L’attesa del governo è essa stessa il governo

di maio

 

Il vertice che precede il vertice, sempre quello decisivo, sulla carta. L’annuncio dell’annuncio: la telefonata a Mattarella, ma mica per comunicare il premier. No, semmai per dire che si è “pronti a riferire su tutto“.

Tranne su quello, però, il nome del premier.

Il nome terzo. Il terzo nome. La staffetta. Il non tecnico. Il politico che faccia da garante, ma per l’uno e per l’altro. Terzo, ma uno e trino. Senza dimenticare l’ipotesi triumvirato, Salvini e Di Maio vice: e povero chi sarà il primo, cioè il terzo.

Così aumenta l’aspettativa sulla fine della trattativa. E quasi viene da dare ragione a chi diceva che “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere“.

Perché sarà chiaro, una volta finita la luna di miele con gli italiani, che le premesse non sono all’altezza delle promesse.

Che il gioco è stato fatto al rialzo, che a furia di saltare troppo in alto alla fine si rimbalza per terra.

Che per essere bravi politici non basta vincere le elezioni, mettersi d’accordo sulla composizione del governo.

Che può andare bene una volta, ma il popolo stupido non è. Semmai fiducioso, a volte ingenuo, ma con buona memoria.

Non perdona chi lo ha illuso, chi lo ha preso in giro.

Scopriremo poi che ciò che verrà non è ciò ch’era stato promesso.

Capiremo presto che l’attesa del governo è stata essa stessa il governo.

Salvini accetti la sfida di Berlusconi

salvini lega

 

Alla fine ha deciso per il silenzio. Per festeggiare la riabilitazione che attendeva da anni nessuna nota, nessun messaggio sui social, perfino nessun videomessaggio. I motivi? Da una parte un raffreddore poco televisivo, dall’altra la necessità di evitare falli da ultimo uomo, una cautela suggerita dalla volontà di non dare un pretesto a Lega e 5 Stelle per attaccarlo, nel caso in cui la trattativa per il governo dovesse incredibilmente saltare.

Eppure è proprio al Pirellone, al Palazzo della Regione Lombardia dove Salvini e Di Maio si annusano durante tutta la giornata di ieri, che Berlusconi continua a guardare con una certa speranza.

Tornare indietro non può più, rispetto alla parola data a Salvini. “Che faccia pure il governo coi grillini, se vuole“, aveva acconsentito mercoledì sera, senza celare tutto il suo scetticismo sulla manovra dell’alleato.

Ma adesso un lumicino di speranza si è riacceso: che tutto salti al fotofinish, che Matteo si renda conto che con lui di nuovo in campo Forza Italia potrà tornare su percentuali importanti, che il centrodestra unito questa volta non avrebbe problemi ad arrivare alla soglia di governabilità del 40%.

E allora non ci sarebbe da trattare coi 5 Stelle su tutto, con il rischio di mandare per aria i conti dello Stato. Basterebbe mettere in atto il programma firmato dai tre leader del centrodestra; e pure sul premier non ci sarebbero problemi, visto che il metodo è stato già testato durante l’ultima campagna elettorale.

Ma che l’alleanza si regga su paletti instabili lo si intuisce proprio dal fatto che una buona notizia per Forza Italia e il suo leader non lo è necessariamente per la Lega. Per quanto la logica suggerisca esattamente il contrario, all’interno del Carroccio c’è chi legge nella riabilitazione di Berlusconi una spinta a chiudere in fretta coi 5 Stelle.

Ci sono voluti 25 anni perché un “alleato” superasse Berlusconi. E non è detto che ci si riesca di nuovo. Meglio trattare con Di Maio, che rischiare di finire di nuovo sotto Silvio.

A meno che Salvini non accetti la sfida, trovi un pretesto per far saltare il banco del governo e provi a prendersi il centrodestra. Per sempre.

L’azzardo di Salvini: farsi lasciare da Berlusconi e sperare in Di Maio

salvini bis

 

I piatti non volano solo perché sono distanti. Gli insulti neanche, perché a dividerli ci sono troppi anni e ancora un po’ di rispetto. Ma se soltanto Salvini e Berlusconi potessero dirsi tutto ciò che pensano dell’altro verrebbe fuori tutto il rancore che un matrimonio d’interesse ha nascosto sotto al tappeto.

Il leader della Lega è furioso. Ha capito che Silvio cerca il pretesto per far saltare l’accordo col Movimento. Ma nemmeno nei confronti di Di Maio è tenero: se solo avesse accettato di rinunciare alla premiership pure Forza Italia avrebbe dovuto adeguarsi…

Dall’altra parte c’è un Berlusconi a cui un mese da comprimario ha già fatto venire il voltastomaco.Sono disgustato“, ripete in Molise. Non capisce come Salvini possa fidarsi del M5s, come possa decidere di chiudere al dialogo col Pd per privilegiare quello con “gente che non ha mai lavorato nella vita“.

Ma stavolta forse il filo si è spezzato davvero. Mai Salvini aveva detto così chiaramente:”Berlusconi sbaglia“. E per l’uomo che negli ultimi 24 anni è stato fondatore e leader del centrodestra, accettare lezioni da questo giovinastro senza esperienza è quanto meno umiliante.

Eppure la sensazione è che in questo apparente non riuscire a trattenersi più, in questi continui litigi davanti alle telecamere, vi sia non una malcelata insofferenza, quanto un modo per accorciare l’agonia di un rapporto personale mai realmente decollato e quindi destinato a precipitare.

Vogliono lasciarsi, insomma. Resta solo da capire come. E qui sta il nuovo azzardo di Salvini, che dopo aver tentato la strada delle consultazioni con la Casellati, adesso ha deciso di scendere in campo da solo. Da solo sì, non come centrodestra.

Vuole un pre-incarico da Mattarella, lo descrive come un sacrificio, evidenziando che il rischio di bruciarsi è alto, ma è anche l’unico modo per cui può sperare di andare al governo, ormai.

Di certo non si può dire che gli manchi la fantasia: andare in Parlamento come Matteo Salvini, leader della Lega e chiedere i voti a chi ci sta. E se Di Maio, pur di escludere Berlusconi dalla partita, votasse un governo Salvini? A quel punto sarebbe Silvio, a denunciare l’inciucio. Ma formalmente sarebbe Forza Italia a lasciare la Lega. E il M5s a votare Salvini.

Tutti felici e contenti, insomma. Salvini a fare il premier, Berlusconi nuovamente con le mani libere e il M5s al governo. Tutti tranne Di Maio: perché se non rinuncia alla premiership lui…allora Salvini si schianta.

Autogol, assist e gol: così Di Battista ha bruciato due fessi (e aiutato Berlusconi)

di battista

 

Per il presidente più vincente della storia del calcio le metafore legate al pallone vanno sempre bene. Per questo, in privato, Berlusconi parla dell’uscita su Facebook di Di Battista come di un autogol per il Movimento 5 Stelle e di un assist per Forza Italia.

Dibba che lo descrive come “il male assoluto” buca le gomme di Di Maio. Azzera le possibilità di un governo M5s-centrodestra e costringe Salvini al nuovo/vecchio bivio: dentro o fuori il Palazzo? Con o senza Berlusconi?

E poco importa che lo sgambetto di Di Battista non sia il frutto di un errore strategico. Qualcuno dice che sia stato tutto studiato ad arte, che l’ormai semplice attivista abbia voluto impedire l’ascesa di Di Maio che, così pare, alla fine sotto le pressioni di Mattarella avrebbe accettato obtorto collo di imbarcare Forza Italia pur di salire a Palazzo Chigi col ruolo di premier.

Cosa che adesso non è più possibile per colpa di Dibba, l’alter-ego rivoluzionario del neo-democristiano Di Maio. L’ortodosso dai modi meno ortodossi di tutti, il pugile che colpisce sotto la cintura quando la campanella del gong ha già suonato da un pezzo.

Ed è vero che tra i due litiganti spesso gode il terzo. Che in questo caso, indovinate un po’, è proprio Berlusconi. Perché se Di Maio non può perdere la faccia alleandosi con lui e Salvini non vuol perdere il centrodestra sbarazzandosi di lui, allora a vincere è sempre lui. Berlusconi il regista, per tornare a parlare di calcio, che adesso col 14% del 4 marzo rischia pure di ritrovarsi in casa il Presidente del Consiglio. Un po’ come vincere lo Scudetto dopo essere arrivato quarto in classifica.

Perché, è il ragionamento dalle parti di Arcore, Mattarella vista l’impasse tra Di Maio e Salvini non potrà che affidare un mandato esplorativo ad uno dei Presidenti delle Camere. E se l’incarico a Fico verrebbe letto dalla base pentastellata come un attentato alla leadership di Di Maio, meno scalpore desterebbe un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Guarda caso una personalità di Forza Italia, che in più occasioni non ha esitato a definirsi “orgogliosamente berlusconiana“.

Un boccone amaro da ingoiare per tutti. Da Di Maio a Salvini, che a quel punto, piuttosto che tornare a vedere Berlusconi nel ruolo di dominus dell’Italia, potrebbero forse trovare il coraggio di fare ciò che non hanno fatto finora: chiudere gli occhi, abbracciarsi forte e fare squadra. Sempre che a quel punto il Cavaliere non abbia già segnato a porta vuota.

La giusta fine di Nicolas Sarkozy

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Nicolas il viscido, Nicolas il traditore. Sarkozy l’arrivista, Sarkozy il malfattore. L’ex Presidente della Repubblica francese in stato di fermo: “mon Dieu“, perché non ci stupisce?

Eletto grazie ai soldi di Gheddafi, il capo della Libia che ha sbagliato a fidarsi di lui. Sarkozy che cambia idea troppo spesso, Sarkozy lo scostante: Sarkozy che voleva essere il nuovo Napoleone, e allora sapete che c’è? Ha pensato bene di bombardarlo il Colonnello, di fomentare la rivolta dei suoi oppositori, di contribuire all’uccisione del suo vecchio finanziatore.

Sarkozy e quell’ossessione per la grandeur perduta, ma mica da lui (che grande mai lo è stato), semmai dalla Francia. Sarkozy il leader ad ogni costo: appunto, persino pagando. Nicolas il presenzialista, mai una volta dietro le telecamere: sempre davanti, sempre pronto a prendersi la scena. Con quel sorriso che per un po’ ha intrigato i francesi, poi li ha irritati, disgustati.

Sarkozy non più affascinante, se non per Carla Bruni. E qualcuno ci dica se l’accento dobbiamo metterlo oppure no sul cognome dell’ex prèmier dame. Se la Bruni è Carla l’italiana o Carlà la francese, che la signora cambia idea a seconda delle circostanze, un po’ come il marito. Lo scorbutico, suscettibile, maleducato Sarkozy. Quello che al G20 di Cannes inveì contro il presidente greco che rischiava la bancarotta, dimenticando le regole del buon padrone di casa.

Sarkozy il cugino infido dell’Italia. Sarkozy, sempre lo stesso, quello del sorrisino malizioso con Angela Merkel che mise in ginocchio la credibilità di Berlusconi dentro e fuori i confini nazionali.

Sarkozy, il cattivo. L’uomo che voleva farci distruggere dal Fondo Monetario Internazionale, presieduto guarda caso da Christine Lagarde, la francese che in una lettera passata alla storia scrisse al suo Presidente:”Usami per il tempo che ti serve“. Ci salvò Barack Obama, che in un vertice drammatico se ne uscì con una battuta dai toni cinematografici:”I think Silvio is right“, “Penso che Silvio ha ragione“.

Ma resta sullo sfondo il suo ghigno malefico. Sarkozy sul piedistallo, Sarkozy che adesso non ride più. Sarkozy che stavolta è finito. Rien ne va plus, adieu Nicolas.

Elezioni 2018, le pagelle dei politici. I voti: ma quelli prima del voto

pagella politica

 

Silenzio elettorale. E va bene. Ma che saranno mai due pagelle in stile campionato? Domani si vota. Oggi si gioca. Chi ha fatto meglio in campagna elettorale? Partiamo dal partito al governo: il Pd. Sì, ma da chi? Renzi o Gentiloni? Renzi dai, ci diverte di più.

RENZI, VOTO 6,5: Mille difetti, ma non è uno stupido. Quando capisce che i padri nobili del Pd gli stanno scavando la fossa inizia a parlare di squadra. Mi volete sottoterra? Allora c’andiamo tutti quanti insieme. Nessuno lo ama più come un tempo e lui davvero non se lo spiega. Fa un miracolo se resta poco sotto il 25%. Incompreso.

GENTILONI, VOTO 7: Diciamolo subito: in altri tempi non avrebbe fatto il leader neanche per Il Popolo della Famiglia. Ma la lentezza dell’uomo che si è autodefinito “Er moviola” in quest’epoca di sottosopra evidentemente piace . L’impressione è che sia più furbo di quanto appare. Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta: uno dopo l’altro si sono detti suoi fan. Le cose sono due: A) pensano tutti di manovrarlo come un burattino; B) la serietà in politica conta ancora qualcosa. Costante.

MOVIMENTO 5 STELLE

DI MAIO, VOTO 7,5: Qualche congiuntivo sbagliato in meno e avrebbe meritato pure un 8. Quando parla è chiaro, rassicura. Quando parla, però. Da verificare alla prova dei fatti. Bravo a resistere allo scandalo rimborsi, meno bene la presentazione della squadra dei ministri prima del voto. Ha un qualche tipo di talento. Se non vince si trasforma da Di Maio in Di Mai. Intrigante.

DI BATTISTA, VOTO 5,5: I ritornelli sono sempre i soliti: Berlusconi è un mafioso, chi non vota M5s non vuole il cambiamento. Ultrapresenzialista in tv, non si capisce a questo punto perché non si sia candidato in Parlamento. A volte troppo saccente per risultare simpatico. Ha da imparare dal capo politico del Movimento. Irritante.

CENTRODESTRA

BERLUSCONI, VOTO 8: Già per l’età andrebbe premiato. Sì, sbaglia qualche cifra. E a volte scambia l’Euro per la Lira. Ma sono suoi i pochi picchi di questa campagna. Dalla bacchetta magica del Mago Silvio al “Vergogna!” urlato da Mentana a chi pensa di astenersi. Può piacere o non piacere, ma ha le stimmate del fuoriclasse. Quando se ne andrà ne sentiremo la mancanza: segnatevela. Eterno.

SALVINI, VOTO 7: Ha cancellato la parola Nord dal simbolo della Lega, ma i numeri al Sud gli daranno ragione. Politicamente è uno stratega finissimo, meno lo è stato in Piazza Duomo a Milano. Vangelo, rosario, giuramento: una volgarità che gli costa l’abbassamento di un voto tondo tondo. Pirotecnico.

MELONI, VOTO 5: Meno incisiva rispetto ad altre campagne elettorali. Pesa sul giudizio la figuraccia col direttore del Museo Egizio di Torino. Se vuoi fare polemica almeno sii preparata. Salvini le ha rubato la piattaforma sovranista e nazionalista. Può andare peggio di quanto ci si attende. Involuta.

FITTO, VOTO 4: Rischia di provocare l’autogol per la coalizione di centrodestra a 3 giorni dal voto. Si fa beccare dai microfoni mentre profetizza a Salvini l’ondata grillina al meridione. Dannoso.

ALTRI

GRASSO, VOTO 5: Ed è di stima. Quando inizia un concetto non sai mai quando lo porterà a termine. Il risultato è che finisci per non ascoltarlo. Ha un sussulto d’orgoglio quando decide di non condividere la stessa trasmissione con CasaPound. Ma non basta essere brave persone per essere bravi politici. Soporifero.

LORENZIN, VOTO 4: Ha fatto così tanti danni col simbolo del partito, nel tentativo di copiare quello della Margherita, che adesso nessuno si ricorda come si chiama. No, non è Partito Petaloso. Confusionaria.

ARBITRO

MATTARELLA, S.V.: Entrerà in gioco nel secondo tempo, dopo il voto. Speriamo non gli serva il Var.

Veltroni is back

Quando sale sul palco dell’Eliseo, a Roma, il volto di Walter Veltroni non tradisce emozione. Eppure l’acclamazione che gli riserva il suo popolo non lo lascia indifferente. Non si aspettava un’accoglienza simile: è il segno che tra la gente del Pd c’è voglia di normalità, di centrosinistra, di un ritorno alle origini che non passi per le forzature renziane.

Parla Walter, e sembra quasi un gigante. In una politica diventata smart, molto social, le sue parole lasciano intravedere una visione, un progetto a lunga scadenza . E non vuol dire che sia nuovo, anzi. Affonda le radici nella fondazione del Pd, il Partito Democratico di cui fu primo segretario. È trascorso più di un decennio, ma la sensazione è ambigua. Come se si parlasse di un tempo lontano, ma allo stesso tempo attuale. Come se le cose dette allora, valessero oggi ancora di più.

Per questo i richiami a quella storia fanno breccia nel pubblico dell’Eliseo, che non perde occasione per ribadire la sua approvazione con applausi frequenti. Anche se non tutti in platea, sul momento, colgono la stoccata riservata a Renzi, l’attacco preventivo ad ogni ipotesi di Nazareno-bis. Perché Berlusconi, agli occhi di Veltroni, resta sempre e comunque il “principale esponente dello schieramento a noi avverso“. Ed è su quell’avverso che marca il tono della voce, che fa leva per evidenziare la differenza tra il suo Pd e quello di Renzi.

Dice no alle marmellate, dice sì ad un governo che collabori in Parlamento per scrivere le regole del gioco, ma solo quelle. Rivendica le differenze con l’altra parte, insomma. E il destinatario delle sue prese di distanza, più che Berlusconi, sembra essere sempre e comunque Renzi, il segretario che ha svenduto all’uomo di Arcore l’anima del Pd.

Quando scende dal palco, travolto da un’ondata d’affetto che si traduce in una standing ovation, Walter torna ad accomodarsi in platea. Ed è lì che incontra il giornalista Corrado Augias: “Mica penserai di cavartela con un bel discorso e di rimetterti a fare film? Noi ti vogliamo segretario del Pd“, gli dice. Veltroni si schermisce, alza entrambe le mani e risponde “No, no…non ci penso proprio“.

Per ora, evita di aggiungere. Perché se e quando il crollo di Renzi verrà certificato dai numeri, allora sarà difficile non andare a bussare alla sua porta. Ci sarà da rimettere mano alle fondamenta del Partito, servirà una personalità autorevole in grado di tenere insieme i pezzi, di frenare l’emorragia che la resistenza di Renzi certamente determinerà. È nel ritorno all’antico che la vecchia dirigenza confida per archiviare un futuro che non è stato all’altezza. Forse torna Walter

 


 

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Ascesa e declino di Maria Elena Boschi

La prima volta che Silvio Berlusconi si trovò di fronte Maria Elena Boschi rimase folgorato dai suoi occhi azzurri: “Lei è troppo bella per essere comunista“, le disse. Alla battuta del Cavaliere, quella che veniva definita l’amazzone del Pd, rispose con garbo e personalità: “Presidente, solo lei pensa che esistano ancora i comunisti“.

Erano gli anni del primo Renzi, il rottamatore, l’uomo del momento sempre in cima ai sondaggi sul gradimento degli elettori. Da allora è cambiato il mondo, ma non il rapporto che lega Maria Elena e Matteo. Se per definire i fedelissimi di Berlusconi si usava l’espressione cerchio magico, la magia di Renzi stava nel giglio. Richiamo a Firenze e al suo simbolo, che per fare spazio a Maria Elena veniva esteso alla Toscana tutta.

Maria Elena, la ragazza di provincia che ha fatto strada. Cento su 100 alla maturità, 110 con lode all’università. “La figlia di Boschi farà carriera“, ripetevano le mamme ai figli maschi in età di Laterina (Arezzo) e avevano ragione loro. Un buon partito, una ragazza da sposare, una in prima linea fin dai tempi del catechismo. E Maria Elena le attese non le delude. Almeno per un po’.

Ma pure le famiglie perfette hanno le loro crepe. Quella di Banca Etruria è enorme. Il babbo fa il vicepresidente dell’istituto bancario quando arriva il crac, e il governo – dove Maria Elena fa il ministro – con un decreto salva capre e cavoli. Se per ogni fine c’è un inizio, questo è quello di Maria Elena.

Ma in questa ascesa e in questo declino qualcosa rimane: il rapporto con Renzi, l’essere stata tra le prime a schierarsi a favore di quel ragazzo di Rignano sull’Arno che voleva ribaltare il Pd.

Il giglio magico non sfiorisce. Quando è chiaro che nel collegio della sua Arezzo subirebbe una sconfitta epocale, quando emerge in maniera lampante che sconterebbe le colpe del padre e le ambiguità proprie, Renzi salda il suo debito di riconoscenza e amicizia.

Nella notte in cui fa le liste, rintanato nel bunker di Largo del Nazareno, Renzi la piazza in Trentino Alto Adige. Lontano dalla pancia dell’Italia arrabbiata, in uno dei collegi più sicuri che il Pd possa vantare. E pure qui la sua presenza crea divisioni. Dal partito decidono di andarsene in 20: quel popolo orgoglioso di frontiera non accetta imposizioni calate dall’alto. Lei prova a rintuzzare: “Imparerò il tedesco“, dice. Ma non bastano capelli biondi e occhi di ghiaccio a farla sentire meno straniera.

Quando filtrano voci che la vogliono premier di un prossimo governo di larghe intese, subito parte la corsa alla smentita. Quasi Maria Elena sia fonte d’imbarazzo, candidata improponibile. Per la prima della classe è tutto così difficile da accettare. Ma se qualcosa la accomuna al suo leader è la voglia di rivalsa. E la fiducia che il tocco magico non può svanire. Un po’ come il giglio, il loro giglio, non può appassire.


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Noia elettorale, ridateci Berlusconi (e i suoi nemici)

Il segno dei tempi che furono – e purtroppo non sono più – lo vedi in televisione. Te ne accorgi quando ascolti la sigla di M, il programma di Michele Santoro, e sulle note di Zucchero, anche se non ti è mai piaciuto, quasi ti emozioni. Lo capisci quando pensi che tra un mese si vota e hanno tutti finito le promesse. A corto di benzina, appiedati, anemici di inventiva. Sbadiglio.

Oggi guardi Santoro, osservi la Gruber, ti fai cullare verso il sonno dai numeri di Floris, aspetti in (finta) trepidante attesa i sondaggi del lunedì di Mentana, cerchi di intuire dove tira il vento analizzando l’atteggiamento di Vespa a Porta a Porta. Ma poi scopri che è tutto finito, che ti hanno tolto il gusto della battaglia politica, che il meglio è alle spalle e non tornerà.

Che hanno sdoganato Berlusconi, insomma.

Santoro e Travaglio, dopo l’epica spolverata sulla sedia del 2013, non stanno neanche più insieme. Distrutti dalla serata che avrebbe dovuto distruggere Berlusconi.  Lucia Annunziata, quella che avrebbe dovuto “provare un po’ di vergogna“, adesso reagisce alla buca datale in tv dal Cavaliere come un’innamorata paziente:”Mi dicono che se oggi se non prendi una buca da Berlusconi non sei nessuno“. Giletti è passato dal subire l’ormai celeberrimo “vuole che me ne vada? Me ne vado!“, all’ospitare le confessioni familiari e intime del Cav (“Considero mia figlia Marina come una mamma“).

Ma non è solo la televisione ad essere diventata noiosa. Eugenio Scalfari – ripetiamo, Eugenio Scalfari – ha detto che tra Berlusconi e Di Maio voterebbe il primo. Persino l’ingegner De Benedetti, uno che col Cavaliere si è combattuto per una vita, ha ammesso che i due si parlano. Renzi, uno che ha ereditato il partito da Veltroni – che Berlusconi aveva deciso di non nominarlo neppure, definendolo “il principale esponente dello schieramento a noi avverso” – con lui ha fatto il Patto del Nazareno e forse farà presto quello di Arcore.

E tu che sei stato sempre lì, animato da quella sana (o forse strana) passione per la politica, ti guardi intorno, sul divano, e le patatine e i pop-corn li gusti ugualmente, ma con poco entusiasmo. Cerchi un nuovo duello, un nuovo capo carismatico, ma poi accendi Santoro, lo senti parlare di flat tax, e prima di addormentarti ti accorgi che è semplicemente finita. Stop. Chiudete tutto.  Siamo diventati un paese noioso.

Ridateci Berlusconi e se potete pure i suoi nemici.

Perché Luigi Di Maio è “unfit”

Bruno Vespa, che con lui ha parlato a quattr’occhi, ha detto: “Mi è sembrato di incontrare Giulio Andreotti“. Meglio non farlo sapere ai grillini, che in quel caso Luigi Di Maio lo ripudierebbero, buttandolo giù dalla torre. Certo, il parere di Vespa è autorevole, ma il dubbio che questo paragone con Andreotti sia più che lusinghiero, sotto sotto resta.

E in fondo, non me ne vogliano i grillini, il confronto sarebbe impietoso perfino con molti altri esponenti dell’ultimo – e tanto vituperato – Parlamento nostrano. Siamo sinceramente sicuri che Gasparri sarebbe un premier peggiore di Di Maio? Non avrebbe maggiori esperienze e competenze da mettere al servizio degli italiani Ivan Scalfarotto del Pd? Dubbi che lasciano il tempo che trovano, perché la democrazia 2.0 made in 5 stelle fa sì che si possa diventare Presidente della Camera a soli 26 anni dopo aver ottenuto la bellezza di 189 voti alle Parlamentarie della Campania (neanche il più votato). E che ad ambire a Palazzo Chigi sia un giovane che, l’unica volta che è sceso nell’agone  – candidandosi nel suo Comune – ha racimolato 59 preferenze. Non proprio un politico di razza.

Attenzione: nessuno mette in dubbio il carisma gentile e l’impegno profuso da Di Maio.  Fin da ragazzo, per lui, la passione politica si tradusse nella fondazione di due associazioni studentesche universitarie. Ma nella politica vera, che come sappiamo è l’arte del compromesso, ha l’esperienza necessaria a gestire i dossier più spinosi uno che al preside del suo liceo un giorno disse:”Noi impediremo l’annuale occupazione dell’istituto, in cambio voi insegnanti parteciperete al nostro fianco alle manifestazioni in cui rivendicheremo strutture scolastiche migliori“?

Berlusconi, che ovviamente dal suo punto di vista ha tutto l’interesse a screditare il competitor, lo ha dipinto come un utile idiota di prodiana memoria:”Non penserete che – se vincessero – i 5 Stelle lascerebbero il giocattolo a quel ragazzotto che non prenderei nemmeno come fattorino nelle mie aziende, vero?“.

Ma a dare l’impressione che Di Maio sia molto fumo e poco arrosto sono i suoi stessi scivoloni, quelli che colleziona ogni volta che gli capita di parlare a braccio. Quelli, soprattutto, che prescindono dal suo curriculum.

  • Può rappresentare l’Italia un non-laureato? Sì. Peraltro è già successo con D’Alema. Non è questo il punto.
  • Può rappresentare l’Italia uno che si esprime così? “Guardi, io da sempre ho detto che… il Movimento ha sempre detto che noi VOLESSIMO fare un referendum sull’euro“.

E no. Il congiuntivo no. Vabbé. Forse il primo ministro in pectore del Movimento è più preparato sull’inglese. Quello che gli servirà per trattare, stavolta non con il preside della sua scuola, ma con i leader del Pianeta. Allora – con un po’ di spirito di osservazione e un pizzico di autocritica – comprenderà da solo che per il ruolo a cui ambisce è semplicemente “unfit“. Inadatto. Salvo pentirsi, lo dissero di Berlusconi. È chiaro che ancora non avevano visto arrivare Di Maio.