Gilet azzurri, perché Berlusconi è ancora un genio

Come se ad un tratto fosse uscito dal letargo comunicativo che è fisiologico della sua età. Perché Silvio Berlusconi è figlio di una generazione non abituata a twittare sul pane e nutella, non dà la “buonanotte, amici”, non manda “bacioni” e non spande “vi voglio bene” a raffica sui social. Ma Berlusconi è pur sempre Berlusconi. Se vuol mandare un messaggio chiaro, diretto, il messaggio arriverà chiaro, diretto. E in questo caso assume i contorni di pettorine blu che invadono la Camera, di gilet azzurri alla maniera dei gilet gialli, ma non violenti, sia chiaro.

E da qui si ha la conferma che Berlusconi avrà perso voti, ma non lucidità di pensiero. Perché è vero che qualcuno in Italia aveva provato ad esportare qualcosa della protesta anti-Macron. “Saremo i gilet gialli italiani”, avevano azzardato alcune categorie di lavoratori, ad esempio gli Ncc, in risposta alle prime promesse tradite del governo. Ma Berlusconi colora le pettorine di azzurro e non le lascia vuote.

Le marchia col suo mantra preferito: “Basta tasse”. E ancora: “Giù le mani dalle pensioni”. Oppure: “Giù le mani dal no-profit”. Concetti chiari, semplici, mirati, capaci di unire tutto l’arco parlamentare che non sia grillino o leghista.

Perché poi, diciamocelo chiaramente, i gilet azzurri, comparsi in Aula il 29 dicembre, sono anche i primi segnali del 2018 di vera opposizione di Forza Italia alla Lega. Sì, va bene l’eroico Brunetta, che da tempo ricorda a tutti che Salvini ha tradito. E d’accordo, quasi sempre FI ha votato contro l’esecutivo. Ma un conto è l’attività parlamentare, altro conto è Berlusconi che chiama la piazza.

Come se avesse finalmente capito il gioco di Salvini, come se fosse venuto a patti con l’idea che il 4 marzo è stato sì un incubo, ma purtroppo non un’illusione. I gilet azzurri sono la presa d’atto che il centrodestra modello ’94 è finito per sempre, accoltellato dall’uomo-felpa. E sono anche la prova che l’uomo di Arcore è passato all’opposizione, per davvero. Che il vento non gonfia più le vele del governo come prima, che di spazio per mettersi di traverso ce n’è, ce ne sarà. Che Berlusconi è ancora un genio.

Di Maio e Salvini, via le felpe degli italiani

Della “felpa” come strumento di comunicazione politica Matteo Salvini è stato l’ideatore. Al completo giacca e cravatta degli statisti ha sostituito il messaggio dell’uomo di strada, l’omaggio locale alla città di turno che si apprestava a visitare (e conquistare). Poi è arrivato il salto di qualità securitario. Non solo felpine con la scritta “Milano” o “Piasenza”. L’uomo che deve difendere l’Italia dagli immigrati e dai criminali deve identificarsi con le forze dell’ordine. Da qui le sfilate con la maglia della polizia di stato, il cappello della Marina, la polo della Brigata San Marco, il giubbotto dei vigili del fuoco. E chissà quanti altri ne dimentico.

Di Maio, che da qualche tempo a questa parte ha iniziato a copiare le strategie social del collega di governo (ne sono un esempio le liste bugiarde su Twitter sulle cose fatte e non dall’esecutivo), si è presentato ieri in Sicilia con la felpa della Protezione Civile suscitando la forte reazione di Guido Bertolaso, l’uomo che ha affrontato in maniera eccellente l’emergenza del terremoto dell’Aquila e che ha pagato con accuse infamanti (poi smentite) la sua amicizia con Silvio Berlusconi. In qualità di ideatore di quel logo, e in relazione alle tante critiche rivolte in questi anni alla Protezione Civile proprio da Di Maio e soci, Bertolaso ha invitato il vicepremier a togliersi quella felpa.

Può sembrare un elemento marginale, ma non lo è. Si tratta di simboli, di una comunicazione deviante. Se Salvini e Di Maio svolgessero il loro ruolo da ministri come uomini delle istituzioni, nel senso di esponenti super-partes, allora non ci sarebbe nulla di male nel vederli vestiti con le divise dei corpi dello Stato. Trattandosi però di politici che alla campagna elettorale permanente non hanno rinunciato neanche adesso che sono al governo, il discorso cambia.

Se proprio ci tengono tanto, però, potrebbero lanciare una linea di abbigliamento. Per il Black Friday avevo proposto la nascita del negozio “Sovranisti&Populisti”. Non sono tanto sicuri di voler fare società per sempre o nemmeno per 5 anni? Allora diano mandato di disegnare le rispettive polo, camicie (anche scure ma al massimo verdi), scarpe e magliette di M5s e Lega. Ma lascino in pace le felpe degli italiani.

Un vasetto di Nutella lo “seppellirà”

Ha una capacità non da poco, Matteo Salvini: quella di far rimbalzare i suoi errori e le sue mancanze sui propri avversari. Come un pallone tirato contro il muro: torna sempre indietro. Così se il ministro dell’Interno nel giorno di Santo Stefano “se ne frega” (per usare un’espressione a lui cara) del terremoto a Catania e dell’uccisione del fratello di un collaboratore di giustizia al quale lui – proprio lui – avrebbe dovuto garantire la sicurezza, e posta una foto mentre mangia pane e Nutella, la colpa è degli avversari che non sanno cosa dirgli.

No, caro Salvini. Il punto è proprio l’opposto: nessuno vuole sindacare sul pane e Nutella a colazione. Nessuno si sognerebbe di suggerirti un’altra crema spalmabile per le feste. Ma con tanti problemi da risolvere, con tanto dolore anche a Natale, è opportuno che il ministro dell’Interno informi i suoi followers della colazione a base di pane e Nutella?

Il gioco di Salvini è scaltro, rodato, collaudato per crogiolarsi in un vittimismo che – lui crede – non farà altro che gonfiare le vele del suo consenso. Dopo la foto con la Nutella ha puntualmente polemizzato promettendo che da oggi avrebbe fatto colazione con marmellata e burro. Stamattina, non contento, ha pubblicato la foto di una tazzina di caffè.

Insiste, evidentemente, per far passare il messaggio che più gli conviene. Ovvero che il problema sia il pane e Nutella. No che non lo è. Nessuno ha parlato davanti alla pasta al ragù, per dire.

Sono come voi, sembra suggerire addentando la colazione di Santo Stefano. Mangio le vostre stesse golosità, quelle a cui non riuscite a resistere, possibile non capiscano? Subdolo è subdolo, intelligente pure, ma lungimirante no.

Perché verrà un tempo, molto presto, che gli italiani si stancheranno delle foto inopportune e di cosa mangia e beve a colazione, pranzo e cena Matteo Salvini. Ci sarà un tweet, un post, un commento in diretta Facebook, che tradirà l’insensibilità e l’inadeguatezza del ministro. Un vasetto di Nutella lo “seppellirà”.

“Pacchi” di Natale

Te ne accorgi subito, con quell’istinto sviluppato in tanti anni di onorata carriera, se dentro la carta, che hai amabilmente strappato con controllata foga animalesca e accurata tranquillità mascherata, c’è un regalo riciclato. Avranno pure acquistato una busta nuova dello stesso negozio per provare a fregarti, ma non ti ingannano, lo sai bene che quello è un bluff.

Lo stesso pensiero è balenato in queste ore a chi ha pensato di dare un’occhiata alla Manovra pasticciata del governo. Perché non servono le liste fake di Luigi Di Maio ad aggiustare una sostanza che è fatta di bugie e, diciamola tutta, pure porcate.

Basta pensare alla norma ingrassa-corrotti. Perché se Salvini da una parte scrive su Twitter #lamafiamifaschifo, dall’altra la Lega (con il lasciapassare del M5s) regala ai Comuni l’affido diretto degli appalti di importo fino a 150 mila euro, senza dover motivare la scelta e senza competizione tra aziende. Un pacchettino per i clan desiderosi di fare nuovi affari.

Magari fosse finita qui. Dentro la carta regalo c’è il via libera a chi esercita professioni sanitarie senza titolo. Un fatto grave, che non si può giustificare in nessun modo, perché mette a rischio in primis la salute dei pazienti, perché spalanca le porte alla confusione, perché denigra il merito, alla faccia del cambiamento. Un pensierino sotto l’albero dei malati, che già non hanno grande voglia di festeggiare, da oggi faranno i conti anche con l’insicurezza di essere finiti tra le mani sbagliate (ma autorizzate).

Per non parlare delle “palle di Natale”: ce n’è una per quota 100, una per il reddito di cittadinanza, una per gli investimenti spariti, una per le tasse sulle associazioni no profit che fanno volontariato, una per lo stop alle assunzioni nella pubblica amministrazione e nelle università. Un albero pieno di palle.

E non continuiamo. Perché è la vigilia. E non vogliamo guastarla a nessuno. Per il momento basta questo: al governo ci siamo ritrovati dei “pacchi”. Falsi, contraffatti, di qualità scadente. Non proprio i regali di Natale che avremmo sperato.

Il Parlamento sfregiato, come vuole Casaleggio

Può sembrare un tecnicismo, un regalo inaspettato per chi scrive le scalette dei tg sotto le feste. Vuoi mettere col solito servizio sulle luci e il cenone di Natale? Ma non è un dettaglio di contorno lo sfregio del governo al Parlamento.

C’è un maxiemendamento, contenente tutte le misure frutto dell’accordo con Bruxelles. La famosa Manovra non è altro che pagine e pagine di decisioni, capitoli su capitoli di cifre e parole, un testo su cui è scritto dove finiranno i soldi degli italiani. Arriverà in Senato oggi, alle 14:30. Neanche il tempo di leggere, di approfondire, di provare a capire se i conti tornano, se le promesse reggono, che alle 20:30 è già previsto il voto dell’Aula.

C’è puzza di una fretta malsana, quasi sospetta. Di chi ha voglia che non si vada troppo a fondo, che non si scavi, o almeno non subito. Che lo si faccia pure, magari, ma soltanto dopo. Che l’eventuale tradimento degli italiani venga fuori, ma meglio a Natale. Quando per fortuna tante tv restano spente. E anche gli schermi degli smartphone si illuminano un po’ meno.

Si dirà: “Ma il governo ha la maggioranza, gli italiani li hanno votati”.
Eppure mai era accaduto che la legge più importante della Repubblica, quella di Bilancio, restasse celata fino all’ultimo momento utile.

Ma chi oggi umilia il Parlamento, dai banchi della minoranza solo qualche mese fa chiedeva che all’Aula fosse restituita la sua centralità. Chi oggi imbavaglia il dibattito, gridava allo scandalo quando i precedenti governi facevano ricorso alla fiducia. Chi oggi abolisce il dissenso, si spingeva a parlare di dittatura se veniva utilizzato lo strumento della ghigliottina per ridurre i tempi di discussione.

Però il paradosso del governo che ha istituito il ministro per i Rapporti con il Parlamento, e poi il Parlamento lo umilia, resta. E tornano in mente parole strane, archiviate come utopie, visioni di un futuro che prima o poi si avvera. Di un Parlamento che “un giorno non servirà più”.

Come se quel giorno fosse arrivato.

Come se il Parlamento fosse sfregiato.

Come vuole Casaleggio.

Di Maio, Salvini e quel “vizio” di non ammettere il torto

Dice che sul balcone di Palazzo Chigi ci risalirebbe anche domani, Luigi Di Maio. Sostiene che ha portato a casa tutte le misure e per giunta senza procedura d’infrazione. Un genio. Ma non spiega che se la procedura l’ha evitata è proprio perché ha tagliato 2 miliardi di euro dal reddito di cittadinanza. Salvini gli fa eco: in radio dichiara che nella vita si augura di perdere sempre così. Snocciola numeri inesistenti sulla riforma Fornero, tralascia le promesse tradite nei confronti di migliaia di pensionati. Per non parlare di quelle nei confronti di milioni di elettori di centrodestra.

Ma se è vero che Lega e M5s sono il governo della contraddizione, forze politiche con visioni opposte tenute insieme dalla voglia di occupare le sale del comando e dall’odio verso chi li ha preceduti, lo è pure che Salvini e Di Maio sono accomunati da un grande “vizio”: quello di non ammettere mai il torto. In questi 6 mesi di governo non c’è stata un’occasione in cui i leader abbiano detto: “Sì, abbiamo sbagliato”. Ci saremmo accontentati, dopo la retromarcia sulla Manovra, di sentirgli pronunciare anche un flebile: “Forse potevamo gestire meglio il confronto con l’Europa. Non fosse altro per la reazione dei mercati che ha bruciato miliardi e miliardi di euro”.

Invece no. Il gioco è lo stesso. Rivendicare, negare l’ovvio, come insistere nel dire che reddito di cittadinanza e quota 100 sono le stesse proposte illustrate in campagna elettorale, al netto dei tanti soldi in meno stanziati per realizzarle. Come provare ad ingannare i disattenti: tanto chi vuoi che noti la differenza tra un deficit al 2,4% e uno al 2,04%?

Non c’è difetto peggiore, per un politico, che non riconoscere i propri errori. Significa innanzitutto precludersi un miglioramento. Vuol dire che Di Maio e Salvini questi sono e questi saranno sempre. Questi abbiamo e questi dovremo tenerci. Fino a quando non arriverà un governo del cambiamento. Uno qualsiasi, rispetto a questo.

È arrivata la grazia (forse)

La buona notizia (informale) è che per ora la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia non ci sarà. Ma a chiarire quanta fiducia ci sia nel governo basta un dato: per l’ufficialità la Commissione Ue si riserva di decidere a gennaio, vogliono essere certi che Di Maio e Salvini riscrivano la Manovra, e che il Parlamento la approvi, per come gliel’hanno prospettata nell’ultima versione.

Meno soldi per il reddito di cittadinanza, che se la matematica non è un’opinione non rispetterà la promessa di garantire uno stipendio da 780 euro al mese per 5 milioni di italiani sotto la soglia di povertà. 

E meno soldi per quota 100, col governo che a furia di inserire finestre su finestre, costringerà ad esempio migliaia di insegnanti ad andare in pensione nel 2020 (quindi non più a quota 100). Senza contare che chi vorrà usufruire di quota 100 dovrà rinunciare a tanti tanti soldi. Ma Salvini questo non lo dice.

Eppure così è, se vi pare. Guardiamolo mezzo pieno il bicchiere: la tanto bistrattata Europa ha parzialmente corretto una Manovra suicida. La fine della Grecia, per ora, sembra evitata. Per Natale è arrivata la grazia.

Papa Francesco non è leghista

Non che ci fosse bisogno di una precisazione, non che ci fossero dubbi sul fatto che il politico che agita il rosario, giura sul Vangelo e scomoda Woytjla fosse agli antipodi rispetto al Papa venuto dalla fine del mondo. Eppure fanno bene al cuore e all’intelletto le parole del Bergoglio “politico”.

Diciamocelo subito: ci sarà chi proverà ad annacquarne i contenuti, chi avrà come prima premura quella di catalogarle come dichiarazioni di un pericoloso reazionario, di un comunista argentino deciso a ridisegnare la dottrina della Chiesa secondo un’ottica di sinistra. Come se Dio potesse essere di parte, poi.

Ma quando il Papa elenca tra i vizi della politica il “non rispetto delle regole comunitarie”, “la xenofobia”, “il razzismo”, “la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della ragion di Stato”, sinceramente: a chi pensate?

Quando Bergoglio condanna “il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio”, quando parla di “clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi”, onestamente: chi vi viene in mente?

Quando Francesco stigmatizza gli “atteggiamenti di chiusura” e i “nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno”: qual è il volto che vi immaginate, la persona alla quale pensate si sia riferito?

Ecco, ci siamo capiti. Ci siamo capiti ed è una consapevolezza che non sposta voti. Ma ci basta lo stesso, ci basta questo: Papa Francesco non è leghista.

Quattro miliardi di bugie

 

Il segno della retromarcia sta tutto nel non detto, nelle frasi mezze e mezze, nelle parole rimaste appese, strozzate in gola. Lontani i tempi del “Bruxelles? Me ne frego”. Perché sì, Salvini ci prova a fare il duro, a dire che l’Europa non deve avere figli e figliastri, che si è arrivati al 2% ma sotto non si andrà, ora basta. Però le sue parole hanno la stessa credibilità di chi diceva che sotto il 2,4% non si sarebbe scesi. Mai. Sì, si è visto.

Di Maio invece è quasi commovente. Sui social si sforza di tenere compatta una testuggine senza guscio, prova a dire che due miliardi in meno sul reddito di cittadinanza non comporteranno alcuna conseguenza. E una cosa è certa: faccia tosta e coraggio non gli mancano. La sua vicenda personale, però, rischia di sfociare a breve nel tragicomico. Mentre lui teorizza la nuova figura lavorativa del navigator, Beppe Grillo ha già in mente di affibbiargli una sorta di tutor: Alessandro Di Battista. Quando si dice “non c’è limite al peggio”.

Sarà curioso capire, da gennaio in poi, come Salvini e Di Maio imposteranno la loro campagna per le Europee. Solleticati dall’istinto primordiale di denunciare le regole ferree di Bruxelles, ma incatenati dalle loro stesse azioni, dall’ingannevole narrazione secondo cui quello 0,4% in meno non ha snaturato il senso della Manovra.

Stretti, avvinghiati, nell’abbraccio della paura: due miliardi li taglio io e altri due li togli tu.

Quel che resta è una somma: 4 miliardi di bugie.

Addio balcone

 

Il Palazzo dell’incontro è Chigi, sempre quello. Ma stavolta non spunta nessuno dal balcone che affaccia su Piazza Colonna. E non è colpa della pioggia che cade sulla notte romana, neanche del freddo di dicembre, piuttosto è il segno che il mondo del governo si è capovolto.

Dovevano abolire la povertà, hanno abortito la Manovra. Dovevano rovesciare le istituzioni europee, gli si è rovesciata addosso tutta la loro incompetenza. Costretti ad un artificio numerico che ingannerà soltanto qualche gonzo, a tagliare e tagliare ancora, per riuscire ad arrivare dal 2,4 al 2,04 sul rapporto deficit/Pil.

Come un marito sorpreso a letto con l’amante, il mantra è solo uno: negare, negare, negare. E se ad essere traditi sono in questo caso gli italiani che alle loro promesse c’hanno creduto, suonano come bugie che neanche la moglie più devota potrebbe accettare, quelle propinate da Salvini e Di Maio su quota 100 e reddito che non cambiano, figurarsi.

Dicono che nel rimpallo di responsabilità tra un leader e l’altro – taglia tu, no taglia tu, e via di questo passo – perfino Conte ad un certo punto abbia messo sul tavolo le sue dimissioni. Ipotesi smentita dopo poco. Sarebbe stato un gesto dignitoso. Di cambiamento vero, almeno quello. Sì, perché il governo del cambiamento intanto è scomparso. Sparito nel nulla. Nessuna traccia. Forse si è buttato dal balcone, una notte di settembre.