Nelle mani di Mattarella

Il profilo è basso, come sempre. Sergio Mattarella è uomo mite, ma non per questo indeciso. Pare quasi in imbarazzo, quando fissa la telecamera, ma è sorretto dalla forza degli onesti, di chi ha speso una vita in nome di ciò che riteneva giusto, senza mai scendere a compromessi.

E sarà questa forza a servirgli a partire dal 5 marzo, il giorno dopo il caos. Quando i partiti si recheranno al Quirinale e faranno di tutto per tirarlo dalla giacchetta, convinti ognuno di avere diritto più degli altri ad essere ascoltati. Ma in quella prassi che prende il nome di consultazioni, Mattarella guarderà negli occhi i vari leader, scrutando però un orizzonte diverso. Il futuro del Paese come bene primario, al di là degli attacchi che dopo una luna di miele durata tre anni, non tarderanno ad arrivare.

Perché scontenterà qualcuno Mattarella, è inevitabile. Lo farà se, come dicono gli ultimi sondaggi, nessuno otterrà la maggioranza. Ma le spalle larghe il Presidente le ha più o meno da sempre, da quando la mafia gli uccise il fratello Piersanti, allora governatore della regione Sicilia, e decise di scendere in campo a sua volta, consapevole del rischio che il prossimo avrebbe potuto essere proprio lui.

Sarà in quei giorni, quando le ipotesi di larghe intese si alterneranno alle richieste di un nuovo ricorso alle urne, che Mattarella dovrà tenere unita l’Italia. Attenersi alla Costituzione non sarà un problema. Scegliere la via più giusta probabilmente sì.

Ma nel ventaglio di ipotesi plausibili ed esplorabili dopo il voto, più che dai proclami dei leader – che faranno fatica ad abbandonare lo stile sbarazzino di questa campagna elettorale lunare – il futuro del Paese dipenderà dalla capacità del capo dello Stato di vedere lontano.

Farà da arbitro, Mattarella, non il giocatore. Di questo nessuno dubiti. Saremo nelle mani del Presidente. Sono buone mani.


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Torna il Professore, Renzi in castigo: la vendetta di Romano Prodi

Alla fine il Professore è tornato. E ai suoi alunni ha assegnato i compiti come nulla fosse, quasi gli ultimi 9 anni di assenza non contassero. E’ ancora lui, Romano Prodi, il capo del centrosinistra. E Renzi dovrà farsene una ragione. Perché la classe pende ancora dalle labbra del Professore: Matteo da Rignano non scalda più il cuore.

Prodi sta con Gentiloni, col premier silenzioso, con quello che meglio incarna il suo stile. Per lui, appassionato di ciclismo, Renzi è uno scattista che si spegne in fretta, potrà vincere al massimo una Classica, non è fatto per i Grandi Giri. Ma quando sale sul palco di Bologna e abbraccia Paolo Gentiloni è lui, per una volta, a scattare, ad imprimere l’accelerazione che lascia Renzi con le gomme sgonfie.

Il Professore ha eletto il capoclasse e se è vero che un buon docente non fa preferenze, lo è pure che ha il dovere di premiare chi meglio ha lavorato. E su questo Prodi non nutre dubbi: l’allievo migliore è Gentiloni. Anche più di Renzi, che ha convinto i compagni di essere il più forte, ma lui non se l’è mai bevuta.

No, lui no. Il Professore non voterà Pd. Ha indicato “Insieme“, la lista che raggruppa l’anima civica, ecologista, progressista e riformista del centrosinistra. Un Ulivo in miniatura, che con l’endorsement di Prodi rischia ora di rosicchiare punti al Partito Democratico, a quel Renzi che mai si sarebbe aspettato un colpo simile a due settimane dal voto. E quanto pesa il Professore? Quanto sposta? Forse quel tanto che basta a far scendere Renzi sotto il 20%. A dargli il benservito come il Pd lo diede a lui nel 2013, quando 101 traditori decisero di impallinarlo impedendogli di diventare Presidente della Repubblica.

Non dimentica, Romano Prodi. In questi 9 lunghi anni ha tenuto aggiornato il registro. Ha preso nota di quanto accaduto in classe. E più del talento ha deciso di premiare l’impegno. Non c’è lode per Renzi, il primo è Gentiloni. È la rivincita di Stardi. Lo studioso senza genio di De Amicis, che per una volta si fa beffe dell’inarrivabile Derossi. E’ tornato il Professore, guai a chi fiata.

Berlusconi guarda a Strasburgo: un nuovo orizzonte da scrutare

Per l’uomo di Arcore il tempo è un impiccio. Ora che l’età matura ha fatto spazio a quella anziana, ragionare con la testa di ieri è diventato un problema. Voleva sentirsi eterno, Berlusconi. Sperava di vivere almeno 120 anni. Poi ha scoperto di avere un cuore ballerino e allora con lui ha deciso di danzare, nonostante i consigli dei medici.

Acciaccato ma sopravvissuto, nel senso umano e politico, per ridimensionare il berlusconismo sulle mappe elettorali hanno dovuto squalificarlo in tribunale. Ed è alla sentenza che dovrà restituirgli “l’onore perduto“, che Berlusconi guarda con urgenza. Conosce i tempi lenti di Strasburgo, alla speranza di tornare in gioco per queste elezioni ha da tempo abdicato, ma non per questo ha rinunciato a coltivare l’idea di un ritorno in grande stile.

Per realizzarlo ha bisogno che tutto vada per il verso giusto. Deve vincere, ma non troppo. Sperare che Renzi cada, ma senza franare. Arrestare l’avanzata grillina e guadagnare tempo. Tempo, ancora lui. Ancora le lancette a scandire il ritmo dei suoi giorni. Il Cavaliere, abituato ad impartire ordini, fatica davvero a sottostare alle sue regole.

Ma per uno strano scherzo del destino, Berlusconi può ingannarlo. Lui che è entrato nell’inverno della vita guarda ad un’altra stagione, l’autunno, con fiducia. Sarà allora, quando i giudici gli daranno ragione – dice – che si metterà in gioco per l’ultima volta. Nessun governo di larghe intese, non vuol tirare a campare Berlusconi. Vuole nuove elezioni dopo quelle di marzo. Sogna la sfida finale con tutti i suoi avversari, il ritorno a Palazzo Chigi dall’ingresso principale.

Ha sempre amato la ribalta, il centro della scena. Questo neanche il tempo è riuscito a cambiarlo. Così l’uomo di Arcore guarda a Strasburgo, scruta l’orizzonte aspettando l’autunno, cerca di sfuggire all’inverno e auspica una nuova primavera. Nel ciclo delle stagioni berlusconiane, per la speranza è sempre estate

Rimborsopoli M5s, sono come tutti

Lo hanno ribattezzato Rimborsopoli, a voler richiamare gli -opoli più celebri e infamanti della nostra storia: Tangentopoli e Calciopoli, per dirne un paio. E adesso c’è chi dice che tutta questa storia si trasformerà in boomerang, che i grillini avranno pure tenuto per sé qualche migliaia di euro, ma meglio loro che tutti gli altri, che le indennità da parlamentari se le intascano direttamente. Tutto lecito, persino condivisibile, se non fosse che lo scandalo scoppiato in questi giorni fa crollare di fatto il principio su cui il M5s si è fondato: l’onestà.

Lo ha capito prima di tutti Berlusconi, che sul caso si è limitato a commentare citando lo slogan dei grillini duri e puri, quelli che volevano Stefano Rodotà al Quirinale e manifestarono nel 2013 al grido di “o-ne-stà, o-ne-stà“. Ha fatto cilecca Renzi, che ha chiamato in causa Bettino Craxi, irritando l’ala socialista della sua coalizione e alienandosi i nostalgici della Prima Repubblica, salvo provare a metterci una pezza in un secondo momento.

Ma al di là degli avversari che tentano di cavalcare l’onda, la frittata nel MoVimento resta. Il rapporto di fiducia con l’elettore incrinato probabilmente per sempre. Sono uomini e donne come gli altri, gente perbene – come dappertutto – ma anche furbetti, attratti dall’inesauribile fascino del Potere e del Denaro. Crolla il mito della superiorità grillina, della diversità a prescindere, di quella differenza antropologica che una volta fu della sinistra.  Si sfilaccia la bandiera dell’onestà che Grillo e Di Maio avevano piazzato nel campo base pentastellato. Persa la verginità, smarrita la purezza, dissolta l’utopia degli inizi. Sono come tutti.

Staffetta: così Di Battista farà le scarpe a Di Maio

Uno usa il fioretto, l’altro la sciabola. Il primo sembra un vecchio democristiano, piace alle signore. Il secondo è un giovane maledetto, scalda i cuori delle teenager. Tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista c’è di mezzo un mondo. E non sarà l’allontanamento temporaneo dalla politica di “Dibba” a colmare la distanza siderale che li separa.

Troppo diversi, anche per pensare di essere credibili quando parlano d’unione d’intenti, di MoVimento, di rifare l’Italia. Sono destinati a scontrarsi, forse a breve, quando i numeri di Di Maio non saranno all’altezza delle aspettative di una base che adesso vuol diventare partito di Governo, non solo più di Lotta.

E Di Maio, che fatica con i congiuntivi ma sa di politica, ha capito per tempo che il ruolo di capo politico dei grillini ha una scadenza: il 4 marzo. Sarà nella notte dello spoglio, quando le percentuali peseranno la consistenza dei 5 stelle, che capirà se la sua esperienza da leader è da ritenersi già archiviata.

Del resto, il suo, è un mazzo di carte senza jolly. Vince il centrodestra? È finito. Il M5s è primo partito? Deve cercare l’alleanza con Liberi e Uguali di Grasso o al massimo con la Lega di Salvini, ma può perderci la faccia. Sono i rischi del mestiere, il prezzo da pagare per essere l’interprete di un partito che per anni ha rivendicato la propria diversità dall’establishment, ma si è reso conto – con molta semplicità – che non ha i numeri, che non interpreta il pensiero della maggioranza del Paese.

Ed è sulla non-vittoria di Di Maio che scommette Di Battista. Perché va bene dedicarsi alla scrittura di un libro, va bene fare il padre, ma la scelta di non ricandidarsi è leggibile anche come un voler prendere le distanze da quel che avverrà da qui a poco. Un modo per rimarcare la propria differenza, per incarnare il simbolo del ritorno alle origini, dei Vaffa collettivi contro la casta.

Sarà a quel punto che Di Battista farà le scarpe a Di Maio. E il paradosso sarà il ricorso all’uomo della Lotta per tentare di andare al Governo. All’attivista che arringa le folle, piuttosto che a quello che le tranquillizza. L’ultima chance per avere un Movimento 5 stelle “normale” affonderà con Di Maio. Poi sarà Di Battista ad assumere le redini del partito. Sempre lui a cercare di dimostrare che in un duello serve la sciabola, mica il fioretto

Italiani brava gente?

Pare il titolo di un film. E in fondo lo è: Italiani brava gente (1965) è il racconto della campagna di Russia vista con gli occhi dei nostri soldati. Quelli convinti che Hitler e Mussolini avessero ragione, quelli che però non erano cattivi come i nazisti. Noi no. Noi mai. Italiani brava gente.

Questo ci siamo detti, questo ci siamo raccontati. Questo abbiamo sperato che nel mondo pensassero di noi. E ancora crediamo che in Medio Oriente, quando vedono un soldato italiano, si fermino a salutare. Perché i nostri ragazzi ci rappresentano come meglio non si potrebbe, perché hanno cuore i nostri, non sparano a vista, attendono un secondo più degli altri prima di premere il grilletto, conoscono l’arte del dialogo.

Da quel film e quel racconto, da quel revisionismo storico che lo ha suggerito, dalla voglia di riscrivere la nostra storia, non si sfugge. Italiani brava gente, nonostante tutto. Nonostante mafia, ‘ndrangheta e camorra. Nonostante il colonialismo in Africa. Nonostante le guerre di ieri, le missioni di oggi, e chissà cosa di domani. Tregua olimpica perpetua: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli“, recita la Costituzione.

Siamo tutti buoni e accoglienti. Amichevoli e solidali. Poi però succede che un folle spari a Macerata contro gli immigrati e sotto sotto – ma nemmeno poi tanto – ci riscopriamo quasi pronti a giustificarlo. Come se alla fine fosse normale, umano e comprensibile, prima o poi, che un fatto del genere accadesse.

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, pochi giorni dopo il raid razzista, ha confermato questa lettura dei fatti:”Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione“.

Più che scrutato l’orizzonte, Minniti, forse aveva letto i libri di storia. Quella in cui gli italiani sono come gli altri. Americani, inglesi, spagnoli: dominatori, conquistatori, per di più voltagabbana. Non siamo diversi, purtroppo. E non basta neanche dissociarsi. Imputare la colpa al Traini di turno. Era uno di noi.

Tutti uguali, che ormai anche la questione della superiorità antropologica della sinistra pare superata. Facciamocene una ragione. Proviamo a guardarci dentro. Saremo spesso animati da buoni intenti, ma non migliori.

Suona bene però, suona come un ritornello da cui non ti separi. Serve a lavarci le coscienze, a sentirci meno sporchi. Italiani brava gente…

Telefonate Elettorali, Episodio 2: ha vinto il centrodestra ma…

L’atmosfera è festosa. Il richiamo al voto utile degli ultimi giorni ha sortito effetti insperati: il centrodestra con il 43,5% ha vinto le elezioni. Forza Italia prende il 22%, la Lega si attesta al 15%, il resto se lo spartiscono Meloni (5%) e quarta gamba (1,5%). Un attimo dopo lo spoglio, però, è già tempo di pensare alla squadra di governo.

Arcore, ore 3:30 del 5 marzo. Squilla il telefono, è Matteo Salvini.

Salvini:”Presidente, sono Matteo. Auguri per questa vittoria”.

Berlusconi:”Ciao Matteo, mi dispiace per te. Davvero, non credevo che il Pd avesse questo crollo…”

Salvini:”Ma Silvio sono io, Matteo..non Renzi…Matteo Salvini!”

Berlusconi:”Cribbio Matteo, scusami. Sai, ho un’età…Allora: auguri anche a te. Anche se siete finiti dietro di noi, però…”

Salvini:”Presidente proprio per questo ti chiamavo…saremo pure secondi nel centrodestra. Ma senza i nostri collegi al Nord non si governa…”

Berlusconi:”Matteo, ma cosa dici? Non vorrai per caso impormi una leadership leghista? I patti erano altri!”

Salvini:”Silvio, mi dispiace ma non possiamo rischiare di trovarci con un tuo uomo al governo. Tu volevi piazzarci Galliani, lo so. Ma chi ci garantisce che alla prima occasione tu non faccia l’inciucio con Renzi? Ti avevo detto di andare dal notaio e mi hai detto no. Ti avevo detto di presenziare alla manifestazione anti-inciucio e mi hai detto no…Noi dobbiamo avere la certezza che il nostro sia un governo di centrodestra. Pure Giorgia è d’accordo”.

Berlusconi:”Ma come? Ma Giorgia l’ho lanciata io…Passami la Meloni, ci voglio parlare”.

Berlusconi schiuma di rabbia. Vincere non gli è bastato, adesso il rischio è che venga marginalizzato dai suoi “alleati”.

Meloni:”Presidente, so’ Giorgia. Noi di Fratelli d’Italia siamo d’accordo con la Lega. Rivendichiamo il ruolo centrale dello Stato. La Patria ha bisogno di una politica forte. Er mejo che possiamo fà è un governo de destra. Lei si adegui: il suo Ventennio è alle spalle. Spazio ai giovani che garantiranno la sovranità della Nazione”.

Berlusconi:”Ragazzi, ma non vi riconosco più. Ma avevamo fatto il patto dell’arancino, in Sicilia. Noi siamo moderati, non populisti!”

Salvini:”Silvio, parla per te”. Meloni:”Moderato sarà Lei, non offenda”

Berlusconi:”Ma come? Non vi riconoscete anche voi nei valori della grande famiglia del Partito Popolare Europeo? La signora Merkel mi ha detto…”

Salvini:”Ma chi? Quella “culona inchi***bile?””

Berlusconi:”Sì, quella…Ma…Matteo..allora sei stato tu a diffondere quell’espressione che mi venne ingiustamente addebitata e non appartiene nella maniera più assoluta al mio modo di esprimermi. Sei anche tu artefice di uno dei 5 colpi di stato nei miei confronti!”

Salvini:”Silvio ora stai esagerando, era una battuta…”

Berlusconi:”No Matteo, qui non si scherza! Adesso faccio saltare tutto. Sono IO che non ci sto a questi patti. Voi siete dei populisti, ribellisti, pauperisti e giustizialisti!”

Salvini e Meloni:”Ma questi non erano quelli del Movimento 5 Stelle?”

Berlusconi:”Sì. E voi siete il peggio del peggio!”

Roma, ore: 4:15 del 5 marzo. Studi di Porta a Porta. Bruno Vespa si accinge a chiudere la diretta, quando gli comunicano che c’è una telefonata in arrivo: è Silvio Berlusconi.

Vespa: “Presidente Berlusconi, auguri per la sua affermazione!”

Berlusconi:”Ecco, Vespa…io la ringrazio, ma qui c’è poco da festeggiare. Mi ritrovo purtroppo nella scomoda situazione di comunicare agli italiani che il loro voto è stato inutile. Dopo aver parlato con il leader della Lega, Matteo Salvini,  e la signora Giorgia Meloni è emersa chiaramente la loro intenzione di realizzare il sesto colpo di stato dal 1994 ad oggi”.

Vespa:”No Presidente…la prego! Non ce li elenchi tutti…”

Berlusconi:”Dottor Vespa! Lei mi deve consentire di dire agli italiani che siamo di fronte ad un golpe che neanche la sinistra avrebbe immaginato di realizzare. Neanche quei comunisti che io, sentendo forte dentro di me il dovere di scendere in campo nel ’94…….”

Alla fine, dopo 33 minuti di monologo, il senso delle parole di Berlusconi è chiaro: Salvini e Meloni come Fini e Casini, traditori. Il centrodestra ha vinto, ma non governerà. Si torna al voto.


Scenario elettorale numero 2: il centrodestra vince ma non si mette d’accordo.

Telefonate elettorali, Episodio 1: cosa si diranno il 5 marzo

Sono le 4:30 del mattino del 5 marzo 2018. Bruno Vespa ed Enrico Mentana sono reduci da una delle maratone elettorali più lunghe della loro vita. Le proiezioni dei vari istituti di sondaggi sono ormai categoriche: non ha vinto nessuno. Il centrodestra si è fermato al 39%, ad un passo dalla soglia di governabilità. Il M5s è primo partito italiano ma non sfonda, Renzi regge ma è sotto il 25%. I telefoni tacciono: nessuno chiama nessuno per concedere la vittoria. Poi Berlusconi fa il primo passo. Ad Arcore viene dato ordine di comporre il numero di telefono del fiorentino. 

B:”Ciao Matteo, sono io…Silvio. Che ti avevo detto? Sono sempre il più forte.”

R:”Silvio, buongiorno. Qui ho numeri diversi. Sei arrivato primo ma non hai vinto.”

B:”Dai Matteo, non scherzare. Parliamo di cose serie: quando lo facciamo il Patto di Arcore?”

R:”Presidente, al massimo un Nazareno-bis. Ad Arcore non posso venire. Mi vuoi morto?”

B:”No, no. Hai ragione. Aspetta, aggiungo alla chiamata Salvini. Vediamo che dice lui. Abbiamo bisogno dei suoi parlamentari per fare le larghe intese”.

S:”Pronto Presidente, so già per cosa mi hai chiamato. Ci sto, ma alle mie condizioni: Stop invasione, no Vax, Salvini premier. “.

R:”Secondo Matteo, non mi sembri nella posizione di dettare condizioni. Hai fatto il pieno al Nord, ma al Sud sei al 2%. E poi basta con questi slogan, la campagna elettorale è finita!”

B:”Ragazzi, non litigate cribbio! Dai, forse un’idea ce l’ho io.”

S e R:”Sentiamo”.

B:”Sento crescere dentro di me lo spirito che nel 1994 mi portò a scendere in campo. L’Italia è il paese che amo, sono pronto a fare il Presidente del Consiglio”.

R:”Silvio, dimentichi un dettaglio: sei incandidabile!”

B:”Tutta colpa di una magistratura politicizzata che è il vero cancro della democrazia. Ma ho una soluzione alternativa: chiederemo la grazia a Mattarella!”

S:”Mattarella non acconsentirà mai.”

R:”Concordo”.

B:”Ora ne parliamo direttamente con lui, ma mi raccomando: dovrete essere voi per primi a farvi portavoce di questa istanza. Solo in questo modo il Presidente della Repubblica potrà prenderla realmente in considerazione”.

Al Quirinale il telefono squilla a vuoto. Mattarella è impegnato: “Giggino” Di Maio, ignaro del fatto di non avere i numeri per formare il governo, sta stalkerando il capo dello Stato. Vuole che gli venga assegnato un mandato esplorativo. Il Presidente è in difficoltà, non sa come riportarlo sulla Terra. Di Maio sembra posseduto, di congiuntivi non ne azzecca mezzo.

DM: “Presidente Mattarella, io sono convinto che fossi la persona giusta per guidare l’Italia. Il Movimento 5 stelle è il primo partito, Lei pensa che il popolo le perdonasse una simile interferenza nella vita democratica?”.

PdR:”Di Maio ma quale interferenza! Lei non rappresenta neanche un terzo degli italiani: è andato a votare un cittadino su 2. E Lei ha preso il 25% di questo 50%”.

DM:”Presidente Lei sta dando i numeri: onestà, onestà, onestà!”.

Nel frattempo, ad Arcore, Silvio Berlusconi è impaziente. Le linee telefoniche bollenti. I parlamentari azzurri attendono indicazioni: vogliono sapere cosa dire davanti alle telecamere. Il Cavaliere chiede di essere lasciato solo. Si reca nel suo studio e scrive un comunicato stampa. Le agenzie riportano la notizia. Si diffonde un clima di incredulità.

Il comunicato recita:”I nostri Difensori del Voto in tutta Italia c’hanno informato che sono avvenuti dei brogli in diversi seggi. Il Partito Democratico di Matteo Renzi si è visto privare di migliaia di voti. Non possiamo accettare una sospensione della democrazia. Oggi mi recherò dal Capo dello Stato per chiedere che si torni al voto”.

Matteo Renzi legge l’agenzia e un attimo dopo chiama Berlusconi.

R:”Presidente, ma come? Hai chiesto nuove elezioni…”

B:”Dai Matteo, l’ho fatto per te..per noi…”


Scenario elettorale numero 1: cosa succede se non vince nessuno.

Quindi che succede tra un mese?

La domanda pare lecita, ad un mese dall’Election Day. Perché in fondo – è inutile nasconderlo – quando si parla di elezioni la domanda che interessa tutti prima del voto è la seguente: chi vincerà? I sondaggi in questo senso sono abbastanza chiari. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che ad ottenere più voti degli altri sarà la coalizione di centrodestra. Certo con un mese di campagna elettorale può ancora succedere di tutto, ma la sensazione è che i partiti abbiano già sparato le loro migliori cartucce. Insomma: quel che potevano promettere hanno promesso.

Ad essere messa in discussione, però, è quella che i dotti chiamano “governabilità“. Tradotto: ci sarà uno schieramento o un partito che otterrà la maggioranza dei seggi in Parlamento? Salvatore Vassallo, professore ordinario nell’Università di Bologna, dove insegna Scienza politica e Analisi dell’opinione pubblica, ha realizzato un’analisi approfondita per Repubblica, traendo la seguente conclusione: “Ad oggi, il centrodestra sembra molto vicino al risultato. Se prendessi completamente sul serio, fino ai decimali, le intenzioni di voto rilevate dai sondaggi e il mio modello di simulazione, dovrei dire che lo ha raggiunto: di pochissimo alla Camera e con un margine un po’ più ampio al Senato“.Dando per vera l’analisi del professor Vassallo, come vanno interpretate allora le dichiarazioni dei leader di partito che ad oggi parlano da presidenti del Consiglio in pectore?

Restando nel centrodestra, lo schieramento accreditato della vittoria, Berlusconi è incandidabile: dunque non sarà lui il primo ministro. Salvini dice: “Se nel centrodestra prendo un voto in più, il premier lo faccio io“. Tutto lecito. L’ultima supermedia dei sondaggi di YouTrend, quella che li prende in esame tutti (ma proprio tutti), spiega però che la Lega è stabilmente sotto Forza Italia.

Per effetto della legge elettorale, tutti quei voti gialli attribuiti al M5s – attualmente primo partito italiano – saranno praticamente inutili. Al Senato, infatti, la maggioranza è di 158 seggi e i grillini sono accreditati dai sondaggi a quota 56. Alla Camera la musica non cambia: la maggioranza fissata a quota 316 è ben lontana, visto che i seggi “sicuri” sono soltanto 112. Non si comprende allora il senso delle parole di Di Maio:”La nostra idea è di presentare la nostra squadra di governo prima delle elezioni, la sera delle elezioni fare un appello a tutte le forze politiche per metterci insieme sui temi e non sugli scambi di poltrone“. A meno che non creda di convincere il 51% degli italiani a dargli fiducia: altamente improbabile in uno scenario tripolare come quello attuale.

Lo ha capito da tempo Renzi, che ormai non parla più di obiettivo 40% ma più che altro – spiega il prof. Vassallo – spera che il M5s dia filo da torcere al Sud (dove si trova il più alto numero di collegi in bilico) a Berlusconi & co. affinché i voti presi dal Pd al Centro-Nord gli consentano di svolgere un ruolo centrale nell’ottica di un governo di larghe intese.

Quindi, per tornare alla domanda iniziale, che succede tra un mese? Forse vincerà il centrodestra. Ma come dopo ogni elezione italiana che si rispetti tutti i partiti rivendicheranno l’importanza del proprio risultato e la centralità del loro ruolo.

La notte dello spoglio attendiamoci di tutto: Di Maio che invocherà il diritto di fare il governo anche se avrà meno seggi del PdRenzi che pur arrivando terzo vorrà Palazzo Chigi per dire sì alle larghe intese, Salvini che reclamerà il premierato in nome dei voti decisivi conquistati al Nord, Berlusconi che chiederà la grazia a Mattarella sulla spinta della riabilitazione popolare appena ottenuta.

Ne vedremo delle belle e chissà che non capiti di riascoltare le drammatiche parole di Bersani nel 2013: “Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi“.

Essere Lord Michael Bates

Gli è bastato arrivare in ritardo di due minuti, non rispondere alla prima domanda dalla baronessa Lister, per sentirsi in difetto. Essere Lord Michael Bates, ministro britannico del Dipartimento internazionale per lo sviluppo, non è cosa da tutti.

Centoventi secondi di troppo,  due minuti insomma: le chiavi della macchina dimenticate a casa. Ma no, erano in tasca! Un’inutile perdita di tempo. E poi che fa la signorina lì davanti? Guarda il cellulare invece di guidare? Ecco, è scattato un altro semaforo rosso. Ma di usare il clacson non se ne parla nemmeno. Siamo Lord, ma siamo inglesi, prima di tutto. Ormai ci siamo: via, di corsa, pronto a fare il proprio ingresso nella Red Chamber, ma la seduta è iniziata: che si è perso?

Centoventi secondi, due minuti di troppo, sempre quelli, Lord Bates. Gli stessi che la baronessa Lister, laburista e dunque all’opposizione, ha impiegato per formulare una domanda, una banalissima domanda. Ma non per lui, non per Michael Bates. Che al suo titolo di Lord ci tiene davvero e lo nobilita con una dichiarazione che ha già fatto il giro del mondo: “Offro le mie scuse alla Baronessa Lister per la maleducazione che ho mostrato non facendomi trovare al mio posto per rispondere alla sua domanda. Nei cinque anni in cui è stato un mio privilegio rispondere alle domande per conto del governo, ho sempre creduto che dovremmo elevare il livello di cortesia e rispetto nel rispondere. Mi vergogno per non essere stato al mio posto, e di conseguenza offrirò al primo ministro le mie dimissioni con effetto immediato“.

Subito dalla Camera dei Lord si eleva un boato, un “nooo” molto british (con tanto di “u” finale) che coinvolge maggioranza e opposizione. Qualcuno tenta di fermarlo, mentre a capo chino lascia il Parlamento. Ma Lord Bates se ne va mesto, incontro al suo destino.

Per la cronaca: Theresa May ha respinto le sue dimissioni. Chissà che fine farebbe in Italia, un politico così. Auguriamo a Lord Bates di non capitare mai da queste parti, neanche per sbaglio. Andrebbe incontro di sicuro ad un esaurimento nervoso. Lui si è disperato per due minuti di ritardo. Qui non sappiamo neanche se le risposte arriveranno, prima o poi.