Perché Salvini dovrà sostenere il governo Draghi

L’intelligenza politica di Matteo Salvini è quella che è: scarsa. Ma ci sono passaggi nella vita di chi fa questo mestiere, di chi ambisce un giorno a rientrare nel “palazzo” per restarvi, che rappresentano una tappa obbligata, un crocevia inevitabile nel percorso di maturazione da leader dell’opposizione a possibile uomo di governo.

Intendiamoci, Matteo Salvini non sarà mai un moderato: non fa parte della sua indole, non è nelle sue corde, ma dopo essersi scottato nella crisi che ha portato al Conte II ha compreso che il suo principale problema da qui ai prossimi anni è quello di scrollarsi di dosso lo “stigma” della maggiori cancellerie internazionali ed europee.

Il motivo è semplice: senza la loro approvazione in Italia non si governa.

In questo senso per il leader della Lega quella di Mario Draghi rappresenta un’occasione più unica che rara. Il governatore della Bce non è Monti e non è Conte: non ha l’ambizione di fare politica attiva nei prossimi anni, non gli interessa, per la vita ha altri progetti. Questo significa che Draghi avrà il compito di traghettare l’Italia fuori dalla crisi ma non oltre, che un suo eventuale governo non avrà un orizzonte troppo ampio, che difficilmente arriverà alla fine della legislatura.

Appoggiare Mario Draghi significa invece per la Lega diventare adulta, farsi interprete di una linea di responsabilità in Italia e in Europa, evitare di proporsi come una forza populista e basta. Vuol dire accreditarsi a Bruxelles non come la versione italiana del lepenismo, ma come un’opzione credibile nel momento in cui si tornerà a votare.

Il sostegno ad un governo Draghi sarebbe poi reso ancora più semplice da un mancato sostegno del MoVimento 5 Stelle: Salvini avrebbe infatti vita facile a puntare il dito contro gli irresponsabili grillini, passati in un batter d’occhio dal dirsi “pilastro” della legislatura al rifiutare l’appoggio al governo proposto nientemeno che dal capo dello Stato.

Sono tutte ragioni di “buon senso”, espressione di cui Salvini abusa ma di cui fa solitamente scarso uso, che portano a dire che il Carroccio voterà la fiducia al governo Draghi. D’altronde “Super Mario” rappresenta nella situazione attuale ciò che a lungo è stata l’Italia in Europa: è un soggetto “too big to fail”, troppo grande per fallire.

Questo per dire che è da sprovveduti immaginare che Mattarella abbia “bruciato” il nome di Draghi senza prima avere ricevuto adeguate garanzie: il presidente della Repubblica conta di riuscire a convogliare su Draghi un consenso ampio.

Salvini morderà il freno, gonfierà il petto, all’esterno elencherà condizioni irrinunciabili per assicurare il sostegno leghista, ma tutto porta a pensare che alla fine i suoi voti non mancheranno. Tassa da pagare per rientrare nel giro che conta, momento chiave a cui non può sottrarsi, pena lo sfaldamento della coalizione di centrodestra, con Forza Italia entusiasta alla prospettiva di tornare a sedersi ai tavoli che contano. Atto con cui dimostrasi pronto ad andare in proprio, gesto per sconfessare i critici.

Dovesse Salvini perdere questo treno state pur certi: non ne passeranno altri.

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Appunti di tattica politica: il premier lo sceglie Renzi

La politica riproduce dinamiche tipiche della vita umana. Vi agiscono persone che con tutto il rispetto possibile non sono le Dame di San Vincenzo. I colpi sotto la cintura sono l’ordinario: anzi, la cintura di norma non esiste.

Questo per circoscrivere il contesto di una crisi: nel momento in cui si apre, di solito, nessuno sa come andrà a finire. Troppe le variabili possibili, molteplici i casi di scuola da tenere in considerazione, ma se c’è una persona che oggi dispone di miglior posizionamento rispetto agli altri contendenti, al punto di poter immaginare l’esito della sfida, o una sua verosimile parvenza, questi è Matteo Renzi.

Il leader di Italia Viva può beneficiare di almeno due fattori:

  1. Gli altrui errori. Conte pensava di avere i numeri, ha ritardato le dimissioni il più possibile andando a caccia di responsabili e messo un veto su Renzi. Facendo questo ha esposto la sua debolezza: senza Renzi non governa. Adesso è chiaro a tutti, in primis al leader di Italia Viva.
  2. Renzi ha poco da perdere. Se fossimo a pochi mesi dalla fine della legislatura e Renzi avesse questi stessi numeri dei sondaggi, l’ex premier si muoverebbe con maggiore cautela. Ma il merito più grande di Renzi in questa crisi è stato quello di saper incrociare due dati: le preoccupazioni del capo dello Stato e l’istinto di sopravvivenza del Parlamento. La lettura di questi elementi ha dato come risultato il seguente: non si vota. Ecco perché Renzi può muoversi con estrema disinvoltura. A maggior ragione nella consapevolezza che, a differenza degli altri partiti di maggioranza, per lui non esiste una sola strada per andare a dama.

Se Pd e MoVimento 5 Stelle hanno già perso il primo braccio di ferro politico – riammettendo Renzi al tavolo delle trattative dopo aver pubblicamente posto un veto su di lui – da considerare vi è anche che il senatore di Rignano può vincere questa crisi in due modi: o con un rimpasto di governo che certifichi il commissariamento de facto di Conte oppure decidendo di far saltare definitivamente il premier.

D’altronde, se è vero che Renzi preferisce la soluzione di un governo politico in cui i suoi voti sono decisivi per “contare”, per influire maggiormente, lo è pure che Renzi è l’unico leader di maggioranza ad essersi detto pubblicamente disponibile ad un governo istituzionale. Un esecutivo “del Presidente”, di salvezza nazionale, di salute pubblica – scegliete voi la formula – nel quale Renzi accetterebbe di restare ben sapendo di aver ottenuto come risultato l’aver affondato il principale competitor (Conte) della sua area politica di riferimento (il centro).

Solo a lui spetta la scelta sul futuro di Conte. Sempre a lui la responsabilità politica di dar vita ad un esecutivo di altro stampo rompendo col vecchio.

Anche per questo Renzi è prossimo a vincere: perché disposto a perdere. Senza l’assillo del calendario, con l’orologio ad estendere i tempi della politica, a diluire la rabbia che gli è stata scaricata addossa. Fino all’elezione del presidente della Repubblica, nuovo snodo in cui tornare a dare le carte, al tavolo da gioco della politica italiana.

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Da #AvantiConConte ad avanti con Renzi

Bisognerebbe oggi tornare alla sera del 13 gennaio, alla lunga notte degli hashtag pro-Conte, punto più alto della mai veramente ufficializzata unione politica tra MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico (pensate), per comprendere le montagne russe della politica italiana, il valore (scarso) delle parole pronunciate e smentite pochi giorni dopo. Tanto vale tutto, nessuno ricorda nulla.

#AvantiConConte era l’hashtag scelto dalla maggioranza, l’urlo di battaglia con cui i pretoriani del Contismo si davano la carica, forse auto-incitandosi, ma anche auto-convincendosi che avrebbero presto salvato il leader e ottenuto lo scalpo politico del “traditore”.

Erano, quelle, le ore in cui si diceva a Giuseppe Conte che i responsabili in suo soccorso sarebbero arrivati, come sempre erano arrivati in soccorso dei governi in crisi. Ieri, dopo il mandato esplorativo affidato a Roberto Fico, Conte ha avuto l’onestà intellettuale di ammettere a chi già allora lo aveva messo in guardia, di avere sbagliato: “Avevi ragione, non dovevo fidarmi”.

Troppo tardi. La telefonata a Matteo Renzi prima dell’ingresso al Quirinale non è servita a ricucire lo strappo. Al contrario: è apparsa per ciò che era, la mossa della disperazione di chi sa di aver perso la lotta.

Le sorti di Giuseppe Conte dipendono quasi interamente dal leader di Italia Viva. Se vorrà salvare il premier, lo farà al prezzo di un commissariamento di fatto dell’ex avvocato del popolo. Se invece volesse indicare un altro nome, saprebbe di poterlo fare senza particolari conseguenze, certo che mai il capo dello Stato farebbe precipitare il Paese al voto in queste condizioni, con una pandemia in corso e i soldi del Recovery in bilico.

Resta, sullo sfondo, la figuraccia di chi diceva “mai più con Renzi”, e dopo aver capito che senza Renzi non c’è governo spaccia per atto d’amore verso il Paese la caduta di ogni possibile veto.

Com’è noto a chi segue questo blog da più tempo, non c’è tema che sia uno che accomuna chi scrive ad Alessandro Di Battista, ma nel suo estremismo, nelle sue idee spesso contorte e fuori dal mondo, ho ravvisato ieri quanto meno uno sprazzo di coerenza che altri suoi colleghi non hanno dimostrato di possedere. Aveva detto “con Renzi neanche più un caffè”. Appreso che la linea del MoVimento 5 Stelle è cambiata, ha avuto quanto meno il coraggio di tenere il punto, di dire che “se il M5s torna con Renzi arrivederci e grazie”.

Attenzione, non credo abbia ragione sul punto politico: ne faccio una questione “morale”. Evidentemente era tra quelli che in quel 13 gennaio credevano davvero si dovesse andare soltanto #AvantiConConte. Ha capito che ad oggi una sola cosa è certa: si andrà #AvantiConRenzi.

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Cosa può fare Conte per restare a Palazzo Chigi

Ora che l’esito della partita non dipende più da lui, Giuseppe Conte vorrebbe disporre della possibilità di tornare indietro. Per gestire diversamente i rapporti con Matteo Renzi, per scongiurare la rottura.

L’avvocato ha avuto un ruolo importante nel far precipitare la crisi. Non solo si è fidato di Pd, 5 Stelle e Leu, cioè dei partiti che gli avevano assicurato che trovare responsabili in Parlamento non sarebbe stato troppo complicato per l’uomo più popolare del Paese, ma a lui è da imputarsi la scelta di aver esasperato lo scontro portandolo sul piano personale, preferendo il braccio di ferro alla riapertura del dialogo con il secondo Matteo che lo vuole fuori da Palazzo Chigi.

Per usare un’immagine molto cruda: Giuseppe Conte si è scavato gran parte della fossa da solo. A partire dall’ormai celebre velina del 12 gennaio (“Se Renzi rompe ora impossibile un nuovo governo con IV”), bluff che Renzi non poteva non cogliere, ma anche ostinandosi per due settimane in una improbabile caccia ai volenterosi che non ha portato i risultati sperati.

Con la consapevolezza che l’ultima speranza per restare a Palazzo Chigi è quella di mettere da parte l’orgoglio, col rischio di rinunciare ad ampia parte dell’autonomia politica faticosamente conquistata nel Conte-bis, il premier dimissionario ha faticosamente composto il numero del leader di Italia Viva a mezz’ora del suo ingresso al Quirinale. Per domandare se il problema fosse la sua persona. Ottenendo in cambio una risposta se possibile ancora peggiore: il problema è tutto politico.

Cosa può fare, dunque, Giuseppe Conte per restare in sella?

La grammatica suggerisce al premier di restare in questa fase nell’ombra, di lasciare ai partiti il tempo di annusarsi, di schiarirsi le idee. Ma la mossa di Renzi, la richiesta che gli venga restituita dignità politica, ha ampiamente complicato i piani per un Conte-ter. Non tanto per la chiusura pronunciata da Giuseppe Conte, che con la chiamata di ieri ha lasciato intendere di non avere particolari problemi a rimangiarsi il no a Renzi, ma per la netta presa di posizione del MoVimento 5 Stelle.

Una corposa fetta di grillini, dopo l’uscita di Renzi dall’ex maggioranza, ha creduto convintamente che fosse ora di tagliare definitivamente i ponti col senatore di Rignano. E una parte importante di costoro, capitanati all’esterno del Parlamento da Alessandro Di Battista, non ha cambiato idea. Basti pensare che ancora dopo la richiesta di Renzi al Quirinale (“Ci dicano se ci vogliono o no in una maggioranza politica“), è stato proprio Di Battista, in un’intervista televisiva, a ribadire che “Renzi deve stare fuori dalla porta“.

Non il migliore crocevia per una reunion della maggioranza, con Conte che a questo punto vede proprio nell’intransigenza del partito a lui più vicino il maggiore ostacolo per una ricomposizione della frattura.

A questo punto il presidente del Consiglio ha poche opzioni nel suo ventaglio: se pure 40 tra deputati e senatori M5s hanno firmato ieri un documento in cui spiegano di essere disposti a votare la fiducia solo ed esclusivamente ad un governo Conte, il premier ha capito che un mancato riconoscimento della dignità dei renziani avrebbe come sbocco non un ricorso alle urne, bensì un governo di larghe intese guidato da un nome diverso dal suo, con l’ingresso di Forza Italia a sopperire alle defezioni grilline indisponibili al compromesso.

Per questo Conte deve esercitare un’azione di “moral suasion” proprio all’interno del MoVimento: convincerli ad ingoiare il rospo rappresentato da Renzi, magari prospettandogli un futuro di indipendenza dai voti di Italia Viva, nella speranza che nei mesi a venire non si fermeranno i nuovi ingressi all’interno della maggioranza.

Allo stesso tempo, in chiave tattica, è ipotizzabile anche un’intervista televisiva, o più facilmente sui giornali (dove minore è il rischio di essere fraintesi), in cui Conte apre pubblicamente a Renzi e alle sue proposte, chiedendo al MoVimento 5 Stelle uno “sforzo”, una “prova di maturità”, da interpretarsi come un atto d’amore del Paese.

E’ come se Conte dovesse diventare in pochi giorni il leader “de facto” del MoVimento, senza però entrarvi direttamente, salvo perdita delle caratteristiche che hanno portato Nicola Zingaretti a definirlo “punto di equilibrio credibile” anche per il Pd.

Impresa complicata. Da imbastire in poco tempo. Senza contare le correnti che soffiano non solo contro un rientro di Renzi in maggioranza, ma sottilmente anche contro un suo terzo mandato.

Pure per questo a Conte non sfugge la difficoltà della partita.

Imbuto in cui è andato ad infilarsi per orgoglio e inesperienza. Spirale da cui rischia di venire risucchiato. Potenziale punto di caduta della sua parabola politica.

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Così Renzi sta scrivendo la fine politica di Conte

Si potrebbe obiettare – e lo si fa spesso – che è assurdo che un partito che nei sondaggi viene attribuito del 2% e rotti tenga sotto scacco la politica italiana. Ma se si vuole parlare di politica non si può prescindere dalle basi: viviamo in una Repubblica parlamentare e chi sa meglio giocare le proprie carte in questo contesto ha una mano di vantaggio sugli altri contendenti.

La posizione tattica tenuta da Matteo Renzi nel corso delle consultazioni al Quirinale, le parole pronunciate all’uscita dal colloquio con il capo dello Stato, confermano che nello sport della politica il leader di Italia Viva è uno dei migliori interpreti. Eppure è chiaro ed evidente a chiunque non si limiti ad analizzare la situazione da tifoso (fidatevi, c’è molto più gusto da osservatore esterno) che Renzi si è trovato, per una serie di incredibili circostanze, ad interpretare il ruolo del giocatore che deve soltanto spingere la palla in porta da pochi passi, tutto solo, senza l’assillo del portiere avversario a disturbarlo. Sì, perché qualcuno quella palla gliel’ha passata.

Mi spiego: per capire la crisi di governo dobbiamo riportare indietro le lancette dell’orologio, arrivare alla pagina del calendario che recita 12 gennaio. Può sembrare un esercizio futile, ma è in quel giorno che è arrivato l’autogol – segnalato da questo blog – del presidente del Consiglio Conte. Il riferimento è chiaro: quando da Palazzo Chigi si dice che “se Renzi rompe adesso sarà impossibile un governo con Italia Viva in futuro“, il minimo che ci si possa attendere è che Renzi chieda come condizione per sedersi al tavolo della maggioranza che gli venga restituita dignità politica. A maggior ragione se a definire più volte “irresponsabile” e “inaffidabile” è stato anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, quello stesso Nicola Zingaretti che in privato, prima dell’apertura della crisi, non aveva invece nascosto perplessità sull’operato di Conte.

E’ stato in quel 12 gennaio che Conte ha scritto il suo futuro. Quando si rilegge la storia di questa crisi bisogna rispettare la cronologia degli eventi: prima c’è la minaccia di Conte, soltanto poi Renzi ritira le ministre. Queste non sono opinioni, ma fatti.

A partire da quel preciso istante Conte non può più fare affidamento su Renzi, non può prendersela più con il senatore di Rignano se la crisi si apre, se al Senato arranca, se sulla relazione di Bonafede non ha i numeri. Perché? Perché ha fatto l’errore di confondere i sondaggi con il suo peso politico in questo Parlamento. Ricordate la premessa? L’Italia è una Repubblica parlamentare. E forse è questo che Renzi intende ricordare ai contiani quando dice che “non siamo al Grande Fratello”: un po’ come dire che non vince chi va meglio al televoto, la spunta chi ha i numeri in Parlamento. Numeri che, ad oggi, Conte non ha senza Italia Viva.

Dando per assodato questo fatto – per inciso: se Conte avesse avuto i numeri non si sarebbe dimesso e non avrebbe telefonato Renzi a mezz’ora dall’inizio delle consultazioni – la domanda è la seguente: cosa vuole Renzi? E’ chiarissimo che non voglia Conte. Ed è chiarissimo che non lo vorrà neanche dopo un secondo eventuale giro di consultazioni. Così com’è chiarissimo che non lo vorrà neanche se Conte e gli altri partiti di maggioranza faranno ammenda, invitandolo caldamente a rientrare nella brigata e a berci sopra un bicchiere di vino.

Ma qui interviene un’altra verità: se Conte arriverà a ritirare pubblicamente il veto, se avrà il fegato per rimangiarsi le invettive pronunciate in Parlamento contro i renziani, se avrà il coraggio di rinunciare ai propositi di allargare la maggioranza raccattando a destra e a manca Ciampolillo vari, se concederà molto sul Recovery Plan, Renzi dovrà fermarsi.

Dunque, gli scenari diventano due e nessuno di questi al momento è completamente favorevole a Conte: il primo, vede l’avvocato fare i bagagli mentre un governo – a differenza di quello che gli avevano assicurato – nasce senza di lui. Il secondo prevede la permanenza di Conte a Palazzo Chigi, ma fortemente ridimensionato in quanto ad autonomia politica, di fatto commissariato da Renzi, dal quale dipende in termini di voti in Parlamento e al quale deve inchinarsi per mantenere la poltrona.

Un’umiliazione facilmente evitabile se solo Conte la mattina di quel 12 gennaio si fosse astenuto dal porre Renzi dinanzi ad un bivio che non era nelle condizioni di porre.

Errore che ora rischia di scontare, di rimpiangere per lungo tempo a venire. Firma in calce della fine politica che Matteo Renzi sta tentando di scrivere per lui.

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