Il palazzetto semivuoto di Tulsa come specchio dello smarrimento di Donald Trump

Lungi dal fare previsioni a 5 mesi dal voto in America, ma una cosa è chiara fin da ora: per Donald Trump il 2020 non assomiglia neanche lontanamente al 2016. Bastava trovarsi ieri a Tulsa, Oklahoma, per capirlo. Le aspettative per il suo primo comizio dall’inizio della pandemia erano altissime: e anche per questo gli spalti vuoti del palazzetto descrivono meglio di ogni altra immagine il momento di smarrimento della leadership americana.

Dal milione di prenotazioni per l’evento alla desolazione delle tribune senza pubblico. Dall’intervento previsto all’esterno alla cancellazione dello stesso causa scarsa partecipazione. Dai proclami su Twitter sul grande comizio di Tulsa alla furia di Donald con i malcapitati collaboratori per il flop andato in scena.

Qualcuno potrebbe minimizzare ricordando Pietro Nenni e il suo pluricitato “piazze piene, urne vuote”. Ma la storia di Trump, fino ad oggi, ha sempre detto il contrario: nel 2016, l’anno in cui sconfisse Hillary Clinton, i suoi comizi assomigliavano per partecipazione ai concerti di una rockstar in tour per l’America più che agli interventi di un candidato alla Casa Bianca.

Ora è chiaro che la paura del contagio abbia influito sulle presenze a Tulsa, e nessuno mette in dubbio che Trump sia in grado di mobilitare milioni di persone. Per quanto i sondaggi descrivano oggi un vantaggio solido di Joe Biden, perfino nei cosiddetti “Stati in bilico”, al punto da prevedere una vittoria a valanga del candidato Democratico, è troppo presto per dare per spacciato un Presidente in carica che gode del consenso quasi unanime della base del suo partito.

Resta però fortissima la sensazione di un Trump poco lucido, meno in sintonia con gli umori dell’America profonda, caratteristica che nel 2016 lo portò ad intercettare le paure e la voglia di rivalsa degli Stati rurali decisivi per la sua vittoria.

Per farsi un’idea, basta vedere come il Presidente ha trattato le proteste per la morte di George Floyd in queste settimane: prima ha temporeggiato sperando che il caso venisse archiviato da un’altra notizia, poi ha invocato l’esercito, dopo ha inaugurato una politica social contraddistinta dallo slogan “Legge e Ordine”, infine ha dovuto ammettere che anche nell’elettorato Repubblicano si è sviluppata una sensibilità importante su argomenti come il razzismo sistemico nei confronti delle minoranze etniche ed è stato costretto a varare un ordine esecutivo per incoraggiare la riforma della polizia, la stessa che aveva difeso a spada tratta fin dall’inizio della vicenda.

A Tulsa, oltre a prendere di mira Joe Biden, oltre a chiedere di rallentare coi tamponi perché fare tanti test significa trovare tanti positivi (la Casa Bianca ha poi precisato che stava scherzando, ma certo!), oltre a ribattezzare il coronavirus “Kung flu” (“flu” significa febbre: un chiaro gioco di parole razzista per associare l’epidemia ai Paesi asiatici), oltre ad elogiare la risposta della sua amministrazione al coronavirus (viva la modestia e l’onestà, soprattutto), Donald Trump non ha trovato il tempo per spendere una parola su George Floyd. Un’ora e quaranta minuti d’intervento, poco meno del record di 123 minuti registrato a dicembre, dopo che la Camera aveva votato per il suo impeachment (e che volete, Trump è un po’ ossessionato dalle sue sorti). E non un commento, una parola di cordoglio, un pensiero alla famiglia Floyd.

Non è soltanto strizzare l’occhio al suprematismo bianco, è dimostrare di non essere connesso con un popolo che marcia da settimane, per non dire da decenni, in cerca di legittimazione e diritti. Non significa essere solo un tantino egocentrico, vuol dire semplicemente essere troppo presi da se stessi per guidare l’America. No, il 2020 non sembra proprio il 2016. Io lo spero.

Quei poliziotti salveranno l’America

Dov’è l’America? Nella mano in tasca di Derek Chauvin, l’agente in ginocchio che schiaccia con disinvoltura il collo di George Floyd? O nel coraggio di Christopher Swanson, sceriffo di Flint, che va incontro ai manifestanti, si libera di elmetto e manganello ed emozionato si rivolge ai cittadini gridando: “Questi poliziotti vi adorano!“, prima di unirsi al corteo e ricevere pacche sulle spalle?

Dov’è l’America? Nei tweet di Donald Trump, nel presidente che promette di sguinzagliare i cani feroci della Casa Bianca sui manifestanti al di là dei cancelli? O nell’intervento di Barack Obama, nell’ex presidente che oggi ricorda che scendere in piazza a protestare serve, ma fino ad un certo punto. Che votare conta, anche quando verrebbe da pensare il contrario, anche quando la scelta sembra essere al massimo quella del male minore.

Dov’è l’America? Nella superpotenza che si lancia (di nuovo) alla conquista dello Spazio? O nei 40 milioni ritrovatisi senza lavoro in poche settiamane? Dov’è l’America? Nell’eccellenza della ricerca che punta al primato per il vaccino del coronavirus? O negli oltre 100mila morti dall’inizio dell’epidemia?

La risposta è che l’America è ovunque, in ognuna di queste sfaccettature. Nel bene e nel male, nell’alto e nel basso. Troppo grande per puntare alla perfezione, troppo vissuta per riaffermare la sua verginità, troppo nella Storia per parlare di un fallimento.

Come collettività, come insieme di individui, l’America ha la possibilità di scrivere il proprio destino ogni giorno.

Per esempio: ci sono poliziotti che col ginocchio uccidono un afroamericano. E ce ne sono altri che in ginocchio, col capo chino, chiedono scusa per colpe non loro. Ecco, io penso che quei poliziotti salveranno l’America. Anche da sé stessa.

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“I had a dream”

Il 28 agosto 1963, davanti al Lincoln Memorial di Washington, Martin Luther King pronunciò il famoso discorso “I have a dream”.

Io ho un sogno“, disse il leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, “che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!“.

Dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis, a 57 anni da quel discorso, forse Martin Luther King pronuncerebbe altre parole. Probabilmente oggi direbbe: “I had a dream“. Io avevo un sogno.

Molti grandi discorsi, sono considerati tali per l’universalità delle parole che lo compongono. Perché sono validi oggi come lo erano ieri. Perché sono intrisi di valori e sentimenti che li rendono applicabili tanto al contesto presente quanto a quello per cui sono stati pensati. Questo vale anche per il discorso di Martin Luther King. E questa non è una buona notizia. Perché è il segno che il suo sogno non si è realizzato.

C’è una frase in particolare, tra le tante memorabili pronunciate da Martin Luther King quel giorno di molti anni fa a Washington, che mette i brividi alla luce dei recenti fatti di Minneapolis: “Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il nero sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia”.

Sarebbe ingiusto dire che da allora niente è cambiato per i diritti degli afroamericani. Sarebbe sbagliato pensare che i neri d’America non abbiano ottenuto delle conquiste un tempo impensabili. Ma la questione razziale negli Stati Uniti non è un chiodo fisso dei Democratici, non è la caccia alle streghe denunciata da tanti Repubblicani, Donald Trump compreso. La questione razziale esiste e incide ogni giorno sulle vite degli afroamericani.

Ne abbiamo avuto esempi quotidiani ben prima della morte di George Floyd. Quando credevamo che niente fosse più democratico di una pandemia, il coronavirus ci ha ricordato che il modo in cui la nostra società è costruita fa sì che determinate fasce di persone siano più esposte di altre alla malattia. Afroamericani ed ispanici sono colpiti più duramente dal contagio rispetto ai bianchi: perché a causa della loro povertà hanno più problemi di salute cronica non curati rispetto ai ricchi; perché svolgono lavori in prima linea, indispensabili al funzionamento di una comunità, per i quali non esiste “smart working” che tenga.

Le proteste che stanno mettendo a ferro e fuoco Minneapolis non sono la risposta al problema. Ma sono la reazione prevedibile ad un problema a cui la politica troppe volte ha deciso di non rispondere. Martin Luther King mise in guardia il suo popolo: “Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima“.

Come disse Michelle Obama alcuni anni fa: “Il nostro motto è: quando gli altri volano basso, noi voliamo alto“.

Cinquantasette anni, e molte sofferenze dopo, le parole di Martin Luther King riecheggiano come un memento: “Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i neri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il Paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo“.

Sì, il 1963 era un inizio.

Com’è lunga la strada verso il sogno.

Lasciamo la Cina in Cina

La CNN questa mattina titolava in prima pagina: “La Cina affronta una crisi diplomatica in Africa“. Chi organizza il sito americano non è impazzito, sa bene che in questo momento la notizia è la pandemia. Ma mentre l’emergenza sanitaria viene gestita, la geopolitica continua il suo corso. In nuce: tutto è geopolitica, a maggior ragione durante una pandemia.

Ma cosa c’entra la crisi diplomatica tra Cina e Africa con il coronavirus? E soprattutto: cosa c’entra tutto questo con noi? I fatti: la scorsa settimana cittadini e studenti africani a Guangzhou sono stati obbligati arbitrariamente a sottoporsi a tampone e ad osservare una quarantena di 14 giorni. Anche se non avevano lasciato la Cina negli ultimi mesi. Anche se non erano stati in contatto con un paziente affetto dal virus. Anche se avevano appena completato un isolamento di 14 giorni. E anche se avevano certificati che dimostravano la loro perfetta salute. Di più: moltissimi cittadini africani sono rimasti senza casa dopo essere stati sfrattati dai proprietari e respinti dagli alberghi della città. Cosa c’è dietro questa serie di comportamenti? Razzismo. L’idea che una persona di colore in quanto tale sia infetta.

Dal punto di vista cinese si tratta di una bella gatta da pelare. Diversi Paesi africani hanno protestato per il trattamento ricevuto dai loro connazionali in Cina, obbligando il portavoce del ministro degli Esteri di Pechino a prendere le distanze da quanto accaduto. Il Global Times, quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, ha attribuito il tutto ai “report virali” utilizzati “da alcuni media occidentali per provocare i problemi tra la Cina e i Paesi africani“. Una narrazione leggermente schierata, per usare un eufemismo.

Dove voglio arrivare? Certo non serviva quest’ultimo episodio per dire di come funzionano le cose in Cina. Nei giorni in cui Pechino esercita tutta la sua capacità di “soft power”, sfoggiando la sua capacità di ripresa, la sua straordinaria efficienza nei controlli, la sua lodevole (e apprezzata) solidarietà, il rischio che la fascinazione si tramuti in subalternità è concreto. Colpa anche dell’inadeguatezza di una presidenza americana troppo impegnata a metabolizzare il colpo del virus – quasi fosse un torto personale e non una tragedia planetaria, poiché arrivata nell’anno delle elezioni – per pensare di ottemperare ai suoi compiti di superpotenza. Ma le titubanze di Trump, l’incapacità di esercitare la leadership globale che è stata una caratteristica degli Stati Uniti in tutte le maggiori crisi recenti, non devono convincerci che il modello cinese sia il futuro al quale ambire.

E’ notizia di queste ore che il governo di Pechino ha imposto restrizioni alla pubblicazione di ricerche accademiche sulle origini del nuovo coronavirus. Gli studi di due università cinesi sono stati rimossi dal web e da qui in avanti le ricerche dovranno essere sottoposte a verifica da parte del regime prima di essere pubblicati. Così si vive in un regime. Altro che modello cinese. Più che un Grande Fratello un Grande Tranello. Lasciamo la Cina dov’è: in Cina.

Una via di mezzo tra Salvini e Saviano

C’è modo e modo di dire la verità. C’è modo e modo per denunciare ciò che non va. Si dirà che al tempo del populismo 2.0, dei rigurgiti fascisti o presunti tali, tirare di fioretto non porta risultati, che la gente ha bisogno di messaggi chiari, possibilmente forti, necessariamente incisivi. Si dirà tutto questo, e si arriverà al giustificare i mezzi per raggiungere il fine, diventando così diversamente populisti, diversamente fascisti.

Noi abbiamo poco da insegnare a Roberto Saviano. Non siamo suoi nemici, non siamo tra quelli che lo attaccano per il suo “attico a New York“, non ce l’abbiamo con lui perché “è diventato ricco scrivendo di camorra“, ne stimiamo il talento di scrittore, gli siamo grati per aver fatto luce su un mondo che non conoscevamo abbastanza e saremmo in prima fila se qualcuno davvero pensasse di levargli la scorta. Ma Roberto Saviano nel video di ieri non ci è piaciuto.

Non tanto nei contenuti, di cui condividiamo per sommi capi il senso: nella descrizione di Liliana Segre come simbolo da tutelare e di cui andare fieri, e in quella di Salvini e Meloni come politici mediocri responsabili per loro conto dell’inasprimento di un clima che s’è fatto pesante, davvero troppo. Ma quando Saviano dice “Salvini e Meloni, ci fate schifo“, quel modo rabbioso e aggressivo non lo riconosciamo, non lo condividiamo. Qualcuno, chissà stavolta da che parte, ci accuserà di buonismo. Noi invece riteniamo che sia buon senso.

Definire Salvini e Meloni come “squallide figure“, sostenere che “l’odio che state diffondendo vi si ritorcerà contro, contro di voi e le persone che vi circondano” equivale ad una minaccia neanche troppo velata, significa denunciare odio diffondendo altro odio.

La domanda, ora, è se sia possibile una via di mezzo tra Salvini e Saviano. Non tanto in termini di proposta politica (quello è certo), quanto di messaggio. C’è posto tra chi dice “chi decide cos’è razzismo?” e chi risponde “noi non apparteniamo a voi“? C’è spazio tra chi parlando di Liliana Segre dice “A me è appena arrivato un altro proiettile” e chi replica “un giorno la storia farà i conti con voi“?

La risposta è che sì, c’è una strada: è quella che comporta più fatica, che porta a denunciare l’incoerenza e la pericolosità di certe posizioni senza scendere al livello di chi le propone. È quella più difficile, la più tortuosa, è quella che passa per lo studio, per la consultazione di più fonti, per la lettura di libri che sappiano farci riconoscere gli inganni di chi li pronuncia. È la via di mezzo di chi sceglie la politica al populismo. Pure quando il populismo fa paura. Così paura da pensare che l’unico modo per sconfiggerlo sia produrne altrettanto.