“Dicci” Salvini

"Vinci Salvini"

Il nodo non è tanto il “Vinci Salvini”. Non è rendersi conto fin dove si spinge la Bestia di Morisi, ma fin dove la deriva di un vicepremier arriva. Il punto è capire l’approdo: il finale di questa storia tramutatasi in telenovela, di questo teatrino onestamente insopportabile, tra maschere che ogni giorno recitano battute fuori tempo e fuori contesto. Piuttosto che “vinci Salvini” allora “dicci Salvini”. Dicci dov’è che vuoi arrivare.

Dicci se è normale che un ministro della Repubblica, interrogato sul fascismo, se ne esca più o meno con il titolo di un libro di successo dai chiari intenti ironici: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Dicci, Salvini, e scusa se ti diamo del tu – non ci teniamo particolarmente, ma l’assonanza col “vinci Salvini” era una tentazione troppo forte – se davvero sei convinto che questo governo stia lavorando bene. Dicci se non sei pentito di aver approvato il reddito di cittadinanza, dicci se realmente sei convinto di aver abolito la Fornero: diccelo, perché nel caso è grave.

Dicci, Salvini, se non ti senti almeno in parte il responsabile di questo clima di odio e intolleranza che si respira uscendo di casa ogni giorno. Dicci se razzista ci sei o lo fai. Perché non ti giustificheremmo in nessun caso, ma almeno sapremo se sei ignorante o semplicemente cattivo.

Dicci se ti sembra che quota 100 sia una misura equa, dicci se pensi sia giusto che tutti i lavoratori e pensionati italiani debbano pagare 700 euro a testa per consentire a 650mila persone di andare in pensione prima.

Dicci se credi che le tue alleanze in Europa siano onestamente le migliori per l’Italia, se realmente pensi che i tuoi amici sovranisti, gli stessi che vogliono difendere gli interessi singoli dei propri Paesi, siano quelli che possono collaborare ad esempio su un tema che ti è tanto caro: la gestione dei migranti.

Dicci se ti sei reso conto che il decreto sicurezza è un boomerang perché rende il Paese più insicuro, perché avere più irregolari non vuol dire avere meno stranieri, ma solo più gente senza tutele e portata a delinquere.

Dicci se veramente credi che l’autonomia pensata dalla Lombardia e dal Veneto possa essere la migliore anche per la Calabria e la Campania. Dicci se la tua è malafede o incompetenza.

Dicci che fine ha fatto il taglio delle accise, dicci come pensi di fare la flat tax senza aumentare l’Iva.

Dicci, dicci, ma non che è sempre colpa degli altri. Perché tanto le elezioni le “vinci, Salvini”. Ma prima o poi qualcosa dovrai dirci, Salvini.

La rivincita di Tria

Nelle pieghe di un discorso fatto da un economista si possono cogliere i dettagli che fanno la differenza. D’altronde la vita di un matematico è fatta così, di minuzie, di particolari. Provate a togliere una parentesi da un’espressione e vedrete come cambia. Per questo l’intervista di Giovanni Tria al Messaggero, nella sua narrazione complessiva, può sì sembrare in linea con le promesse e i proclami del governo, cioè spropositatamente ottimistica, marcatamente assolutoria per quanto riguarda i temi economici (non) affrontati da questo esecutivo. Eppure ci sono dei punti che Tria mette a fuoco, sconfessando i suoi colleghi ministri e affermando quel principio di realtà che il titolare dei conti deve sempre avere come bussola.

Il primo punto da tenere a mente è quello che riguarda la riforma delle pensioni. Salvini per mesi ci ha detto che la Fornero era superata, archiviata per sempre. La verità su quota 100 ce la dice Tria, tra le righe, ovviamente:”Quanto alla sua durata, il provvedimento è triennale e quindi temporaneo“. Bene, d’altronde non è un problema di questo governo pensare a cosa accadrà dopo quota 100: fra tre anni a raccogliere i cocci saranno altri.

C’è però un altro elemento di verità che Tria mette sul tavolo, lasciando intendere che il punto di caduta del governo in materia economica si giocherà su un tema cruciale, che tutti oggi fanno finta di non vedere: l’aumento dell’Iva. Salvini sulla flat tax si gioca la sua collocazione politica, perché se c’è un provvedimento economico di centrodestra, oggi, è proprio la flat tax.

Però il problema delle coperture è tema d’interesse di Tria. Che si pavoneggia, perché è nel suo stile, non è solo un freddo economista, ha un cuore caldo, ama il tango, ma alla fine è chiaro, netto, chirurgico: “Il taglio dell’Irpef è un atto di giustizia necessario, soprattutto per i ceti medi (…) Su questo argomento mi limito a dire che nel 2006 ho ricevuto un premio giornalistico per un articolo nel quale spiegavo le virtù di un’imposta più spostata sui consumi che sulle persone. E qui mi fermo, perché si tratta di una posizione scientifica non di una decisione politica“.Traduzione, se volete fare la flat tax dovete per forza aumentare l’Iva: scegliete pure quale promessa tradire.

Non si passa, è la linea del suo personalissimo Piave, l’argine eretto dai numeri, freddi ma espressivi. Ed è anche un altro capitolo, l’ennesimo di questi tempi, della sua riscossa. Perché così com’è accaduto per i rimborsi ai risparmiatori truffati dalla banche, la linea del successore di Quintino Sella è quella della prudenza e del buon senso. E il fatto che oggi Di Maio e Salvini siano costretti a fare i conti con lui, con l’uomo che i conti li fà per mestiere, è anche la sua rivincita, la rivincita di Tria.

Altro che “anno bellissimo”

Chissà se al presidente Conte, quello che “il 2019 sarà un anno bellissimo“, qualcuno recapiterà le stime realizzate dal Centro studi di Confindustria. Crescita zero nel 2019. Investimenti privati per la prima volta in calo da 4 anni a questa parte. Rialzo dello spread divenuto oramai una costante. Manovra di Bilancio “poco orientata alla crescita“. Sono solo alcune delle realtà con cui il Paese è chiamato a fare i conti. Ed è solo l’inizio.

Se dovesse capitarvi di incappare, in tv o sui social, in qualche ministro pronto a raccontarvi che adesso l’economia italiana decollerà perché tra poco parte il reddito di cittadinanza e quota 100 favorirà l’occupazione di nuovi giovani, non fatevi trovare impreparati. Confindustria vi dà la risposta contro tutte le favole:”Queste due misure, realizzate a deficit, hanno contribuito al rialzo dei tassi sovrani e al calo della fiducia, con un impatto negativo sulla crescita“. Tradotto: “l’esiguo contributo” dei due provvedimenti non riuscirà a compensare i danni fatti dal governo in materia economica.

Prospettive? Pessime. Secondo gli economisti “il governo ha ipotecato i conti pubblici“. Non lo dice un deputato dell’opposizione, bensì esperti di un’associazione che all’indomani della nascita dell’esecutivo aveva offerto un’apertura di credito generosa (fin troppo) nei confronti di Lega e 5 stelle. Il giudizio è evidentemente cambiato: agli industriali e alle imprese non interessano i racconti fantasiosi, i selfie e i tweet, vivono di scelte, leggono i numeri.

Pure Confindustria prospetta il bivio visto da ormai tutti i centri di analisi economica. Tutti, tranne quelli consultati da Conte, Salvini e Di Maio: per evitare l’aumento dell’Iva servono 32 miliardi. Se si trovano, quasi miracolosamente, non resta niente per la crescita. L’alternativa? Portare il deficit al 3,5%: vuol dire suicidarsi con lo spread. Il futuro? “Inevitabile aumento delle tasse”.

Urge cambiare rotta. No, non sarà un anno bellissimo.

Divanisti forever

Di Maio, Conte e Salvini

Di Maio ostenta il trionfalismo degli stolti, quando parla per l’ennesima volta di “giornata storica” eccetera eccetera. Salvini è posseduto dalla spocchia degli arroganti, di chi non dispone neanche della classe che serve per vincere e accontentarsi di quello, quando augura nuove lacrime alla Fornero.

Voi avreste la troika“, disse qualche mese fa Mario Monti in Senato rivolgendosi a Lega e MoVimento 5 Stelle, sottolineando come senza gli sforzi degli altri partiti (pagati a carissimo prezzo nelle urne) l’Italia sarebbe oggi commissariata. Eppure non bisogna far parte della nutrita schiera che Matteo Renzi definì gli “amici gufi” per rendersi conto che i sorrisi immortalati nella conferenza stampa di presentazione di reddito di cittadinanza e quota 100 rischiano di trasformarsi molto presto in lacrime amare. Per tutti.

Di Maio e Salvini cantano una vittoria che non c’è. Parlano di misure per cui alla fine non hanno trovato i soldi, come sostiene da sempre chi gli si oppone. Sventoleranno ancora per qualche mese misure bandiera finanziate in deficit, cioè pagate dagli italiani, cui sono state aggiunte due clausole di salvaguardia. Tradotto: se i soldi non basteranno (perché ancora non lo sanno) vorrà dire che taglieranno altri servizi. E se non si può tagliare? Vorrà dire che ridurranno i fondi già stanziati.

Ma più dei conti che non tornano, più del lato economico-finanziario della vicenda, è l’immaginario costruito dal governo a dare la dimensione del disastro. Quello di un Paese in cui su 60 milioni di persone solo 23 lavorano. E gli altri? Gli altri hanno da ieri un motivo in più per restare a casa: un reddito di cittadinanza finanziato dall’esercito di fessi che lavora e paga le tasse.

Come dargli torto? Divanisti forever.

Di Maio, Salvini e quel “vizio” di non ammettere il torto

Dice che sul balcone di Palazzo Chigi ci risalirebbe anche domani, Luigi Di Maio. Sostiene che ha portato a casa tutte le misure e per giunta senza procedura d’infrazione. Un genio. Ma non spiega che se la procedura l’ha evitata è proprio perché ha tagliato 2 miliardi di euro dal reddito di cittadinanza. Salvini gli fa eco: in radio dichiara che nella vita si augura di perdere sempre così. Snocciola numeri inesistenti sulla riforma Fornero, tralascia le promesse tradite nei confronti di migliaia di pensionati. Per non parlare di quelle nei confronti di milioni di elettori di centrodestra.

Ma se è vero che Lega e M5s sono il governo della contraddizione, forze politiche con visioni opposte tenute insieme dalla voglia di occupare le sale del comando e dall’odio verso chi li ha preceduti, lo è pure che Salvini e Di Maio sono accomunati da un grande “vizio”: quello di non ammettere mai il torto. In questi 6 mesi di governo non c’è stata un’occasione in cui i leader abbiano detto: “Sì, abbiamo sbagliato”. Ci saremmo accontentati, dopo la retromarcia sulla Manovra, di sentirgli pronunciare anche un flebile: “Forse potevamo gestire meglio il confronto con l’Europa. Non fosse altro per la reazione dei mercati che ha bruciato miliardi e miliardi di euro”.

Invece no. Il gioco è lo stesso. Rivendicare, negare l’ovvio, come insistere nel dire che reddito di cittadinanza e quota 100 sono le stesse proposte illustrate in campagna elettorale, al netto dei tanti soldi in meno stanziati per realizzarle. Come provare ad ingannare i disattenti: tanto chi vuoi che noti la differenza tra un deficit al 2,4% e uno al 2,04%?

Non c’è difetto peggiore, per un politico, che non riconoscere i propri errori. Significa innanzitutto precludersi un miglioramento. Vuol dire che Di Maio e Salvini questi sono e questi saranno sempre. Questi abbiamo e questi dovremo tenerci. Fino a quando non arriverà un governo del cambiamento. Uno qualsiasi, rispetto a questo.

È arrivata la grazia (forse)

La buona notizia (informale) è che per ora la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia non ci sarà. Ma a chiarire quanta fiducia ci sia nel governo basta un dato: per l’ufficialità la Commissione Ue si riserva di decidere a gennaio, vogliono essere certi che Di Maio e Salvini riscrivano la Manovra, e che il Parlamento la approvi, per come gliel’hanno prospettata nell’ultima versione.

Meno soldi per il reddito di cittadinanza, che se la matematica non è un’opinione non rispetterà la promessa di garantire uno stipendio da 780 euro al mese per 5 milioni di italiani sotto la soglia di povertà. 

E meno soldi per quota 100, col governo che a furia di inserire finestre su finestre, costringerà ad esempio migliaia di insegnanti ad andare in pensione nel 2020 (quindi non più a quota 100). Senza contare che chi vorrà usufruire di quota 100 dovrà rinunciare a tanti tanti soldi. Ma Salvini questo non lo dice.

Eppure così è, se vi pare. Guardiamolo mezzo pieno il bicchiere: la tanto bistrattata Europa ha parzialmente corretto una Manovra suicida. La fine della Grecia, per ora, sembra evitata. Per Natale è arrivata la grazia.

Dimenticate Quota 100: sarà Quota 104

 

Chissà come la prenderanno tutti quei lavoratori che hanno votato Matteo Salvini convinti – a ragione – di aver maturato il diritto di andare in pensione dopo una vita di sacrifici. Chissà se si pentiranno di aver votato Lega, ora che Quota 100 rischia di restare soltanto un ricordo. Il peccato originale non può essere lavato via: i soldi per attuare in un unico contratto i programmi di Lega e M5s non ci sono, non ci sono mai stati, non ci saranno mai.

Il professor Alberto Brambilla, che in veste di esperto di previdenza affianca il Salvini, ha spiegato al Corriere della Sera quello che da Tito Boeri in giù chiunque con un briciolo di buon senso sapeva già: “Nel prossimo mese di gennaio l’Inps non può ricevere in un sol colpo quasi 300 mila nuove domande di pensionamento“. Da qui la necessità di diluire, rinviare, scaglionare i pensionamenti per non mandare all’aria il sistema pensionistico.

E allora ecco l’artifizio: in pensione, al 31 dicembre 2018, potrà andare chi Quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi) l’ha maturata da almeno due anni. Vuol dire che potranno uscire dal mondo del lavoro persone con 64 anni di età e 40 di contributi. Dimenticate Quota 100, in pochi mesi di governo è già diventata Quota 104.

Ubriachi di potere: e taccia chi dissente

di maio e salvini

 

Se anche un arbitro che ama usare poco il fischietto come Sergio Mattarella si sente in dovere di mettere in guardia dal “potere che inebria”, allora è evidente che il gioco si è fatto più rude del previsto. Certo, il capo dello Stato chiarisce che l’istituzione che presiede ha vissuto tempi più tumultuosi, e per fare un esempio cita gli anni Settanta, quelli del terrorismo e delle bombe.

Ma gli ultimi sviluppi, come in un diario che ogni giorno aggiunge una pagina horror, confermano una volta di più l’importanza di quei “pesi e contrappesi” previsti dalla Costituzione che lo stesso Mattarella non perde occasione per ricordare.

Perché lascia sconcertati, perplessi – ma non sorpresi – il fatto che il vicepremier Salvini risponda agli appunti del presidente INPS, Tito Boeri, su quota 100, chiedendone le dimissioni. Peggio: lo invita a candidarsi, a cimentarsi nell’agone politico e a proporre agli italiani quelle idee, ignorando volutamente che la relazione tecnica in cui Boeri prefigura un aumento del debito da 100 miliardi nel caso passasse “Quota 100” non è la proposta di un rivale politico da screditare bensì il frutto di uno studio approfondito sui numeri.

E’ una tentazione alla quale Salvini non riesce a rinunciare. Come quando un mese fa, raggiunto dall’avviso di garanzia per il caso Diciotti, disse che lui era stato eletto, i giudici che indagavano sul suo operato no. Ancora una volta il richiamo al consenso popolare, quello sì effimero, come lo stesso Salvini prima o poi apprenderà sulla sua pelle. Quasi fosse necessario essere legittimati dal popolo – o meglio, dalla maggioranza – per esprimere un parere, quanto più se in dissenso con chi governa.

E su questo versante Di Maio non è da meno. Lo dimostra la reazione scomposta nei confronti di Bankitalia, rea di aver sollevato perplessità sulla riforma che dovrà sostituire la Fornero, e invitata a sua volta a candidarsi alle elezioni. Così come prefigurano aspirazioni da democratura i ventilati tagli all’editoria, gli attacchi alla stampa e alla sua autonomia.

Per questo ancora una volta Mattarella ha fatto centro: “La storia insegna che l’esercizio del potere può provocare il rischio di fare inebriare”. Se solo l’avessero letta, la storia…