Sovranisti made in China

Non è soffice la Nuova Via della Seta. Piuttosto è ricca di increspature e insidie, talmente tanto che Usa ed Ue, quelli che per decenni abbiamo considerato nostri alleati, sentono il bisogno impellente di avvisarci, di metterci in guardia.

Non prendetele come invasioni di campo. Consideratele sortite sorprese, sgomente, stupite di iniziative così stupide in serie, messe in successione una dietro l’altra da parte di un’Italia che fino a poco tempo fa era considerata partner affidabile, oggi variabile impazzita. Meglio: impazzita e basta.

Perché non era sufficiente perdere sei mesi di tempo con la Tav e bloccare una rete di collegamento che unisce l’Europa. Non era abbastanza la vergognosa neutralità sul Venezuela che strizzava l’occhio a Maduro. No, un governo che non riesce a mettersi d’accordo su nulla ha pensato bene di giocare alla politica estera e di infilarsi in un progetto infrastrutturale concepito dalla Cina per espandersi in Europa. Il perché non è noto. Ma di certo sottostimato.

Di Maio dice che si tratta di un accordo commerciale per “riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato”. Certo, tutto torna: è evidente che i cinesi abbiano investito fino a oggi diversi miliardi di dollari per consentire all’Italia di rifarsi sul piano economico. Chapeaux, anzi: risciò.

Salvini prova a scindere l’intesa economica da quella geopolitica. Come dire che i soldi non c’entrano nulla con le alleanze. Credibile. Come sulla Tav.

Resta una riflessione, al di là delle alleanze in discussione, del prezzo politico che finiremo per scontare in Europa e nel rapporto con gli Usa. Ed è quella di un doppio paradosso. Quello dei leghisti sovranisti che ci tolgono la sovranità, avallando una possibile invasione cinese. E quello dei pentastellati populisti, nel senso di principali sponsor della Repubblica Popolare Cinese.

Ci (s)vendono sulla Nuova Via della Seta. Noi speriamo sempre che prima o poi si ravvedano sulla via di Damasco.

Tav, chi ha vinto e chi ha perso

Si affidano a tecnicismi, parole come “capitolati di gara”, “avvisi a presentare candidatura”, “bandi preliminari”, “dissolvenza” (magari la loro) per rinviare un finale di cui sappiamo adesso la data.

Sei mesi, massimo. Tanto durerà il governo. Perché è questo il tempo che Conte – l’avvocato del governo, premier è chiedere troppo – è riuscito a guadagnare grazie ad un cavillo che consente all’Italia di non perdere 300 milioni di euro già stanziati e dire sì o no alla Tav (stavolta davvero).

Potrebbe sembrare quasi un capolavoro politico, se è vero che il giorno dopo tutti esultano, tutti si dicono felici e vincenti, come quando dopo le elezioni non ha perso nessuno. Eppure Salvini da ieri è meno credibile, soprattutto per la sua area geografica di riferimento: il Nord. Non è più – se mai lo è stato – il garante al governo dell’Italia dei Sì. Perché il massimo risultato che riesce ad ottenere è una dilazione di sei mesi, che nella migliore delle ipotesi vuol dire sei mesi di tempo perso. E un leader che accetta un compromesso al ribasso per paura di far cadere un governo che non governa forse non è un leader, dopotutto.

Di Maio continua a vivere nel suo mondo parallelo, a raccontare una realtà che vede lui solo, arrivando ad esultare per un rinvio che se la matematica non ci inganna si rivelerà per ciò che è tra qualche tempo: una strenua resistenza contro l’inevitabile, una battaglia ideologica contro i mulini a vento, un tentativo anti-storico che naufragherà in Parlamento.

Sarà il voto di Camera e Senato, più che gli incontri tra Conte e l’Ue, più di quelli tra Conte e la Francia, a sancire la sconfitta dei No Tav. Il solo modo che Di Maio avrà per dire “vedete? Ci abbiamo provato, sono gli altri che non hanno voluto“. Il passo successivo sarà capire come potrà salvare la poltrona. Perché come fai a restare al governo con chi ha affossato un pilastro fondante della tua piattaforma politica? Come?

Se il finale è scontato, allora, la risposta alla domanda su chi ha vinto questo braccio di ferro è una sola. Hanno perso tutti. La faccia, almeno.

Salvini sa tradire

Non è solo la Tav, il punto. Forse non lo è mai stato. Così bisogna pensare, alla luce delle ultime evoluzioni nella presunta “crisi” di governo che sembra prendere forma. Perché l’elefante nella stanza c’era fin dall’inizio, l’inconciliabilità delle posizioni di Lega e M5s sulla Torino-Lione pure. E allora non si può credere che Salvini e Di Maio se ne siano accorti solo ora, a marzo, a pochi giorni dalla scadenza per la pubblicazione dei bandi. Non si può pensare che il loro braccio di ferro sia frutto solamente di visioni diverse, opposte, quando in questi mesi il tunnel della Tav è sempre stato lì, all’orizzonte, sullo sfondo. Né si può credere che tra un selfie e l’altro, i due non si siano parlati, non si siano detti “ok, prendiamo tempo il più possibile ma in qualche modo la risolviamo“. No, qualcosa è cambiato.

Bisogna allora analizzare il tempismo della rottura che sembra profilarsi, il timing di una frattura che pare calcolato al millesimo da uno dei due. In questo caso Salvini. Basta unire i puntini: il consenso della Lega che sembra arrivato al punto di saturazione, oltre non sale; i 5 Stelle in picchiata; l’impossibilità di tradire (ulteriormente) il Nord dicendo No ad un’opera strategica come la Tav; l’elezione di Zingaretti alle primarie Pd e la volontà di non dare al nuovo segretario il tempo necessario per far accettare l’ipotesi di un accordo col M5s che di fatto con una manovra parlamentare metterebbe “in freezer” la maggioranza nel Paese della Lega; le elezioni Europee sullo sfondo, poco più di due mesi per impostare una campagna elettorale unica che garantirebbe a Salvini di passare all’incasso: Lega con numeri super e premier assicurato.

Ecco, sono tutti buoni motivi, strategicamente perfetti dal punto di vista di Salvini, per porre fine all’esperienza di governo. Di Maio ieri ha capito che Matteo ha accelerato questo processo in tv da Del Debbio, quando per la prima volta da mesi non ha assicurato che il governo durerà 5 anni ma ha sfidato i grillini a vedere chi ha la testa più dura. Tutto si inserisce all’interno di un piano che ha un solo sbocco: il voto subito. Mattarella non ha praticamente alternativa: vuoi la finestra di maggio disponibile per far coincidere Politiche ed Europee, vuoi la volontà di evitare un voto in estate, e vuoi la necessità di avere un governo che a settembre scriva la Manovra correttiva (che è certa), se l’esecutivo cade si vota.

In tutto questo ragionamento, politico, di calcolo, si inserisce l’uomo Salvini. Esperto di giravolte, massimo interprete nell’arte della coltellata alle spalle. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, prima usato per andare al governo, poi scaricato più o meno pubblicamente, relegato al massimo a porta-voti a livello locale. La prossima vittima sarà Di Maio, e per lui non c’è legittima difesa che tenga: finirà steso da chi credeva se non amico quanto meno alleato, se non fedele perlomeno fidati. Comunque non avversario.

L’amicizia, si dirà, in politica non esiste. La parola, però, dovrebbe. Ma di una cosa bisogna dare atto: Salvini sa tradire.

L’ora della veriTAV

Per la prima volta, da quando del tunnel si discute, la luce in fondo ad esso non si intravede. Si è scelto di spingere il vagone fino all’ultimo metro del binario, ma il bivio è lì da venire, la rotaia terminata, e decidere cosa sarà della Tav è ormai un obbligo, un’incombenza urgente.

Lo sarebbe pure, in effetti, dire sì all’opera senza tanti conclavi, senza troppi proclami. Perché spacciare il completamento di un’opera già finanziata e in lavorazione non dovrebbe risultare una conquista epocale in un Paese che fosse soltanto normale, nemmeno speciale. Ma nell’Italia del “cambiamento” capita di arrivare in fondo alle scadenze come l’alunno discolo che ha avuto settimane e settimane per preparare l’interrogazione, e sui libri s’è messo soltanto la sera prima.

Sulla Tav, però, è andato in scena uno spettacolo da circo scadente. Si è spiegato per mesi che l’analisi costi-benefici sarebbe stata cruciale, dirimente. Poi si è detto che chi l’ha redatta non era un arbitro, semmai il giocatore di una squadra travestito. Tutto da rifare. Come, su che criteri, non è dato sapere.

Così sarebbe curioso entrare nella sala dei vertici, dove tecnici e politici si alternano, dove il modo di uscire da un pantano melmoso è la preoccupazione unica di Salvini e Di Maio, il Paese viene dopo, semmai.

Il primo, in caso di No alla Tav, sarebbe costretto a svestire i panni di fantomatico garante dell’Italia che produce, trovandosi a gestire – guarda un po’ il destino – una complicata insurrezione, o chiamatela se volete “secessione”, nordista. Il secondo, in caso di Sì alla Tav, dopo aver ingoiato l’impossibile – persino la legittima difesa! – e cambiato idea su Ilva, Tap, Terzo Valico, trivelle, condoni, si troverebbe a dover motivare anche la retromarcia su una battaglia storica (e assurda) del MoVimento, con tanti grillini portati giustamente a chiedersi a cosa sia servito dare il 32,5% al M5s se poi tutto non si può fare, se poi sono sempre gli altri a comandare.

L’uscita d’emergenza dalla galleria Torino-Lione dà su una zona franca inesplorata. Perché coerenza vorrebbe che il governo saltasse, viste le posizioni inconciliabili dei due alleati. Eppure Salvini non è abbastanza forte per vincere senza Berlusconi, da cui non vuole tornare. E per Di Maio l’elezione di Zingaretti è troppo fresca per tentare col Pd un approccio – tradotto, un inciucio – che superi l’alleanza con la Lega con una manovra parlamentare.

Non se ne esce, non c’è via che non passi per una scelta: la faccia o la poltrona. E’, finalmente, l’ora della veritTAV.

Circumvesuviana. Tre animali. Italiani, Salvini.

Non c’è nessuna consolazione, nessun senso di rivalsa, semmai di vergogna, nello scoprire che a violentare una ragazza di 24 anni nell’ascensore della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano sono stati tre italiani del posto. Nessuna scorciatoia per aggirare l’orrore del dopo (nostro) e il terrore del durante di una ragazza che ha avuto una sola colpa: trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con le persone sbagliate.

Errore, correggiamolo subito: persone non sono. La giusta definizione l’ha trovata il sindaco Zinno: “Sono tre animali”. Tre animali italiani. Non per essere razzisti con la nostra stessa razza, come stupidamente credono i razzisti veri. Piuttosto per affermare un principio di verità: le bestie non guardano al colore della pelle e alla nazionalità, hanno un codice comportamentale universale che le caratterizza come tali. Le bestie non conoscono razzismo.

Ecco, a questa uniformità di comportamenti non corrispondono le reazioni del ministro dell’Interno twittante. Salvini, così reattivo quando si tratta di cinguettare sulle azioni della polizia contro gli extracomunitari, talmente rapido da mettere a rischio la riuscita dei blitz contro la mafia nigeriana, diverse ore dopo un caso di cronaca che ha scosso l’Italia intera, tace. O meglio, preferisce parlare di stupratori catturati a Santo Domingo e dello sgombero della baraccopoli di San Ferdinando.

Prima gli italiani, Salvini. Prima gli italiani.

Merci, Macron

L’intervista di Fabio Fazio ad Emmanuel Macron, per quanto accondiscendente possa essere stato il conduttore di Che tempo che fa – di cui continuiamo a rimpiangere enormemente la versione di Quelli che il calcio – ha messo in evidenza il dislivello politico e culturale tra chi oggi guida la Francia e tiene le redini dell’Europa, e chi invece in Italia semplifica tutto con slogan, selfie di nutella a colazione e frappe a cena (che non a caso al Sud vengono chiamate “chiacchiere”).

Macron ha capito che scendere sul piano del populismo sfrenato contro Salvini e Di Maio non porta risultati. La regola è quella che ogni stratega dovrebbe conoscere: se vuoi battere il nemico evita di sfidarlo sul suo terreno preferito. La contromossa in questo caso si traduce nell’accettare un esercizio più faticoso: spiegare pazientemente i problemi complessi di quest’epoca, quelli che attanagliano non solo l’Italia ma tutto l’Occidente.

Uno dei passaggi non a caso più interessanti dell’intervista di Macron è quello in cui ha ricordato che l’Europa non è un’isola. Le sue vicende sono condizionate da ciò che accade in Africa e in Medio Oriente. La paura dell’apertura che porta alla chiusura, la tentazione di sottrarsi ad una globalizzazione che avviene anche senza il nostro consenso, sono concetti ribaditi con forza ma senza arroganza in un’intervista che ha avuto il merito di far conoscere un lato inedito di Macron, quello di innamorato dell’Italia e di Napoli. Il richiamo ad Eduardo De Filippo, che per lui e Brigitte ha svolto il ruolo di Cupido, e quello a Stendhal, secondo cui “in Europa ci sono due capitaliParigi e Napoli” sono, per chi ascolta con malizia, un ruffiano tentativo di ingraziarsi il popolo partenopeo (perché mai? E a che scopo?), per tutti gli altri un orgoglio che bilancia il pericoloso disinteresse per le sorti del Meridione mostrato dal governo.

La mossa più intelligente di Macron, però, è stata forse quella di ignorare Salvini e Di Maio. Come si fa con i prepotenti per farli imbestialire: non gli si dà troppo peso. Problemi tra Italia e Francia? “Peripezie non gravi”. Tensioni che minano le relazioni tra alleati? “Non scherziamo. C’è Mattarella”. Ecco, è un lavoro di fioretto, non di sciabola. Ma è l’unico possibile per tenere l’Europa unita, per archiviare Salvini e Di Maio, derubricandoli ad incidenti di percorso.

Ringraziandola per la lezione di politica ai nostri (purtroppo) rappresentanti: merci, Macron.

Un nuovo vecchio Pd

Zingaretti vince, anzi trionfa. Un successo accompagnato dal jingle del “ponci ponci po po po”: “Ti piace vincere facile?”. Non c’era un’alternativa in grado di contrastare il ritorno della vecchia sinistra alla guida del Partito Democratico, c’erano piuttosto due doppioni che si sono divisi quel po’ di elettorato che ha trovato dentro di sé abbastanza fede per recarsi ai gazebo.

Perché per quanto possa venire istintivo paragonare i numeri di queste primarie alle scorse, è chiaro che ad eleggere Zingaretti non sia stato lo stesso popolo che ha fatto segretario Renzi. Sono elettori di ritorno che rimpiazzano quelli fino a ieri maggioranza, da oggi quasi fuoriusciti. Perché la divisione che il governatore del Lazio promette di superare è infatti prima di tutto interna al proprio mondo, al di là delle correnti. Chi ha votato Zingaretti non poteva votare Renzi. Chi votò Renzi difficilmente voterà Zingaretti.

Quando parla per la prima volta da segretario dedicando la vittoria a Greta Thunberg, la 15enne svedese che lotta contro i cambiamenti climatici, Zingaretti fa una buona mossa: si intesta una battaglia ambientale, ma prima di tutto culturale, che in altri Paesi europei ha prodotto buoni risultati elettorali (basta vedere i numeri dei Verdi tedeschi) e manca totalmente dal dibattito italiano.

Quando si rivolge ai giovani, ai poveri e ai disoccupati, fa quello che Nanni Moretti avrebbe definito “qualcosa di sinistra”. Ma in un discorso un po’ esaltato, e per giunta prolisso, pur definendosi “leader” e non “capo” (stoccata a Renzi subito, subitissimo) di una comunità già ringrazia “l’Italia che non si piega”. Errore: c’è vita e resistenza al governo anche oltre il Pd. Eccome se ce n’è.

Il rischio è quello di alimentare una bolla destinata a scoppiare al primo contatto con la realtà: le prossime Europee. Zingaretti è il segretario del maggior partito di centrosinistra, da ieri sembra solo di sinistra: al resto d’Italia deve ancora parlare. Si vedrà come. Ma per ora sembra un nuovo vecchio Pd.

Fair play

renzi motorino firenze

Saper perdere, riuscire a non partecipare, pur sapendo di essere il migliore, almeno da quelle parti. Salire in sella ad una vespa azzurra, andare a votare, anche quando la prospettiva è quella di ritrovarsi in un partito rosso, che più rosso non si può. Matteo Renzi e una lezione di stile, l’ennesima, ad un partito che in questi anni non ha mostrato nei suoi confronti lo stesso garbo.

Ci vuole una buona dose di coraggio per non giocare, una sana iniezione di self-control per non reagire, quando tutti intorno provano ad ignorarti, quando sai perfettamente che buttandoti nella mischia avresti probabilmente di nuovo vinto: a meno di ammucchiate ignobili e alleanze-contro, a meno che il Pd non avesse fatto il Pd, insomma.

Dal dopo 4 marzo Matteo Renzi ha fatto però un errore. Non ha trovato il coraggio e i tempi giusti per imboccarla realmente “un’altra strada”. Per riunire un popolo che non è quello del Partito Democratico, ma il suo; per mettere insieme la gente che oggi voterà Giachetti, pensando a lui; per provare a liberarsi una volta per tutte dalle catene della ditta.

Il Pd non è casa sua. Forse non lo è mai stata. Ma oggi, intanto, ha mostrato di rispettarla più di tanti altri cosiddetti padri “nobili”. Nessuna guerriglia, nessun fallo di reazione. Si chiama fair play. E non era scontato. Non era per niente dovuto.

Primarie secondarie

Non è bastato impegnarsi davvero, scervellarsi per giorni, leggere con predisposizione d’animo i diversi appelli dei cosiddetti “padri nobili”, sorbirsi un noioso confronto tra i tre candidati, per trovare un motivo valido per cui votare alle primarie del Pd.

Mente, chi dice che “stare a casa significa favorire Salvini”. No, stavolta no, Salvini non c’entra. Non è in gioco il futuro del Paese. Semmai quello di un partito che si è fatto troppo del male per pensare di non pagarne prima o poi un prezzo.

Zingaretti è rimasto in questi mesi il fratello del commissario Montalbano. E’ nella migliore delle ipotesi una brava persona, un dirigente pacioso: qualità non scontate, si dirà, ma di certo non è l’uomo che risolleverà il Paese. E nemmeno il centrosinistra in Italia. Martina è rimasto in mezzo, troppo incerto su chi è stato ieri per sapere chi diventare domani. Giachetti ha avuto almeno il coraggio delle proprie azioni ma, a torto o a ragione, non basta presentarsi come il continuatore ideale del renzismo per interpretare la parte di Renzi.

Perché in fondo ci si può nascondere dietro espressioni come “fare squadra”, “essere inclusivi”, “basta divisioni”, ma prima o poi sarà chiaro che non sono state soltanto le lotte intestine, le vergognose faide interne, le pugnalate fratricide ad allontanare gli elettori. Piuttosto l’incapacità di rendersi conto di ciò che avveniva fuori, una buona dose di sano realismo per porre un rimedio, un argine ultimo, per evitare che spuntassero i Salvini e i Di Maio che oggi – tutti – dobbiamo somministrarci in tremende dosi massicce.

No, non c’è onestamente un motivo per votare domenica, a meno di non essere credenti ferventi. Non può esserlo una prospettiva di alleanza futura coi 5 Stelle, non può esserlo un ritorno di D’Alema o un’operazione nostalgia in stile Unione. Il Pd è finito, superato dagli eventi, impossibilitato a risorgere nonostante le ottime individualità presenti al suo interno. Il meglio che può esprimere non è rappresentato. E’ stato abbattuto (non battuto) o costretto ad emigrare per emergere (e il riferimento a Renzi e Calenda non è puramente casuale). Sono primarie senza leader, tra gregari privi di carisma, tra secondi che mai diventeranno i primi. In una frase: primarie secondarie.

Dal “MoVimento del cambiamento” al “cambiamento del MoVimento”

Doveva finire così. In fondo era scritto. Il MoVimento del Vaffa ha mandato a…..pure se stesso. Nel calcio si chiamano falli di reazione: ti buttano a terra e tu scalci, frustrato, provi a colpire l’avversario pur sapendo che non si fa, non è giusto. Così Di Maio si illude che basti stravolgere M5s, snaturarne l’indole, fare del MoVimento qualcosa di più simile ad un partito, per arginare una caduta tanto rapida quanto fragorosa.

Via al tetto del doppio mandato nei Comuni. Ma come? Non era un modo per impedire che la politica diventasse una professione? Non era il metodo per evitare che ci si attaccasse troppo alle poltrone? Sì alle alleanze con le liste civiche, e addio per sempre all’ideale di purezza. Sono come gli altri,
anzi peggio. Verginità perduta, o forse mai avuta.

Il compromesso che diventa abitudine, d’altronde se è successo a Roma di allearsi con la Lega, perché non può capitare lo stesso in un comune di 3mila anime? Fila tutto, il discorso è logico. Ma la prossima volta risparmiateci tutta la retorica sulla superiorità morale, sulla nuova politica, sull’etica di cui voi soli siete i custodi, sull’onestà, onestà. Onestà?

In tutto ciò c’è Di Maio, un leader che il giorno dopo la sconfitta più pesante da quando guida il MoVimento si preoccupa di assicurare che il suo ruolo non è in discussione per almeno 4 anni. Se volevate una prova della crisi che attraversa quella classe (non)dirigente eccola, servita. Non c’è un confronto che non sia con Casaleggio. Gli iscritti, la famosa “base”, vengono consultati solo per ratificare scelte impopolari, vedi Diciotti, per salvare la faccia a chi la faccia non ha il coraggio di metterla.

Doveva essere il “MoVimento del cambiamento”, alla fine hanno fatto altro: il “cambiamento del MoVimento”.