Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi

salvini camilleri

 

Gli inglesi dicono “out of the cup”. E non c’è dubbio che l’espressione in sé risulti più signorile del nostrano “farla fuori dal vaso”. Ma alla fine di Salvini si parla, e allora “prima l’italiano”, tanto il senso quello è: i toni esasperati sempre, le invasioni di campo continue, fino a quando anche l’alleato di governo dormiente – guarda un po’! – ad un certo punto si rende conto che ora no, ora basta, calmiamoci un attimo. Fermi tutti.

Il casus belli è lo sbarco al porto di Messina di una nave militare irlandese con a bordo 106 migranti. L’occasione per il Matteo di governo è troppo ghiotta per rinunciare all’attività della casa: l’annuncio roboante da dare in pasto ai social affamati di polemica. Ma al Salvini che pensa e parla da premier, al leghista che annuncia la volontà di portare “al tavolo europeo di Innsbruck la richiesta italiana di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo“, stavolta qualcuno risponde.

Lo fa il ministero della Difesa guidato dalla pentastellata Elisabetta Trenta, con una nota che non nasconde l’irritazione grillina e sottolinea la necessità che l’azione sia “coordinata a livello governativo, altrimenti l’Italia non ottiene nulla oltre a qualche titolo sui giornali“. Ed è in questo affondo, forse, che emerge la noia che Salvini inizia a suscitare un po’ ovunque.

Non teme nessuno. Fa il tuttologo. Sa di sbarchi e vaccini, di politica estera ed economica, di legittima difesa e vu cumprà. Non si fa troppi problemi a tirare in ballo il Presidente della Repubblica sulle sentenze contro la Lega. Mentre quello del Consiglio lo consulta a stento, e soltanto a cose fatte.

Polemizza con Tunisia e Malta, con Macron e Merkel, con l’Europa tutta.

Arriva persino a pungere un’istituzione culturale del Paese come Andrea Camilleri, di cui dice di amare i libri, meno gli insulti (quali?). Però stavolta Salvini ha esagerato: perché va bene che la Lega è solo Lega, non più Nord.

Ma che sotto l’ombrellone anche lui si sia messo a leggere il vigatese di Montalbano e Catarella: beh, pare quanto meno difficile.

Per questa onnipresenza onniscente della politica italiana dei nostri giorni, però, c’è una frase che da Camilleri possiamo estrapolare. Non serve comprendere il siciliano. Ci sono artisti capaci di creare un linguaggio universale, che oltrepassa i confini. Pure coi porti chiusi.

Sì, insomma: Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi.

Renzi è troppo (o comunque di troppo) per il Pd

renzi assemblea pd

 

Un fuoriclasse. E forse anche per questo inevitabilmente “fuori” dalla classe.

Il Matteo Renzi dell’Assemblea Pd è una spanna sopra gli altri, non c’è dubbio.

Ma è pure un po’ sopra le righe.

Renzi è il solito, insomma. È Renzi.

Ed è inutile chiedergli di cambiare, di mostrarsi diverso. Questo è, questo sarà. Un alieno in un mondo vecchio. Uno al massimo di centro, in un posto in cui si coltiva segretamente il ritorno dell’ideologia comunista.

Ma allora cosa deve fare? E perché non se ne va? La risposta alla prima domanda è una sola: lasciare il Pd al suo destino. Sul perché non lo faccia sta anche un tratto della sua personalità: il non volerla dare vinta a quelli che non vedono l’ora di dichiarare il Partito “liberato” da quello che considerano un dittatore.

Ma non può essere un problema di Renzi, se è troppo forte per essere spodestato dai comprimari che anche ieri lo osservavano con imbarazzo e fastidio. Sono gli stessi che speravano che le sconfitte elettorali lo avrebbero convinto a farsi definitivamente da parte; sono quelli che credevano sarebbe bastato rievocare l’Ulivo per convincere tutti che il renzismo era tramontato, passato, finito, “tiriamo dritto e a quello non pensiamoci più“. Macché.

Il punto è che poi quello arriva, col suo piglio pure un po’ arrogante, e a Roma si prende una standing ovation da comizio di piazza, piuttosto che da Assemblea deputata a comprare ancora tempo per un partito moribondo. Ne fa le spese il mite Martina, che con la sua maglia rossa e la sua cadenza sonnolenta ci prova a riscaldare la folla, a prendersi la scena che in fondo doveva essere sua. Ma è come entrare in campo al San Paolo di Napoli dopo Diego Armando Maradona: puoi fare quel che vuoi, non sarai mai il preferito del pubblico.

E sta forse in questo disallineamento tra ciò che pensano i dirigenti e ciò che sente il popolo, l’equivoco della convivenza tra Renzi e tutti gli altri, tra quelli che fischiano l’ex segretario e lui che ripromette battaglia: “Ci rivedremo al Congresso, riperderete il congresso e dal giorno dopo tornerete a criticare chi ha vinto esattamente come prima!“.  Sta tra il fatto che alla fine Renzi le primarie le vince, Renzi gli applausi li prende, e gli altri tutto questo non lo accettano, il partito renziano non lo vogliono e non lo vorranno mai.

Così non se ne esce. Perché se Renzi o chi per lui dovesse vincere le prossime primarie, il Pd si troverebbe al punto di partenza.

Altro che il cubo di Rubik. È un rompicapo senza soluzione.

Renzi è troppo. O comunque di troppo, per questo Pd.

Il solito Pd

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Sarà che alle presunte rese dei conti che alla fine si trasformano in tregua armata siamo oramai abituati. Oppure sarà che ciò che succede all’interno del Pd, oggi, non è poi così centrale come un tempo.

Del resto non si decidono più al Nazareno le sorti politiche del Paese. Come in un leggendario cimitero degli elefanti, le ossa della sinistra giacciono in un luogo di cui forse solo il popolo abbandonato conosce veramente l’accesso.

Ma il paradosso è che nonostante il terremoto degli ultimi mesi, nonostante lo smarrimento di milioni di elettori e le sconfitte elettorali inanellate in serie, a dispetto di un governo di destra (senza centro) che fa tremare non solo i deboli di cuore, il principale interesse degli astanti sia non tanto capire cosa diventare, chi rappresentare e in che modo. Piuttosto allontanare il momento finale, quello cioè in cui si capirà di chi sarà il partito nei prossimi anni.

Succede così che prima dell’Assemblea si facciano le ore piccole per tentare di trovare l’ennesimo accordo tra capi e capetti dimezzati che in realtà si odiano ed ogni cosa vorrebbero meno che parlarsi e stringersi la mano. In molti troppo deboli per imporre una linea. Alcuni incerti sulla strada prendere. Altri persino dubbiosi rispetto al fatto che il Pd sia ancora il partito giusto per dire la propria.

E allora la vigilia della non-resa dei conti, quella che dovrebbe confermare Martina segretario, diventa la stessa in cui Franceschini annusa l’aria per capire da che parte tira il vento, Orlando tenta di elaborare un pensiero in tempi che non siano biblici, Zingaretti si illude che bastino le buone intenzioni per imprimere un cambio di passo. Basterebbe chiedere a Renzi, ne sa qualcosa.

Dunque cosa resta se non l’immagine di una riunione di condominio in cui si litiga di continuo? C’è chi si lamenta dei rumori notturni, chi vuol cambiare il giardiniere che lavora poco e male, chi sbraita perché trova il proprio parcheggio sempre occupato. E alla fine nessuno che pensi allo stato complessivo del palazzo che intanto cade a pezzi. Mai qualcuno che alzi la mano e dica: l’unico modo per salvarci è questo qua, scommettiamo che vi convinco?

Forse la verità è che bisognerebbe ripopolarlo con gente nuova, il palazzo.  Ma in fondo lo sappiamo, no? È il solito Pd…

Il governo dell’asilo

salvini interno

 

Non è tanto la stretta sui richiedenti asilo, annunciata da Salvini con tanto di circolare inviata a prefetti e presidenti delle Commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale. Non lo è perché se esistono delle regole sulla concessione del permesso di soggiorno è giusto che vengano osservate. Certo, a patto che pure i “seri motivi” che la prevedono (privazione o violazione dei diritti umani nel Paese di origine) vengano tenuti in considerazione.

E non lo è nemmeno il fatto che il ministro della Salute Giulia Grillo, in vista dell’anno scolastico 2018/2019, annunci che per entrare in classe basterà l’autocertificazione, e cioè presentare alle scuole una dichiarazione sostitutiva delle vaccinazioni effettuate. Mentre prima era compito dell’Asl garantire la copertura vaccinale mediante una certificazione ufficiale.

Il punto è che questo è il governo dell’asilo. E il comune denominatore (asilo) non vale solo nel senso dei richiedenti e dei bambini in età (e anche dei più grandi) che saranno le prime vittime di questo esecutivo. No, è il governo dell’asilo come atteggiamento, come metodo e come caratteristiche.

Lo si capisce quando nel tritacarne del giorno, in assenza di atti concreti per migliorare la vita degli italiani, finiscono temi che dovrebbero vedere tutta la classe dirigente compatta.

Ma se non si è in grado di capire che i vaccini obbligatori sono al momento la via più breve e sicura per garantire la copertura più elevata, se non si esce dal malsano schema secondo cui “quelli di prima” hanno fatto tutto sbagliato, allora è chiaro che il governo sarà sì quello del cambiamento, ma così, tanto per. Cambiare per cambiare.

E allora eccola, la logica dell’asilo: un dispettuccio qua e un altro là. Ora si fa a modo nostro, oh!

Con tutto il rispetto per i bambini, di certo più reattivi nell’apprendimento dei nostri governanti.

Tria conta più della Triade

giovanni tria

 

Dicono che Giovanni Tria nutra una passione nemmeno tanto nascosta per il tango. Sostengono che dietro quegli occhiali da professore universitario noioso, da uomo grigio che sa solo far di conto, si celi in realtà lo sguardo divertito di chi la sa lunga. Pure più degli altri. Raccontano di un’autostima spiccata, di una personalità che il diretto interessato ama definire “creativa”.

Dicono, sostengono, raccontano di ingerenze quotidiane di Paolo Savona, dell’uomo che del dicastero dell’Economia è stato per giorni il titolare in pectore, ma che poco scalfiscono l’imperturbabilità del vero ministro di via XX Settembre. Tanto il suo turno per parlare prima o poi arriva sempre. E allora si percepisce tutto lo scarto tra Tria e la Triade: Salvini, Di Maio e Conte. In quest’ordine gerarchico.

Ma la differenza rispetto agli attori che si prendono ogni giorno la scena, Tria la marca non solo nello stile, ma soprattutto nella sostanza. Le parole pronunciate dinanzi alle commissioni economiche riunite di Camera e Senato sono calibrate con cura, non c’è non detto che non sia voluto.

Così il mancato riferimento alla riforma della Fornero e all’introduzione della quota 100 è la conferma che il sistema pensionistico non si può toccare.  Mentre la costruzione dei due pilastri economici dei programmi di M5s e Lega, reddito di cittadinanza e flat tax, è ancora all’impalcatura iniziale. Non è un caso che Tria parli di “task force” incaricate di studiare la fattibilità dei due provvedimenti. Piuttosto è la prova che si proseguirà sulla strategia degli annunci a costo zero ancora a lungo, dal momento che di soldi per mantenere le promesse non ce ne sono.

Ma è il paradosso più paradossale di tutti, però, che proprio Tria – l’uomo forse coi piedi più saldati al terreno di tutto – venga già osservato come un intruso dai due vicepremier, da quei Salvini e Di Maio che di questo amico di Brunetta avrebbero volentieri fatto a meno; da Conte stesso, che per qualsiasi passo deve prima citofonare Tria, salvo tornare a Palazzo Chigi con la coda tra le gambe, sempre più conscio che spetterà a lui metterci la faccia quando sarà chiaro che le promesse degli uomini che lo hanno scelto come frontman silenzioso del governo sono semplicemente irrealizzabili.

Ma Tria ciò che lo attende lo ha già messo in conto, lui che i numeri li consulta da mattina a sera. Sa che alla fine se la prenderanno con lui, quando per un motivo o per un altro dovranno decidere di far saltare il governo. Si scaglieranno contro il più normale di tutti, per provare a giustificare le loro bugie. Sceglieranno di colpire l’economista che dice no alle capriole sulle finanze pubbliche, piuttosto che svelare il loro bluff .

Perché Tria, l’uomo che vale più della Triade, sa bene che un conto è essere creativi, un altro fare miracoli.

 

Sì, Roberto un po’ è Fico

roberto fico

 

Non sono mai stato un estimatore del M5s. E se Roberto Fico è il capo della sua ala ortodossa – di quella cioè che più strettamente ne osserva i precetti – allora capirete bene come non sia neanche un fan storico del Presidente della Camera.

Sono inoltre un amante dello stile classico: il fatto che la terza carica dello Stato, in visita istituzionale, giri per l’Italia con maglietta, smanicato e collanina mi disturba. Così come mi irrita chi strizza l’occhio al popolo con gesti mediatici e basta. Esempio: primo giorno alla Camera? Ma sì, vado in autobus.

Una premessa che è d’obbligo per chiarire che chi scrive Roberto Fico non lo ha mai particolarmente apprezzato. Ma credo si debba essere intellettualmente onesti per ammettere che non tutto ciò che ha il marchio 5 Stelle sia un fake. Ad esempio è stato vero e tangibile il dissenso espresso da Fico sulla linea del governo e dei migranti.

Magari un dissenso interessato, volto ad accreditarsi sempre più come l’alternativa “sinistra” rispetto a Di Maio. L’ancoraggio al passato rispetto alla svolta destrorsa del capo politico grillino, infatuatosi di Salvini – o forse ancora di più del “sentiment” del Paese – al punto da catalogare le parole del compagno di MoVimento come punti di vista personali che neanche di un millimetro sposteranno la linea del governo.

C’è la possibilità che Fico abbia usato i migranti, dal luogo simbolo di Pozzallo, per iniziare la scalata alla leadership di un grillismo diverso. C’è il concreto rischio che l’ascia di guerra sotterrata tra due “mai amici” sia destinata ad essere dissepolta, che l’abbraccio d’inizio legislatura non sia stato altro se non un’illusoria tregua armata, preludio non di un armistizio, ma di un conflitto feroce che promette di dilaniare il MoVimento.

Non si può escludere, però, che dietro le richieste di Fico che invoca sull’immigrazione un atteggiamento imperniato su “intelligenza e cuore”, ci sia in realtà una volontà di esporsi priva di doppi fini. Quella di chi crede che con le urla e le minacce si ottengono soltanto caos e morti, di chi pensa che chiudere i porti non farà che continuare ad isolarci, di chi preferisce al bullismo fine a se stesso un buon senso che prima o poi da qualche parte porterà.

Ecco, se queste parole sono il frutto di un coraggio non banale, soprattutto in un MoVimento in cui il dissenso viene tollerato malvolentieri, allora il Presidente della Camera guadagna qualche punto.

Sì, Roberto un po’ è Fico.

Ha ragione Berlusconi, sui migranti e sull’Europa

berlusconi sorriso

 

Lo rimpiangono in tanti, in Europa. E in Italia qualche altro sta iniziando. Era meglio Berlusconi, ripetono sottovoce. Perché alla fine il pregiudizio resterà sempre. Pochi avranno il coraggio di dirlo pubblicamente. Ma il nemico di un’epoca non era il demonio che tutti dipingevano.

Basta leggere la lettera sull’Europa e sui migranti inviata al Corriere da Berlusconi in persona, per rendersi conto che alzare la voce come fa Salvini non serve. Andare al muro contro muro, se la tua parete è la più debole, a cosa serve se non a farti crollare?

Il Cavaliere scopre una terza via, tra il buonismo e il cattivismo. Si possono aiutare i disperati, senza rimetterci. Si possono difendere gli interessi nazionali, senza per questo isolarsi.

Per questo motivo, se è vero che “il nostro Paese non è più disposto ad essere il ventre molle d’Europa, e a doversi far carico da solo dell’emergenza migratoria, in nome di una retorica dell’accoglienza tanto astratta quanto pericolosa“, d’altra parte lo è pure che “se può essere giusto battere i pugni sul tavolo, anche a difesa della dignità nazionale, la politica estera del nostro Paese non può ridursi ad un’esibizione muscolare che non saremmo neppure in grado di sostenere“.

L’uomo di Arcore enuncia un principio di realtà: “Senza l’Europa, o contro l’Europa, i problemi si aggravano, non si risolvono“. Un messaggio diretto prima di tutti a Salvini, soprattutto quando Berlusconi ricorda che “non tutti coloro che sembrano difendere i nostri stessi principi sono in realtà nostri alleati“, con espresso riferimento al blocco di Visegrad e al tedesco Seehofer (gli amici di Salvini), proprio gli stessi che si oppongono al ricollocamento dei migranti che arrivano in Italia.

Buon senso, realismo, moderazione, dignità, europeismo. Cinque concetti semplici, che appaiono oggi rivoluzionari.

Anche su queste basi si fonda la differenza tra Berlusconi e Salvini, tra politica e propaganda, tra centrodestra a guida moderata e centrodestra a trazione leghista.

Un esempio lampante di come non sempre, nella vita, la via nuova sia preferibile alla vecchia.

Gentiloni vuole rifare l’Ulivo coi 5 Stelle: auguri!

gentiloni

 

Chi nasce gregario difficilmente morirà leader. D’altronde una ragione ci sarà se per tanti anni il mediano ha fatto il mediano, e non il goleador. Avrà gambe diverse il ciclista che vince il Giro d’Italia, dal fido compagno di squadra che ha il compito di proteggerlo dal vento e di portargli le borracce.

Basta rendersi conto dei propri limiti, non cedere alla tentazione di credere a chi d’un tratto ti dipinge come il capo che da sempre s’aspettava, il federatore nato, l’uomo del destino e via dicendo.

Così pare complicato pensare ad un Paolo Gentiloni nuovo leader del centrosinistra. Anche perché di “nuovo”, nella mente del pacato Paolo sembra esserci ben poco.

Ad esempio non è una novità la volontà di “allargare” il campo, di tessere trame che intreccino una rete che contenga tutto quel che a destra non è. E allora fatto fuori Renzi con quel “dobbiamo cambiare tutte le facce”, non sarà un problema reimbarcare la ditta disciolta confluita in LeU, da Bersani a D’Alema, che della crisi della sinistra è stata se non artefice principale quanto meno co-protagonista.

Si inseriranno poi richiami al mondo ecologista: torneranno i Verdi. Non se ne andrà Nencini, a significare che il socialismo vive e lotta insieme a noi. Si proveranno a recuperare almeno una falce e un martello, per far sì che gli echi di un vecchio mondo attirino magari qualche nostalgico.

E poi ovviamente il Partito Democratico, il Pd che “deve rinascere”, che “tutto deve fare tranne morire”. Al quale potrebbe affiancarsi, secondo i piani del compassato Gentiloni, magari una neo-formazione centrista – più ambiziosa di quella di Tabacci e Bonino – capitanata (chissà) da Calenda in persona.

Da sinistra al centro, insomma, il vecchio centrosinistra.

Gentiloni vuole rifare l’Ulivo.

Come se in questi anni non fosse successo niente. Come se fosse possibile archiviare sconfitte e schiaffi sonanti con alleanze e ammucchiate.

Senza considerare che la prospettiva che oggi Gentiloni non pare disdegnare è quella di un’intesa con il M5s o almeno con una sua parte. Con quella che alla fine del flirt con Salvini sceglierà vanamente di rappresentare la sinistra, dopo aver fatto parte – chissà per quanto – di un governo di destra.

Forse era lecito aspettarsi una proposta migliore. O forse no. Alla fine se la gente ha portato al governo M5s e Lega non è solo per merito di Di Maio e Salvini…

Sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

renzi pd

 

Non una parola, uno spot elettorale, un comizio nei comuni chiamati al voto. Eppure qualcuno ancora tira in ballo Renzi, per spiegare la sconfitta del centrosinistra ai ballottaggi. Come se alla fine il capro espiatorio debba essere sempre e comunque lui, l’ex segretario, l’estraneo, l’usurpatore della ditta.

E allora cerchiamo di uscire, una volta per tutte, dalla falsità dilagante di chi dice che Renzi è l’origine di tutti i mali. Semmai è vera una cosa: Renzi ha un peccato originale (oltre a quello – forse – di non essere di sinistra), quello di aver politicizzato un referendum e, dopo averlo perso, non aver resistito alla tentazione di ripresentarsi quasi subito, dopo aver promesso l’addio alla politica.

Sarebbe forse bastato saltare un giro di giostra, per rendere evidente a tutti che lui, del centrosinistra, è stato in realtà un valore aggiunto. Perché sono pochi, in Italia, i leader che spostano voti: oggi più di tutti Salvini,  ancora ancora Berlusconi, in passato Prodi, per un breve periodo anche Veltroni. E c’è pure Renzi. Nonostante tutto. Nonostante gli errori che pure ci sono stati, la maggior parte dei quali dettati da un carattere fumino e poco propenso ad ascoltare consigli. Come tutti i capi.

Non lo sapremo mai, ma possiamo affermare con certezza che il Pd a guida Gentiloni sarebbe andato meglio di quello renziano alle elezioni del 4 marzo? Lo stesso Gentiloni che si è speso in Toscana per i ballottaggi, finendo travolto dalla marea leghista. E a poco o nulla servono i sondaggi sulla popolarità del pacato Paolo al governo. Gli italiani lo hanno gradito perché non lo hanno sentito. Non ha dato fastidio. E’ rimasto lì, ha fatto il suo. Non suscita odio né passioni.

Ma non può essere colpa solo di Renzi, se Martina non ha il carisma per superarlo, se Veltroni non ha il coraggio di tornare, se Prodi è ancora offeso per i 101 franchi tiratori, se Gentiloni ha paura ad esporsi, se Bersani si è smacchiato da solo. Se il Pd è il luogo dei litigi, se la sinistra alla fine s’è persa.

Nei giorni in cui il Pd dimostra la sua impossibilità di esistere, con Zingaretti che prende la rincorsa per le primarie, Orlando che dice meglio di no, Calenda che supera il partito e ne lancia un altro, Franceschini che ancora deve scegliere quale sia il capo da pugnalare stavolta, dico, in questi giorni, sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

La sinistra notte della sinistra italiana

siena

 

La prima a cadere è Massa. Poi tocca a  Pisa. Subito dopo a Siena.  La Toscana rossa non esiste più. Crolla, come un fortino a cui siano state abbattute tre torri. Il nemico che viene da lontano è un lombardo che accarezza le paure del popolo e le rende illusioni. Si chiama Matteo Salvini e ha in questo momento più di tutti il polso del Paese. Sa come accelerarlo, sa come gestirlo.

La chiamano luna di miele, si convincono che prima o poi quest’incubo finirà. Ma non c’è niente di provvisorio in un cambiamento che segna un’epoca. Vince la destra – e non il centrodestra – dove mai aveva vinto nel Dopoguerra. Significa che forse la sinistra italiana è morta davvero. Che pensare di rianimare il Pd presentando alla sua guida Paolo Gentiloni è come sperare di risvegliare la bella addormentata nel bosco con il bacio di un ranocchio, mica di un principe.

Litigi, divisioni, faide e guerre personali. Fino a quando lo spirito del tempo non ha travolto tutto e tutti, fino a quando le paure della gente hanno detto basta: proviamo altro, quelli di prima non valgono più.

La Toscana e l’Emilia, le “roccaforti rosse” inespugnabili, sono figlie di un’epoca che da ieri è passata per sempre.

Nella sinistra notte della sinistra italiana è successo questo: l’orologio è andato avanti. Siamo nel mondo nuovo.