Siamo Uomini o Capitani?

Salvini

Se tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è a favore della cosiddetta “linea della fermezza” sui migranti non vuol dire per forza che i nostri vicini di casa siano diventati tutti razzisti. Se la Lega si avvia a vele spiegate verso il 40% (e la metafora marittima non è casuale) non significa che il 40% degli italiani si sia risvegliato d’un tratto xenofobo e sovranista.

Ragionare in questi termini può essere per certi versi consolatorio. Suggerisce che in fondo non è colpa mia, non è colpa nostra, se tutti gli altri, di botto, sono impazziti. Viene semplice pensarla così, e c’è davvero chi la pensa così. C’è chi crede (sbagliando) che al “popolo” vada sottratto il diritto di voto visto che spesso non possiede gli strumenti adatti a cogliere la complessità di certe questioni. Un po’ come accade per la questione migranti.

Io credo che molto stia nella narrazione che viene fatta di una vicenda. Se Matteo Salvini è il solo a parlare in maniera chiara di migranti, ong, accoglienza, è evidente che il suo messaggio è quello che si impone nell’agenda politica. Se il MoVimento 5 Stelle è troppo preso dall’evitare il voto a settembre per non dimezzare i suoi seggi in Parlamento, se il Pd (senza un leader) non ha il coraggio (e la forza) di assumere una linea univoca sul tema, se Forza Italia non ha ancora deciso se costruire l’alternativa o essere l’ancella di Salvini, se tutte queste condizioni si materializzano è ovvio che la versione della Lega, di fatto l’unica in campo, sia quella che fa presa sulla gente.

Così le ong diventano i taxi del mare, Carola Rackete una criminale sbruffoncella, Tripoli e Tunisi dei porti sicuri, i migranti dei potenziali terroristi, gli equipaggi che salvano vite umane dei mercenari pagati da chissà chi e con quale oscuro scopo. Molte di queste sono delle fake news clamorose. Ma quante persone di quel 40% che Matteo Salvini si avvia a raggiungere – e in particolare quante di quelle che hanno deciso di votare Lega proprio per la questione migranti – hanno consapevolezza che in realtà quelle che danno per buone sono soltanto bugie, verità distorte e manipolate?

Ora non si tratta di aprire un dibattito sulle fake news. Non è la sede, non è il momento. Non ce n’è il tempo. Bisogna piuttosto accettare di giocare la partita sul terreno più difficile, ma allo stesso tempo il solo che può portare alla vittoria: quello della realtà.

C’è necessità di spiegare agli italiani che il vero business dei migranti è quello di Salvini, non delle ong: che ogni barcone carico di disperati rappresenta l’occasione per uno sfoggio di muscoli che per lui significa più voti, per l’Italia meno amici e più isolamento.

Se realmente Salvini tenesse a risolvere il problema degli sbarchi (cosa che evidentemente non ha fatto se dopo un anno siamo ancora qui a parlarne) dovrebbe comportarsi in maniera opposta a ciò che sta facendo. Il ché non significa accogliere tutta l’Africa in Italia, ma vuol dire fare di tutto per avere un’immigrazione controllata. Come si fa? No ai bracci di ferro che fanno apparire l’Italia per ciò che non è, ovvero un Paese non accogliente e razzista. Sì, al dialogo e alle trattative. Tradotto: io accolgo questi 50 migranti, tu mi prometti di accogliere i prossimi in cambio di una mano su un altro fronte a te caro in futuro. Non ci stai? Ci vediamo al prossimo Consiglio europeo: mi riservo di esercitare il diritto di veto sulle questioni che in altri tempo avrei accettato per spirito di collaborazione ma che non mi convincono pienamente. Si chiama diplomazia, o se preferite politica. E’ l’opposto, per quanto potrebbe sembrare simile, del ricatto che Salvini mette in atto durante ogni crisi, sortendo negli altri partner europei (sì, partner) l’impossibilità di venire incontro alle richieste di un leader che disprezza le regole internazionali e pretende di applicare le proprie.

Questo è ciò che bisogna fare per stanare Salvini. Bisogna scegliere se risolvere il problema o continuare a lucrarci, se fare leva sulla politica o sulla pelle di poveri disperati. Di fatto bisogna rispondere ad una domanda: siamo Uomini o Capitani?

I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

“Cara prof, ha fatto un buon lavoro”

Il video costato la sospensione alla prof di Palermo

La professoressa di italiano dell’istituto di Palermo sospesa per “mancata vigilanza” sui suoi alunni, “colpevoli” di aver associato la promulgazione delle leggi razziali al decreto sicurezza di Salvini, ha detto:”E’ la più grande ferita nella mia vita professionale“.

Non esito a credere che sia un dolore lancinante quello provato dalla docente, umiliata nel suo ruolo, privata della libertà di insegnamento, punita per aver consentito ai suoi ragazzi la libertà d’espressione. Ebbene, per quanto oggi possa far male questa sospensione, per quanto il taglio sia fresco, la prof Dell’Aria sappia che questa è una medaglia al valore, è il riconoscimento della differenza da quel “regime” che vuole imporre il pensiero unico, che scambia l’onestà intellettuale per propaganda. Cara prof, ha fatto un buon lavoro coi suoi ragazzi.

Ciò che dovrebbe preoccupare tutti noi è la catena di comando che ha portato alla sospensione della prof. La prima segnalazione è arrivata da un post sui social di tale Claudio Perconte, attivista di destra, noto per la sua propensione a condividere spesso fake news, che aveva così commentato il video dei ragazzi di Palermo:”Al Miur hanno qualcosa da dire?“.

Evidentemente qualcosa da dire l’avevano, se è vero che il giorno dopo il primo tweet è scesa in campo Lucia Borgonzoni (Lega), sottosegretaria ai Beni Culturali, che ha scritto su Facebook:”Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere“.

Chi di dovere è l’ufficio scolastico provinciale, che ha ritenuto corretto sospendere la professoressa, dimezzarle lo stipendio e delegittimarla agli occhi dei suoi allievi.

Ecco, questo significa che un giorno, magari, il governo potrà pensare di creare un ministero ad hoc, chiamandolo “Ministero dei Social“. La promessa sarà quella di liberare il web da fake news e violenza verbale, l’obiettivo dichiarato quello di arrestare haters e cyber-bulli. Nei fatti, però, andrà in scena ciò che è accaduto con la professoressa di italiano di Palermo: ad essere prima sospesi e poi chiusi saranno soltanto gli account che professano idee contrarie a quelle del “regime”, ad essere rimossi – dopo gli striscioni sui balconi – saranno soltanto i post che esprimono dissenso rispetto al governo.

Cara prof Dell’Aria, la sua dignità di docente è riconosciuta proprio da quel video. Ha formato degli studenti in grado di pensare con la propria testa, capaci di individuare riferimenti storici, di formulare un giudizio critico. Li ha resi sensibili alle ingiustizie e ai soprusi. Soprattutto cittadini liberi. Sono la nostra migliore speranza.

“Io so’ Torre Maura”

Felpa Adidas nera, rigorosamente. Cappuccio tirato su, d’ordinanza. Movenze da rapper. Eh vabbé, sono i tempi. Simone ha 15 anni. Ed è un ragazzo della sua generazione. Libero da condizionamenti, forte di quel senso di giustizia che anima solo chi è (e resta) puro dentro, ha il coraggio di guardare negli occhi i leader di Casapound, la formazione neofascista che ha tentato di lucrare sul malcontento di Torre Maura dopo il trasferimento di alcune famiglie rom in una struttura del posto.

Simone è giovane, forse inesperto, ma è lucido, più di chi gli sta di fronte. Non si lascia imbrigliare dalla narrazione populista dominante, quella che parla sempre e comunque di “invasione”, che si tratti di rom o di africani. Lo ribadisce alla sua maniera, con la cadenza di cui va fiero, perché “Tore Maura è il quartiere mio“. E combatte contro la narrazione che caratterizza tanto Casapound quanto la Lega di Salvini, quella per cui se un reato lo commette uno straniero è un problema, se invece è un italiano allora no, perché qualcosa si dovrà pur fare per campare…

E nella logica disarmante dei suoi 15 anni Simone individua il problema: “A me 70 persone nun me cambiano ‘a vita“. Dillo a Salvini, Simone, che si impunta su 49 migranti..

Simone invece conosce i numeri, le proporzioni. Sa che Torre Maura fa parte del Sesto Municipio di Roma: sono 270mila persone. Ma la sua è una battaglia che va oltre la borgata: è l’affermazione di un principio di giustizia, “nessuno deve essere lasciato dietro“. Perché “‘sta cosa che bisogna andare sempre contro una minoranza a me non me sta bene che nno!“. Con quella parlata musicale, con quell’accento che lo fà romano tra i romani, Simone non cade nel tranello di chi gli chiede: “Ti sembrano una minoranza i rom?“. Risposta: “E’ una minoranza che sì, siamo 60 milioni“.

Il capolavoro però arriva sul finire, quando Simone si è ormai tolto il cappuccio e rimboccato le maniche, accaloratosi nel tentativo di fronteggiare i grandi e i prepotenti. Ce n’è uno che prova ad intimidirlo, gli si avvicina agitando il dito all’altezza del suo viso, gli impone di farlo parlare, gli dà un buffetto sulla guancia, prova ad indottrinarlo dall’alto della sua età con la solita solfa del “si stava meglio quando si stava peggio”, perché Torre Maura prima “nunn’era così“.

E Simone spiazza, disarma, stupisce, inorgoglisce: “E che è corpa d’i rom?“.

Ecco, bravo Simone. Perché le colpe del degrado delle periferie sono di tutti. Perché tutti in questi anni hanno governato.

E non è un caso che il ragazzo risponda a chi lo accusa di essere di parte con un’indignazione degna di un futuro grande uomo: “Io non c’ho nessuna fazione politica, io so’ Torre Maura“. E’ questa la sua bandiera. E’ libero, e libero deve restare. Lontano da strumentalizzazioni di ogni tipo, da corse ad accaparrarsene l’immagine e l’appoggio. Ha 15 anni, ha fatto chiarezza, seminato buon senso. Il futuro è suo. Speriamo arrivi presto.

Può succedere in Italia

La strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, è uno schiaffo in faccia a quelli che per anni sono andati in televisione a raccontarci che “va bene, non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Bisogna capirlo una volta per tutte: la follia e l’ignoranza, l’estremismo e la violenza, non conoscono distinzione etnica o religiosa.

Il manifesto dei suprematisti bianchi entrati in azione nelle moschee neozelandesi è un concentrato di teorie tanto assurde quanto pericolose. L’errore che si deve evitare in questo momento è quello di scatenare una guerra tra bande. E’ innegabile che ci siano politici che soffiano sul vento della paura per ottenere consensi. Non è un caso che Trump sia citato come “simbolo della rinnovata identità bianca”, né lo è che la Merkel, che ha accolto in Germania centinaia di migliaia di profughi siriani, venga individuata come “la prima della lista” tra i nemici da abbattere.

Ci saremmo sorpresi se una strage simile si fosse verificata in Italia? No, onestamente. Perché chi semina vento raccoglie tempesta. E qui è in atto una bufera.

Quello che possiamo fare ora è non lasciarci vincere dalla tentazione di estremizzare un dibattito di per sé già esasperato. Questo però non significa rinunciare a chiedere a chi oggi guida il governo, a chi in questi mesi ha strizzato l’occhio ai razzisti, un’assunzione di responsabilità che fino a questo momento è mancata. L’islamofobia diffusa, la demonizzazione dei migranti, se non sono le cause dirette di stragi di questo tipo, sono almeno dei fattori che hanno inciso nel determinare la morte di decine di innocenti. Non i primi e purtroppo neanche gli ultimi.

Per questo motivo bisogna dire basta ad atteggiamenti mezzi e mezzi. Esempio concreto: è indegno che il presidente del Consiglio Conte abbia aspettato le 12:05 per twittare un messaggio di cordoglio. Lo è ancora di più che Salvini cinguetti di tutto ma non un pensiero di condanna per l’attentato.

Poi non meravigliamoci se i prossimi saremo noi.

Circumvesuviana. Tre animali. Italiani, Salvini.

Non c’è nessuna consolazione, nessun senso di rivalsa, semmai di vergogna, nello scoprire che a violentare una ragazza di 24 anni nell’ascensore della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano sono stati tre italiani del posto. Nessuna scorciatoia per aggirare l’orrore del dopo (nostro) e il terrore del durante di una ragazza che ha avuto una sola colpa: trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con le persone sbagliate.

Errore, correggiamolo subito: persone non sono. La giusta definizione l’ha trovata il sindaco Zinno: “Sono tre animali”. Tre animali italiani. Non per essere razzisti con la nostra stessa razza, come stupidamente credono i razzisti veri. Piuttosto per affermare un principio di verità: le bestie non guardano al colore della pelle e alla nazionalità, hanno un codice comportamentale universale che le caratterizza come tali. Le bestie non conoscono razzismo.

Ecco, a questa uniformità di comportamenti non corrispondono le reazioni del ministro dell’Interno twittante. Salvini, così reattivo quando si tratta di cinguettare sulle azioni della polizia contro gli extracomunitari, talmente rapido da mettere a rischio la riuscita dei blitz contro la mafia nigeriana, diverse ore dopo un caso di cronaca che ha scosso l’Italia intera, tace. O meglio, preferisce parlare di stupratori catturati a Santo Domingo e dello sgombero della baraccopoli di San Ferdinando.

Prima gli italiani, Salvini. Prima gli italiani.

Bambino di Foligno, amico mio

Hai preparato lo zaino coi quaderni, i libri e il diario, i tuoi genitori ti hanno messo nella cartella la merenda, assonnato hai messo piede in classe, dopo aver visto i cartoni, come tutti i giorni. La noia della scuola, il rifiuto per i compiti, tutto quanto l’hai dimenticato in fretta. Ti è bastato incrociare lo sguardo dei tuoi amici, del tuo compagno di banco, parlavate forse di calcio, di figurine non so, di videogiochi sicuro.

Poi è entrato il maestro, chissà perché ti ha detto che eri brutto, e ha chiesto ai tuoi compagni se anche loro la pensavano così. Ad un certo punto ha detto che eri talmente brutto da non volerti nemmeno guardare. Così ti ha messo spalle alla cattedra. Ed hai pensato che d’accordo, la lezione non è divertente, ma restare a fissare la finestra neanche, sentirti isolato rispetto agli altri neppure.

Tornato a casa hai saputo che il maestro aveva fatto lo stesso con la tua sorellina. Hai chiesto, domandato, provato a capire. L’insegnante ha detto che è stato un esperimento sociale. Quasi una prova per vedere come reagiscono i bambini dinanzi al razzismo. Che smemorato, il tuo maestro. Ha dimenticato che ai piccoli il colore della pelle non importa. Quello arriva da grandi, purtroppo, perché c’è sempre qualche stupido che glielo insegna.

Non so se hai pianto, se ti hanno spiegato, come te l’hanno detto. Non so se sei rimasto sorpreso, nel caso hai fatto bene, hai tutte le ragioni. Siamo noi che purtroppo non ci meravigliamo, noi che ad un’Italia così non ci abituiamo e non ci rassegniamo. Né mai lo faremo. Puoi fidarti.

Caro bambino di Foligno, bambino e basta, senza nero, non disperare, non preoccuparti: guarda che hanno fatto i tuoi compagni di classe. Suonata la campanella hanno raccontato ai loro genitori quello che era successo. Hanno sofferto nel vederti lontano, hanno capito e reagito. Ti hanno difeso e protetto. Più dei grandi. C’è speranza, caro bambino di Foligno. Bambino e basta, amico mio.

Che “razza” di ministro

salvini lega

 

L’Italia del 2018 è quella in cui una ragazza della Nazionale di atletica leggera, a Moncalieri, viene aggredita per il colore della pelle. Troppo scura per passeggiare da sola di notte e non essere una prostituta, troppo scura per rinunciare al tiro al bersaglio che a Daisy Osakue costerà forse la partecipazione agli Europei.

L’Italia del 2018, però, è la stessa in cui un cameriere senegalese viene insultato e picchiato a Partinico, con tanto di “vattene via, sporco negro“; è quella in cui in Calabria viene ucciso il bracciante Soumaila Sacko, quella in cui a Caserta due immigrati vengono sparati al grido di “Salvini, Salvini!”.

Ed è innegabile che la discriminante di queste aggressioni (solo una piccola parte di tutte quelle verificatesi in questi mesi) sia il colore della pelle delle vittime. Siamo diventati tutti razzisti? Assolutamente no. Siamo un Paese in cui la paura per il “diverso” ha di gran lunga superato il concetto di tolleranza e integrazione? Sicuramente sì.

Allora forse è giusto che chi ha costruito una carriera a colpi di attacchi xenofobi, provi oggi un po’ di vergogna. Negare l’evidenza come ha fatto Matteo Salvini, secondo cui in Italia non esiste un allarme razzismo, equivale a mentire. Proprio lui, che ha soffiato sul fuoco della paura diffusa nel Paese, lui che ha convinto milioni di persone che l’integrazione sia un concetto impossibile da perseguire, che la politica del “prima gli italiani” non si possa proprio conciliare con umanità e rispetto, oggi ha il dovere di fare qualcosa.

Restare in silenzio, adesso che è ministro dell’Interno, significa rendersi complice dei delitti che – purtroppo è chiaro – verranno compiuti nei prossimi mesi. Serve quello che solitamente si definisce un “cambio di passo”. Salvini potrà perdere qualche voto, ma ne ha così tanti che forse è arrivato il momento di pensare all’Italia, piuttosto che al proprio tornaconto.

Non si offenderà,  altrimenti, se parlando di lui si dirà: “Che ‘razza’ di ministro…

Italiani brava gente?

Pare il titolo di un film. E in fondo lo è: Italiani brava gente (1965) è il racconto della campagna di Russia vista con gli occhi dei nostri soldati. Quelli convinti che Hitler e Mussolini avessero ragione, quelli che però non erano cattivi come i nazisti. Noi no. Noi mai. Italiani brava gente.

Questo ci siamo detti, questo ci siamo raccontati. Questo abbiamo sperato che nel mondo pensassero di noi. E ancora crediamo che in Medio Oriente, quando vedono un soldato italiano, si fermino a salutare. Perché i nostri ragazzi ci rappresentano come meglio non si potrebbe, perché hanno cuore i nostri, non sparano a vista, attendono un secondo più degli altri prima di premere il grilletto, conoscono l’arte del dialogo.

Da quel film e quel racconto, da quel revisionismo storico che lo ha suggerito, dalla voglia di riscrivere la nostra storia, non si sfugge. Italiani brava gente, nonostante tutto. Nonostante mafia, ‘ndrangheta e camorra. Nonostante il colonialismo in Africa. Nonostante le guerre di ieri, le missioni di oggi, e chissà cosa di domani. Tregua olimpica perpetua: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli“, recita la Costituzione.

Siamo tutti buoni e accoglienti. Amichevoli e solidali. Poi però succede che un folle spari a Macerata contro gli immigrati e sotto sotto – ma nemmeno poi tanto – ci riscopriamo quasi pronti a giustificarlo. Come se alla fine fosse normale, umano e comprensibile, prima o poi, che un fatto del genere accadesse.

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, pochi giorni dopo il raid razzista, ha confermato questa lettura dei fatti:”Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione“.

Più che scrutato l’orizzonte, Minniti, forse aveva letto i libri di storia. Quella in cui gli italiani sono come gli altri. Americani, inglesi, spagnoli: dominatori, conquistatori, per di più voltagabbana. Non siamo diversi, purtroppo. E non basta neanche dissociarsi. Imputare la colpa al Traini di turno. Era uno di noi.

Tutti uguali, che ormai anche la questione della superiorità antropologica della sinistra pare superata. Facciamocene una ragione. Proviamo a guardarci dentro. Saremo spesso animati da buoni intenti, ma non migliori.

Suona bene però, suona come un ritornello da cui non ti separi. Serve a lavarci le coscienze, a sentirci meno sporchi. Italiani brava gente…