Un nuovo vecchio Pd

Zingaretti vince, anzi trionfa. Un successo accompagnato dal jingle del “ponci ponci po po po”: “Ti piace vincere facile?”. Non c’era un’alternativa in grado di contrastare il ritorno della vecchia sinistra alla guida del Partito Democratico, c’erano piuttosto due doppioni che si sono divisi quel po’ di elettorato che ha trovato dentro di sé abbastanza fede per recarsi ai gazebo.

Perché per quanto possa venire istintivo paragonare i numeri di queste primarie alle scorse, è chiaro che ad eleggere Zingaretti non sia stato lo stesso popolo che ha fatto segretario Renzi. Sono elettori di ritorno che rimpiazzano quelli fino a ieri maggioranza, da oggi quasi fuoriusciti. Perché la divisione che il governatore del Lazio promette di superare è infatti prima di tutto interna al proprio mondo, al di là delle correnti. Chi ha votato Zingaretti non poteva votare Renzi. Chi votò Renzi difficilmente voterà Zingaretti.

Quando parla per la prima volta da segretario dedicando la vittoria a Greta Thunberg, la 15enne svedese che lotta contro i cambiamenti climatici, Zingaretti fa una buona mossa: si intesta una battaglia ambientale, ma prima di tutto culturale, che in altri Paesi europei ha prodotto buoni risultati elettorali (basta vedere i numeri dei Verdi tedeschi) e manca totalmente dal dibattito italiano.

Quando si rivolge ai giovani, ai poveri e ai disoccupati, fa quello che Nanni Moretti avrebbe definito “qualcosa di sinistra”. Ma in un discorso un po’ esaltato, e per giunta prolisso, pur definendosi “leader” e non “capo” (stoccata a Renzi subito, subitissimo) di una comunità già ringrazia “l’Italia che non si piega”. Errore: c’è vita e resistenza al governo anche oltre il Pd. Eccome se ce n’è.

Il rischio è quello di alimentare una bolla destinata a scoppiare al primo contatto con la realtà: le prossime Europee. Zingaretti è il segretario del maggior partito di centrosinistra, da ieri sembra solo di sinistra: al resto d’Italia deve ancora parlare. Si vedrà come. Ma per ora sembra un nuovo vecchio Pd.

Fair play

renzi motorino firenze

Saper perdere, riuscire a non partecipare, pur sapendo di essere il migliore, almeno da quelle parti. Salire in sella ad una vespa azzurra, andare a votare, anche quando la prospettiva è quella di ritrovarsi in un partito rosso, che più rosso non si può. Matteo Renzi e una lezione di stile, l’ennesima, ad un partito che in questi anni non ha mostrato nei suoi confronti lo stesso garbo.

Ci vuole una buona dose di coraggio per non giocare, una sana iniezione di self-control per non reagire, quando tutti intorno provano ad ignorarti, quando sai perfettamente che buttandoti nella mischia avresti probabilmente di nuovo vinto: a meno di ammucchiate ignobili e alleanze-contro, a meno che il Pd non avesse fatto il Pd, insomma.

Dal dopo 4 marzo Matteo Renzi ha fatto però un errore. Non ha trovato il coraggio e i tempi giusti per imboccarla realmente “un’altra strada”. Per riunire un popolo che non è quello del Partito Democratico, ma il suo; per mettere insieme la gente che oggi voterà Giachetti, pensando a lui; per provare a liberarsi una volta per tutte dalle catene della ditta.

Il Pd non è casa sua. Forse non lo è mai stata. Ma oggi, intanto, ha mostrato di rispettarla più di tanti altri cosiddetti padri “nobili”. Nessuna guerriglia, nessun fallo di reazione. Si chiama fair play. E non era scontato. Non era per niente dovuto.

Primarie secondarie

Non è bastato impegnarsi davvero, scervellarsi per giorni, leggere con predisposizione d’animo i diversi appelli dei cosiddetti “padri nobili”, sorbirsi un noioso confronto tra i tre candidati, per trovare un motivo valido per cui votare alle primarie del Pd.

Mente, chi dice che “stare a casa significa favorire Salvini”. No, stavolta no, Salvini non c’entra. Non è in gioco il futuro del Paese. Semmai quello di un partito che si è fatto troppo del male per pensare di non pagarne prima o poi un prezzo.

Zingaretti è rimasto in questi mesi il fratello del commissario Montalbano. E’ nella migliore delle ipotesi una brava persona, un dirigente pacioso: qualità non scontate, si dirà, ma di certo non è l’uomo che risolleverà il Paese. E nemmeno il centrosinistra in Italia. Martina è rimasto in mezzo, troppo incerto su chi è stato ieri per sapere chi diventare domani. Giachetti ha avuto almeno il coraggio delle proprie azioni ma, a torto o a ragione, non basta presentarsi come il continuatore ideale del renzismo per interpretare la parte di Renzi.

Perché in fondo ci si può nascondere dietro espressioni come “fare squadra”, “essere inclusivi”, “basta divisioni”, ma prima o poi sarà chiaro che non sono state soltanto le lotte intestine, le vergognose faide interne, le pugnalate fratricide ad allontanare gli elettori. Piuttosto l’incapacità di rendersi conto di ciò che avveniva fuori, una buona dose di sano realismo per porre un rimedio, un argine ultimo, per evitare che spuntassero i Salvini e i Di Maio che oggi – tutti – dobbiamo somministrarci in tremende dosi massicce.

No, non c’è onestamente un motivo per votare domenica, a meno di non essere credenti ferventi. Non può esserlo una prospettiva di alleanza futura coi 5 Stelle, non può esserlo un ritorno di D’Alema o un’operazione nostalgia in stile Unione. Il Pd è finito, superato dagli eventi, impossibilitato a risorgere nonostante le ottime individualità presenti al suo interno. Il meglio che può esprimere non è rappresentato. E’ stato abbattuto (non battuto) o costretto ad emigrare per emergere (e il riferimento a Renzi e Calenda non è puramente casuale). Sono primarie senza leader, tra gregari privi di carisma, tra secondi che mai diventeranno i primi. In una frase: primarie secondarie.

Dal “MoVimento del cambiamento” al “cambiamento del MoVimento”

Doveva finire così. In fondo era scritto. Il MoVimento del Vaffa ha mandato a…..pure se stesso. Nel calcio si chiamano falli di reazione: ti buttano a terra e tu scalci, frustrato, provi a colpire l’avversario pur sapendo che non si fa, non è giusto. Così Di Maio si illude che basti stravolgere M5s, snaturarne l’indole, fare del MoVimento qualcosa di più simile ad un partito, per arginare una caduta tanto rapida quanto fragorosa.

Via al tetto del doppio mandato nei Comuni. Ma come? Non era un modo per impedire che la politica diventasse una professione? Non era il metodo per evitare che ci si attaccasse troppo alle poltrone? Sì alle alleanze con le liste civiche, e addio per sempre all’ideale di purezza. Sono come gli altri,
anzi peggio. Verginità perduta, o forse mai avuta.

Il compromesso che diventa abitudine, d’altronde se è successo a Roma di allearsi con la Lega, perché non può capitare lo stesso in un comune di 3mila anime? Fila tutto, il discorso è logico. Ma la prossima volta risparmiateci tutta la retorica sulla superiorità morale, sulla nuova politica, sull’etica di cui voi soli siete i custodi, sull’onestà, onestà. Onestà?

In tutto ciò c’è Di Maio, un leader che il giorno dopo la sconfitta più pesante da quando guida il MoVimento si preoccupa di assicurare che il suo ruolo non è in discussione per almeno 4 anni. Se volevate una prova della crisi che attraversa quella classe (non)dirigente eccola, servita. Non c’è un confronto che non sia con Casaleggio. Gli iscritti, la famosa “base”, vengono consultati solo per ratificare scelte impopolari, vedi Diciotti, per salvare la faccia a chi la faccia non ha il coraggio di metterla.

Doveva essere il “MoVimento del cambiamento”, alla fine hanno fatto altro: il “cambiamento del MoVimento”.

Sardegna, Salvini ha salvato Di Maio

Costretti a stare insieme, avvinghiati, stretti come sardine dalla Sardegna. Un unico destino, un matrimonio d’interesse che non potrà essere sciolto, almeno fino a maggio. Di Maio e Salvini, Salvini e Di Maio: l’uno legato all’altro, non per amore, piuttosto per debolezza. Reciproca.

Perché è vero, il voto sardo sancisce soprattutto il crollo del MoVimento 5 Stelle. Clamoroso, fragoroso. Innegabile. Ed è vero, pure,
ancora, che Salvini è primo nel centrodestra in una regione che niente ha a che vedere con la Lega e la sua storia.

Ma l’altro elemento che emerge con chiarezza è che neanche un all-in senza precedenti ha consentito a Salvini di affermare quella autonomia politica (diversa da quella di Lombardia e Veneto) a cui continua a costringerlo il Cavaliere resiliente.

Ha indossato – sfacciato – la felpa dei Quattro Mori, dimentico degli insulti leghisti a quel Sud di cui la Sardegna fa parte. Ha battuto il territorio come un segugio, tra bagni di folla che lo avevano illuso di fare il botto. Ha scelto – anzi, imposto – il candidato governatore Solinas. Ha provato a lucrare sul latte versato dei pastori sardi. Eppure Salvini da solo non basta, non vince, non sfonda.

Ed è in questa consapevolezza, nell’evidenza che l’elettorato di centro-destra non è in prevalenza di destra-centro, nella conferma che i “berluscones” saranno meno ma ancora molti, che affiora l’unica strada per Salvini oggi percorribile (e il suffisso “orribile” è fondamentale): tenere in piedi il governo coi grillini, pur di non tornare con la coda fra le gambe ad Arcore.

Ed è qui che si torna a Di Maio. Lo sconfitto, il traballante Di Maio. Debole al punto da non poter minimamente pensare di staccarsi dalla Lega, leader del MoVimento 5 stelle fino a quando questo governo durerà, poi chissà. E salvato da Salvini, uscito dalla Sardegna non così forte da abbandonare Giggino al suo destino.