In Libia (forse) una tregua, non certo la pace

Conferenza di Berlino sulla Libia

La Conferenza di Berlino sulla Libia si traduce in un festival di ipocrisie e di buone intenzioni. Un poco o nulla di fatto che sancisce l’impossibilità a breve termine di porre rimedio ai tanti, troppi, errori commessi negli ultimi anni nella quarta sponda del Mediterraneo. Al di là delle conclusioni esposte dai partecipanti al meeting, un insieme di buoni propositi che definire utopistici è dire poco, la contraddizione più evidente è rappresentata da quella che oggi la stampa celebra come il più grande dei successi: la folta partecipazione di nazioni e di loro alti rappresentanti al tavolo delle trattative. Perché è un bene? Perché conferma la volontà – o meglio, l’interesse comune – di trovare soluzione al conflitto. Ma perché è soprattutto un male? Perché conferma i tanti interessi in gioco, impossibili da accontentare tutti.

Nel video diventato virale di Giuseppe Conte che cerca, senza trovarlo, un posto in prima fila nella foto di gruppo a Berlino, sta l’immagine dell’Italia di oggi in quello che una volta era considerato – a torto o a ragione – il “nostro giardino di casa“. Perso per ambiguità manifesta e assenza di visione a lungo termine il proprio ruolo di guida nella regione, Roma si consola e si dice soddisfatta dei risultati raggiunti dalla Conferenza di Berlino: una riunione figlia non degli incontri, con tanto di incidenti diplomatici, orchestrati da Conte nelle ultime settimane, bensì della paura matta dell’Unione Europea di vedersi tagliata fuori per sempre dalla decisione di Erdogan di inviare truppe a sostegno di Tripoli.

Proprio il turco, maestro del doppiogioco, è con Putin il vero vincitore della partita. Al di là dell’effettiva possibilità di spartirsi la Libia, o ciò che ne rimane, resta per lo Zar e il Sultano l’aver occupato il vuoto di potere lasciato dagli europei, italiani e francesi in primis, costretti ora a ripiegare e ad avvalersi dell’ombrello (bucato) dell’Onu per salvare il salvabile.

Notizie dal fronte riportano di un’ennesima violazione della tregua già a poche ore dalla fine della Conferenza berlinese. Gli sforzi di Angela Merkel, una delle poche statiste che oggi l’Europa possa vantare al suo interno, descritta a fare la spola tra Sarraj e Haftar, riottosi all’idea di incontrarsi, figurarsi a stringersi la mano e a firmare il documento prodotto dal meeting, rischiano di sciogliersi in poco tempo come neve al sole, ma sono anche l’emblema di un fallimento annunciato.

Non c’è bisogno di essere degli storici per sapere che non v’è mai stata una pace degna di tale nome senza che i contendenti abbiano deciso di sedersi allo stesso tavolo e di superare le rispettive rivendicazioni in nome di un comune interesse. La scoperta dell’acqua calda, in Libia, è che ciò che va bene a Sarraj si traduce nella fine di Haftar. E viceversa. Anche per questo l’annuncio di una nuova Conferenza a febbraio è la prova di un nulla di fatto. In Libia è stata ottenuta (forse) una fragile tregua, non certo la pace.

Conte e Di Maio: un disastro di proporzioni libiche

Giuseppe Conte e il generale Haftar a Roma

Non bisogna cedere alla tentazione del “piove, governo ladro“. Se la situazione in Libia per l’Italia è complicata, per non dire compromessa, la colpa non è solo del governo Conte. Certo, in particolare il premier ha avuto diverso tempo a disposizione per imprimere la propria visione strategica in materia di politica estera ai due esecutivi che ha avuto l’onore e l’onere di guidare fino ad oggi. Se non l’avete afferrata non preoccupatevi: non siete i soli. Ma non bisogna sovraccaricare di eccessive responsabilità questo presidente del Consiglio: fa male dirlo, ma Giuseppi non conta così tanto.

Un discorso simile può essere fatto per il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, impegnato da mesi nel dare voce ad un ritornello un po’ d’antan, neanche fosse in predicato di salire sul palco di Sanremo. D’altronde non ci sarebbe da sorprendersi: nei giorni in cui il mondo ha vissuto una delle crisi potenzialmente più pericolose degli ultimi anni, quella tra Usa e Iran, in Italia il dibattito era incentrato fondamentalmente sulla presenza o meno di Rula Jebreal all’Ariston. Eppure il cantare di Di Maio risulta stonato. O meglio, fuori tempo. Ripetere all’infinito che per la Libia non esiste soluzione militare, non distoglierà gli attori principali della regione dal cercarla. Di più: escludere un intervento sul campo dei nostri soldati, producendo un pacifismo da salotto antistorico e antigeopolitico, non fa altro che consolidare le certezze degli altri Paesi interessati a spartirsi ciò che resta del nostro “fu cortile di casa“.

La frenesia diplomatica italiana delle ultime ore in relazione a ciò che accade oltre il Canale di Sicilia, l’incontro tra Conte e il generale Haftar, così come quello saltato col premier Sarraj, denunciano non una ritrovata centralità sullo scacchiere libico da parte dell’Italia, bensì la volontà di limitare i danni, il consolidarsi di un caos che avvantaggia tutti, meno che noi. Non c’è da prendersela con la sorte, ma con noi stessi. Dal 2011 in poi non ne abbiamo azzeccata una. Fosse possibile, resusciteremmo Gheddafi anche subito: come minimo potremmo parlare di Libia in maniera compiuta, e non dell’insieme di città, tribù, milizie che ormai da anni ragionano per proprio conto.

Il solito atteggiamento italiano, quello di muoversi a seconda di dove il vento soffia più forte, non ha prodotto i risultati sperati. Avevamo puntato su un cavallo, Fayez al Sarraj, e lo abbiamo abbandonato (ma ufficialmente anche no) alle prime difficoltà, lasciando che la Turchia di Erdogan avesse la possibilità di proiettare sulla Libia le sue reminiscenze da Impero Ottomano. Il motivo? Loro sono disponibili a dislocare sul terreno un contingente militare e ad offrire protezione a chi gliene fa richiesta. Noi no, noi strimpelliamo canzonette di pace o proviamo a vincere la guerra semplicemente passando da un fronte all’altro.

Così abbiamo provato a sondare Haftar, ma il generale ha degli sponsor ben più credibili di noi: Francia, Russia, Egitto. Ognuno ha ben chiaro ciò che deve fare. Persino gli americani, apparentemente disinteressati a ciò che accade in questa parte di mondo dopo aver avallato il caos con Hillary Clinton, sono ben contenti di osservare le medie potenze nell’atto di spendere energie e risorse in una guerra per procura. Gli unici perennemente indecisi siamo noi. Non è “piove, governo ladro” ma poco ci manca. Alla fine saranno gli altri a decidere per noi.

Addio Libia: come l’Italia sta perdendo il suo “giardino di casa”

il sito archeologico di Sabratha, in Libia

Per conoscere la storia bisogna averla letta. C’è un motivo se un bel giorno Erdogan ha annunciato l’invio di truppe turche in Libia a sostegno di Tripoli. No, il Sultano non è un filantropo, non è un paladino dei diritti umani, non si è improvvisamente innamorato di Fayez al-Serraj, il premier dell’unico governo riconosciuto dall’Onu. Il passaggio parlamentare che l’8 gennaio prossimo sancirà il dislocamento di soldati turchi, in carne ed ossa, in quel pantano che ufficialmente prende il nome di Libia, ma tutto è meno che una nazione, ha radici antiche. Bisogna tornare indietro di oltre un secolo, al tempo in cui le province di Tripolitania e Cirenaica rientravano tra i possedimenti dell’Impero Ottomano, il “grande malato d’Europa” avviato verso un inesorabile declino. Anno 1912: l’Italia giolittiana, appoggiata dalle altre potenze europee nelle sue pretese colonizzatrici, risolve in suo favore, non senza difficoltà, e soprattutto atrocità nei confronti delle popolazioni locali, il conflitto italo-turco.

Il gioco di sponda tra Serraj ed Erdogan

La visione di Erdogan al riguardo è chiara da tempo: favorire un rinascimento islamico sullo stile dell’impero decaduto e con la sua figura di Sultano al centro di questo schema. “Il mondo islamico, che ha reso Istanbul, il Cairo, Damasco e Baghdad centri di scienza e di cultura per secoli, può realizzare una rinascita degna della sua storia“. Non è un virgolettato inventato da qualche complottista, sono le parole pronunciate da Erdogan in persona, un monito che l’Occidente fino a questo momento non è stato in grado di raccogliere. La richiesta d’aiuto inoltrata ai Paesi “amici” da Serraj nei giorni scorsi per “attivare gli accordi di cooperazione in materia di sicurezza per respingere l’aggressione contro Tripoli di tutti i gruppi armati che operano al di fuori della legittimità dello Stato, al fine di mantenere la pace sociale e raggiungere la stabilità in Libia” è un messaggio funzionale all’entrata in gioco del “boss del quartiere”, quell’Erdogan che non aspettava altro che vedere autorizzata la sua incursione nel territorio libico.

La mossa disperata di Roma

Qui ha inizio un gioco geopolitico che come sempre vede l’Italia incapace di difendere il proprio interesse nazionale. La Libia, all’apogeo del regime fascista, veniva definita “la quarta sponda” d’Italia. Un prolungamento quasi naturale della Penisola. I tempi rispetto ad allora sono cambiati, ma ciò che accade a poche miglia nautiche dal nostro territorio ci riguarda direttamente. Non è soltanto il nostro “giardino di casa” ad essere a rischio. Per capire bisogna leggere alla voce Eni. Il Cane a sei zampe produce in Libia il 15% del petrolio. Circa un terzo del gas naturale prodotto dal gruppo è libico. Per non parlare della presenza del gasdotto Green Stream, che copre una parte delle nostre forniture. Questo è ciò che ci impone di guardare con apprensione agli sviluppi in Libia ma, a meno di un repentino cambio di strategia, il nostro ruolo è al momento quello di osservatori interessati con le mani legate dietro la schiena. I recenti contatti telefonici con la Russia di Putin da parte di Giuseppe Conte non sono un segnale di ritrovata centralità, il sintomo di un laborioso e proficuo attivismo, piuttosto sono da interpretare come una mossa disperata da parte di Roma, costretta a chiedere a Mosca che si faccia mediatrice dei diversi interessi in gioco, senza considerare che l’avanzata turca in Libia risponde proprio ad un ridisegno delle sfere d’influenza nel Mediterraneo, avallato dai russi col silenzio assenso degli Usa, che ci vede perdenti.

Il pacifismo da salotto di Luigi Di Maio

Non hanno aiutato in questo senso le mosse messe in campo dagli ultimi governi italiani nel post-Gheddafi. Dopo aver puntato tutte le fiches su Serraj, Roma ha pensato bene di diversificare il rischio tentando di farsi amico Haftar. Il generale a capo delle milizie di Tobruk era però già forte del sostegno della Francia, in questo momento storico tra le potenze più ostili ai progetti di espansionismo turco. Dalla parte di Erdogan giocano però due fattori non marginali: il primo è quello di rappresentare il confine fisico ad una potenziale “invasione” di migranti provenienti dalla Siria, motivo per cui nessuno in Europa ha il coraggio di urtarne la suscettibilità. Il secondo è la disponibilità ad inviare soldati dove più risulta utile alle esigenze progettuali del suo sultanato. La retorica del ministro degli Esteri Di Maio, secondo cui la soluzione in Libia dev’essere politica e diplomatica ma non militare, denuncia un pacifismo da salotto, anti-geopolitico, che rappresenta in questo momento la maggiore debolezza dell’Italia. Se non siamo disposti a prendere in considerazione la difesa dei nostri interessi nazionali perché qualcun altro dovrebbe essere disposto a fare il lavoro sporco per noi?

Il solito “sCURDIammoce o’passato” dell’Italia e dell’Europa

Erdogan

Se qualcuno a corto di diritto internazionale e democrazia poteva nutrire fino a qualche ora fa dei dubbi su quale fosse il giusto lato della storia nella disputa fra Turchia e popolo curdo, a risolvere l’enigma per tutti c’ha pensato Erdogan.

Il Sultano, col piglio tipico di chi non è abituato a trattare ma a minacciare e impartire ordini definitivi, ha avvisato: “Ehi Ue, sveglia. Ve lo ridico: se tentate di presentare la nostra operazione lì come un’invasione, apriremo le porte e vi invieremo 3,6 milioni di migranti“.

Fingere di scoprire oggi i difetti di Erdogan è da vigliacchi, oltre che da ipocriti. E’ con questo stesso Sultano che, meno di tre anni fa, l’Europa ferita dall’attentato al Bataclan stringeva un accordo miliardario consegnando di fatto i suoi confini alla Turchia. E’ con questo stesso Sultano, che già a quell’epoca minacciava apertamente di aprire il rubinetto dell’immigrazione (e del terrorismo), che l’Unione Europea è scesa a patti nella velleitaria speranza di risolvere un problema gigantesco senza sporcarsi le mani. O meglio: senza mettere i “boots on the ground”.

Ogni shock geopolitico rende evidente la carenza di leadership in Europa. Ogni scossone in giro per il mondo rende chiara l’impotenza di un colosso dai piedi d’argilla, incapace di comprendere che senza un esercito e una politica estera comuni conterà sempre troppo poco. E sempre troppo tardi.

Cosa dire di Donald Trump? Del tradimento di un uomo che non conosce il valore della parola data, di un leader che preferisce abbandonare il popolo curdo al proprio destino nella speranza di giocarsi il ritiro delle truppe americane nella prossima campagna elettorale?

Che pensare della Nato? Esiste? Ed è normale che il suo secondo esercito invada un territorio senza consultarsi con i propri alleati? E’ pensabile che acquisti i sistemi di difesa anti-missile dalla Russia che della Nato non è nemica ma certamente competitor?

E l’Italia? L’Italia è il Paese delle dichiarazioni indignate, delle prese di posizione intrise di retorica, dei penultimatum senza un seguito, delle frasi di circostanza del giorno dopo. Più in generale: del solito “sCURDIammoce o’ passato”.

Il comportamento della Turchia insegna invece che la storia è fatta di scelte. Che prima o poi si pagano. Troppo facile farle scontare agli altri.

Salvini, Savoini e il manuale dell’amante

Salvini e Savoini a Mosca

Non bastano montagne di foto, video, audio per convincere Matteo Salvini ad ammettere che Gianluca Savoini non era un imbucato nella delegazione della Lega in Russia. Come recita il manuale del traditore perfetto il mantra è solo uno. Quando vieni scoperto a letto con l’amante puoi fare soltanto una cosa: negare, negare e ancora negare. Poi spetta all’altro, in questi caso agli italiani, decidere se crederti o meno, se pensare che l’amante si sia intrufolata nel letto a tua insaputa mentre dormivi, o farsi due domande, chiedersi se per caso quella sera non eravate proprio in due…

Perché alla fine il punto è questo: Salvini, davvero, risulta alle volte simpatico. Ha ottimi tempi comici, le sue dirette Facebook strappano più di un sorriso, è un’abilità che gli va riconosciuta. Non abbiamo il dente avvelenato. Il problema, però, è che non paghiamo Salvini per essere Crozza. Non deve farci ridere. E quando il ministro dell’Interno viene associato ad un’inchiesta potenzialmente molto grave come quella suggerita dagli scoop de “L’Espresso” e di “BuzzFeed” non può essere normale che tutto si limiti ad un “mai preso un rublo o un litro di vodka”. Quando ti rendi conto che il vicepremier di un grande Paese come l’Italia si difende chiamando in causa Masha e Orso, quando gioca allo scaricabarile su Savoini (d’altronde è il governo delle manine), quando non è in grado di mostrare la serietà che si addice ad un leader di fronte ad una questione seria, a quel punto c’è necessità di farsi qualche domanda.

Vogliamo votare il più abile sui social, il battutista più acuto, il personaggio più simpatico del momento, l’influencer più portato? Vogliamo perdonargli tutto, anche un presunto caso di corruzione internazionale che riguarderebbe il suo partito, soltanto perché è Salvini, perché in fondo sembra proprio uno di noi, perché ci fa ridere e sorridere? Se la risposta è sì, indipendentemente da tutto ciò che deriverà dall’inchiesta della Procura di Milano, è evidente che abbiamo un problema: non abbiamo capito che tra Savoini e Salvini, ci siamo pure noi.

Chi l’avrebbe detto che un giorno ci saremmo ritrovati a dire “prima gli italiani”…