Può succedere in Italia

La strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, è uno schiaffo in faccia a quelli che per anni sono andati in televisione a raccontarci che “va bene, non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Bisogna capirlo una volta per tutte: la follia e l’ignoranza, l’estremismo e la violenza, non conoscono distinzione etnica o religiosa.

Il manifesto dei suprematisti bianchi entrati in azione nelle moschee neozelandesi è un concentrato di teorie tanto assurde quanto pericolose. L’errore che si deve evitare in questo momento è quello di scatenare una guerra tra bande. E’ innegabile che ci siano politici che soffiano sul vento della paura per ottenere consensi. Non è un caso che Trump sia citato come “simbolo della rinnovata identità bianca”, né lo è che la Merkel, che ha accolto in Germania centinaia di migliaia di profughi siriani, venga individuata come “la prima della lista” tra i nemici da abbattere.

Ci saremmo sorpresi se una strage simile si fosse verificata in Italia? No, onestamente. Perché chi semina vento raccoglie tempesta. E qui è in atto una bufera.

Quello che possiamo fare ora è non lasciarci vincere dalla tentazione di estremizzare un dibattito di per sé già esasperato. Questo però non significa rinunciare a chiedere a chi oggi guida il governo, a chi in questi mesi ha strizzato l’occhio ai razzisti, un’assunzione di responsabilità che fino a questo momento è mancata. L’islamofobia diffusa, la demonizzazione dei migranti, se non sono le cause dirette di stragi di questo tipo, sono almeno dei fattori che hanno inciso nel determinare la morte di decine di innocenti. Non i primi e purtroppo neanche gli ultimi.

Per questo motivo bisogna dire basta ad atteggiamenti mezzi e mezzi. Esempio concreto: è indegno che il presidente del Consiglio Conte abbia aspettato le 12:05 per twittare un messaggio di cordoglio. Lo è ancora di più che Salvini cinguetti di tutto ma non un pensiero di condanna per l’attentato.

Poi non meravigliamoci se i prossimi saremo noi.

Circumvesuviana. Tre animali. Italiani, Salvini.

Non c’è nessuna consolazione, nessun senso di rivalsa, semmai di vergogna, nello scoprire che a violentare una ragazza di 24 anni nell’ascensore della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano sono stati tre italiani del posto. Nessuna scorciatoia per aggirare l’orrore del dopo (nostro) e il terrore del durante di una ragazza che ha avuto una sola colpa: trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con le persone sbagliate.

Errore, correggiamolo subito: persone non sono. La giusta definizione l’ha trovata il sindaco Zinno: “Sono tre animali”. Tre animali italiani. Non per essere razzisti con la nostra stessa razza, come stupidamente credono i razzisti veri. Piuttosto per affermare un principio di verità: le bestie non guardano al colore della pelle e alla nazionalità, hanno un codice comportamentale universale che le caratterizza come tali. Le bestie non conoscono razzismo.

Ecco, a questa uniformità di comportamenti non corrispondono le reazioni del ministro dell’Interno twittante. Salvini, così reattivo quando si tratta di cinguettare sulle azioni della polizia contro gli extracomunitari, talmente rapido da mettere a rischio la riuscita dei blitz contro la mafia nigeriana, diverse ore dopo un caso di cronaca che ha scosso l’Italia intera, tace. O meglio, preferisce parlare di stupratori catturati a Santo Domingo e dello sgombero della baraccopoli di San Ferdinando.

Prima gli italiani, Salvini. Prima gli italiani.

Bambino di Foligno, amico mio

Hai preparato lo zaino coi quaderni, i libri e il diario, i tuoi genitori ti hanno messo nella cartella la merenda, assonnato hai messo piede in classe, dopo aver visto i cartoni, come tutti i giorni. La noia della scuola, il rifiuto per i compiti, tutto quanto l’hai dimenticato in fretta. Ti è bastato incrociare lo sguardo dei tuoi amici, del tuo compagno di banco, parlavate forse di calcio, di figurine non so, di videogiochi sicuro.

Poi è entrato il maestro, chissà perché ti ha detto che eri brutto, e ha chiesto ai tuoi compagni se anche loro la pensavano così. Ad un certo punto ha detto che eri talmente brutto da non volerti nemmeno guardare. Così ti ha messo spalle alla cattedra. Ed hai pensato che d’accordo, la lezione non è divertente, ma restare a fissare la finestra neanche, sentirti isolato rispetto agli altri neppure.

Tornato a casa hai saputo che il maestro aveva fatto lo stesso con la tua sorellina. Hai chiesto, domandato, provato a capire. L’insegnante ha detto che è stato un esperimento sociale. Quasi una prova per vedere come reagiscono i bambini dinanzi al razzismo. Che smemorato, il tuo maestro. Ha dimenticato che ai piccoli il colore della pelle non importa. Quello arriva da grandi, purtroppo, perché c’è sempre qualche stupido che glielo insegna.

Non so se hai pianto, se ti hanno spiegato, come te l’hanno detto. Non so se sei rimasto sorpreso, nel caso hai fatto bene, hai tutte le ragioni. Siamo noi che purtroppo non ci meravigliamo, noi che ad un’Italia così non ci abituiamo e non ci rassegniamo. Né mai lo faremo. Puoi fidarti.

Caro bambino di Foligno, bambino e basta, senza nero, non disperare, non preoccuparti: guarda che hanno fatto i tuoi compagni di classe. Suonata la campanella hanno raccontato ai loro genitori quello che era successo. Hanno sofferto nel vederti lontano, hanno capito e reagito. Ti hanno difeso e protetto. Più dei grandi. C’è speranza, caro bambino di Foligno. Bambino e basta, amico mio.

Che “razza” di ministro

salvini lega

 

L’Italia del 2018 è quella in cui una ragazza della Nazionale di atletica leggera, a Moncalieri, viene aggredita per il colore della pelle. Troppo scura per passeggiare da sola di notte e non essere una prostituta, troppo scura per rinunciare al tiro al bersaglio che a Daisy Osakue costerà forse la partecipazione agli Europei.

L’Italia del 2018, però, è la stessa in cui un cameriere senegalese viene insultato e picchiato a Partinico, con tanto di “vattene via, sporco negro“; è quella in cui in Calabria viene ucciso il bracciante Soumaila Sacko, quella in cui a Caserta due immigrati vengono sparati al grido di “Salvini, Salvini!”.

Ed è innegabile che la discriminante di queste aggressioni (solo una piccola parte di tutte quelle verificatesi in questi mesi) sia il colore della pelle delle vittime. Siamo diventati tutti razzisti? Assolutamente no. Siamo un Paese in cui la paura per il “diverso” ha di gran lunga superato il concetto di tolleranza e integrazione? Sicuramente sì.

Allora forse è giusto che chi ha costruito una carriera a colpi di attacchi xenofobi, provi oggi un po’ di vergogna. Negare l’evidenza come ha fatto Matteo Salvini, secondo cui in Italia non esiste un allarme razzismo, equivale a mentire. Proprio lui, che ha soffiato sul fuoco della paura diffusa nel Paese, lui che ha convinto milioni di persone che l’integrazione sia un concetto impossibile da perseguire, che la politica del “prima gli italiani” non si possa proprio conciliare con umanità e rispetto, oggi ha il dovere di fare qualcosa.

Restare in silenzio, adesso che è ministro dell’Interno, significa rendersi complice dei delitti che – purtroppo è chiaro – verranno compiuti nei prossimi mesi. Serve quello che solitamente si definisce un “cambio di passo”. Salvini potrà perdere qualche voto, ma ne ha così tanti che forse è arrivato il momento di pensare all’Italia, piuttosto che al proprio tornaconto.

Non si offenderà,  altrimenti, se parlando di lui si dirà: “Che ‘razza’ di ministro…

Italiani brava gente?

Pare il titolo di un film. E in fondo lo è: Italiani brava gente (1965) è il racconto della campagna di Russia vista con gli occhi dei nostri soldati. Quelli convinti che Hitler e Mussolini avessero ragione, quelli che però non erano cattivi come i nazisti. Noi no. Noi mai. Italiani brava gente.

Questo ci siamo detti, questo ci siamo raccontati. Questo abbiamo sperato che nel mondo pensassero di noi. E ancora crediamo che in Medio Oriente, quando vedono un soldato italiano, si fermino a salutare. Perché i nostri ragazzi ci rappresentano come meglio non si potrebbe, perché hanno cuore i nostri, non sparano a vista, attendono un secondo più degli altri prima di premere il grilletto, conoscono l’arte del dialogo.

Da quel film e quel racconto, da quel revisionismo storico che lo ha suggerito, dalla voglia di riscrivere la nostra storia, non si sfugge. Italiani brava gente, nonostante tutto. Nonostante mafia, ‘ndrangheta e camorra. Nonostante il colonialismo in Africa. Nonostante le guerre di ieri, le missioni di oggi, e chissà cosa di domani. Tregua olimpica perpetua: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli“, recita la Costituzione.

Siamo tutti buoni e accoglienti. Amichevoli e solidali. Poi però succede che un folle spari a Macerata contro gli immigrati e sotto sotto – ma nemmeno poi tanto – ci riscopriamo quasi pronti a giustificarlo. Come se alla fine fosse normale, umano e comprensibile, prima o poi, che un fatto del genere accadesse.

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, pochi giorni dopo il raid razzista, ha confermato questa lettura dei fatti:”Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione“.

Più che scrutato l’orizzonte, Minniti, forse aveva letto i libri di storia. Quella in cui gli italiani sono come gli altri. Americani, inglesi, spagnoli: dominatori, conquistatori, per di più voltagabbana. Non siamo diversi, purtroppo. E non basta neanche dissociarsi. Imputare la colpa al Traini di turno. Era uno di noi.

Tutti uguali, che ormai anche la questione della superiorità antropologica della sinistra pare superata. Facciamocene una ragione. Proviamo a guardarci dentro. Saremo spesso animati da buoni intenti, ma non migliori.

Suona bene però, suona come un ritornello da cui non ti separi. Serve a lavarci le coscienze, a sentirci meno sporchi. Italiani brava gente…