Salvini accetti la sfida di Berlusconi

salvini lega

 

Alla fine ha deciso per il silenzio. Per festeggiare la riabilitazione che attendeva da anni nessuna nota, nessun messaggio sui social, perfino nessun videomessaggio. I motivi? Da una parte un raffreddore poco televisivo, dall’altra la necessità di evitare falli da ultimo uomo, una cautela suggerita dalla volontà di non dare un pretesto a Lega e 5 Stelle per attaccarlo, nel caso in cui la trattativa per il governo dovesse incredibilmente saltare.

Eppure è proprio al Pirellone, al Palazzo della Regione Lombardia dove Salvini e Di Maio si annusano durante tutta la giornata di ieri, che Berlusconi continua a guardare con una certa speranza.

Tornare indietro non può più, rispetto alla parola data a Salvini. “Che faccia pure il governo coi grillini, se vuole“, aveva acconsentito mercoledì sera, senza celare tutto il suo scetticismo sulla manovra dell’alleato.

Ma adesso un lumicino di speranza si è riacceso: che tutto salti al fotofinish, che Matteo si renda conto che con lui di nuovo in campo Forza Italia potrà tornare su percentuali importanti, che il centrodestra unito questa volta non avrebbe problemi ad arrivare alla soglia di governabilità del 40%.

E allora non ci sarebbe da trattare coi 5 Stelle su tutto, con il rischio di mandare per aria i conti dello Stato. Basterebbe mettere in atto il programma firmato dai tre leader del centrodestra; e pure sul premier non ci sarebbero problemi, visto che il metodo è stato già testato durante l’ultima campagna elettorale.

Ma che l’alleanza si regga su paletti instabili lo si intuisce proprio dal fatto che una buona notizia per Forza Italia e il suo leader non lo è necessariamente per la Lega. Per quanto la logica suggerisca esattamente il contrario, all’interno del Carroccio c’è chi legge nella riabilitazione di Berlusconi una spinta a chiudere in fretta coi 5 Stelle.

Ci sono voluti 25 anni perché un “alleato” superasse Berlusconi. E non è detto che ci si riesca di nuovo. Meglio trattare con Di Maio, che rischiare di finire di nuovo sotto Silvio.

A meno che Salvini non accetti la sfida, trovi un pretesto per far saltare il banco del governo e provi a prendersi il centrodestra. Per sempre.

Berlusconi torna eleggibile: e adesso?

 

Per anni ha guardato a Strasburgo, aspettando che prima o poi la Corte Europea dei diritti dell’Uomo gli restituisse “l’onore perduto“.  Ma la gioia più grande degli ultimi anni di vita di Silvio Berlusconi arriva da Milano, la fine di un incubo che ha sempre definito “un colpo di Stato“.

Ma il paradosso, per una sentenza arrivata pure in anticipo rispetto ai tempi, è quello di un ritardo colpevole di 48 ore che rischia di cambiare la storia d’Italia.

Perché ad Arcore, mentre arrivano le telefonate di felicitazioni di tutti i parlamentari di Forza Italia, ringalluzziti all’idea di riavere finalmente un leader spendibile, il tarlo è principalmente uno: se solo avessero deciso mercoledì…

Il giorno in cui ha dato il via libera a Salvini per fare il governo con Di Maio. Il giorno in cui per la prima volta dal 1994 ha temuto di andare al voto, ha avuto paura che gli italiani gli dicessero “Silvio, stavolta è finita“.

Ma oggi che è tornato candidabile, oggi che può addirittura sperare di tornare a Palazzo Chigi, quella prospettiva di un voto a luglio agli occhi del vecchio leader è tornata ad essere intrigante, auspicabile in maniera quasi urgente.

Berlusconi, lo stesso che si era spiegato il sorpasso di Salvini in questo modo: “Il problema è che non sono candidabile“, oggi è quasi un uomo nuovo.

Spera nell’autogol di Lega e M5s. Al telefono ripete che è pronto a tornare a votare.

Non si tiene. Si sente di nuovo il più forte. Berlusconi è tornato.

Renzi, Berlusconi e la traversata nel deserto

renzi motorino firenze

 

Uno, Renzi, ha già annunciato una durissima opposizione al governo Di Maio-Salvini che sta per nascere. L’altro, Berlusconi, ha le mani legate da un partito in ebollizione, diviso tra astensioni benevole o critiche, Aventino e sfiducia: insomma, un caos che dà la dimensione del momento di sbandamento forzista.

Ma sta nelle premesse – e nelle promesse – dell’esecutivo giallo-verde il convincimento di Renzi e Berlusconi che la luna di miele tra gli italiani e quelli che continuano a definire “i populisti” non durerà. Si parla di un contratto “alla tedesca” (un paradosso per chi ha basato la propria ascesa politica bombardando la Merkel un giorno sì e l’altro pure) che contenga non solo tutte le riforme annunciate in campagna elettorale, ma pure le coperture e i tempi per realizzarle.

Vediamo se sono capaci“, ripete Berlusconi da un paio di giorni. “Chiederemo conto delle loro bugie elettorali, ogni giorno“, annuncia oggi Renzi, che evidentemente alla nuova coppia della Terza Repubblica non concede neanche il beneficio del dubbio. Certo è che tanto Silvio quanto Matteo non sono preoccupati dall’ondata di entusiasmo che pervade l’opinione pubblica prima della nascita di un governo che annuncia la rivoluzione.

Hanno avuto l’Italia in mano, loro. E sanno bene che a  spezzare l’incantesimo basta poco.

Di sicuro c’è che grazie a Berlusconi hanno scongiurato il rischio più incombente: quello di elezioni subito che avrebbero raso al suolo da una parte la rappresentanza (e il ruolo) di Forza Italia in Parlamento, dall’altro l’influenza nei gruppi e ogni speranza di possibile premiership di Renzi.

Ma è una lunga traversata nel deserto, quella che attende i due leader carismatici della politica italiana. Una maratona estenuante di cui non si conosce l’approdo, visto che a piazzare lo striscione del traguardo non potranno essere loro.

Una volta sopravvissuti alle tempeste di sabbia, resterà da capire se tra una duna l’altra si ritroveranno dalla stessa parte.

Berlusconi torna libero

berlusconi quirinale

 

Per una volta l’idea di passare da statista non lo entusiasma.

Silvio Berlusconi è amareggiato, irritato, perché all’idea di dare il via libera ad un governo Di Maio-Salvini fino all’ultimo non si rassegna.

Così, a chi parla con lui nelle ore precedenti al comunicato che sancisce la svolta, ribadisce la frase che va ripetendo da settimane: “Questa volta gli italiani hanno sbagliato a votare“. Non si capacita di come al Sud abbiano potuto credere alle promesse del Movimento 5 Stelle, così come al Nord imputa un errore, quello di aver assegnato troppa forza all’alleato leghista.

Eppure chiamarlo alleato è un azzardo. Perché per quanto nella nota vergata da Berlusconi si ribadisca la tenuta del centrodestra, è un fatto che anche nel giorno più importante il Cavaliere e Salvini non si siano sentiti al telefono. Il rapporto tra i due è pressoché inesistente: si parlano attraverso intermediari, i cosiddetti “pontieri” costretti a costruire un raccordo ogni volta più ampio. E non è un caso che, indispettito, a chi gli chiede di dare una mano al governo nascente Berlusconi risponda che “fosse per me non gli darei neanche un dito“.

Per questo alla fine Berlusconi fa il minimo indispensabile, che dal suo punto di vista assume le sembianze di un piccolo capolavoro. Toglie il veto alla nascita del governo M5s-Lega, scaricando le responsabilità di un eventuale insuccesso nella trattativa alle ambizioni dei due giovani leader; annuncia che Forza Italia non voterà la fiducia, e si sa che chi siede all’opposizione ha più possibilità di aumentare i consensi. E allo stesso tempo, sulla carta, tiene unito il centrodestra, ricordando alla Lega tutte le volte che ha fatto di testa propria (Monti e Letta docent) lasciando ai forzisti la patata bollente del governo.

Eppure, se proprio deve trovare un motivo per andare a letto meno scontento, Berlusconi sceglie la ritrovata libertà.

Nessun Salvini a dirgli questo sì o questo no, nessun Salvini a parlare al suo posto, a prendersi la scena al Quirinale. Nessun Salvini, questo basta.

Il bivio di Silvio Berlusconi

berlusconi bivio

 

La tentazione di tornare ad essere agli occhi degli italiani il salvatore della Patria si ripresenta più volte, durante la giornata ad Arcore di Silvio Berlusconi. E più passaggi di un ipotetico discorso di “rottura”, che sia dello stallo o del centrodestra, iniziano ad essere perfino appuntati, a conferma che il Cavaliere realmente è solleticato da un ritorno sulla scena in grande stile.

L’uomo che ha scongiurato il ritorno alle urne in estate, lo statista che ha impedito l’aumento dell’Iva, l’unico che ha rinunciato davvero a tutto pur di dare un governo al Paese. Sì, ma poi?

Proprio la mancanza d’orizzonte frena Berlusconi, che sa bene come gli italiani abbiano memoria corta. E di questo sacrificio tra un paio di mesi si saranno scordati tutti, ripete, mentre Di Maio e Salvini nel frattempo si prenderanno tutto.

Ma perché Matteo non si assume le sue responsabilità e rompe il centrodestra?“, si sfoga Berlusconi ad Arcore. Perché in fondo di quest’alleanza sono prigionieri tutti: Salvini che non ha il coraggio di vedere che succede a lasciarlo, e lui che di stare a braccia conserte mentre parla il leghista ne ha già abbastanza.

Così nel rifugio di Arcore va in scena il tormento di Silvio, il dilemma che più che un bivio rappresenta un dirupo. Nella drammaturgia dell’uomo, l’essere ago della bilancia è occasione imperdibile. Ma il punto è che dando vita ad un esecutivo Lega-M5s oggi, nessuno assicura a Berlusconi che poi “quei due“, Salvini e Di Maio, non vadano avanti per 5 anni facendo di Forza Italia un residuato storico e di lui un 86enne dimenticato dalla storia.

A meno che, alla fine, Berlusconi non riesca ad ottenere rassicurazioni da Salvini che il patto con Di Maio sarebbe a tempo. Un anno al massimo, e poi al voto. Un anno da passare all’opposizione, magari. Senza rompere il centrodestra, come fece Salvini quando Forza Italia appoggiò i primi mesi del governo Monti.

Un Berlusconi all’opposizione gonfierebbe di nuovo le vele forziste. “Sì, ma di Matteo non mi fido“. E dunque si ritorna al punto di partenza, sebbene l’unica strada che escluda con fermezza sia quella di un appoggio esterno, quella sì un’umiliazione per l’uomo e per il politico.

Così l’ipotesi di un sacrificio si allontana, torna a galla l’orgoglio di un leader che ha costruito le sue fortune sul consenso della gente e “allora andiamo a votare, gli italiani non mi tradiranno“.

Non è tra governo e ritorno al voto il dubbio di Silvio, sta tra ciò che è stato e quel che sarà, il bivio di Berlusconi.

Un altro Monti e poi al voto

mattarella quirinale

 

Si sentono fino all’ultimo minuto disponibile, Di Maio e Salvini. Anche pochi istanti prima che la delegazione del Movimento 5 Stelle entri al Quirinale, con il leader dei grillini desideroso di capire quale sia il verdetto del vertice che va in scena a Palazzo Grazioli da ormai diverse ore.

Ma alla fine, chissà come, il centrodestra regge al tentativo ultimo del M5s di spaccarlo. Non che si stappi spumante, all’interno della coalizione. Il confronto è stato aspro e in più di un’occasione si è arrivati ad un passo dalla rottura. Soprattutto quando, in privato, Salvini ha chiesto a Berlusconi il famoso “passo di lato” per far nascere un governo giallo-verde.

Ed è stato in quel momento, quando Berlusconi ha capito che da quel “no ad un appoggio esterno di Forza Italia” sarebbe passata la sua sopravvivenza politica, che si è rivisto lo schema iniziale di Salvini. Tentato sì, di lasciare Berlusconi e di andare al governo, ma frenato pure. Soprattutto dai numeri, da quel 17% che in ogni caso lo avrebbe relegato a socio di minoranza di un governo con i 5 Stelle e senza il centrodestra.

Così la salita al Colle della coalizione al completo si traduce in un esercizio fantasioso, almeno per le orecchie di Sergio Mattarella che, sarà chiaro molto presto, non assegnerà un incarico al buio a Salvini, così come chiesto dal centrodestra.

Piuttosto la situazione sembra precipitare vertiginosamente verso un nuovo voto. Con l’indicazione di una figura neutra che dovrà pure sottoporsi all’onta della bocciatura in Parlamento per amor di patria, col compito di traghettare il Paese alle elezioni.

Si capiranno a breve i margini della nuova mossa di Mattarella. In ogni caso quella definitiva.

Più probabilmente un altro Monti per l’estate.

Salvini a Berlusconi: posso tradirti?

berlusconi palazzo grazioli

 

Avesse avuto la forza (e i voti) di 10 anni fa Silvio Berlusconi, ad un certo punto del vertice a Palazzo Grazioli, Matteo Salvini lo avrebbe fatto gentilmente accompagnare alla porta. Anzi, questa riunione neanche ci sarebbe stata, a dirla tutta. Perché nessuno mai si sarebbe permesso di discutere – e addirittura contestare – la sua linea prima dell’ultimo giorno di consultazioni con il Presidente della Repubblica.

Ma che i tempi sono cambiati lo si intuisce proprio dal fatto che Berlusconi non abbia già fatto saltare il tavolo. Perché la richiesta di un appoggio esterno ad un governo tra Lega e 5 Stelle, praticamente la stessa che venne formulata da Di Maio e respinta due mesi fa da Salvini, oggi come allora è semplicemente indigeribile per Forza Italia. E a nulla servono le rassicurazioni di Giorgetti, i “non preoccuparti” di Matteo, che puntualmente rincuorano Silvio sul fatto che a Forza Italia verranno assegnati ministri d’area e la presidenza della Commissione che dovrà dare vita alla nuova legge elettorale.

Ma a cosa serve scrivere una legge elettorale se non ci sono più i voti? Perché in fondo è questo che chiede Salvini a Berlusconi: un passo indietro, più che di lato. Una resa senza combattere, che venga presentata all’opinione pubblica come il sacrificio del grande statista per il bene dell’Italia, ma che alla fine rappresenterebbe il passaggio di consegne naturale dal vecchio al nuovo leader del centrodestra.

Si parlano per circa due ore, senza capirsi. Con Berlusconi che ottiene di riaggiornarsi alla mattinata di oggi con una nuova riunione, prima di salire al Colle, dov’è attesa tutta la coalizione di centrodestra, unita. Ma il punto è che se anche la notte porta consiglio Berlusconi non ha forse più la forza per seguire il suo istinto, quello che gli suggerirebbe di mollare Salvini fin da subito.

Non ha dieci anni davanti per ricostruire la sua piattaforma. Non sembra avere il tempo per un nuovo predellino.

E a questo Matteo, che gli chiede il permesso di tradire, forse, dovrà pure dire di sì.

L’ultima cena del centrodestra unito?

centrodestra

 

Il punto, alla fine, è sempre lo stesso: Berlusconi sì o Berlusconi no? Con la differenza che l’arbitro Mattarella ha già il fischietto in bocca e si sa che quando manca poco al 90esimo e la partita sta per finire pure il portiere può spingersi in avanti alla ricerca del gol.

Così nell’ultima notte di trattative prima del gong del Quirinale può succedere di tutto. Pure quello che in due mesi non è successo. Che Salvini strappi con Berlusconi, ad esempio. O che Berlusconi sacrifichi se stesso sull’altare di un governo e di una rinnovata autonomia, magari.

Perché l’ultima mossa di Di Maio, in attesa di capire cosa dirà da Lucia Annunziata, sembra proprio un tentativo di rimbalzare le responsabilità su Salvini: sull’uomo del momento, come le urne hanno certificato. Anche a patto di rinunciare alla premiership, perché visti i sondaggi, capito che a furia di ostinarsi sul suo nome ha perso l’opportunità di salire a Palazzo Chigi, adesso il rischio è pure quello che qualcuno gli sfili la leadership all’interno del MoVimento, in caso di nuove elezioni.

Quelle nuove elezioni che in tanti, forse tutti, leghisti esclusi, sembrano volere scongiurare. Così l’ultimo giro di consultazioni al Quirinale con Mattarella viene visto come uno spettro da scacciare, quasi si sia andati troppo in fretta, troppo veloci, per consentire a delle forze così diverse di accordarsi su una partita così seria. L’ennesima dimostrazione che il filo conduttore col Paese non è funzionante.

Si gioca un supplementare senza possibilità di rigori, adesso. E può pure capitare che sulla possibilità di decidere chi schierare negli ultimi concitati minuti di gioco si laceri una squadra. Questo è il rischio, questa la prospettiva della cena a Palazzo Grazioli del centrodestra – finora – unito.

Salvini, Berlusconi e Meloni insieme, almeno stanotte. Almeno un’ultima notte. Per capire come andrà a finire, prima del triplice fischio di Mattarella.

La scissione della scissione del Pd

direzione pd

 

Al Nazareno i protagonisti attesi arrivano alla spicciolata, uno alla volta, assediati tutti dalle telecamere e dai giornalisti. Ma pure dai militanti, dall’ormai celeberrima “base”, che ai propri delegati continua a chiedere conto dello sfacelo degli ultimi mesi, senza ottenere risposta. Ma la Direzione Pd che doveva trasformarsi in una conta, abbastanza incredibilmente si tramuta in un “volemose bene” al quale non crede nessuno.

Vince come sempre Renzi, che ha smontato l’ordine del giorno sul dialogo con il MoVimento 5 Stelle. Non perde il timone Martina, ma di certo un po’ di faccia sì, se è vero che fino a pochi giorni fa si batteva per un accordo con Di Maio e ora si fa andare bene il no al confronto, ricevendo in cambio che il no valga per tutti, pure per il centrodestra di Salvini e Berlusconi.

Ma quando salgono sul podio – tutti tranne Renzi, che la sua l’ha già detta ampiamente da Fazio – gli uomini che oggi compongono il Pd rendono plastica l’impressione che il Partito non sia più uno solo. C’è chi parla di unità, chi scongiura a parole il “doppio timone”, ma l’acqua ha ormai iniziato a filtrare da tempo nella nave democratica e le stive sono già allagate.

Così la decisione dei renziani di confermare la fiducia a Martina fino all’Assemblea può essere letta come un contentino da assegnare al reggente che è giunto a più miti consigli, che ha salvaguardato l’unità esteriore di un Partito lacerato al suo interno.

Rattoppato l’involucro, però, restano le contraddizioni di un soggetto sfilacciato, ammaccato, seriamente compromesso. Rimane la sensazione che come tra pugili suonati a fine round ci sia dato il tempo di arrivare alla campana senza farsi troppo male, per poi tornare a picchiarsi tra un po’.

La direzione Pd è stata soprattutto questo. Un rinvio della guerra, che ci sarà.

La scissione – nei tempi – della scissione.

Pd, la resa della conta

renzi martina

 

Il 3 maggio è finalmente arrivato. Ma se fino a qualche giorno fa ad aspettare la Direzione del Pd era tutto il Paese, curioso di capire se l’accordo col MoVimento 5 Stelle sarebbe andato in porto o meno, adesso l’attesa gravita sulla resa dei conti interna al Partito Democratico. Anzi, sulla resa della conta.

Perché in queste ore il tema che gli esponenti delle diverse correnti dem si affannano a sottolineare è che in gioco non c’è tanto l’accordo con Di Maio – quello naufragato nel momento stesso in cui Renzi ha parlato da Fazio – quanto la tenuta stessa di un Pd diviso, dilaniato dai rancori, indeciso se spaccarsi oggi o tra qualche tempo.

Così la manovra dei renziani di far firmare ieri un documento che eviti la conta in Direzione può essere letta in due modi: dai meno maliziosi come il tentativo di Renzi di scongiurare una spaccatura che potrebbe risultare tombale per il Partito; da tutti gli altri come la volontà dell’ex premier di mettersi al riparo dagli effetti che un successo risicato potrebbe sortire per la sua leadership.

Dalla minoranza, però, fanno intendere che questa volta qualcosa vorranno ottenere. Da qui il proposito di Martina, il segretario reggente che intende mettere ai voti la fiducia nei suoi confronti. Un po’ per reclamare autonomia e indipendenza da Renzi e un po’ per capire se il segretario ombra del Pd deciderà di votargli contro (e certificare la perdita di consensi rispetto alle Primarie) o obtorto collo preferirà confermargli la fiducia fino al congresso, proprio per evitare lacerazioni definitive.

Ragionamenti che vanno di pari passo col pallottoliere, azioni e mozioni basate sul “chi controlla chi”, sul “come voterà Tizio” e “chissà cosa dirà Caio”.

Siamo alla resa dei conti, è chiaro. Ma quale sarà, alla fine, la resa della conta?