Così Donald Trump sta mettendo in pericolo l’America

Dopo gli attacchi dell’11 settembre, un rapporto del Congresso che indagò sui motivi che portarono l’intelligence statunitense a realizzare uno dei più fragorosi buchi nell’acqua della sua storia, individuò tra le cause principali di quel fallimento la breve transizione fra l’amministrazione Clinton e quella Bush.

A causa del contenzioso legale tra Al Gore e George W. Bush, con soli 537 voti scrutinati nello stato della Florida a decidere l’elezione americana, la nuova amministrazione Repubblicana aveva impiegato diversi mesi per posizionare in tutte le caselle giuste i responsabili della sicurezza. Si era così creato uno stallo, qualcosa di simile ad un vuoto di potere. E qualcuno, in questo caso i terroristi di Al Qaeda, aveva pensato bene di approfittarne.

Questo è solo uno degli esempi di maggiore impatto per capire cosa comporta la strategia di ostruzione messa in campo in queste settimane da Donald Trump. Ormai è chiaro a tutti che non c’è nessuna possibilità che il presidente in carica ottenga un secondo mandato. Lo sanno i suoi legali, lo sanno i suoi più stretti collaboratori, lo sa perfino Donald Trump. E, nonostante questo, la cosiddetta “transizione” da un’amministrazione all’altra viene ostacolata.

Ciò significa per Joe Biden l’impossibilità di essere istruito con i briefing che l’intelligence posa sulla scrivania del presidente ogni mattina, ma anche l’incapacità di essere informato quotidianamente dai rapporti del Dipartimento di Stato su ciò che accade nel Pianeta.

L’America è in pericolo, l’America pagherà queste lentezze, a maggior ragione in un’epoca storica contrassegnata da una pandemia (a Biden, ad esempio, non è dato neanche pianificare la distribuzione dei vaccini), ma la principale preoccupazione di Donald Trump è costruire una narrazione che gli consenta di uscire dalla Casa Bianca, perché uscirà dalla Casa Bianca, come il presidente a cui hanno letteralmente “rubato” l’elezione, il candidato che aveva vinto a valanga e che soltanto un complotto internazionale ordito dai nemici comunisti dell’America è riuscito a sconfiggere.

Lo so, sembra ridicolo solo a leggerlo. Ma un’avvocata di Trump, in una conferenza stampa tenuta nella sede del Partito Repubblicano, allo stesso tempo sempre più vittima e complice delle follie del Presidente, al punto che diventa ogni giorno più complicato tracciare i confini delle sue responsabilità, ha dichiarato che l’intera operazione elettorale che ha portato al successo di Joe Biden è stata finanziata con “soldi dei comunisti“, pianificata dal defunto presidente venezuelano Hugo Chavéz in collaborazione con Cuba, la Cina, l’immancabile in ogni complotto che si rispetti George Soros, e naturalmente la fondazione dei Clinton. Tutto sarebbe avvenuto grazie all’ausilio di un “super computer” capace di modificare all’istante ogni voto processato in ogni Stato americano, così da favorire Biden a dispetto di Trump.

Trump, secondo l’avvocata, avrebbe vinto con addirittura 406 grandi elettori (per capire, a Biden ne sono stati assegnati 306: non mi sorprenderebbe se un giorno venissimo a sapere che è stato Trump stesso a suggerire di aver preso giusto 100 grandi elettori più del suo avversario) soltanto che il vero risultato dell’elezione, custodito in un software di una società spagnola di nome Scytl, sarebbe stato sequestrato da un’incursione dell’esercito americano nella sede tedesca dell’azienda, a Francoforte. Volete sapere com’è andata a finire? L’azienda spagnola chiamata in causa dagli avvocati di Trump ha detto di non avere nemmeno un ufficio, a Francoforte.

Questo teatrino deve farci riflettere sui pericoli che corre la democrazia americana – ma oserei dire la democrazia in generale – quando sale al potere un personaggio come Donald Trump. Alla fine, il sistema Usa garantirà un passaggio di consegne tutto sommato sereno. A mezzogiorno del 20 gennaio, l’amministrazione Trump sarà semplicemente il passato, ma ad un certo punto dovremmo dirci questo: fa ridere, perché fa ridere, ma che un presidente sconfitto alle elezioni pronunci, come ha fatto ieri al G20 davanti agli altri leader del Pianeta, parole come “voglio lavorare con voi ancora a lungo, ci attende un decennio straordinario“, ecco, questo dovrebbe preoccuparci tutti e spingerci a sviluppare sempre più anticorpi contro chi mette a repentaglio la democrazia pur di perseguire i propri scopi.

Un gigante di nome Winston Churchill avrebbe concluso: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora“.


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Caso Regeni: Conte affida l’onore dell’Italia nelle mani di Al Sisi

A quasi cinque anni dalla morte di Giulio Regeni sarà la procura di Roma a fare ciò che lo Stato non è stato ancora capace di fare: cercare la verità e ottenere giustizia per un ricercatore italiano di 28 anni morto ammazzato in Egitto e lasciato nudo, col corpo martoriato, sul ciglio dell’autostrada che collega il Cairo ad Alessandria.

Entro il prossimo 4 dicembre, il pm Sergio Colaiocco depositerà gli atti delle indagini e procederà nei confronti dei cinque funzionari della National security agency (il servizio segreto interno egiziano) iscritti due anni fa nel registro degli indagati chiedendo un processo. Lo farà con o senza la collaborazione dell’Egitto, che da mesi nega persino l’elezione di domicilio dei suoi agenti, impedendo così che possano essergli notificati in Italia, presso un difensore, gli atti del processo che li accusa.

Ma al di là della partita giudiziaria, ce n’è un’altra che si svolge in maniera parallela, una partita doppia, che investe politica e geopolitica, della quale il nostro Paese ha ampiamente perso i round precedenti. Ieri il premier Conte ha telefonato al presidente egiziano Al Sisi comunicandogli l’impossibilità di “comprare” altro tempo: la procura, per fortuna, ha deciso di muoversi in autonomia rispetto alle cautele diplomatiche. Non c’è amicizia tra Paesi che tenga, interessi reciproci di cui tener conto: perfino la farraginosa macchina della giustizia italiana è apparsa fulminea rispetto alle titubanze della politica.

La buona notizia della telefonata fra Conte e Al Sisi è che ad occuparsi della pratica non è il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Anche nei mesi scorsi, quando l’Italia decise di vendere all’Egitto due navi, le fregate classe “Fremm”, per un valore di 1,2 miliardi, dando un prezzo all’uccisione di un suo ragazzo, fu Conte ad assumersi la responsabilità di tale scelta. Così oggi: è ancora una volta il premier, al netto delle accuse rivoltegli dai genitori di Giulio, a caricarsi dell’onere della trattativa con Il Cairo, a coltivare un canale preferenziale con Al Sisi, convinto per motivi a noi ignoti di essere in possesso delle carte giuste per vincere la partita.

Di fatto mettendo nelle mani del presidente egiziano l’onore dell’Italia.

Dobbiamo sperare che abbia ragione Conte, ma soprattutto che abbia imparato dagli errori del passato, che abbia capito che, al di là della vulgata, l’Egitto non è quel Paese del Terzo Mondo che attende impaziente di ricevere ordini e minacce da Roma: trattasi piuttosto di attore geopolitico anelante gloria (quanto non possiamo dire di noi stessi) e con a disposizione forza militare terrestre superiore alla nostra.

Qualora da parte di Al Sisi dovessimo ricevere un nuovo schiaffo, dopo i tanti assestati alle nostre guance dal generale egiziano, dovremmo come primo passo ritirare il nostro ambasciatore, prendendo atto che il dialogo privilegiato in questi anni, con tanto di vendita di navi ad una Marina nostra diretta concorrente nel Mediterraneo, non ha portato né porterà a nulla.

Soprattutto, però, dovremmo riflettere sulle responsabilità della politica in questa vicenda. Pochi Paesi avrebbero saputo gestire peggio una partita così delicata per l’onore della nazione. Sono macchie che difficilmente si lavano via agli occhi degli interlocutori esteri: il rischio è che ognuno pensi possibile fare ciò che vuole contro l’Italia e i suoi cittadini, in assenza di ripercussioni di sorta.

Al di là della sacrosanta ricerca di verità e giustizia per Giulio, un nuovo fallimento vedrebbe irrimediabilmente compromessa la nostra immagine nell’agone internazionale. Non possiamo davvero permettercelo. Conte deve saperlo. La scommessa è sua, com’è legittimo che sia, ma in gioco c’è l’onore di tutti gli italiani.


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Donald Trump non se ne andrà con le buone

Non ci sarà bisogno di sguinzagliare la sicurezza perché Donald Trump levi le tende.

Per intenderci: per quanto l’idea di un paio di agenti del Secret Service che scortano il presidente americano fuori dalla Casa Bianca, magari ammanettato, solletichi la fantasia dei cosiddetti “Never Trumpers“, non sarà questo il modo in cui The Donald lascerà lo Studio Ovale.

Eppure, più passano le ore, più è altamente improbabile che Trump se ne vada senza combattere. Ancora ieri mattina, ad una settimana dall’Election Day, l’attuale inquilino della Casa Bianca annunciava a caratteri cubitali su Twitter: “WE WILL WIN“. Vinceremo.

L’ostinazione con cui Trump rifiuta di ammettere la sconfitta si è ormai protratta per troppo tempo per pensare che dietro non vi sia una tattica ben precisa. Un disegno per ottenere il massimo da questa situazione: che sia un salvacondotto per il futuro o il mantenimento della leadership tra i Repubblicani.

Arrivati a questo punto è pressoché scontato che lo stesso biondo di Manhattan sia venuto a patti con l’idea che queste elezioni le abbia davvero perse. E che nessun ricorso legale, accusa di brogli infondata, richiesta di riconteggio della schede in questo o quell’altro stato, avrà l’effetto di ribaltare l’esito del voto.

Lo stesso fatto che Trump, secondo voci ben informate riportate da Axios, abbia ipotizzato di ricandidarsi nel 2024 è sintomatico che Donald ha in cuor suo accettato la sconfitta. In America esiste infatti un limite di due mandati per i presidenti. Se ha governato dal 2016 per quattro anni, e punta al 2024, significa che sa di non aver vinto nel 2020.

Ma allora perché non fare armi e bagagli e andarsene? Perché non vergare una lettera commovente da far trovare sulla scrivania al proprio successore e uscire a testa alta? Perché non rendersi protagonista di un “concession speech” di livello, di un discorso di concessione della sconfitta che passi alla storia, che dica al mondo intero: “Ehi, guardate: non sono il mostro che avete descritto per anni. Per me la democrazia conta più delle mie sorti“. La risposta è una e una sola: perché Trump è Trump.

La natura del presidente, però, non riuscirà a plasmare il destino dell’America: milioni di statunitensi che hanno votato per Joe Biden lo hanno fatto. Il suo mandato scade a mezzogiorno del 20 gennaio del 2021. Punto. “Period”, come dicono gli americani. Oltre non potrà andare.

Per usare le parole del portavoce della campagna di Biden, “il governo degli Stati Uniti è perfettamente in grado di scortare un intruso fuori della Casa Bianca“. Di nuovo: non dobbiamo immaginarci nulla di violento. Ma che ci siano altri metodi per far sì che Trump addivenga a più miti consigli è sicuro. Il più semplice potrebbe essere quello di ricordargli i suoi tanti fronti aperti con la giustizia: Chris Cillizza della CNN ne ha elencati almeno 6 da tenere d’occhio una volta che Trump perderà l’immunità presidenziale.

Se dovessi scommettere, direi che Trump non finirà dietro le sbarre: un ex presidente degli Stati Uniti è pur sempre un ex presidente degli Stati Uniti. Non conviene a nessuno gettare una macchia del genere sull’istituzione della presidenza, né esacerbare gli animi facendo finire in cella un leader votato da 70 milioni di americani. Ma allo stesso tempo è vero che Trump ha mostrato in questi giorni l’intenzione di comportarsi in maniera del tutto atipica rispetto agli ex presidenti. Con ogni probabilità non pensa a se stesso neanche come ad un “ex” della politica.

Per questo non si può escludere nulla. Neanche che in questi 71 giorni di interregno Trump decida di utilizzare lo strumento della grazia presidenziale su sé stesso: manovra sulla cui liceità dibattono da settimane i costituzionalisti d’Oltreoceano. E che comunque lo metterebbe al riparo soltanto dalle conseguenze di eventuali reati commessi a livello federale, non da quelli compiuti su base statale.

Insomma: Donald Trump sta scalciando, lo farà ancora. E sì, potrà complicare la vita di Biden nel processo di transizione, mettere qualche bastone tra le ruote alla nuova amministrazione per rallentarne l’azione, disseminare di trappole i corridoi della Casa Bianca. Ma se ne andrà, alla fine. Non con le buone, ma se ne andrà.


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Te la meriti, Joe

Non ha il carisma di Obama, la preparazione di Hillary, la forza di Reagan. Non ha il fascino di Kennedy, l’oratoria di Clinton, il pragmatismo di Bush. Non ha l’istinto di Trump, il passato di McCain, il futuro di Ocasio-Cortez.

Joe Biden non è quello che a prima vista si direbbe un “uomo speciale“. Anche Donald Trump, in uno dei dibattiti presidenziali, gliel’ha ricordato: “Non eri neanche il migliore nella tua classe, Joe“.

In quel momento, il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America, dev’essere tornato con la mente a quando, bambino, era costretto ogni giorno a fare i conti coi bulli, coi gradassi che lo prendevano in giro per le sue balbuzie.

Oggi è vecchio, per qualcuno malandato e rimbambito, ma c’è stato un tempo in cui Joe Biden è stato giovane.

Un tempo in cui questo ragazzo di Scranton, Pennsylvania, approfittava di ogni occasione, di ogni incontro pubblico, assemblea, riunione di quartiere, per parlare: per sconfiggere cattiverie e altrui risate, per oltrepassare i suoi molti limiti.

Ce l’ha fatta, Joe. Da perfetto sconosciuto, da outsider in piena regola, ha così conquistato un seggio in Senato. Lo spin doctor di quella campagna? Sua sorella. Tutto molto artigianale, a conduzione familiare.

Già, la famiglia. Biden in 47 anni di carriera politica ha stretto mani, dato pacche sulle spalle, aiutato milioni di persone. Ma sulla sua pelle ha compreso quanto dura potesse essere la vita con gli affetti più cari. Ad un mese da quel grande successo alle elezioni per il Senato, Biden ha perso moglie e figlia in un incidente stradale. Ha pensato più volte di mollare, di arrendersi al dolore, di dedicarsi soltanto ai figli sopravvissuti. Non ha ceduto: ha scelto di onorare la fiducia degli elettori, di non rinunciare al seggio, di fare il pendolare, ogni sera, da Washington a Wilmington, ha viaggiato così tanto che alla fine gli hanno dedicato perfino una stazione dei treni.

Biden è così diventato Biden: una figura apprezzata anche dagli avversari, un punto di riferimento per il Paese, lo zio d’America. Ha conquistato Obama, ne è stato vice, ma soprattutto fratello maggiore. E quando tutto sembrava apparecchiato per raccoglierne l’eredità, di nuovo il destino lo ha travolto, strappandogli il figlio forse più amato, di certo quello più talentuoso, Beau, morto a 46 anni per un tumore al cervello.

Sembrava finita, di nuovo. Ma Biden ha mantenuto la promessa fatta a suo figlio: con quattro anni di ritardo sulla tabella di marcia si è candidato alle primarie del partito Democratico. Più volte è apparso sul punto di perderle. Mai primo, sempre dietro fino al South Carolina, quando la gente di colore ha dimostrato di avere buona memoria, ha ricordato che a spalleggiare il campione afroamericano Barack, in quegli anni alla Casa Bianca, c’era proprio lui, il vecchio Joe.

Da lì è stata una crescita costante, il SuperTuesday lo ha incoronato candidato del partito, i mesi successivi hanno reso chiaro ciò che non era scritto: la sua capacità di smussare gli angoli, di tenere insieme la variegata coalizione dem.

E poi è arrivato il coronavirus, handicap per Trump per come lo ha gestito, ma anche per Biden, confinato nel seminterrato, privato del contatto con la gente che in mezzo secolo di politica era stato il suo punto di forza. Nemmeno questo è riuscito a fermarlo: Biden è apparso solido durante la convention come non appariva da anni, nei dibattiti si è difeso, ha contrattaccato, ha mostrato i guizzi di un campione dal grande passato ma dal futuro incerto. Limiti, debolezze, ma mai tali da pregiudicare il giudizio di fondo per la maggioranza degli americani: Biden o Trump? Senza dubbio il primo.

Ecco, Biden non verrà ricordato come il miglior presidente della storia d’America: di questo possiamo già essere certi. Ma non sarei sorpreso se si rivelasse il miglior presidente possibile per l’America “oggi”. E’ caduto e si è rialzato. Ha aspettato questo momento per troppo tempo per farsi trovare impreparato. Ha superato troppo dolore per non uscirne migliore. Ha vissuto troppe vite in una sola per non avere diritto, almeno una volta, ad un lieto fine.

Vai, c’è la Casa Bianca che ti aspetta, Presidente. Te la meriti, Joe.


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Harris vs Pence: zitto e mosca

Kamala Harris e Mike Pence hanno avuto un dibattito. E questa è una notizia. Nessuna rissa verbale, nessuna offesa personale, al bando gli insulti in diretta tv. I due candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti hanno dato una dimostrazione dignitosa, restituito all’America il gusto dello scambio di opinioni all’insegna del rispetto reciproco: quanto Donald Trump e Joe Biden non sono stati in grado di fare nel loro primo dibattito.

Verrebbe quasi da domandarsi: perché non loro? Cos’è mancato a Kamala Harris per vincere la nomination democratica? Cosa a Mike Pence per emergere tra i Repubblicani come un’opzione più credibile di Donald? Non sono quesiti all’ordine del giorno, ma è probabile che lo siano al più tardi fra quattro anni, quando una ripetizione del dibattito odierno potrebbe valere non più per il posto da “numero due”, ma per lo Studio Ovale.

Storicamente, i duelli tra vice non spostano una grande mole di voti: secondo i sondaggisti difficilmente si va oltre il punto percentuale. Ma il confronto fra Harris e Pence assume una connotazione diversa, che va oltre i numeri del consenso: fornisce all’elettore medio un’immagine chiara sulle due proposte politiche in campo. Antitetiche, inconciliabili ma, paradossalmente, entrambe profondamente americane.

L’elefante nella stanza è ovviamente l’operato di Donald Trump. Kamala Harris non si crogiola nel vantaggio che i sondaggi attribuiscono a Biden per giocare di rimessa: la miglior difesa è l’attacco. In questo il suo passato da procuratrice l’aiuta parecchio: quando vuole è incalzante, potente. E poi possiede il carisma che serve ad imporsi. Come quando Pence tenta di sovrastarla ed interromperla, e la democratica oppone un perentorio: “I’m speaking“, sto parlando.

Basta questo per zittire il pacato – non moderato, attenzione – ex governatore dell’Indiana, per ricordargli il rispetto delle regole concordate dalle rispettive campagne. E per consentire allo stesso Repubblicano di smarcarsi dall’atteggiamento irritante e infantile tenuto dal suo presidente per tutta la durata del dibattito con Biden. Ne guadagnano tutti: la godibilità del confronto in primis, l’immagine di Harris certo, ma anche Pence che, comunque vada, se davvero un giorno vorrà dare l’assalto alla Casa Bianca, avrà bisogno di aggiungere qualcosa di proprio alla definizione di “ex vice di Donald Trump“.

Il fatto che la frase più memorabile del dibattito sia questo semplice “sto parlando“, la dice lunga sulla capacità del duello di spostare voti: di fatto azzerata. Saranno in pochi a credere alla narrazione che Pence ha dato del ticket Biden-Harris, descritto come un’accoppiata di estrema sinistra, succube dell’ala di partito che fa capo a Bernie Sanders, costretta ad assecondare le sue istanze ambientaliste per sacrificare i lavoratori americani, in particolare quelli del Midwest. A disinnescare ogni retorica strumentale, più delle argomentazioni di Harris, sono i 47 anni di carriera politica di Biden: gli americani lo conoscono, impossibile descriverlo come un estremista.

Così com’è difficile ipotizzare che Harris convinca qualcuno che già oggi non voti per Biden sottolineando la mancata condanna dei movimenti suprematisti bianchi da parte di Trump. Per una semplice ragione: quattro anni sono stati abbastanza per conoscere il Presidente, su temi del genere gli americani, in un senso o nell’altro, hanno già fatto la loro scelta di campo.

Né deve meravigliare più di tanto il fatto che Pence abbia eluso, da navigato debater“, le domande più imbarazzanti. La moderatrice Susan Page, giornalista di Usa Today, ha sfornato ottimi quesiti: peccato si sia poi dimenticata di incalzare i candidati a rispondervi. Forse una maggiore insistenza avrebbe impedito a Mike Pence, ad esempio, di girare a vuoto su una delle questioni che più terrorizzano i democratici: l’ipotesi che Trump, sconfitto nelle urne, possa rifiutarsi di accettare l’esito del voto senza favorire un trasferimento di poteri pacifico.

Cosa resterà dunque, fra molti anni, di questo dibattito tra Kamala Harris e Mike Pence? Probabilmente una terza incomoda. La mosca che per 2 minuti e 3 secondi pressoché eterni ha esplorato la lucente chioma del vicepresidente americano, distraendo milioni di telespettatori alla visione, pronti a domandarsi se nel volo dell’insetto, nel suo indugiare proprio sul Repubblicano e non su Harris, vi fosse per caso una sorta di silenzioso messaggio in codice da decifrare o al più l’indizio di chissà quale complotto da svelare.

Per dire di come, in fondo, nessuno dei due contendenti abbia trovato il colpo del ko, il gancio che manda al tappeto il rivale. Clamorosa buona notizia, a pochi giorni dal voto, per chi può accontentarsi di gestire il vantaggio: in questo caso Joe Biden.

Clicca qui per gli highlights del dibattito.

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