11:35…11:36

ponte morandi

Sono le 11:35 del 14 agosto, mi chiamo Samuele, sono in macchina con mamma e papà, ho 8 anni e insieme a loro mi sento bene, sono al sicuro. La scuola è finita da un po’, ho un altro mese di vacanze. Ora stiamo andando dai nonni, pranziamo da loro. E poi domani è Ferragosto, partiamo per la Sardegna. Saliremo sul traghetto. Io ci penso da giorni, voglio vedere il mare.

Sono le 11:36, è un attimo, ma mentre l’auto viaggia per un secondo mi sembra di essere in discesa sulle montagne russe. Non sento più la pancia, la sensazione è la stessa. Non capisco, ma sento i miei genitori urlare. E questo mi basta per avere paura. Dura poco. Quando io non ci sono già più, quando i vigili mi prendono in braccio, sentono un telefono che squilla. Sullo schermo c’è la scritta “Mamma”. Era mia nonna, le voglio bene. Vorrei dirle di non preoccuparsi se non siamo arrivati, ma non posso.


Sono le 11:35 del 14 agosto. Siamo Matteo, Gerardo, Antonio e Giovanni: abbiamo poco più che 20 anni e una vita davanti. O almeno così crediamo. Veniamo da Torre del Greco, Napoli, e in questa macchina ci sentiamo invincibili, pieni di sogni. E’ il tempo nostro. Direzione Nizza. Poi Barcellona. Uno di noi scrive ai suoi per non farli preoccupare: “Stiamo entrando a Genova”.

Sono le 11:36. Si sente come un boato, un crac che accappona la pelle. C’è poco tempo per pensare. Urliamo, dentro la macchina. Ci aggrappiamo ai sedili, forse ci teniamo le braccia. Dura poco. Giovanni, che è videomaker, qui avrebbe fatto un bel servizio. Tra le macerie, avrebbe raccontato meglio di tanti altri la nostra storia. Ma non c’è niente da fare. Il viaggio è finito. Prima di cominciare.


Sono le 11:35 del 14 agosto. Siamo Edi e Marjus. Veniamo dall’Albania, lasciare tutto, tutto quel poco che avevamo, non è stato facile. Qui, però, ci troviamo bene. Siamo giovani, lavoriamo in una ditta di pulizie, viviamo onestamente. E ci piace sognare. Uno di noi, nel campionato di calcio regionale, quest’anno ha fatto più di 80 gol. Chissà, si comincia sempre dal basso.

Sono le 11:36. Quando la strada ci manca sotto i piedi urliamo. Lo facciamo nella nostra lingua, perché l’istinto è lì che ci porta. Poco fa avevamo chiamato in azienda per dire che avremmo fatto tardi. Qui c’era un traffico della miseria, nell’ora di punta. Se fossimo partiti 10 minuti prima, forse, non l’avremmo trovato. Se fossimo partiti un minuto prima, di sicuro, saremmo arrivati.


Tre storie, tre storie che non sono nulla, niente, a confronto delle 43 vittime del Ponte Morandi. Eppure ci dicono tutto, ci dicono cos’è stato quel ponte crollato, quel cuore spezzato. Sperando che sia l’ultimo. Sperando che la politica faccia la politica. Senza troppe parole. Col rispetto che si deve a Genova. E al suo dolore.

Pure su Genova, la colpa è sempre degli altri

di maio genova

 

Sarà che dopo anni ad attaccare “il sistema” poi viene complicato immaginarsi parte del Palazzo. Sarà l’inesperienza, il prezzo da pagare nel passaggio da partito d’opposizione a forza di governo. Saranno queste e mille altre variabili, a determinare i tanti scontri istituzionali verificatisi in poco più di 100 giorni dall’insediamento dell’esecutivo. Ma se è vero il detto per cui tre indizi fanno una prova, qui ce ne sono abbastanza per dichiarare che il governo – e in particolare il MoVimento 5 Stelle – fatica ad assumersi le responsabilità dei propri errori.

Così è stato ad esempio per il decreto Dignità, quando una relazione tecnica della Ragioneria dello Stato ha sancito che il primo atto targato Di Maio avrebbe fatto perdere 8.000 posti di lavoro all’anno. In quel caso si chiamò in causa una misteriosa “manina”, colpevole di aver fatto “apparire” dal nulla quella stima. Come se il problema fosse chi quei numeri li aveva messi, e non la loro esistenza.

Poi è stata la volta del reddito di cittadinanza, con Rocco Casalino versione Padrino pronto a minacciare i tecnici del ministero dell’Economia: “O trovano i soldi oppure li facciamo fuori, questi pezzi di m***a”. E allora viene spontaneo domandarsi se le famose coperture di cui parlava fiero Luigi Di Maio in campagna elettorale non fossero altro che bugie, numeri presi a casaccio, promesse di tagli agli sprechi date in pasto ad un’opinione pubblica desiderosa di credere ad un sogno sempre più vicino a tramutarsi in incubo.

Infine è toccato a Genova fare i conti con lo stile del governo appena insediato. Promesse di soluzioni immediate, annunci di rese dei conti improcrastinabili, parole, parole, parole. E poi a 42 a giorni dal crollo del ponte Morandi non c’è uno straccio di decreto, un testo su cui Mattarella possa apporre la firma. Il motivo lo svela la Ragioneria dello Stato: mancano le coperture. Hanno inserito tante, apprezzabili, misure senza indicare dove troveranno i soldi per realizzarle. Ma ancora una volta viene fuori la natura scaricabarile dell’esecutivo. Stavolta è Palazzo Chigi a dire che da parte loro è stato fatto tutto bene, a lasciar intendere che sono gli altri, i soliti, i tecnici, quelli messi nei ministeri dagli avversari, a ritardare, frenare, ostacolare.

E’ un continuo richiamo alla forza occulta di un “sistema” cattivo, collaudato, inscalfibile. Anche adesso che sono classe dirigente, i 5 Stelle puntano il dito contro altri dirigenti. Dal decreto dignità al reddito di cittadinanza, fino ad arrivare a Genova: se una cosa va male è sempre colpa degli altri. E allora a cos’è servito assegnargli la “responsabilità” di governo?

Almeno state zitti

ponte morandi

 

Si riscoprono tutti ingegneri, un attimo dopo il crollo del ponte Morandi a Genova. È un virus diffuso in tutto il Paese: siamo tuttologi, amiamo puntare il dito, dire “è colpa loro”, sazia la nostra rabbia repressa per qualcosa che negli ultimi 50 anni evidentemente non è andato come speravamo. Perché siamo lì, fermi, a mezzo secolo fa. Non solo perché il ponte crollato è stato terminato nel 1965, ma perché alla fine basta pensarci sopra: nel 2018 ancora guardiamo con nostalgia al boom economico degli anni Sessanta. Qualcosa è andato storto: e si è visto.

Ma tra voglia di giustizia e sciacallaggio c’è differenza, tra stile e improvvisazione pure. I responsabili dovranno assumersi le loro responsabilità davanti alla legge, ma non è normale, non lo è, che a neanche un giorno dalla tragedia un ministro della Repubblica se la prenda con Autostrade, così, senza un dato, un report, un’analisi ponderata di ciò ch’è avvenuto durante il crollo, una valutazione completa, approfondita, basata sul senso di realtà.

Non è possibile che un altro ministro continui la sua campagna elettorale permanente prendendosela con l’Europa che non ci consente di rifare le infrastrutture e mettere in sicurezza l’Italia. Perché i soldi ci sono stati e ci sono, per queste cose. Ma non è colpa dell’Europa se si è scelto di rimandare e rimandare, se i costi di manutenzione di questo ponte hanno coperto l’80% di quello che è costato. Se ne sarebbe potuto costruire un altro, di ponte Morandi. Non si è voluto. Non so il perché. So che non è il momento della caccia alle streghe. Non ancora. C’è gente che pensava ai fatti suoi, che ascoltava la musica in macchina, che parlava con i figli, che ad un certo punto si è vista cadere nel vuoto, senza capire, solo per morire.

Abbiate un po’ di rispetto. Almeno state zitti.