Super Biden

Joe Biden è un brav’uomo. E dire che il successo nel Super Martedì delle primarie democratiche è figlio degli endorsement ricevuti nelle ultime ore o dei ritiri degli altri candidati significa non aver capito nulla di queste elezioni, sapere zero di politica, niente di niente degli americani.

Se avete seguito una qualsiasi maratona elettorale sui canali italiani avrete fatto in tempo ad accorgervi del perché l’America è un grande Paese. E forse avrete provato, come il sottoscritto, un briciolo d’invidia per lo spettacolo della loro democrazia, per la partecipazione che riescono a catalizzare, per l’entusiasmo di cui sono capaci. Ma la lezione di questo Super Tuesday è probabilmente opposta a quella che molti commentatori stanno suggerendo in queste ore: il popolo statunitense fa la sua scelta liberamente. Gli endorsement contano, ma fino ad un certo punto. I soldi servono, ma non bastano. Chiedere a Mike Bloomberg.

Joe Biden ha vinto perché dopo il successo in South Carolina di pochi giorni fa è apparso il candidato più credibile per realizzare due obiettivi: affermarsi come candidato dell’elettorato moderato da opporre all’ala radicale rappresentata da Bernie Sanders. Ma soprattutto: migliore sfidante di Donald Trump. Niente di più, niente di meno.

Attenzione: le primarie non sono finite, Sanders è ancora vivo. Se Biden volesse dargli la mazzata finale dovrebbe riuscire a convincere Elizabeth Warren, sconfitta anche nel suo Massachusetts, a rinunciare alla candidatura in cambio di un posto da vice-presidente. Questa manovra avrebbe l’effetto di unire l’ala moderata e l’ala più radicale del Partito Democratico, sbarrando la strada alle speranze di Sanders di conquistare la nomination.

Ora, credere che Biden abbia in tasca la vittoria tra i Democratici è profondamente sbagliato: significherebbe non aver appreso nulla dalla prima parte di questa straordinaria corsa. Il cammino è ancora lungo, le bucce di banana sempre dietro l’angolo. E ancora: pensare che Biden sia il favorito contro Trump vuol dire prendere un abbaglio. Ma l’ex vicepresidente sta vivendo quello che gli americani chiamano “momentum”: è un po’ come dire che è sulla cresta dell’onda, la sta cavalcando, deve riuscire a farlo per più tempo possibile, senza farsene travolgere.

Sarà pure vecchio, disponibile per un solo mandato da presidente, espressione dell’establishment, troppo legato all’era Obama, appannato rispetto al campione oratorio che un tempo arringava le folle d’America. Ma ha un’esperienza decennale che fa di lui un profilo più che affidabile per la Casa Bianca. E’ popolare negli “swing states”, gli stati in bilico decisivi per le elezioni di novembre. E incarna il desiderio di normalità provato da milioni di elettori americani dopo 4 anni di presidenza Trump. Non è poco.

Poi è un brav’uomo. Può bastare.

Biden ha vinto in South Carolina (e Trump non ha ancora vinto le elezioni)

Lo hanno ribattezzato “Comeback kid”: il ragazzo (ok, ha 77 anni, ma è un dettaglio) della rimonta. Come nel 1992 Bill Clinton aveva soprannominato se stesso, risorgendo in New Hampshire quando tutti davano per finita la sua corsa per le primarie. Proprio ciò che è successo questa notte in South Carolina a Joe Biden. Per quel che vale, avevo scritto qualche giorno fa che se fossi stato un elettore americano avrei avuto pochi dubbi su chi votare: avrei scelto sicuramente Joe Biden. La sua storia politica, ma soprattutto personale, meritano un punto esclamativo. Forse il South Carolina ha posto le premesse perché questo punto esclamativo venga scritto.

Ha vinto il primo Stato dall’inizio delle primarie dem. Lo ha fatto meglio di come avrebbe dovuto in termini numerici. Ma soprattutto lo ha fatto con un timing perfetto: prima del Super Tuesday, il Super Martedì che chiamerà al voto 14 Stati e metterà in palio circa il 40% dei delegati decisivi per la nomination. La vittoria di Biden, in questo momento, fa del vecchio Joe un cavallo solido su cui puntare per l’elettorato moderato. Se Biden non avesse vinto in South Carolina, o se lo avesse fatto in maniera poco convincente, è molto probabile che i cosiddetti “centristi” (definizione a dire il vero approssimativa) avrebbero deciso di abbandonarlo per puntare su altri candidati. Mike Bloomberg, su tutti.

Le performance dell’ex sindaco di New York ai dibattiti televisivi non sono state indimenticabili, per usare un eufemismo. O meglio, proprio il miliardario vorrebbe che tutti le dimenticassero in fretta. La sua presenza al Super Tuesday è il maggiore ostacolo per Joe Biden: dopo il crollo di Amy Klobuchar e l’ennesimo risultato deludente di Pete Buttigieg, il rischio di una dispersione di voti tra i moderati è meno alto. Tradotto: è molto difficile che un elettore democratico “centrista” decida martedì di votare Klobuchar, a meno di non essere un suo fan sfegatato.

L’effetto South Carolina è importante per Biden soprattutto per questo: per il “rimbalzo” di cui la sua candidatura potrebbe beneficiare. Non sappiamo quanto Bloomberg sia forte, non avendo corso ancora in nessuno Stato. Ma sappiamo che la fetta di elettorato più affine al miliardario coincide molto con quella di Biden. Di certo dal South Carolina arriva un segnale non proprio incoraggiante per quello che Donald Trump ha ribattezzato “mini Mike”: Tom Steyer, miliardario che ha speso oltre 22 milioni di dollari soltanto in spot televisivi e radiofonici in South Carolina, è arrivato terzo. E si è ritirato dalla corsa. Cosa c’entra con Bloomberg? C’entra, perché dimostra che i soldi in una campagna elettorale non sono tutto.

Certo, Bloomberg ha un peso politico diverso da quello di Steyer. E la sua figura potrebbe portare al voto molti candidati moderati e indipendenti, rosicchiando a Biden potenziali elettori. In tutto ciò, Bernie Sanders ringrazia. Il vecchietto del Vermont spera di farcela con la forza dei progressisti e le divisioni altrui. Ma il South Carolina dimostra che la partita è aperta. Biden non sarà proprio un “comeback kid”, ma la sua rimonta potrebbe essere iniziata. Come minimo: Sanders non è ancora il candidato Democratico. E questo vuol dire che Trump non ha ancora vinto le elezioni di novembre.

New Hampshire, Old Biden

Le primarie Usa tra i Democratici si fanno di settimana in settimana più avvincenti. Ciò che la lunghezza dello spoglio in Iowa aveva fatto passare in secondo piano è tornato prepotentemente a galla in New Hampshire: Bernie Sanders è la scelta dell’elettorato radicale, Pete Buttigieg è più competitivo che mai per ritagliarsi il ruolo di candidato di punta tra i “moderati”, ma deve guardarsi dalla sorprendente ascesa di Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota che nell’ultimo dibattito ha trovato lo slancio necessario a realizzare la piccola grande impresa di arrivare terza nello Stato del granito.

Tra qualche tempo, è possibile che la vittoria di oggi di Bernie Sanders venga ridimensionata alla luce di un altro fattore: la somma dei voti ottenuti dai candidati moderati, se così si possono definire esponenti in ogni caso ben più a sinistra di Barack Obama, è maggiore di quelli radicali. Guardate sopra: Sanders e Warren, insieme, arrivano circa al 35%. I “centristi” come Buttigieg, Klobuchar e Biden superano il 50%. La vera corsa, dunque, riguarda la scelta nel campo moderato, colui o colei che si affermerà come il candidato da opporre a Sanders prima, e a Trump poi.

Il vecchio Joe

Questo ruolo di riferimento per i moderati, fino a qualche mese fa, veniva assegnato da default a Joe Biden, ex vicepresidente nell’era Obama. Biden in New Hampshire è andato malissimo, finendo quinto, peggio che in Iowa, dove già i risultati erano stati inferiori alle aspettative. Per un ex vicepresidente con il curriculum di Biden arrivare alle spalle di ben 4 candidati è un vero disastro.

Usciamo dalla cronaca per inserire una parentesi personale. Se fossi americano e dovessi votare alle Primarie dei Democratici, oggi voterei senza dubbio Joe Biden. Non si tratta di una scelta politica, ponderata, ma prettamente di cuore. Biden ha una storia durissima alle spalle, e per questo bellissima. Oggi ha i capelli bianchi, il viso stanco, fatica ad entusiasmare i giovani. Ma un tempo, Joe, è stato un coraggioso ragazzo balbuziente che ha sconfitto il suo problema imponendosi di parlare in pubblico. E lo ha fatto così bene che a 29 anni, con la sola forza delle sue parole e l’aiuto di sua sorella in campagna elettorale (altro che gli staff mastodontici di oggi!), ha battuto un senatore Repubblicano molto più quotato di lui, dato per sicuro vincitore, aggiudicandosi il seggio del Delaware.

Sembrava tutto perfetto, fino a quando la moglie e la figlia di un anno non sono morte in un incidente stradale. Da quel giorno, a differenza dei suoi colleghi che trascorrevano l’intera settimana a Washington per poi tornare a casa dalle famiglie nei weekend, Biden ogni sera saliva sul treno e tornava in Delaware, dai suoi figli. Nel corso degli anni, Joe ha fatto così tanti viaggi che gli è stata intitolata perfino la stazione da cui partiva e arrivava ogni giorno. Poi i figli sono cresciuti e uno di loro, Beau, era particolarmente promettente, talentuoso: tutti pensavano che un giorno avrebbe fatto politica come il padre. Non ne ha avuto il tempo: nel 2015 è morto per un tumore al cervello.

Oggi Joe Biden non ha più la forza di quando era ragazzo. Non è più così brillante nei dibattiti. E la sua abilità oratoria è forse più appannata, meno coinvolgente. I giovani che un tempo si entusiasmavano ai suoi comizi sono invecchiati con lui. La generazione di Buttigieg, per fare un esempio, guarda a Biden come ad un pezzo dell’establishment, un residuato bellico da mandare in pensione per fare posto al “nuovo”. Ecco, dopo Iowa e New Hampshire, Biden non è ancora spacciato. Ma l’effetto “band-wagon” non l’abbiamo inventato in Italia: l’elettorato è portato a salire sul carro del papabile vincitore. Il “voto utile” è spietato, ed è possibile che anche in Nevada e South Carolina, prossime tappe delle primarie, Biden non ottenga i risultati che si augura, a dispetto di una folta presenza di afroamericani e ispanici, segmenti demografici in cui è più popolare.

Di nuovo: non sono ragioni politiche a farmi tifare Biden. Non dico che sarebbe il migliore presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Ma se c’è un posto dove qualche volta le storie da film accadono questo è l’America. E la storia di Biden merita la Casa Bianca. Chissà, è difficile, ma non è troppo tardi. Non ancora, vecchio Joe.

Trump non lascia. Forse raddoppia

Gli americani sono un popolo particolare. Guardate alle primarie: sono uno spettacolo di democrazia entusiasmante. I caucus, la partecipazione, il coinvolgimento, il porta a porta, la torta e i biscotti fatti in casa per convincere i tuoi vicini di casa a sostenere il candidato che preferisci. Per non parlare dei dibattiti, uff, forse ne fanno perfino troppi. Ma che spettacolo, la politica.

Sì, c’è materiale per farci un film, una serie tv che non sia House of Cards. Perché a volte la realtà supera la finzione. Il problema si presenta quando il tentativo è quella di rendere la realtà una fiction. Esempio: l’impeachment.

Se da qui al prossimo novembre i Democratici non tireranno un coniglio fuori dal cilindro, il destino dell’America, e di conseguenza quello del mondo intero, è scritto: Donald Trump viaggia verso la riconferma. Il suo secondo mandato alla Casa Bianca dopo l’assoluzione del Senato non è più soltanto possibile, è addirittura probabile. Intendiamoci: parliamo sempre e comunque di un presidente di minoranza, di una figura divisiva. Trump non unirà mai gli Stati Uniti. Ma ad oggi è facile che continui a governarli.

Se tutto ciò diventa possibile, se un personaggio dai molti tratti oscuri si trova a capo della maggiore potenza del mondo lo si deve a due fattori. Uno prende il nome di Zeitgeist, lo spirito del tempo. Chi in politica si dimostra in grado di interpretarlo, di meglio cavalcarlo, è un passo avanti. Trump può non piacere, non ci piace, ma ha dato voce alle paure dell’americano medio, invertito la narrazione dell’inesorabile declino statunitense, riscritto la contemporaneità.

L’altro fattore che sta spingendo Trump verso la rielezione è il Partito Democratico statunitense. Gli elettori desiderosi di una forte rottura rispetto alla presidenza del nemico per eccellenza stanno facendo l’errore politico, a lungo termine, di affidarsi ad un candidato radicale, il socialista Bernie Sanders. Il primo tifoso del senatore del Vermont abita alla Casa Bianca, si chiama Donald Trump. Ma all’emotività giustificabile di un elettorato dem spaurito, che oppone alla figurazione del Male (Trump) la sua antitesi più manifesta (Sanders) si aggiunge – quel che è peggio – la scarsa lungimiranza della dirigenza del Partito Democratico.

Intentare un processo di impeachment sapendo bene che al Senato la maggioranza era saldamente nelle mani dei Repubblicano è stato un errore. Il Russiagate ha detto che un presidente in carica non può essere incriminato. L’Ucrainagate ha confermato che una parte di elettorato dem non ha ancora digerito la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016. Per questo ha tentato con un processo politico, qual è l’impeachment per definizione, di fare sloggiare dalla Casa Bianca il nemico Donald. Non c’è riuscito. Perché sui colpi di scena al Congresso, i tweet al veleno di Trump, la sua denuncia di “caccia alle streghe”, di un grande “hoax”, imbroglio, si è infine imposta la matematica, la realtà dei numeri.

Trump è stato assolto, i Democratici hanno trascorso gli ultimi mesi a combattere un’evidenza che era nota da tempo, perso la scommessa che le varie testimonianze avrebbero appannato l’immagine del presidente, perseverato nell’errore allungando i tempi del processo. La verità è che siamo ancora nel 2016, quando The Donald disse: “Potrei sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perderei voti. È incredibile”. Sì, lo è. Ma la realtà oggi è questa. Prendere o lasciare? Lui non lascia. Forse raddoppia.

Riflessioni incomplete sull’Iowa

Aspettiamo ancora i risultati dei caucus in Iowa, il primo stato chiamato al voto per le primarie democratiche americane. E’ un fatto senza precedenti negli Stati Uniti che dopo così tanto tempo non sia disponibile una parvenza di dato – non dico ufficiale – nemmeno parziale della consultazione. Gli sfottò di Donald Trump sono il minimo che il partito dell’asinello potesse aspettarsi dopo questa figuraccia planetaria.

Certo, i comitati elettorali dei vari candidati, grazie ai loro uomini sul posto, hanno un’idea generale su come le cose siano andate nella prima tappa delle primarie. La sorpresa è Buttigieg. O “Mayor Pete”, come lo chiamano gli americani. Il sindaco gay che in queste settimane è sembrato il candidato più talentuoso, oltre che il meno esperto. Stanotte è stato proprio lui l’unico a rivendicare una sorta di “vittoria” sulla base dei dati in suo possesso. Un azzardo politico: avesse torto, la sua campagna elettorale sarebbe da considerarsi terminata. Difficilmente l’avrà.

Nel frattempo, però, si è assicurato una visibilità che altrimenti non avrebbe avuto. E forse anche lo slancio – per quanto smorzato dall’incertezza del risultato – che la vittoria nel primo stato chiamato al voto è solito regalare al candidato vincente.

Ci sono però un altro paio di questioni di cui bisogna parlare, di fatto collegate. L’ottima affermazione di Sanders e il (presunto) flop di Joe Biden. Il “socialista” Bernie sta trovando terreno fertile nell’elettorato democratico: le sue proposte radicali trovano quanto mai sponda in un contesto polarizzato come quello americano. All’estremismo di Trump la risposta più immediata sembra essere un estremismo di sinistra.

A risentirne è Joe Biden, lo zio d’America, il vice di Obama che ha nella sua storia una serie di preoccupanti fallimenti alle primarie. E’ su di lui che ha puntato l’establishment democratico. Sempre lui sembra essere l’unico in grado di portare a casa la vittoria contro Trump. Ma deve arrivarci, a novembre. E dopo l’Iowa, o quel poco che ne sappiamo, non è così facile.