L’errore tattico di Conte: Renzi non è Salvini

La tentazione di equiparare sulla base del nome di battesimo i due Matteo della politica italiana da tempo stuzzica la cerchia più ristretta del premier Conte.

L’ultima prova si è avuta oggi, quando Repubblica ha riportato un virgolettato di Rocco Casalino – ovviamente smentito, sarebbe altrimenti già caduto il governo – nel quale di Renzi si diceva: “Se andiamo in Senato lo asfaltiamo, come è successo con Salvini“.

Portavoce del premier a parte, ciò che Conte pensa di Renzi si è intuito del resto soltanto poche ore fa. La presunzione di superiorità del presidente del Consiglio nei confronti del leader di Italia Viva è stata infatti messa nero su bianco sabato sera, quando Conte ha ammesso su Facebook di essere stato più volte consigliato nel “portare pazienza” dinanzi alle bizze del suo azionista di maggioranza più irrequieto. Così comunicando l’idea di un capo che deve mordere il freno, sempre più infastidito, da quell’impiccio che il senatore fiorentino rappresenta ai suoi occhi.

Ora, l’idea, tradita già nella conferenza di fine anno, in cui Conte espose la volontà di “parlamentarizzare” un’eventuale crisi, è appunto quella di trattare questo Matteo (Renzi), come l’altro Matteo (Salvini).

Conte si è fatto infatti convinto della bontà dello “schema D’Alema“: “Non si manda via l’uomo più popolare del Paese per fare un favore a quello più impopolare“. Da qui la tentazione di rendere il Senato nuovamente arena di un duello come quello che lo vide distruggere il Salvini reduce dal Papeete, illusosi nell’estate 2019 di togliere di mezzo l’avvocato e prendersi la sua poltrona a Palazzo Chigi. Salvo essere clamorosamente sconfitto nei suoi intenti.

Qui però sorge un problema: non basta un nome ad accomunare due figure. Renzi, insomma, non è Salvini, per quanto Conte vorrebbe che fosse.

Non serve dunque un master per dire che anche un eventuale showdown in Senato avrebbe esito diverso da quello forzato da Salvini un anno e mezzo fa. In primis perché Renzi, che conosce la storia del concittadino Machiavelli, è politico più accorto dell’omonimo leghista. Se accetterà la conta è perché certo di poterla spuntare.

In secondo luogo per attitudine politica: sebbene infatti il gradimento del premier sia oggi molto più forte nel Paese del suo, Renzi non resterebbe placido mentre Conte, magari mettendogli una mano sulla spalla, si erge a statista in difesa delle istituzioni. E non solo per via del necessario distanziamento.

A subire l’accusa di essere populista sarebbe insomma – con ottimi motivi – Conte stesso, per giunta chiamato con ogni probabilità a difendere i suoi trascorsi. Non solo gialloverdi e giallorossi. Ma pure trumpiani, dopo l’assalto a Capitol Hill cui si è aggiunto l’imbarazzo per la mancata condanna riservata a colui che lo ribattezzò “Giuseppi” e del quale oggi Conte mostra con orgoglio l’autografo agli amici.

Chi conosce Renzi sa bene che un confronto nell’aula parlamentare è quanto di più esaltante possa esserci per il leader di Italia Viva, amante da sempre dei dibattiti all’americana, non a caso in questi giorni dettosi più volte disponibile ad accettare il guanto di sfida lanciato dal premier .

Pur privi del pallottoliere, sebbene costretti in un’epoca dalle poche certezze, le frequenze di “radio Parlamento” ci dicono che chi ha bluffato fino ad oggi è Conte. Se deciderà di risolvere comunque la partita in Aula sarà perché convinto di non poter contare su Renzi per un terzo incarico, al di là delle assicurazioni di quest’ultimo. Difficile pensare che possa trovare una maggioranza politica alternativa: a maggior ragione considerando che dal Colle è pervenuto chiaro il messaggio che Mattarella non accetterà soluzioni raffazzonate.

Se è vero insomma che esiste quella che qualcuno ha ribattezzato “maledizione di Palazzo Chigi”, sostenendo che dopo qualche tempo trascorso nel palazzo governativo si perde il senso della realtà e della misura, lo scopriremo presto. Probabilmente se e quando Conte penserà davvero di poter infliggere a Renzi lo stesso trattamento riservato all’altro Matteo.


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Appunti di tattica politica: come Conte usa la comunicazione contro Renzi

Lo sviluppo delle ultime ore è il seguente: Conte è uscito allo scoperto.

Il premier ha iniziato a giocare, a muovere le sue pedine nel tentativo di rispondere al disegno di Renzi, per sottrarsi alla sua ragnatela. Non siamo dinanzi ad una partita de “La Regina degli Scacchi”: se dovessimo individuare il giocatore più simile a Beth Harmon non avremmo dubbi nell’indicare Renzi. E’ un player istintivo, legge le mosse dell’avversario in anticipo, ogni tanto commette errori d’impeto. Ma ha un innegabile talento tattico.

Covid-19, quarantene e scacchi: tutti pazzi per la regina Beth Harmon

Conte però ha dalla sua la scacchiera: parte da una situazione di vantaggio: ha più pezzi da muovere, molte più alternative del rivale, è circondato da elementi difensivi che lo mettono al riparo anche da eventuali ingenuità.

Quanto è accaduto il 30 dicembre durante la conferenza stampa di fine anno, quando il premier ha di fatto minacciato la conta in Parlamento: errore grave, non aveva i numeri. Non è un caso che non abbia riproposto fino ad oggi lo stesso schema. Eppure la crisi non è precipitata, perché Conte ha trovato nel Pd il suo paracadute. Per ora.

Conte ha iniziato a giocare, dicevamo. Negli ultimi giorni il premier ha varato una linea comunicativa aggressiva. Guardate l’agenzia Ansa lanciata venerdì sera, quando la riunione di maggioranza era terminata da pochissimi minuti.

Questo lancio d’agenzia, peraltro scritto coi piedi, ha segnato l’inizio di una tattica che mira a far passare Renzi come il cattivo che vuol far cadere il governo per interessi personali. Siamo in una fase in cui i colpi si giocano sopra e sotto la cintura. La conferma è arrivata ieri, sabato sera, una delle fasce orarie preferite dal premier. Non c’è possibilità di fare una conferenza stampa in diretta nazionale per illustrare un Dpcm? Bene, arriva il post su Facebook con tanto di presidente in posa pensosa nel suo studio a Palazzo Chigi, eccolo:

L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta, telefono e primo piano

Cosa pensa, cosa dice Conte? I passaggi politicamente più significativi sono due. Il primo è quello in il premier gonfia il petto, lascia intendere di essere di un altro livello rispetto alle beghe di queste ore, si erge – o almeno prova a farlo – sulla politica per dominarla. Leggete cosa scrive:

In questi giorni sto ricevendo molti inviti, anche autorevoli, ad essere “paziente”. Ma io non sono affatto paziente. Al contrario. Sono impaziente.

E’ come se Conte stesse bacchettando Renzi, come se lo trattasse alla stregua di un bambino discolo che fa i capricci e che sfida la sua calma, destinata ad estinguersi. Ma leggete la chiosa:

Sin dall’inizio del mio mandato ho preso un impegno con tutti i cittadini: lavorerò sempre per il bene vostro, il bene comune, e non per il mio utile personale. Fino alla fine farò ogni sforzo possibile per assolvere questo delicato incarico con “disciplina e onore”, come richiede la nostra Costituzione.

Conte qui va giù pesante: sottintende una sostanziale differenza fra sé e Renzi, ma in generale fra sé e gli altri politici. Quando dice “lavorerò sempre per il bene vostro” e “non per il mio utile personale“, il premier pare voler ricordare la sua provenienza. E’ come se in questo momento volesse ricordarci che lui politico di mestiere – con tutti i difetti che per l’opinione pubblica questo comporta – non è e non sarà mai. Quello di premier per lui è appunto un “delicato incarico” da svolgere con “disciplina e onore come richiede la nostra Costituzione“. Conte è tornato “avvocato del popolo”.

C’è spazio anche per una vena di vittimismo: “Fino alla fine farò ogni sforzo possibile“. In questo caso Conte sta dicendoci: c’è il rischio che mi pugnalino, che io possa cadere perché c’è chi trama contro di me. Insomma, fa pesare tutto il gradimento costruito nel corso della pandemia per fare pressioni su Renzi, per indicarlo un domani come il congiurato che ha pugnalato il leader che pensava al “popolo”.

Questo è ciò che sta tentando Conte: è una manovra legittima dal suo punto di vista, sta tentando di conservare la sua carica a Palazzo Chigi. Ma Renzi, che stupido non è, stamattina a Repubblica ha chiesto al premier di smetterla di “scrivere post retorici” e iniziare a confrontarsi sui temi. Il leader di Italia Viva ha letto la mossa dell’avversario, com’era facile attendersi.

Nelle prossime ore è molto probabile che questi esercizi narrativi lascino spazio ad un affondo in piena regola. Resta da capire chi farà la prima mossa, ma soprattutto chi per ultimo dirà “scacco“.


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Congiunti ce la faremo

La situazione politica in Italia è grave ma non è seria“. Ennio Flaiano ci manca per la sua capacità di sdrammatizzare.

Una premessa un po’ generica, molto sfumata, per poi convergere dritti al punto. Chi sono i congiunti che dal 4 maggio secondo il governo saranno autorizzati ad incontrarsi? C’è voluto un intervento “chiarificatore” (pensate se non chiarivano!) di Palazzo Chigi per sottolineare che ci si potrà vedere con “parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili“. Adesso è chiaro: la presenza di Rocco Casalino giustifica l’ingresso di tutti gli italiani a pieno diritto in questo Grande Fratello che la nostra vita sta diventando, un Truman Show in cui la prudenza (sacrosanta) pretende di giustificare un’esistenza col contagocce.

Per carità: prima la salute. Ma qualcuno informi Palazzo Chigi che oltre ai decreti e alle conferenze stampa in prima serata esiste poi un’altra cosa: si chiama realtà. Oggi viene detto a milioni di italiani che se vogliono andare a trovare la zia di quarto grado che hanno visto solo in foto, possono farlo. Se invece desiderano incontrare – a debita distanza e con la mascherina – l’amica o l’amico con cui hanno condiviso l’esistenza allora no, il virus potrebbe risentirsi e colpire. Chiedere di indicare uno/due indirizzi alternativi alla propria residenza cui recarsi era troppo? Sì, se non sei registrato non esisti.

Per non parlare delle nuove relazioni, quelle nate tra fine febbraio e inizio marzo, prima del lockdown. Com’è possibile definirle a pieno titolo “stabili“? Anche in questo caso il coronavirus potrebbe insinuarsi nella zona grigia della definizione, approfittare dell’incertezza dei sentimenti e colpire, più cattivo che mai.

Ridiamo per non piangere.

Come diceva Conte? Uniti ce la faremo? Meglio: congiunti ce la faremo.

Ricattare non è politica

Per ora sono solo indizi, soffiate, retroscena. Ma mettere in fila gli elementi, alle volte, può servire ad ottenere un quadro più completo, un’istantanea meno sfocata di ciò che accade dietro le quinte della politica.

Che Giovanni Tria, un ministro della Repubblica, in una conversazione con il giornale più letto d’Italia parli apertamente di “intimidazione”, è un fatto grave. E’ una semplice casualità che presunti scheletri nell’armadio del ministro dell’Economia siano stati tirati fuori nel momento di maggior tensione politica con il MoVimento 5 Stelle? Personalmente penso di no.

La mente non può non tornare alla spy-story più clamorosa di questa legislatura: quella che ha visto coinvolta la parlamentare Giulia Sarti. Giovanni Favia, uno dei primi espulsi del MoVimento 5 Stelle, racconta che all’epoca della sua tumultuosa esperienza pentastellata tutti i grillini legati a lui da un rapporto di amicizia “subivano uno spionaggio stile Stasi“. Il sospetto sollevato da più parti, e forse un giorno confermato dalla Procura, è che la Sarti non sia stata vittima di un classico caso di revenge porn bensì di una guerra interna al MoVimento 5 stelle, che a questo modus operandi improntato sulla macchina del fango sembra avvezzo.

D’altronde basta leggere un articolo di oggi di Tommaso Labate, sempre sul Corriere della Sera, per venire a sapere come a inizio febbraio la pratica del rinnovo di Luigi Federico Signorini alla vicedirezione generale della Banca d’Italia venne bloccata dai 5 Stelle, presentatisi in Consiglio dei ministri muniti di “un dossier” che aveva l’obiettivo di collegare la provenienza toscana del candidato – in maniera del tutto pretestuosa – al mondo renziano. E se lo stesso Giancarlo Giorgetti, uno che raramente parla a caso, è arrivato a dire che i grillini “hanno dei dossier su tutti, anche su di noi…“, forse qualcosa di vero c’è.

La questione da mettere a fuoco, però, è più generica che specifica: non è ammissibile, mai, che dove non arrivano gli argomenti subentrino le pressioni. Non è accettabile che gli scontri politici sfocino in attacchi personali. Non è possibile che dal metodo Boffo si passi al metodo Rocco. Qualcuno dica all’onnipotente Casalino, che la macchina della comunicazione grillina la guida a suo piacimento, che il Grande Fratello è finito da un pezzo, che spiare dal buco della serratura non è consentito, che il tempo degli intrighi e delle nomination è finito. E che no, ricattare non è politica.

Pure su Genova, la colpa è sempre degli altri

 

Sarà che dopo anni ad attaccare “il sistema” poi viene complicato immaginarsi parte del Palazzo. Sarà l’inesperienza, il prezzo da pagare nel passaggio da partito d’opposizione a forza di governo. Saranno queste e mille altre variabili, a determinare i tanti scontri istituzionali verificatisi in poco più di 100 giorni dall’insediamento dell’esecutivo. Ma se è vero il detto per cui tre indizi fanno una prova, qui ce ne sono abbastanza per dichiarare che il governo – e in particolare il MoVimento 5 Stelle – fatica ad assumersi le responsabilità dei propri errori.

Così è stato ad esempio per il decreto Dignità, quando una relazione tecnica della Ragioneria dello Stato ha sancito che il primo atto targato Di Maio avrebbe fatto perdere 8.000 posti di lavoro all’anno. In quel caso si chiamò in causa una misteriosa “manina”, colpevole di aver fatto “apparire” dal nulla quella stima. Come se il problema fosse chi quei numeri li aveva messi, e non la loro esistenza.

Poi è stata la volta del reddito di cittadinanza, con Rocco Casalino versione Padrino pronto a minacciare i tecnici del ministero dell’Economia: “O trovano i soldi oppure li facciamo fuori, questi pezzi di m***a”. E allora viene spontaneo domandarsi se le famose coperture di cui parlava fiero Luigi Di Maio in campagna elettorale non fossero altro che bugie, numeri presi a casaccio, promesse di tagli agli sprechi date in pasto ad un’opinione pubblica desiderosa di credere ad un sogno sempre più vicino a tramutarsi in incubo.

Infine è toccato a Genova fare i conti con lo stile del governo appena insediato. Promesse di soluzioni immediate, annunci di rese dei conti improcrastinabili, parole, parole, parole. E poi a 42 a giorni dal crollo del ponte Morandi non c’è uno straccio di decreto, un testo su cui Mattarella possa apporre la firma. Il motivo lo svela la Ragioneria dello Stato: mancano le coperture. Hanno inserito tante, apprezzabili, misure senza indicare dove troveranno i soldi per realizzarle. Ma ancora una volta viene fuori la natura scaricabarile dell’esecutivo. Stavolta è Palazzo Chigi a dire che da parte loro è stato fatto tutto bene, a lasciar intendere che sono gli altri, i soliti, i tecnici, quelli messi nei ministeri dagli avversari, a ritardare, frenare, ostacolare.

E’ un continuo richiamo alla forza occulta di un “sistema” cattivo, collaudato, inscalfibile. Anche adesso che sono classe dirigente, i 5 Stelle puntano il dito contro altri dirigenti. Dal decreto dignità al reddito di cittadinanza, fino ad arrivare a Genova: se una cosa va male è sempre colpa degli altri. E allora a cos’è servito assegnargli la “responsabilità” di governo?