Salvini, Savoini e il manuale dell’amante

Salvini e Savoini a Mosca

Non bastano montagne di foto, video, audio per convincere Matteo Salvini ad ammettere che Gianluca Savoini non era un imbucato nella delegazione della Lega in Russia. Come recita il manuale del traditore perfetto il mantra è solo uno. Quando vieni scoperto a letto con l’amante puoi fare soltanto una cosa: negare, negare e ancora negare. Poi spetta all’altro, in questi caso agli italiani, decidere se crederti o meno, se pensare che l’amante si sia intrufolata nel letto a tua insaputa mentre dormivi, o farsi due domande, chiedersi se per caso quella sera non eravate proprio in due…

Perché alla fine il punto è questo: Salvini, davvero, risulta alle volte simpatico. Ha ottimi tempi comici, le sue dirette Facebook strappano più di un sorriso, è un’abilità che gli va riconosciuta. Non abbiamo il dente avvelenato. Il problema, però, è che non paghiamo Salvini per essere Crozza. Non deve farci ridere. E quando il ministro dell’Interno viene associato ad un’inchiesta potenzialmente molto grave come quella suggerita dagli scoop de “L’Espresso” e di “BuzzFeed” non può essere normale che tutto si limiti ad un “mai preso un rublo o un litro di vodka”. Quando ti rendi conto che il vicepremier di un grande Paese come l’Italia si difende chiamando in causa Masha e Orso, quando gioca allo scaricabarile su Savoini (d’altronde è il governo delle manine), quando non è in grado di mostrare la serietà che si addice ad un leader di fronte ad una questione seria, a quel punto c’è necessità di farsi qualche domanda.

Vogliamo votare il più abile sui social, il battutista più acuto, il personaggio più simpatico del momento, l’influencer più portato? Vogliamo perdonargli tutto, anche un presunto caso di corruzione internazionale che riguarderebbe il suo partito, soltanto perché è Salvini, perché in fondo sembra proprio uno di noi, perché ci fa ridere e sorridere? Se la risposta è sì, indipendentemente da tutto ciò che deriverà dall’inchiesta della Procura di Milano, è evidente che abbiamo un problema: non abbiamo capito che tra Savoini e Salvini, ci siamo pure noi.

Chi l’avrebbe detto che un giorno ci saremmo ritrovati a dire “prima gli italiani”…

Perché l’inchiesta sui soldi russi alla Lega può essere l’inizio della fine di Salvini

Lo scoop di BuzzFeed sui presunti legami tra la Lega e la Russia

Chiariamolo subito: senza i soldi russi che si dice siano arrivati alla Lega tramite finanziamenti illeciti Matteo Salvini avrebbe vinto in carrozza le Elezioni Europee. Non sono gli eventuali 65 milioni di dollari che avrebbero sostenuto la campagna elettorale leghista ad aver spostato gli equilibri del consenso in Italia. Questo è un fatto.

Ma è un fatto anche che se le accuse di BuzzFeed venissero confermate (e il sito ha una sua autorevolezza quando si discute di inchieste giornalistiche di questo tipo) allora ci troveremmo dinanzi ad un evento politicamente importante, potenzialmente deflagrante per la credibilità di Matteo Salvini. Talmente grave da poter ipotizzare che questa inchiesta diventi – per intenderci – ciò che il caso Ruby rappresentò per Berlusconi: la mina che esplode quando meno te l’aspetti, la bomba che d’un tratto spezza l’incantesimo con il Paese, la storia che incrina irrimediabilmente il rapporto di fiducia con gli italiani.

Perché se – e ribadiamo il se – venisse confermato che quei soldi effettivamente sono entrati nelle casse della Lega, ma anche se fosse acclarato soltanto il tentativo di imbastire una trattativa con alti esponenti della nomenclatura del Cremlino, dovremmo parlare non solo di un illecito, ma anche del disvelamento del bluff rappresentato dalle politiche di Matteo Salvini.

Pensateci: cosa può esserci di meno credibile di un “sovranista” che dipende dai finanziamenti (e non due lire, ma 65 milioni di dollari!) di un altro Stato? Questo Stato presunto finanziatore fornirà il suo sostegno economico per spirito di sincera e benevola amicizia o pretenderà di esercitare in cambio un’influenza sulle politiche di quel partito? E cosa accade se quel partito – dettaglio non da poco – è guarda caso al governo del Paese? Non è esagerato parlare di rischi per la sicurezza nazionale. Non è avventato pretendere chiarimenti immediati e definitivi.

Ecco perché Matteo Salvini non può limitarsi ad archiviare la pratica con una battuta. Questa volta non può prendersela con la magistratura (che pure un occhio su questa vicenda potrebbe buttarlo per chiarire cosa c’è di vero), non c’è un complotto di nemici interni da denunciare. Spetta a lui fugare ogni dubbio. Se non vuole farlo per sé lo faccia per noi. Prima gli italiani, poi magari i russi.

Perché Salvini pensa ad Alex mentre la Libia sta per esplodere?

Salvini a "Fuori dal coro", Rete 4

Le immagini delle prigioni libiche (qui il video), dei centri di detenzione dove migliaia di persone (sì, persone) vengono trattenute contro la loro volontà, sono un colpo al cuore. Li vedi lottare per bere un sorso d’acqua di dubbia provenienza, tutti dallo stesso bicchiere, tutti dallo stesso secchio. Sgomitano, si spingono, si accalcano, forse si odiano, perché sanno che un sorso per un compagno è un sorso in meno per sé, perché sanno che quell’acqua prima o poi finisce, e il momento di dissetarsi rischia di essere rinviato, ancora e ancora.

Sono lì, costretti a dormire accanto ai rifiuti, tra mosche e vermi, ammassati su giacigli di fortuna, privati della dignità che dovrebbe essere propria di ogni essere umano, prigionieri in quanto africani, destinati a soffrire per un caso, condannati a scontare l’essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, mentre nessuno sembra preoccuparsi realmente della loro condizione.

Le parole del ministro dell’Interno del governo di Tripoli, quello che fa capo a Sarraj, sono state chiare:”Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 è al di là della capacità governativa di proteggerli“.

Significa che migliaia di persone potrebbero essere presto libere di tentare la traversata della vita nel Mediterraneo, cercando così di sfuggire ad una guerra che è il frutto di un intervento scellerato (chiedere a Sarkozy). Il risultato sarebbe un esodo di massa che – a quel punto sì – si tradurrebbe in una vera e propria “emergenza” soprattutto per l’Italia, mettendo a nudo tutti i limiti delle politiche migratorie di Salvini, talmente concentrato, così sul punto, da investire tutte le sue energie nel contrattare uno scambio dei 54 migranti della nave Alex con 55 migranti di Malta (siamo ormai alla logica delle figurine) piuttosto che preoccuparsi delle migliaia che potrebbero arrivare nelle prossime settimane.

La notizia che Vladimir Putin ha portato nei suoi colloqui a Roma è di quelle preoccupanti: centinaia di foreign fighters di ritorno stanno lasciando la Siria per concentrarsi nel Nord Africa. Un dato di fatto che rende ancora più vergognoso l’atteggiamento di una comunità internazionale che non è stata neanche capace di trovare l’accordo su uno straccio di comunicato di condanna del raid aereo che a Tajoura ha provocato un bilancio di almeno 44 morti e 130 feriti per non urtare la suscettibilità (e l’autorità) del generale Haftar.

Se Putin come sempre ha colto il nocciolo della questione (“Chi ha distrutto la stabilità della Libia? Per me è stata una decisione della Nato. E questo è il risultato. Abbiamo osservato il caos, e la lotta tra vari gruppi paramilitari. Non dobbiamo portare noi un ruolo stabilizzatore“) lo stesso non sembra essere per il governo italiano, incapace di imporre le proprie ragioni (è ovvio che non possiamo accogliere in Italia tutto il continente africano) a causa dell’atteggiamento da bullo di quartiere di un ministro che preferisce lucrare (lui sì) sulla tragedia umana di un manipolo di migranti mentre un vulcano sta per esplodere a poche miglia marine dalle nostre coste.

C’è poi la questione di un governo incapace di esercitare la propria leadership nell’unica area di interesse strategico che le è rimasta. La Libia rappresenta a livello geopolitico una priorità per l’Italia (basta leggere alla voce Eni). Ogni turbolenza rischia di ripercuotersi pericolosamente sul nostro Paese. L’atteggiamento ondivago del nostro esecutivo (abbiamo deciso da che parte stare? Con Haftar o con Sarraj?) non fa altro che alimentare il caos, rendere sempre più utopico un disegno di pace e stabilizzazione dell’area, ed esporre l’Italia all’arrivo di migliaia di migranti tra cui potrebbe (stavolta davvero) nascondersi qualche malintenzionato.

Il tutto mentre quelle immagini di essere umani ridotti a bestie continuano ad esistere, anche ora, in questo preciso istante, e a perseguitare chi ha un po’ di coscienza.

Sul Venezuela stiamo facendo una figura pessima

La qualità di un governo che si definisce “del cambiamento” dovrebbe essere la determinazione nell’affermare le proprie scelte, anche radicali, sui temi che più contano. Un esempio: il Venezuela. Ma che succede se la percezione dei temi più importanti è assente? Se una questione di caratura internazionale, fondamentale per definire il posizionamento dell’Italia sulla scacchiera delle alleanze, viene considerata come un argomento da dopo-cena, una discussione così, tanto per, un bonus per gli amanti della politica estera e nulla più?

Il Venezuela è invece il banco di prova per capire dove siamo diretti. Se la nostra collocazione storica, ben piantata nell’Occidente, vale ancora a qualcosa oppure può essere messa in discussione da un reduce guatemalteco che dopo averle cantate a tutte sull’honestà e via dicendo ha pensato che bastava una diretta Facebook in cui diceva di essersi “incaz*ato” col padre – pescato a tenere un lavoratore in nero – per archiviare la pratica e tanti saluti. Se Salvini, che pure le sue simpatie filo-russe non le ha mai nascoste, ha deciso di appoggiare Guaidó a dispetto dell’indicazione di Putin, il motivo è che si può scherzare fino ad un certo punto, ma poi interviene una cosa che si chiama politica, realtà, e allora giocare a fare i comunisti non paga più.

Per conoscere la posizione ufficiale dell’Italia, tra uscite estemporanee di Moavero (sì, esiste) e botta e risposta di Salvini-Di Battista (che statisti!), si è dovuto attendere ieri sera, quando Conte – a differenza di quanto sostengono molti giornali, che parlano di posizione “democristiana” – si è di fatto smarcato dal blocco europeo, quello composto da Germania, Francia, Spagna, nostra collocazione naturale, che a Maduro ha dato un ultimatum: elezioni in 8 giorno o riconosciamo Guaidó. Conte invece stigmatizza “l’impositivo intervento di Paesi stranieri”. Tradotto dal linguaggio di Azzecca-Garbugli: prova a lavarsene le mani, ma di sicuro non appoggia Guaidó, quasi strizza l’occhio a Maduro e ancora una volta ci fa perdere il treno dell’Europa.

Isolati, sempre di più, con la spocchiosa convinzione di essere sempre nel giusto, con la pericolosa ingenuità di chi pensa che la storia non sia un fattore, che le alleanze possano essere ridisegnate a seconda della convenienza, del pensiero del momento. No, non funziona così. Rischiamo di scoprirlo sulla nostra pelle e su altri dossier. L’incoerenza ha un costo, sempre.

O si fa l’Europa o si muore

trump putin

 

Ciechi a tal punto da non vedere che siamo troppo piccoli per contare qualcosa da soli. Così ottusi da pensare che in geopolitica valga il principio secondo cui chi fa da sé fa per tre. No, non funziona così, cara Italia rissosa e autolesionista, caro governo che tratti l’Europa come fosse un fardello, un peso da cui liberarsi al più presto.

Non siamo l’America di Trump. Non siamo la Russia di Putin. Loro sì, che hanno più di una ragione per fare i sovranisti. Si bastano da soli. Non hanno bisogno di aiuti altrui, semmai sono necessari a tutti gli altri. E lo hanno capito così bene che pur sapendosi diversi hanno deciso di stringersi la mano, di guardarsi negli occhi, di tentare di archiviare – forse davvero – quel po’ di ghiaccio ereditato dall’iceberg mastodontico che fu la Guerra Fredda.

Gli esperti la chiamano realpolitik, cioè una politica basata sugli interessi del momento, sulla realtà circostante, alla faccia dei principi, delle ideologie, delle differenze e delle diffidenze. Putin in questo è stato un maestro: ha approfittato delle indecisioni di Obama per prendersi il Medio Oriente. Trump per il momento fa l’opposto di Barack ogni volta che ne ha l’occasione, e questo gli basta per pensare di essere nel giusto.

Ma se Washington e Mosca pensano ad un Nuovo Ordine Mondiale, a come spartirsi fette di terra e sfere d’influenza senza pestarsi i piedi, tra Occidente e Oriente sta un Continente mai così “Vecchio” come in questi anni, vittima degli egoismi e dei nazionalismi, dei sovranismi autolesionisti e dei ras di quartiere che studiano da aspiranti dittatori.

Svegliarci tutti, capire i nostri limiti, che o ci aggreghiamo o diverremo Paesi satelliti. Qui o si fa l’Europa o si muore.

La lezione del G7 per i sovranisti italiani

g7 canada

 

Al governo Conte è concesso un vantaggio. Essendosi appena insediato può godere di una luna di miele con gli italiani che si traduce soprattutto in un tesoretto di tempo utile per capire da che parte stare. Ma dovrebbero essere bastati i due giorni di G7 in Canada, al premier Conte, per rendersi conto che il solo posto dove l’Italia può sperare di dire la sua è anche lo stesso da cui Salvini e Di Maio sono intimamente tentati di uscire: l’Europa.

In un contesto storico in cui i nazionalismi e i sovranismi la fanno da padrone, dove le riunioni tra leader vengono vissute con insofferenza e fastidio – si veda l’atteggiamento di Trump – Paesi come l’Italia hanno un’unica strada per tentare di contare qualcosa: fare squadra con chi ha interessi se non uguali quanto meno simili.

E in questo senso è da salutare con fiducia la retromarcia di Conte sul piano delle sanzioni nei confronti della Russia. Si può immaginare che stretto tra Merkel e Macron, salutato come un nipote da Juncker e Tusk, Conte abbia iniziato a capire che l’Italia non può permettersi fughe in avanti. A meno che non voglia essere vassallo di qualcuno.

Che poi, anche volendosi del male, si farebbe fatica a scegliere a quale padrone asservirsi. Trump, nonostante i suoi modi ruvidi, ha un merito: sta mantenendo gli impegni presi con gli americani in campagna elettorale. E questo significa che gli Usa non interpretano più come nel passato il ruolo di guida universale del mondo libero. Basta uno slogan: America first, per rendersi conto che andare dietro agli americani non è oggi né conveniente né tanto meno possibile.

E allora, potrebbe pensare qualcuno, buttiamoci con Putin. Il presidente russo è probabilmente il giocatore più lucido e talentuoso in fatto di geopolitica. Si è impossessato del Medio Oriente sfruttando la timidezza in politica estera di Obama; e una volta tagliato fuori dall’Occidente ha allargato il fronte verso l’Asia, creando una relazione privilegiata con la Cina che è forse il motivo principale per cui Trump ha proposto di reinserirlo nel G8. Ma di nuovo: l’Italia non ha la forza economica e politica per trattare da pari a pari con colossi come Usa, Russia e Cina.

Possono dunque esistere rapporti di amicizia e di rispetto, nei confronti dei giganti del mondo. Ma se l’Italia vuole contare qualcosa, invece di pensare a distruggere l’Europa pensi a renderla più forte e a scalare posizioni al suo interno.

La strada sarà pure in salita, ma è l’unica che porti da qualche parte.

Questi fanno solo danni: l’Italia rischia l’isolamento

conte di maio salvini bis

 

Il fatto che non ci siano soldi per le promesse irrealizzabili di M5s e Lega mette a rischio tutti gli italiani. Di Maio e Salvini – e se proprio vogliamo citarlo anche Conte – hanno bisogno di alzare i toni dello scontro, per non fare la parte degli inetti al potere.

Così è quasi inevitabile che nel giro di pochi giorni il nuovo establishment italiano si trovi a fare i conti con scivoloni e cortocircuiti internazionali che rischiano di compromettere quanto di più importante un Paese possa giocare nella delicata partita della politica estera: la propria credibilità.

Non meraviglia, dunque, che Salvini sacrifichi sull’altare della campagna elettorale permanente i buoni rapporti con la Tunisia. Nonostante il suo nuovo ruolo da Ministro dell’Interno.

Non sorprende neanche che festeggi il mancato accordo sulla revisione del Trattato di Dublino (e poco importa che il dossier immigrazione resterà invariato forse per anni) sulla base di un’intesa con Orban e soci che per motivi geopolitici non ha motivi di esistere.

Il blocco di Visegrad ha interesse a difendere la rotta balcanica dei migranti ed è contrario alla ricollocazione dei richiedenti asilo sul modello della ripartizione in quote. L’Italia è il primo approdo per chi arriva dal Mediterraneo e necessita proprio di solidarietà sul tema della ridistribuzione dei profughi. Cosa ne viene fuori?

Che non c’è un disegno, una visione, una strategia politica. Si plaude al decisionismo di Trump, che negli Usa mette i dazi sull’importazione di acciaio e alluminio proprio dall’Europa. Tutto per il gusto di pronunciare una frase contro Angela Merkel, per gonfiare le vele di un consenso che non può fare affidamento sulla brezza dei fatti.

Si mette a rischio la tenuta della NATO, si annuncia la volontà di rivedere le sanzioni sulla Russia – una cosa non fuori dal mondo, attenzione –  ma con modi da bulletti che dimostrano tutta l’incoscienza di chi adesso è chiamato a guidare il Paese e a confrontarsi con gli altri partner.

Perché così facendo, scardinando rapporti decennali, agendo da battitori liberi, si potrà pure ottenere il consenso disinformato della base. Si potrà pure convincere qualcuno che finalmente l’Italia fa sentire la propria voce. Ma alla fine rischiamo di ritrovarci da soli. Senza nessuno che venga ad aiutarci in caso di bisogno.

Chi vuole per amico qualcuno che urla, promette e non mantiene?

La sola cosa da fare per salvare la Siria

siria bis

 

Il giorno dopo il bombardamento condotto sulla Siria da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, la domanda che ricorre più spesso è la seguente: e adesso?

Adesso stiamo a vedere, rispondono pure gli addetti ai lavori. Perché come spesso accade quando si tratta di Medio Oriente ciò che vale oggi potrebbe non valere domani.

Ci sono però dei punti certi, dati di fatto di cui bisognerebbe prendere atto.

  • Trump ha condotto un attacco mirato sulla Siria e ha ottenuto un doppio risultato: tenere fede alla promessa di punire Assad dopo l’uso di armi chimiche sui civili ed evitare lo scontro frontale con la Russia di Putin.
  • Assad resterà ancora a lungo il leader della Siria. Parliamo di un tiranno, di un dittatore. Non c’è altro metodo per definire un personaggio che bombarda il suo stesso popolo. Ma la verità è che l’occasione per spodestarlo è andata persa qualche anno fa. Obama ha avuto il match point e lo ha mancato: aveva minacciato il presidente siriano che non avrebbe tollerato l’uso di armi chimiche sulla popolazione: la famosa red line. Non ha dato seguito alle sue minacce e ha consentito l’inserimento nella regione di Putin, di cui Assad è diventato il protetto.
  • Preso atto che il regime change è ormai impossibile da praticare, l’Occidente faccia un bagno di realtà. Assad lì è e lì rimarrà. Si può solo sperare di condizionarlo affinché faccia meno danni. E l’unico soggetto da cui Assad prende ordine si chiama Vladimir Putin. Domanda: servono a qualcosa – se non ad inasprire il contesto – le sanzioni nei confronti della Russia? Altra domanda: l’Onu serve ancora a qualcosa o è un Palazzo di Vetro nel senso che può spaccarsi al minimo urto.

In sintesi c’è solo una cosa da fare per salvare il salvabile in Siria. Che non farà piacere agli idealisti e non è forse nemmeno quella moralmente più giusta. Parlare con Putin.

Mettersi al tavolo con la Russia, piuttosto che con Assad. Accordarsi con lo Zar consapevoli delle proprie differenze, ma assicurandosi che il conto di una guerra che ha provocato finora mezzo milione di morti (mezzo milione, sì) non diventi sempre più salato.

Questo è ciò che si dovrebbe fare. Se volete sapere ciò che verrà fatto allora avete sbagliato articolo…

Guerra in Siria: brillava una cometa nel cielo

siria bombardamento damasco

 

Squarcia la notte una luce nel cielo di Damasco. E non è una cometa, una stella cadente che dona speranza. Piuttosto è portatrice di morte e distruzione. E’ arrivata la guerra in Siria. Anzi, forse c’è sempre stata.

Proprio quando sembrava scampato il pericolo, quando retroscena ben informati parlavano di un tempo lungo per venire a capo della crisi, gli Usa e gli Alleati bombardano Damasco. Un memento volto a ricordare che Trump non è Obama: c’è una linea rossa e non si può varcare.

Nel mirino dei 120 missili che piovono dal cielo ci sono le fabbriche di armi chimiche. Ma nella notte di Damasco che serve a punire Assad il dittatore viene colpito pure qualche civile. La morte porta sempre altra morte. Così fanno paura le parole di Putin, il leader che avvisa che la Russia non starà a guardare. Il dubbio che siamo solo all’inizio.

Ma se questa parte del mondo si risveglia e apprende delle bombe in Siria. Da quell’altra parte il bombardamento c’è stato, invece.

Era una notte silenziosa, brillava una cometa nel cielo.

La Terza Guerra Mondiale è in Siria: e buonanotte all’Italia…

 

C’è una specie di patto, che i potenti del mondo hanno stipulato alcuni anni fa: non si usano armi chimiche. Un po’ come dire che non è vero che in guerra tutto è lecito. C’è modo e modo di uccidere.

In Siria questa regola non vale più. L’esercito di Assad – dicono gli americani – ha sganciato su Duma un attacco con armi chimiche che ha provocato 100 morti, tra cui donne e bambini.

Il regime, appoggiato da Putin ed Erdogan, nega: “Abbiamo già vinto, che motivo avremmo di provocare?“, il succo della linea di Damasco.

La risposta è la seguente: Assad vuole fiaccare i pochi ribelli che ancora si ostinano a combattere. Di più: sfida Trump ad un anno esatto dal raid americano avvenuto – guarda caso – dopo un altro attacco chimico sui civili.

Ed è in questo gioco di morte e distruzione che rischia di scoppiare la Terza Guerra Mondiale. Proprio nella Siria dimenticata, nel conflitto che ci indigna solo quando vediamo le foto dei bambini morti sotto i bombardamenti, c’è la possibilità che Trump vada al braccio di ferro con la Russia.

Sfoga la sua rabbia su Twitter, The Donald: “Pagheranno un caro prezzo“. Peccato che dall’altra parte ci sia una potenza che può permettersi di tenere testa a chiunque, se si parla di capacità militari: “Un intervento sulla base di falsi pretesti in Siria dove opera nostro personale è assolutamente inaccettabile e può innescare conseguenze gravissime“, fanno sapere da Mosca. Tradotto: se attaccate ve ne assumete le responsabilità. Può semplicemente succedere di tutto.

Se Trump agita il pugno, Putin mostra i muscoli. Assad è sempre più saldo al comando, non sarà spodestato. Erdogan ha una strategia per ogni occasione, cambia alleato a seconda delle sue convenienze. L’Iran regna il Medio Oriente. Israele è sempre più isolata, Usa a parte. L’Europa? Dorme. Se non fosse che Macron ha deciso di assumerne la guida e di accodarsi a Trump. L’Italia? Sogni d’oro…