Il “naufragio” del piano di Salvini sui migranti

salvini libia

 

Forse davvero, Matteo Salvini, ha creduto che sarebbe bastato recarsi in Nord Africa per risolvere il problema immigrazione. Forse realmente, per un po’, ha coltivato l’idea che i suoi predecessori fossero tutti degli inetti. Forse, infine, veramente ha sperato che anche sulla riva opposta del Mediterraneo parlare alla pancia, solleticare l’orgoglio nazionale, avrebbe portato i suoi risultati. E allora, cari libici, non statela a sentire la Francia di Macron. Quelli pensano ai soldi, noi italiani invece…vogliamo semplicemente che ve ne stiate qui, buoni e tranquilli, che non ci diate troppo fastidio. E state sereni, che in un modo o nell’altro un accordo lo troveremo…

Ma la Libia sarà pure un Paese senza guida salda, sarà sicuramente un posto in cui oggi c’è al-Serraj, domani il generale Haftar, e dopodomani chissà, ma era ovvio, pressoché certo, che alla richiesta di Salvini di aprire sul suolo libico centri di accoglienza dove smistare chi ha diritto all’asilo e chi no, la risposta sarebbe stata negativa.

La motivazione l’ha fornita il premier Fayez al-Sarraj, tra l’altro l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, che molto candidamente si è detto sorpreso che “mentre nessuno in Europa vuole più accogliere i migranti, a noi chiedono di riprenderne altre centinaia di migliaia“. Come dargli torto?

Alla fine, quindi, la Libia affonda il piano di Salvini di gestire la “pratica” immigrazione fuori dall’Europa. La risoluzione del consiglio europeo di giugno, quella che prevedeva centri di rimpatrio nei paesi Ue su base volontaria, è stata rinnegata un attimo dopo aver suscitato l’entusiasmo di Conte. Il regolamento di Dublino è rimasto al suo posto. La missione Sophia non verrà ridiscussa prima della fine di settembre.

Se non è un naufragio questo, poco ci manca. Serve cambiare rotta, qualcuno a lo dica a Salvini, lo scafista di questo governo alla deriva.

Era dunque questo il cambiamento?

di maio salvini

 

Il filo rosso di una giornata a dir poco paradossale è il sentimento di incredulità che si insinua in chiunque non sia affiliato alla combriccola legastellata. E il problema è che dovremo farci il callo, capire che il risultato del 4 marzo ha prodotto un mondo nuovo, assurdo, dove un ministro è capace di attaccare l’apparato che rappresenta e di cui fa parte, dove un altro usa la carta intestata del suo dicastero per sporgere querela contro un privato cittadino.

La gestione del Decreto Dignità, per dirne una, è la rappresentazione plastica di quanto l’improvvisazione regni sovrana (lei sì) nel governo dei populisti al potere. Un provvedimento è stato proposto, la Relazione Tecnica è stata stilata. Tutto qui. Nessuna manina misteriosa e manipolatrice. Ottomila posti in meno all’anno per quella che veniva presentata come “la Waterloo del precariato”. Questa la realtà dei numeri dell’INPS, non del Pd. Perché Boeri potrà avere sì le sue idee politiche, ma mettere in mezzo l’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, una delle istituzioni di questo Paese, significa che la vicenda dell’invocato impeachment ai danni di Mattarella a Luigi Di Maio non ha insegnato niente.

Tutto si può dire, tutto si può ritrattare. Conta l’annuncio, il clamore, il successo sui social. Un po’ come il tanto decantato taglio ai vitalizi degli ex deputati, talmente contestabile da chi si vede sottrarre un diritto acquisito attraverso una legge retroattiva, che il Collegio dei Questori ha deciso di bloccare i 43 milioni di euro di risparmi fino al 2021. Giusto per prevedere ciò che l’esecutivo non ha previsto: una mole di ricorsi che potrebbe mettere in forte imbarazzo il governo e a serio rischio quei soldi. Che non a caso non potranno essere investiti almeno per i prossimi 3 anni.

E volete che in questo circo di miope orgoglio e pressapochismo diffuso non si inserisca pure Salvini? Il ministro dell’Interno utilizza la carta intestata del Viminale per annunciare la querela ai danni di Saviano. Pone lo Stato contro uno scrittore. Coinvolge il governo in uno scambio del tutto personale. E non si cura della valenza del suo gesto, non lo ritiene un abuso della sua posizione e del suo ruolo. Il velo è caduto, e al di là di esso si cela una territorio inesplorato.

Da democrazia ad autoritarismo.

Era dunque questo il cambiamento?

Scusa, Josephine

josephine

 

Dicono che ad un certo punto, a poche ore da una morte certa, tra ciò che restava di un gommone e tra le onde fredde di un mare cattivo, Josephine abbia sentito arrivare la Speranza, in carne ed ossa. Aveva la forma delle braccia forti di un 25enne spagnolo, di un ragazzo che non ha esitato a tuffarsi tra i detriti e i cadaveri, nella speranza di poterla tirare fuori dall’Inferno.

Ha stretto forte il suo salvatore, Josephine. Ha sbarrato gli occhi e non li ha più chiusi. Si è lasciata abbracciare e trasportare da quello sconosciuto, mentre il freddo sul suo corpo avanzava, centimetro dopo centimetro. Poi, una volta sulla nave, è riuscita a pronunciare soltanto il suo nome e la sua provenienza: Josephine, Camerun.

Come se poi contasse qualcosa, come se davvero non bastasse essere una donna, un essere umano, per avere diritto ad una vita degna di essere chiamata tale.

E allora scusa, Josephine.

Scusa, per le sofferenze che volenti o nolenti, colpevoli o complici, ti abbiamo procurato.

Scusa, se accanto a te sono morti una donna e un bambino, una mamma e un figlio che non siamo stati in grado di salvare.

Scusa, se siamo così deboli da non riuscire a far sentire la nostra voce contro un governo che gioca con la vita delle persone.

Scusa, se la vergogna che sentiamo non ti basta: non ti può bastare.

Scusa, se quando capiremo cosa sta succedendo in Italia, sarà comunque troppo tardi.

Scusa, se tra qualche giorno nessuno parlerà più di te.

Scusa Josephine, scusa e basta.

O si fa l’Europa o si muore

trump putin

 

Ciechi a tal punto da non vedere che siamo troppo piccoli per contare qualcosa da soli. Così ottusi da pensare che in geopolitica valga il principio secondo cui chi fa da sé fa per tre. No, non funziona così, cara Italia rissosa e autolesionista, caro governo che tratti l’Europa come fosse un fardello, un peso da cui liberarsi al più presto.

Non siamo l’America di Trump. Non siamo la Russia di Putin. Loro sì, che hanno più di una ragione per fare i sovranisti. Si bastano da soli. Non hanno bisogno di aiuti altrui, semmai sono necessari a tutti gli altri. E lo hanno capito così bene che pur sapendosi diversi hanno deciso di stringersi la mano, di guardarsi negli occhi, di tentare di archiviare – forse davvero – quel po’ di ghiaccio ereditato dall’iceberg mastodontico che fu la Guerra Fredda.

Gli esperti la chiamano realpolitik, cioè una politica basata sugli interessi del momento, sulla realtà circostante, alla faccia dei principi, delle ideologie, delle differenze e delle diffidenze. Putin in questo è stato un maestro: ha approfittato delle indecisioni di Obama per prendersi il Medio Oriente. Trump per il momento fa l’opposto di Barack ogni volta che ne ha l’occasione, e questo gli basta per pensare di essere nel giusto.

Ma se Washington e Mosca pensano ad un Nuovo Ordine Mondiale, a come spartirsi fette di terra e sfere d’influenza senza pestarsi i piedi, tra Occidente e Oriente sta un Continente mai così “Vecchio” come in questi anni, vittima degli egoismi e dei nazionalismi, dei sovranismi autolesionisti e dei ras di quartiere che studiano da aspiranti dittatori.

Svegliarci tutti, capire i nostri limiti, che o ci aggreghiamo o diverremo Paesi satelliti. Qui o si fa l’Europa o si muore.

Di-gni-tà, di-gni-tà!

di maio pensieroso

 

Il peccato originale dei vari Vaffa Day non si lava con poche settimane di governo. Essere establishment, essere “casta”, per il partito populista il cortocircuito che manda in tilt tutto il “sistema” è un destino scritto nelle stelle (cinque).

E a poco valgono i party per il taglio dei vecchi vitalizi (un imbroglio destinato ad essere cancellato dalla Corte Costituzionale o dalla Cedu), i tentativi di smarcarsi dalla narrazione che vuole il M5s in versione Dr Jekyll e Mr Hyde, partito di governo ma pure di lotta (sì, ma contro chi?).

Il ritorno alla teoria del complotto made in Di Maio sul Decreto Dignità è lo spettacolo più indegno al quale potesse capitare di assistere. La “manina” cattiva e piddina evocata da fonti M5s (che avrebbe allegato alla relazione tecnica la stima per cui si perderanno 8000 posti di lavoro l’anno per effetto del provvedimento) cos’è se non una ridicola scusa?

Gridano al complotto, anche adesso che le oscure “stanze del potere” sono illuminate dal giallo grillino. Paventano improbabili interventi delle lobby, si sentono accerchiati, un po’ come quando dicevano che c’erano le sirene, che l’uomo non è sbarcato sulla Luna, che le Torri Gemelle le hanno buttate giù gli americani. Sì, come no…

Sono gli stessi che scandivano “o-ne-stà! o-ne-stà”, ma è già arrivato il momento di chiedergli “di-gni-tà, di-gni-tà”.

Sono solo parole

salvini parole

 

Se fare politica fosse il racconto delle proprie giornate, dire con chi si è parlato, cosa si è chiesto, a che si è pensato, allora sì,  Matteo Salvini sarebbe il miglior politico in circolazione. Peccato che fare politica significhi amministrare, decidere, rischiare, gestire, ascoltare, risolvere i problemi della gente. In pratica tutto l’opposto che parlare.

Ed è in questo equivoco persistente, tra il racconto che Salvini dà della sua azione e quello che realmente ottiene, che sta lo scarto tra il comunicatore e il politico. Perché a vederlo su Facebook, a guardarlo in tv, a sentirlo in radio, il Matteo leghista sembrerebbe aver risolto buona parte dei problemi dell’Italia, parrebbe aver finalmente preso in mano il dossier migranti (da lui raccontato come un’emergenza). Eccolo, insomma, l’uomo del destino, l’eletto dalla storia perché la scriva.

E invece la realtà è che cambiano i modi e i toni, ma pure con interlocutori a lui affini come il tedesco Seehofer e l’austriaco Kickl, il nostro ministro dell’Interno torna dal vertice europeo senza avere in mano un risultato che sia uno. Il fatto è che l’Italia ha priorità che per Germania e Austria sono al massimo note a margine. E viceversa.

E allora dell’elenco di Salvini: “Ho chiesto un impegno sulle espulsioni, ho chiesto collaborazione economica per il controllo delle frontiere a sud della Libia, ho chiesto la revisione delle regole di ingaggio, ho chiesto più uomini e mezzi per raffrontare Frontex sulle frontiere esterne dell’Ue e l’avvio di un percorso per stabilire un’autorità della Libia sulle acque di sua competenza per arrivare a riconoscere i porti libici come sicuri“, di questa serie di “ho chiesto”, di questa letterina a Babbo Natale cosa resta se poi nessuno queste proposte le accetta?

Cosa resta se in una riunione tra sovranisti la formula preferita è “prima gli italiani”, “prima i tedeschi” o “prima gli austriaci”?

Restano i proclami, le dirette Facebook, le promesse senza scadenza.

Una cantante diceva: “Sono solo parole“.

Si può stare coi migranti senza essere di sinistra

migranti gommone

 

Il nemico disegnato dai populisti ha quasi sempre la pelle scura. Forse è per questo che fin da bambini impariamo a temere “l’uomo nero”. Nel racconto del momento che viviamo, però, chi ha esasperato le paure della gente per farsi una posizione, oltre ad un capolavoro politico ha realizzato anche un guaio sociale.

Basta prendere un caffè con gli amici, una pizza coi parenti, per rendersi conto che nel dibattito non c’è sfumatura tra bianco e nero. E non nel senso di razza, di colore della pelle. Non strettamente, almeno. Il punto è che se provi a dire che capisci le difficoltà dell’accoglienza ma quelli sui barconi sempre disperati restano, alla fine ti senti rispondere: “Ma se ci tieni tanto, perché non te ne porti uno a casa tua?“.

E per un attimo resti lì, basito, pietrificato. Perché in fondo per essere uscito in centro a prendere un gelato con quella persona vuol dire che un po’ di credito glielo concedevi, un po’ di autonomia di giudizio glielo attribuivi. E invece no. Ti senti rispondere con la frase che è ormai diventata un “must” da social. Un po’ come dire che “vogliono venire tutti da noi“, che “tutta l’Africa in Italia non ci sta mica“. Il festival delle banalità è più nazional-popolare di Sanremo.

Ma se di fronte a queste rimostranze ce la fai pure a non rispondere, a non replicare, di fronte ad altre assurdità no, zitto proprio non riesci a stare. Quando ti dicono: “Ma com’è che stai coi migranti? Che sei, comunista?“. No, non sono comunista. E non lo sono mai stato.

Però si può stare dalla parte dei migranti, oggi più che mai, senza essere per forza di sinistra. Perché quando si tratta di temi universali, quando si parla di diritti umani, di civiltà, di aiutare persone che scappano dall’Inferno, non c’è sinistra e non c’è destra. C’è il buon senso, che è ben diverso dal buonismo.

Alla fine della passeggiata, tra le strade della tua città, ti fermi a ragionare se l’estate del 2018 sia soltanto l’inizio di un brutto sogno. Pensi che Salvini non è Hitler, ma che l’Italia meritava di meglio. Pensi che la signora che vedi urlare al comizio della Lega: “Rispediteli a casa loro!“, sia la stessa che quando vede in tv le immagini dei bambini morti sulle spiagge magari piange o per non farlo deve cambiare canale.

Non siamo razzisti. No che non lo siamo.

È che c’hanno messo tutti contro. E qualcuno ha finito per crederci.

Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi

salvini camilleri

 

Gli inglesi dicono “out of the cup”. E non c’è dubbio che l’espressione in sé risulti più signorile del nostrano “farla fuori dal vaso”. Ma alla fine di Salvini si parla, e allora “prima l’italiano”, tanto il senso quello è: i toni esasperati sempre, le invasioni di campo continue, fino a quando anche l’alleato di governo dormiente – guarda un po’! – ad un certo punto si rende conto che ora no, ora basta, calmiamoci un attimo. Fermi tutti.

Il casus belli è lo sbarco al porto di Messina di una nave militare irlandese con a bordo 106 migranti. L’occasione per il Matteo di governo è troppo ghiotta per rinunciare all’attività della casa: l’annuncio roboante da dare in pasto ai social affamati di polemica. Ma al Salvini che pensa e parla da premier, al leghista che annuncia la volontà di portare “al tavolo europeo di Innsbruck la richiesta italiana di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo“, stavolta qualcuno risponde.

Lo fa il ministero della Difesa guidato dalla pentastellata Elisabetta Trenta, con una nota che non nasconde l’irritazione grillina e sottolinea la necessità che l’azione sia “coordinata a livello governativo, altrimenti l’Italia non ottiene nulla oltre a qualche titolo sui giornali“. Ed è in questo affondo, forse, che emerge la noia che Salvini inizia a suscitare un po’ ovunque.

Non teme nessuno. Fa il tuttologo. Sa di sbarchi e vaccini, di politica estera ed economica, di legittima difesa e vu cumprà. Non si fa troppi problemi a tirare in ballo il Presidente della Repubblica sulle sentenze contro la Lega. Mentre quello del Consiglio lo consulta a stento, e soltanto a cose fatte.

Polemizza con Tunisia e Malta, con Macron e Merkel, con l’Europa tutta.

Arriva persino a pungere un’istituzione culturale del Paese come Andrea Camilleri, di cui dice di amare i libri, meno gli insulti (quali?). Però stavolta Salvini ha esagerato: perché va bene che la Lega è solo Lega, non più Nord.

Ma che sotto l’ombrellone anche lui si sia messo a leggere il vigatese di Montalbano e Catarella: beh, pare quanto meno difficile.

Per questa onnipresenza onniscente della politica italiana dei nostri giorni, però, c’è una frase che da Camilleri possiamo estrapolare. Non serve comprendere il siciliano. Ci sono artisti capaci di creare un linguaggio universale, che oltrepassa i confini. Pure coi porti chiusi.

Sì, insomma: Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi.

Renzi è troppo (o comunque di troppo) per il Pd

renzi assemblea pd

 

Un fuoriclasse. E forse anche per questo inevitabilmente “fuori” dalla classe.

Il Matteo Renzi dell’Assemblea Pd è una spanna sopra gli altri, non c’è dubbio.

Ma è pure un po’ sopra le righe.

Renzi è il solito, insomma. È Renzi.

Ed è inutile chiedergli di cambiare, di mostrarsi diverso. Questo è, questo sarà. Un alieno in un mondo vecchio. Uno al massimo di centro, in un posto in cui si coltiva segretamente il ritorno dell’ideologia comunista.

Ma allora cosa deve fare? E perché non se ne va? La risposta alla prima domanda è una sola: lasciare il Pd al suo destino. Sul perché non lo faccia sta anche un tratto della sua personalità: il non volerla dare vinta a quelli che non vedono l’ora di dichiarare il Partito “liberato” da quello che considerano un dittatore.

Ma non può essere un problema di Renzi, se è troppo forte per essere spodestato dai comprimari che anche ieri lo osservavano con imbarazzo e fastidio. Sono gli stessi che speravano che le sconfitte elettorali lo avrebbero convinto a farsi definitivamente da parte; sono quelli che credevano sarebbe bastato rievocare l’Ulivo per convincere tutti che il renzismo era tramontato, passato, finito, “tiriamo dritto e a quello non pensiamoci più“. Macché.

Il punto è che poi quello arriva, col suo piglio pure un po’ arrogante, e a Roma si prende una standing ovation da comizio di piazza, piuttosto che da Assemblea deputata a comprare ancora tempo per un partito moribondo. Ne fa le spese il mite Martina, che con la sua maglia rossa e la sua cadenza sonnolenta ci prova a riscaldare la folla, a prendersi la scena che in fondo doveva essere sua. Ma è come entrare in campo al San Paolo di Napoli dopo Diego Armando Maradona: puoi fare quel che vuoi, non sarai mai il preferito del pubblico.

E sta forse in questo disallineamento tra ciò che pensano i dirigenti e ciò che sente il popolo, l’equivoco della convivenza tra Renzi e tutti gli altri, tra quelli che fischiano l’ex segretario e lui che ripromette battaglia: “Ci rivedremo al Congresso, riperderete il congresso e dal giorno dopo tornerete a criticare chi ha vinto esattamente come prima!“.  Sta tra il fatto che alla fine Renzi le primarie le vince, Renzi gli applausi li prende, e gli altri tutto questo non lo accettano, il partito renziano non lo vogliono e non lo vorranno mai.

Così non se ne esce. Perché se Renzi o chi per lui dovesse vincere le prossime primarie, il Pd si troverebbe al punto di partenza.

Altro che il cubo di Rubik. È un rompicapo senza soluzione.

Renzi è troppo. O comunque di troppo, per questo Pd.

Il solito Pd

pd-targa

 

Sarà che alle presunte rese dei conti che alla fine si trasformano in tregua armata siamo oramai abituati. Oppure sarà che ciò che succede all’interno del Pd, oggi, non è poi così centrale come un tempo.

Del resto non si decidono più al Nazareno le sorti politiche del Paese. Come in un leggendario cimitero degli elefanti, le ossa della sinistra giacciono in un luogo di cui forse solo il popolo abbandonato conosce veramente l’accesso.

Ma il paradosso è che nonostante il terremoto degli ultimi mesi, nonostante lo smarrimento di milioni di elettori e le sconfitte elettorali inanellate in serie, a dispetto di un governo di destra (senza centro) che fa tremare non solo i deboli di cuore, il principale interesse degli astanti sia non tanto capire cosa diventare, chi rappresentare e in che modo. Piuttosto allontanare il momento finale, quello cioè in cui si capirà di chi sarà il partito nei prossimi anni.

Succede così che prima dell’Assemblea si facciano le ore piccole per tentare di trovare l’ennesimo accordo tra capi e capetti dimezzati che in realtà si odiano ed ogni cosa vorrebbero meno che parlarsi e stringersi la mano. In molti troppo deboli per imporre una linea. Alcuni incerti sulla strada prendere. Altri persino dubbiosi rispetto al fatto che il Pd sia ancora il partito giusto per dire la propria.

E allora la vigilia della non-resa dei conti, quella che dovrebbe confermare Martina segretario, diventa la stessa in cui Franceschini annusa l’aria per capire da che parte tira il vento, Orlando tenta di elaborare un pensiero in tempi che non siano biblici, Zingaretti si illude che bastino le buone intenzioni per imprimere un cambio di passo. Basterebbe chiedere a Renzi, ne sa qualcosa.

Dunque cosa resta se non l’immagine di una riunione di condominio in cui si litiga di continuo? C’è chi si lamenta dei rumori notturni, chi vuol cambiare il giardiniere che lavora poco e male, chi sbraita perché trova il proprio parcheggio sempre occupato. E alla fine nessuno che pensi allo stato complessivo del palazzo che intanto cade a pezzi. Mai qualcuno che alzi la mano e dica: l’unico modo per salvarci è questo qua, scommettiamo che vi convinco?

Forse la verità è che bisognerebbe ripopolarlo con gente nuova, il palazzo.  Ma in fondo lo sappiamo, no? È il solito Pd…