo bossiano, ruspante, ma onesto, coerente, all’opportunismo falso di chi nel Sud vede solo una terra di conquista, da colonizzare. Ogni riferimento è puramente casuale.

Ecco, non vi indignate più di tanto, più del giusto. Guardate con empatia, pure da avversari, a quel dito medio con cui l’Umberto respinge l’idea di un funerale per la sua creatura, l’originale, la Lega Nord. Badate alla lucidità, intatta, dell’uomo che riconosce nelle Sardine un fenomeno da non sottovalutare (ma non per questo da abbracciare), apprezzate l’orgoglio e l’ironia di chi afferma che “Salvini non ci può imporre un caz*o“. E poi, se vi pare rivolgetegli, pure voi, un dito medio affettuoso e senza rancore. Statene certi, apprezzerà.