Il ministro del non-Lavoro

 

Come se non avesse ben compreso il proprio ruolo, Luigi Di Maio continua ad interpretare il suo impiego da ministro del non-Lavoro. E non è un lapsus, una forzatura, una critica sterile figlia di pregiudizi. Basta vedere gli atti, le promesse, gli annunci di questi primi mesi di governo per rendersi conto che Di Maio sta operando in maniera tale che tempo qualche anno e il suo ministero verrà chiuso per inutilità alla causa.

In principio fu il reddito. Quello di cittadinanza, una misura assistenzialista, che avrà come unico risultato quello di spingere i furbetti di turno a trovare escamotage ogni volta diversi per prolungare il periodo di nullafacenza retribuito.

Poi arrivò il Decreto Dignità, il primo atto del governo: e se il buongiorno si vede dal mattino sarà una lunga notte. Un’accozzaglia di misure caratterizzate da una visione chiusa, arcaica, superata del mondo del lavoro, scritte apposta per penalizzare le imprese, addirittura dannose in termini di occupazione, dal momento che causeranno la perdita di 8mila posti l’anno.

E infine c’è l’ultima perla: i negozi chiusi la domenica. Una sparata prima “integrale”, poi corretta con l’aggiunta di una turnazione secondo cui il 25% dei locali resterà comunque aperta (grazie). La motivazione ufficiale del Di Maio-pensiero è che le liberalizzazioni stanno distruggendo le famiglie italiane, che la gente lavora così tanto che genitori e figli a casa neanche si vedono più. Beato lui che vede così tanto lavoro in giro.

Per salvare veramente le famiglie, forse, bisognerebbe tentare di agire sui redditi, di incentivare gli acquisti e le assunzioni, di rimettere in moto il mercato, di assicurare un futuro ai giovani e almeno un presente ai loro genitori.

Bisognerebbe aiutare il lavoro, non toglierlo del tutto.

Il governo del “ma anche”

 

Se è grazie a Walter Veltroni che la retorica del “ma anche” è divenuta celebre, sarà merito però del professor Conte se il “movimento ma-anchista” troverà al governo il suo pieno compimento. Nel tentativo di coniugare un mondo un po’ buonista e irrealizzabile, nella speranza di fare del Partito Democratico appena nato il contenitore di tutto un po’ “ma anche” del suo opposto, Veltroni si era scontrato con la forza trainante di un Berlusconi in quella fase inarrestabile.

Ma c’è chi ha aggirato il problema. Portare un pastrocchio alla guida del Paese si può. Basta presentarsi divisi alle urne come MoVimento 5 Stelle e Lega hanno fatto, allearsi dopo il voto, e cercare di mettere insieme tutto, “ma anche” le cose che insieme si annullano.

Il governo Conte è quello che vuole inserire il reddito di cittadinanza, una misura assistenzialista che sulla carta dovrebbe aiutare per qualche tempo i disoccupati, e dunque i più poveri. “Ma anche” quello che promette di varare la flat tax, la “tassa piatta” che fa un favore ai ricchi.  E che c’è di male? Potrebbe protestare qualcuno: se ci sono i soldi per aiutare tutti, perché no? Appunto, se…

Ma il “maanchismo” al potere non si limita alle misure economiche, gli idealisti del “ma anche”, i convinti del “impossible is nothing”, non sono al governo da neanche una settimana che già hanno creato i primi cortocircuiti internazionali con i nostri alleati storici. L’annuncio di una “revisione del sistema delle sanzioni” nei confronti della Russia nel discorso sulla fiducia al Senato di Conte – una mossa non concordata con gli altri partner della Nato – ci è già costata una bella tirata d’orecchie dagli americani e dagli altri alleati atlantici. Perché non è possibile, in questa fase, stare con gli Usa “ma anche” con Putin. Le scelte di campo, soprattutto in politica estera, sono necessarie.

Aprire a più possibilità, tentare di presentarsi come un esecutivo dialogante su tutto e con tutti, presenta un rischio concreto: quello di diventare il governo del cambiamento, “ma anche” delle contraddizioni.