Mario Draghi è pronto a scendere in campo (stavolta per davvero)

Cosa farà Mario Draghi? La domanda sul taccuino è sempre la stessa. Ma rispetto al passato c’è una novità introdotta inconsapevolmente dal nostro premier: Mario Draghi è pronto a scendere in campo, a giocare la sua partita.

Non è la prima volta che Giuseppe Conte pecca di eleganza. Abbiamo ancora negli occhi lo sgarbo che il presidente del Consiglio, a fine aprile, davanti alla prefettura di Bergamo, oppose ad una giornalista che lo incalzava sulle zone rosse: “Se lei un domani avrà la responsabilità di governo, scriverà lei i decreti e assumerà tutte le decisioni“, disse.

All’epoca venne montato un caso francamente esagerato. Conte aveva dalla sua la giustificazione di un periodo di stress che avrebbe fiaccato la pazienza di chiunque, era reduce dall’aver preso scelte forti e senza precedenti nella storia della Repubblica: chiudere in casa milioni di italiani per evitare un’ecatombe. Questa volta però è diverso.

Quando Conte dice di Draghi, “lo volevo presidente della Commissione Ue, mi disse che era stanco“, commette una scorrettezza nei confronti dell’ex numero uno della Banca Centrale Europea. Per ostentare la propria serenità rispetto alle voci che descrivono Draghi come suo possibile successore, Conte ne sottolinea la stanchezza. Il sottotesto è pericoloso: non è di certo questo il momento per un leader stanco, chi non ha voluto impegnarsi in Europa difficilmente potrebbe guidare tutti i giorni la malandata macchina Italia.

La frecciata è subdola, probabilmente studiata. Si tratta però di un colpo basso, sotto la cintura, che Draghi non avrà certamente apprezzato. Di fatto assistiamo alla versione (molto) edulcorata del trattamento che Trump riserva puntualmente a Biden in America quando dice che “Sleepy Joe” – Joe l’addormentato – è inadatto a servire da presidente poiché sulle soglie di una demenza senile.

Qualcuno potrebbe obiettare: ma se Draghi ha realmente detto a Conte di essere stanco, che male c’era a rendere pubbliche quelle affermazioni?

Questione di stile, innanzitutto. Lo stesso stile che Draghi ha invece utilizzato diplomaticamente nei confronti del premier quando, interpellato sulla possibilità di guidare la Commissione Ue, ha compreso benissimo che non sarebbe stata di certo l’iniziativa estemporanea di un premier debole a livello europeo come Conte a dettare l’agenda franco-tedesca, sempre decisiva in Europa.

Ciò che emerge chiaramente, però, è un dato: quando Conte esorta gli altri attori a non tirare Draghi per la giacchetta, quando lo definisce stanco, non interessato alla politica, quando insomma si erge a suo portavoce senza esserne autorizzato, tradisce la grande paura che Draghi decida di scendere in campo. Basterebbe una dichiarazione di disponibilità affidata all’Ansa, un richiamo ai partiti a fare bene e presto per sbloccare gli aiuti del Recovery Fund, a far crollare le fragili fondamenta su cui si regge il governo Conte II.

Attenzione: Draghi non sarà mai e poi mai un leader di partito. Ha altre ambizioni piuttosto che passare la vita a battibeccare sui social con Salvini e Di Maio. Sono scelte di vita. Ma l’ipotesi di un “passaggio” da Presidente del Consiglio non è più così peregrina. Potrebbe essere il cartellino da timbrare per poi legittimare un’ascesa al Quirinale. Perché è bene saperlo: salvo clamorosi sconvolgimenti, tali da sconsigliare un vuoto di potere al Colle, Mattarella non si presterà ad un bis. Con buona pace di Conte, che vedrebbe con favore – provate un po’ ad immaginarne il motivo – un perpetuarsi degli attuali assetti.

Per Draghi, dunque, potrebbe realizzarsi un futuro da tecnico sui generis, “alla Ciampi”. La formula sarebbe quella che l’attuale inquilino del Colle, Sergio Mattarella, utilizzò per descrivere l’operato del suo predecessore livornese nel ’93: “Quel suo governo tecnico si rivelò felicemente politico, salvando il Paese dalla bancarotta e assicurandoci una transizione pacifica verso nuovi assetti“. Se è vero che la storia è ciclica, questa volta potrebbe essere un altro ex governatore della Banca d’Italia a vestire i panni del salvatore della patria, passando da Palazzo Chigi per poi trasferirsi al Quirinale.


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Vuole togliere i poteri a Mattarella: toglietegli il microfono, è meglio

 

Non può essere archiviata come l’ennesima boutade di un vecchio comico l’ultima uscita di Beppe Grillo al Circo Massimo sul Presidente della Repubblica. Che senso ha dire durante Italia 5 Stelle “dovremmo togliere i poteri al capo dello Stato” se poco dopo, compresa la frittata, ci si rimangia tutto? E a cosa serve che Beppe Grillo sia ancora il Garante del MoVimento 5 Stelle se alla fine, per ragioni di opportunità, viene sbugiardato dagli stessi che proprio lui dovrebbe “garantire”?

Non è allarmante che il partito al governo, quello che pochi mesi fa ha ottenuto il 32% dei voti, invece di bocciare completamente la tesi del suo fondatore decida di nascondersi dietro un dito, facendo trapelare che il proposito di Grillo non verrà attuato – e menomale – soltanto perché “non è presente nel contratto di governo“?

Il punto è sempre lo stesso, l’incapacità del MoVimento 5 Stelle di venire a patti con la sua nuova dimensione. Quando qualcosa non va si evocano complotti, manine, “sistemi” che remano contro il “cambiamento”. Ma i primi a non aver accettato il loro “cambiamento” sono proprio i pentastellati: che hanno il potere ma non sanno come gestirlo, che fanno una festa da partito di lotta pure adesso che sono al governo, che danno ancora la parola a Grillo quando sarebbe giunta l’ora di togliergliela.

Giuseppe Conte, il Presidente fantasma

 

All’inizio dicevano che Giuseppe Conte amasse studiare i dettagli di ogni dossier, padroneggiare la materia fino in fondo, prima di dire la sua. L’anti-Salvini e Di Maio per eccellenza alla guida del governo Salvini-Di Maio. Il burocrate che non ama la ribalta, la concretezza al potere, il tecnico che farà bene il politico, la risposta all’uomo solo al comando. Dicevano, appunto.

In fondo sono bastate le prime due uscite a livello internazionale per smentire entrambe le descrizioni del Professore.

Primo: a Conte i riflettori piacciono, eccome. Ve le ricordate le pacche e i sorrisi con Trump e Macron al G7 di inizio giugno, ovviamente a favore di telecamera?

Secondo: il Presidente del Consiglio ha studiato poco e male il suo ruolo e le sue funzioni. Un vertice UE ed ecco la prima figuraccia da premier. Per i suoi colleghi capi di governo è già diventata memorabile l’alterigia con cui Conte – stizzito per la piega presa dal dibattito sull’immigrazione – ad un certo punto ha affermato: “Io sono professore di legge e so che se un documento ha un numero di protocollo quel documento si discute e si approva tutto, non a pezzi“.

Ne è seguita la presa in giro del premier bulgaro Borissov: “Bene, io ero un vigile del fuoco e non è così che si fa un negoziato“, corroborata dalla presa di posizione dell’omologo svedese Lofven: “Lei è un professore di diritto, e io ero un saldatore in una cittadina del Nord della Svezia, ma so che lei non si sta comportando in modo appropriato“.

Retroscena, elementi di contorno, coriandoli in un Carnevale fatto di maschere che cambiano senza soluzione di continuità. Ma è un dato di fatto che Giuseppe Conte, ad oggi, non abbia confermato né le promesse né le premesse:”Sarò l’avvocato difensore del popolo italiano“, aveva detto presentandosi al Paese.

Ha sconfessato se stesso al punto che il solitamente attendista Mattarella si è sentito in dovere di alzare il telefono e di comporre il suo numero per ricordargli che era lui, proprio lui, l’incaricato a risolvere lo stallo sulla nave militare Diciotti (italianissima) con a bordo 67 migranti che Salvini aveva deciso per puntiglio di bloccare a largo del porto di Trapani.

Per cui va bene tutto, va bene prendersela con Salvini e col suo attivismo dilagante. Va bene accusare Di Maio di essere costantemente a rimorchio della Lega, restare delusi per come il M5s non stia riuscendo ad imporre i suoi temi e la sua agenda. Ma va ancora meglio chiedersi cosa ne è stato di Conte, il Presidente fantasma, il Professore che all’appello risponde sempre assente. Non un buon esempio per i suoi alunni.

Nelle mani di Mattarella

Il profilo è basso, come sempre. Sergio Mattarella è uomo mite, ma non per questo indeciso. Pare quasi in imbarazzo, quando fissa la telecamera, ma è sorretto dalla forza degli onesti, di chi ha speso una vita in nome di ciò che riteneva giusto, senza mai scendere a compromessi.

E sarà questa forza a servirgli a partire dal 5 marzo, il giorno dopo il caos. Quando i partiti si recheranno al Quirinale e faranno di tutto per tirarlo dalla giacchetta, convinti ognuno di avere diritto più degli altri ad essere ascoltati. Ma in quella prassi che prende il nome di consultazioni, Mattarella guarderà negli occhi i vari leader, scrutando però un orizzonte diverso. Il futuro del Paese come bene primario, al di là degli attacchi che dopo una luna di miele durata tre anni, non tarderanno ad arrivare.

Perché scontenterà qualcuno Mattarella, è inevitabile. Lo farà se, come dicono gli ultimi sondaggi, nessuno otterrà la maggioranza. Ma le spalle larghe il Presidente le ha più o meno da sempre, da quando la mafia gli uccise il fratello Piersanti, allora governatore della regione Sicilia, e decise di scendere in campo a sua volta, consapevole del rischio che il prossimo avrebbe potuto essere proprio lui.

Sarà in quei giorni, quando le ipotesi di larghe intese si alterneranno alle richieste di un nuovo ricorso alle urne, che Mattarella dovrà tenere unita l’Italia. Attenersi alla Costituzione non sarà un problema. Scegliere la via più giusta probabilmente sì.

Ma nel ventaglio di ipotesi plausibili ed esplorabili dopo il voto, più che dai proclami dei leader – che faranno fatica ad abbandonare lo stile sbarazzino di questa campagna elettorale lunare – il futuro del Paese dipenderà dalla capacità del capo dello Stato di vedere lontano.

Farà da arbitro, Mattarella, non il giocatore. Di questo nessuno dubiti. Saremo nelle mani del Presidente. Sono buone mani.


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Telefonate elettorali, Episodio 1: cosa si diranno il 5 marzo

Sono le 4:30 del mattino del 5 marzo 2018. Bruno Vespa ed Enrico Mentana sono reduci da una delle maratone elettorali più lunghe della loro vita. Le proiezioni dei vari istituti di sondaggi sono ormai categoriche: non ha vinto nessuno. Il centrodestra si è fermato al 39%, ad un passo dalla soglia di governabilità. Il M5s è primo partito italiano ma non sfonda, Renzi regge ma è sotto il 25%. I telefoni tacciono: nessuno chiama nessuno per concedere la vittoria. Poi Berlusconi fa il primo passo. Ad Arcore viene dato ordine di comporre il numero di telefono del fiorentino. 

B:”Ciao Matteo, sono io…Silvio. Che ti avevo detto? Sono sempre il più forte.”

R:”Silvio, buongiorno. Qui ho numeri diversi. Sei arrivato primo ma non hai vinto.”

B:”Dai Matteo, non scherzare. Parliamo di cose serie: quando lo facciamo il Patto di Arcore?”

R:”Presidente, al massimo un Nazareno-bis. Ad Arcore non posso venire. Mi vuoi morto?”

B:”No, no. Hai ragione. Aspetta, aggiungo alla chiamata Salvini. Vediamo che dice lui. Abbiamo bisogno dei suoi parlamentari per fare le larghe intese”.

S:”Pronto Presidente, so già per cosa mi hai chiamato. Ci sto, ma alle mie condizioni: Stop invasione, no Vax, Salvini premier. “.

R:”Secondo Matteo, non mi sembri nella posizione di dettare condizioni. Hai fatto il pieno al Nord, ma al Sud sei al 2%. E poi basta con questi slogan, la campagna elettorale è finita!”

B:”Ragazzi, non litigate cribbio! Dai, forse un’idea ce l’ho io.”

S e R:”Sentiamo”.

B:”Sento crescere dentro di me lo spirito che nel 1994 mi portò a scendere in campo. L’Italia è il paese che amo, sono pronto a fare il Presidente del Consiglio”.

R:”Silvio, dimentichi un dettaglio: sei incandidabile!”

B:”Tutta colpa di una magistratura politicizzata che è il vero cancro della democrazia. Ma ho una soluzione alternativa: chiederemo la grazia a Mattarella!”

S:”Mattarella non acconsentirà mai.”

R:”Concordo”.

B:”Ora ne parliamo direttamente con lui, ma mi raccomando: dovrete essere voi per primi a farvi portavoce di questa istanza. Solo in questo modo il Presidente della Repubblica potrà prenderla realmente in considerazione”.

Al Quirinale il telefono squilla a vuoto. Mattarella è impegnato: “Giggino” Di Maio, ignaro del fatto di non avere i numeri per formare il governo, sta stalkerando il capo dello Stato. Vuole che gli venga assegnato un mandato esplorativo. Il Presidente è in difficoltà, non sa come riportarlo sulla Terra. Di Maio sembra posseduto, di congiuntivi non ne azzecca mezzo.

DM: “Presidente Mattarella, io sono convinto che fossi la persona giusta per guidare l’Italia. Il Movimento 5 stelle è il primo partito, Lei pensa che il popolo le perdonasse una simile interferenza nella vita democratica?”.

PdR:”Di Maio ma quale interferenza! Lei non rappresenta neanche un terzo degli italiani: è andato a votare un cittadino su 2. E Lei ha preso il 25% di questo 50%”.

DM:”Presidente Lei sta dando i numeri: onestà, onestà, onestà!”.

Nel frattempo, ad Arcore, Silvio Berlusconi è impaziente. Le linee telefoniche bollenti. I parlamentari azzurri attendono indicazioni: vogliono sapere cosa dire davanti alle telecamere. Il Cavaliere chiede di essere lasciato solo. Si reca nel suo studio e scrive un comunicato stampa. Le agenzie riportano la notizia. Si diffonde un clima di incredulità.

Il comunicato recita:”I nostri Difensori del Voto in tutta Italia c’hanno informato che sono avvenuti dei brogli in diversi seggi. Il Partito Democratico di Matteo Renzi si è visto privare di migliaia di voti. Non possiamo accettare una sospensione della democrazia. Oggi mi recherò dal Capo dello Stato per chiedere che si torni al voto”.

Matteo Renzi legge l’agenzia e un attimo dopo chiama Berlusconi.

R:”Presidente, ma come? Hai chiesto nuove elezioni…”

B:”Dai Matteo, l’ho fatto per te..per noi…”


Scenario elettorale numero 1: cosa succede se non vince nessuno.