Perché la richiesta di mandare a processo Salvini è un regalo a Salvini

Premessa: l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania sul caso Diciotti è un autogol.

Se c’era un modo per spingere la Lega al 51% alle prossime Europee eccolo, trovato. Salvini può ora fintamente immolarsi, descrivere se stesso come un martire pronto a sacrificarsi in nome della Patria, diffondere la narrazione di un perseguitato dalla giustizia “colpevole” di aver fatto gli interessi della Patria e del Popolo.

Ora, dando per scontato che i magistrati di Catania abbiano trovato dei margini giuridici per chiedere l’autorizzazione a procedere, volendo credere che la giustizia politicizzata in questa vicenda non c’entri nulla, veniamo al dunque: Salvini non finirà in ogni caso a processo.

In Senato ai voti della Lega si aggiungeranno quelli di Fratelli d’Italia con assoluta certezza, ma pure quelli di Forza Italia. Silvio Berlusconi, pur non simpatizzando per Salvini, ha subìto in prima persona una manovra di espulsione parlamentare dal Senato. Il suo sarà un voto a favore della propria storia, piuttosto che pro-Salvini.

E il M5s? Dopo essersi schierato a favore del leghista per tutti i giorni dell’indecorosa vicenda Diciotti non può di certo pensare di sconfessare se stesso. Al limite potrebbe smarcarsi qualche senatore fedele a Fico, ma poco altro. Diversamente sarebbe un suicidio politico. E il Pd? Probabilmente, rendendosi conto che il proprio voto risulterà ininfluente, voterà per l’autorizzazione a procedere, così da offrire ai propri elettori lo scalpo, almeno virtuale, del nuovo nemico. Una decisione a mio avviso sbagliata: l’avversario si batte nelle urne, punto.

L’impatto politico di questa vicenda, oltre che dalla saggezza degli altri partiti, dipenderà anche dai tempi che comporterà. Maurizio Gasparri, che sarà relatore del caso in qualità di presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, ha assicurato che la pratica sarà gestita con rapidità. C’è da augurarselo. A meno che non si voglia portare Salvini in carrozza al voto di maggio. Uno: non ne ha bisogno. Due: sarebbe la fine.

E intanto l’Europa se ne va

Mentre Di Maio sfogliando i libri di storia è forse arrivato al capitolo sul colonialismo, Macron e Merkel firmano ad Aquisgrana un Trattato di cooperazione tra Francia e Germania che deve preoccuparci non poco. Non tanto, come sostenuto allarmisticamente da Giorgia Meloni, perché risultato di un atto ostile nei confronti dell’Italia. Bensì come prova che il treno dell’Europa sta passando, probabilmente troppo in fretta perché gli italiani se ne rendano conto e lo afferrino per tempo.

Germania, Francia e Italia sono ancora oggi il “motore” dell’Europa. Ma cosa succede se due di queste decidono di staccarsi e fare squadra a discapito della terza? Al di là della competizione che da italiani viviamo in maniera intensa proprio con francesi e tedeschi, né a Parigi né a Berlino hanno interesse ad ingaggiare una sfida strutturale con Roma. Per quanto siano di moda nazionalismi e sovranismi, l’unico modo che ha l’Europa per “contare” è quello di unirsi. Posizioni comuni in campo economico, militare, strategico – proprio quello che hanno sancito Germania e Francia ad Aquisgrana – rappresentano il solo sistema per alzare la mano, e quando serve la voce, dinanzi a giganti come Usa, Russia e Cina.

Non serve dunque essere dei geni per comprendere che questo Trattato penalizza l’Italia. E nemmeno bisogna stare all’opposizione per capire che prendersela con Macron e Merkel è sbagliato, oltre che inutile.

Piuttosto dovremmo domandarci dove ci sta portando l’atteggiamento di Salvini e Di Maio, vicepremier che per non parlare dei problemi interni spostano l’attenzione sulla Francia, occupandosi una volta di gilet gialli e l’altra del franco coloniale.

Più volentieri dovremmo concentrarci sulle alternative che l’essere populisti ci offre: davvero vogliamo fare comunella col blocco di Visegrad? Realmente pensiamo di poterci bastare noi soli?

Sembrano domande dalla risposta scontata. Eppure sono il crocevia del nostro futuro. Mai così incerto, mentre l’Europa se ne va.

Porca puttena, Nonno Libero c’è cascato

Una premessa è d’obbligo: a Nonno Libero vogliamo bene e vorremo bene sempre. Ma pure i nonni, a volte, sbagliano. Lino Banfi è un mostro sacro della comicità italiana, un emblema del nostro Paese che è giusto onorare e difendere, godersi e ringraziare. Ma vederlo sul palco che celebra il reddito di cittadinanza accanto a Luigi Di Maio è stato uno spettacolo che ci saremmo onestamente risparmiati.

Lui, da pugliese dal cervello finissimo, lo ha specificato subito che “con la cittadinanza” non c’entra nulla. Eppure è chiaro che la sua nomina a rappresentante dell’Italia all’Unesco lo rende improvvisamente un simbolo di parte, lo priva almeno un po’ della sua identità NAZIONAL-popolare, lo riduce ad espressione di uno spicchio di Paese che ha deciso di appropriarsene e di elevarlo ad orgoglioso emblema della propria semplicità.

Ecco, quella semplicità era fino ad oggi di tutti quanti. Da adesso, per quanto di ruolo istituzionale si tratti, nonostante Lino Banfi sia ambasciatore dell’Italia e non del MoVimento 5 Stelle, Di Maio l’ha fatta un po’ sua, rubandola a tutti gli altri.

Nella sua onesta ingenuità Nonno Libero non ha colto forse il sottinteso politico della sua presenza accanto a Giggino. Ha creduto alla buona fede di un giovane: non ha scavato oltre, si è fidato, ha sbagliato. E porca puttena, verrebbe da dire…

Di Maio si aggrappa a Zidane

Resta il dilemma di sempre: se dietro la sparata del giorno vi sia strategia o ignoranza. Desiderio di spostare l’attenzione dai problemi interni buttandola in caciara, oppure un’inadeguatezza preoccupante, una dose di incompetenza che sarebbe comica, se non si trattasse del vicepremier italiano. Pure il nostro, quindi.

Luigi Di Maio individua il problema dell’Africa nel “franco coloniale”. L’autoproclamatosi statista dell’autoproclamato governo del cambiamento apre una polemica con Parigi di cui non si sentiva onestamente il bisogno. E lo fa come sempre nello stile dei 5 stelle, a colpi di fake news. Quello che lui definisce “franco coloniale” altro non è che una moneta, non una tassa. Per chiarire: le tasse sono quelle che Di Maio e Salvini hanno aumentato per 13 miliardi. Quello franco-africano è un sistema volontario. E se è vero che molti dirigenti africani hanno espresso dei dubbi sulla sua utilità lo è altrettanto che Emmanuel Macron ha replicato:”Se alcuni paesi non sono felici con il Fca (Franc de la Comunauté français d’Afrique ), basta lasciarlo e crearsi la propria moneta”.

Ma la verità sembra un concetto superato, obsoleto, per i dioscuri populisti. Quel che conta è polemizzare, aizzare le masse, solleticare il campanilismo sopito, a costo di creare un incidente diplomatico che non porterà da nessuna parte. Mettere in discussione la condotta degli ultimi secoli di storia francese attribuendone le colpe a Macron. Eccolo, il dubbio che ritorna: ci sono o ci fanno?

Forse è più rassicurante pensare sia la seconda opzione, cullarsi nel pensiero che alla fine siano soltanto dei polemisti spudorati e astuti, capaci di sacrificare la serenità dei rapporti con un alleato storico sull’altare di un proprio tornaconto, di una campagna elettorale per le Europee che altrimenti sarebbe da giocare di rincorsa sui temi, quelli veri, ad esempio un’economia in recessione, un reddito di cittadinanza che non convince, una politica dell’immigrazione disumana e indegna.

Forse è più comodo così: forse è più facile rievocare Italia-Francia, l’eterna sfida tra cugini, la testata di Zidane. Prima però eravamo campioni del mondo. Adesso non ci qualifichiamo nemmeno. Nel senso che siamo inqualificabili.

Chiudere i porti e chiudere gli occhi

Chiudere gli occhi, provarci davvero. Immaginarsi disperati e soli, vestiti di stracci, a bordo di un gommone che pian piano si sgonfia. E noi che non sappiamo nuotare.

C’è acqua, solo acqua, o almeno così sembra. Perché non è azzurra e limpida come l’abbiamo sognata, non è quella del mare d’estate. Ma è fredda, tanto, e se i denti battono senza controllo un motivo ci sarà pure. Se tutto intorno è l’inferno, se la schiuma si solleva sotto braccia e gambe che mulinano a vuoto, che esprimono voglia di vita che piano si spegne, allora è così che si muore.

Tra urla di amici e fratelli, di padri e madri colpevoli di aver sognato un’esistenza altra, un’esistenza punto. Fra pianti disperati di chi ancora non parla ma annusa l’orrore, tra preghiere di chi vuole tornare, ma dove? A casa. Ma dove? Se una casa non ha.

Guardare il cielo questa notte non aiuta. La Luna di gennaio è gelida e austera, avara di miracoli. Nessuno che arriva, nessuna mano da afferrare. Non serve gridare, voltarsi in cerca di sponde, distante il mondo, vicina la fine.

E chissà se lo sanno, quelli che parlano facile, quelli che hanno una ricetta per tutto, la paura che c’è ora, il sapore dell’acqua in gola, che invade i polmoni, che mozza il respiro.

Quelli che pensano che la paura di morire ci fermerà, quelli che non fanno mai i conti con la voglia di vivere sempre più forte.

Quelli che chiudono i porti. Mentre noi chiudiamo gli occhi.