Professore di supercazzola

 

Dice e non dice, perché non sa. Avanza e subito arretra, perché di più non può. Giuseppe Conte è l’equilibrista che cammina su un filo sottile, e senza reti di protezione. Perché fare vorrebbe, ma nulla può fare. Perché un passo falso e cade di sotto, una dichiarazione fuori posto e uno tra Salvini e Di Maio apre la botola: via di sotto, giù, e il governo non c’è più.

Così succede che una conferenza stampa sull’agenda del futuro finisca per trasformarsi in un diario dei sogni, in un continuo procrastinare le incombenze all’autunno (quando va bene), in una fumosa richiesta di tempo ad oltranza.

E allora a chi gli chiede cosa sarà della Tav risponde che a breve “si farà una sintesi” delle diverse istanze, dimenticando che Sì e No in politica non possono mai diventare Ni.

A chi gli domanda del gasdotto Tap ripropone lo stesso schema, ma in più scopre l’acqua calda: “Alla fine ci sarà una sintesi politica che spetta al consiglio dei ministri con i suoi ministri“.

Sulla Rai è quanto meno onesto:”Come se ne esce? Il presidente del Consiglio non ha una formula da offrire: valuteremo“.

Il Presidente Conte valuterà, vedrà, sintetizzerà: forse un giorno qualcosa farà.

Intanto le sue risposte suonano più o meno così: “Tarapia tapioco come se fosse antani con la supercazzola prematurata, con lo scappellamento a destra“.

Il CONTE Mascetti di Amici miei sarebbe fiero di lui.

Doveva essere l’avvocato del popolo italiano. Per ora è un professore di supercazzola.

Dai, che Silvio si è rotto…

berlusconi arrabbiato

 

L’umiliazione più grande resterà per sempre quella delle consultazioni al Quirinale. Non quelle del Silvio-show, non quelle in cui Berlusconi contava i punti elencati da Salvini, quasi a dire: “Stiamo attenti che non te ne dimentichi nessuno, ragazzo”. No, il disagio si è manifestato in quelle successive, dove il vecchio leader, quello abituato a stare sempre al centro della scena, ha dovuto accettare la consegna del silenzio e la posizione da scagnozzo, tristemente a lato, e per giunta a sinistra del leghista: un paradosso per l’uomo che per una vita intera ha combattuto i comunisti.

Ma nel mondo ribaltato in cui destra e sinistra appaiono superate, in cui la differenza più che nei contenuti sta negli approcci, tra populismo e moderazione Silvio Berlusconi non nutre più dubbi. Il casus belli sarà anche la nomina a Presidente Rai di Marcello Foa, ma il caso si sarebbe potuto archiviare con le scuse ufficiali di Salvini, del leader emergente che offre rispetto al suo più anziano protettore. Nella realtà però c’è altro: un’insofferenza di natura umana, da parte di entrambi.

Salvini è così forte – oggi – da voler andare fino in fondo. Vuole mettere Berlusconi all’angolo: capire fino a che punto l’uomo di Arcore è pronto a spingersi. Verificare se davvero è convinto di smarcarsi ora che è più debole di sempre.

E Berlusconi sa che nel rimpallo di accuse che seguirà la probabile rottura del centrodestra non sarà facile imporre la sua versione dei fatti all’opinione pubblica. Ma va bene così, è tutto messo in preventivo. Soprattutto si è andati troppo oltre, per pensare di poter recuperare il rapporto.

Credeva di ricevere lealtà, da quella Lega che non aveva mai cannibalizzato quando invece avrebbe potuto. Chiedeva un rapporto da pari a pari, o giù di lì. Salvini ha trattato Forza Italia come un partito satellite e Berlusconi come un peso.

E alla fine è successo che Silvio si è rotto. Menomale. Per fortuna.