Il peggio di Salvini

Salvini a Milano Marittima

Noi non ci siamo mai illusi di aver a che fare con uno statista. Non abbiamo mai pensato che Matteo Salvini fosse la guida illuminata che per molti italiani ha meritato persino i gradi di “Capitano”. Ma non siamo mai saliti sul carro degli offensivi, non abbiamo mai solidarizzato con chi gli ha augurato morte, malattia e sofferenze. E mai lo faremo. Così come da subito abbiamo chiarito che il tiro al Salvini junior altro non era che strumentalizzazione, barbarie, ineleganza politica, pochezza umana.

Ma all’ora di pranzo del primo giorno di agosto Matteo Salvini ha messo in mostra il peggio del proprio repertorio. Lo ha fatto concedendosi una rissa verbale durante una conferenza stampa trasformata in un comizio. Lo ha fatto sottraendosi alle domande, giuste, di un giornalista che ha fatto il suo mestiere, di un italiano che al suo ministro dell’Interno ha chiesto chi erano gli uomini che lo avevano minacciato. Lo ha fatto (lui sì) gettando nell’agone il figlio 16enne. Proprio attraverso quel “non parlo di figli e bambini”, ripetuto ostinatamente, ostentatamente, fino allo sfinimento, a mo’ di capriccio e di sfida, Matteo Salvini si è fatto scudo di ciò che ha di più caro, di un ragazzo che con questo mare melmoso chiamato politica non ha nulla a che fare. E lo ha fatto per evitare di rispondere di un suo errore, una sua arroganza, una sua carenza di sensibilità nei confronti delle istituzioni che rappresenta e della Polizia di Stato, messe in imbarazzo da un leader che ignora il significato del proprio ruolo e per questo è incapace di portargli il dovuto rispetto.

Il peggio di Salvini è arrivato da un lido di Milano Marittima, quando Matteo ha ceduto alla tentazione di parlare in modalità “tenuta da spiaggia”, quasi stesse litigando per la partita di tressette, spettegolando del vicino d’ombrellone, ventilando la resa dei conti alla prossima guerra di gavettoni di Ferragosto, alludendo ad una porcata che quasi ci vergogniamo di ripetere:”Vada a riprendere i bambini, lei che è specializzato. Vada, dato che le piace tanto”. Queste parole, rivolte a Valerio Lo Muzio di Repubblica, che subito ha colto l’allusione (“Mi sta dando del pedofilo ministro?”) non sono una caduta di stile, ma l’ennesima conferma dell’assenza di stile del leader della Lega.

Poi nervoso, irato, evidentemente sbroccato, ha risposto via Twitter ad una rom che gli aveva augurato una pallottola in testa: “Zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la ruspa”. Eccolo, il livello dello scontro. Un ministro che si abbassa a rispondere ad una donna che andrebbe semplicemente identificata dalle forze dell’ordine, anziché fatta oggetto di un insulto generalizzato, di una bordata razzista, di una spacconata da bar.

Il tutto condito, da contorno, da un “mi sono rotto le palle” rivolto al governo tedesco per la gestione dell’ennesima crisi dei migranti che altro non è se non la rappresentazione plastica del fallimento delle sue politiche.

Ecco, noi non siamo mai stati fan di Salvini, non abbiamo mai partecipato al Vinci Salvini, non abbiamo mai neanche lontanamente pensato di votare Lega. Ma dopotutto pensavamo fosse meglio, molto meglio di così.

Non è “prima i rom” ma “mai coi fascisti”

La mamma della famiglia rom di Casal Bruciato scortata dagli agenti mentre tiene la figlia in braccio

Una società civile che abbia la pretesa di definirsi tale deve avere il coraggio di affermare il diritto anche quando questo è altamente impopolare. Casal Bruciato è la linea del Piave della nostra dignità. Le immagini di una mamma scortata da decine di poliziotti mentre tiene in braccio la propria figlia, gli agenti che la sottraggono ad un tentativo di linciaggio barbaro e violento, fascista e inaccettabile, sono allo stesso tempo un’onta e una speranza.

Devono farci vergognare, perché sono la prova dell’intolleranza e del degrado, dell’assenza di moderazione e del pregiudizio che ci stanno intorno. Ma allo stesso tempo devono darci coraggio, perché confermano che uno Stato ancora c’è, che in Italia ancora esiste la capacità delle istituzioni, o almeno di una loro parte, di distinguere ciò che è giusto da quel che è sbagliato. Qui non importa che siano bambini rom, importa che siano bambini. E se la legge dice che hanno diritto ad una casa è giusto che abbiano una casa: non si può pensare di dichiararli fuorilegge perché hanno un accento diverso dal nostro, usanze e tradizioni proprie, magari “troppi” figli. Tra parentesi papà Omerovic è bosniaco: la stessa nazionalità di Edin Dzeko, l’attaccante della Roma che fa esultare molti di quelli che oggi protestano. E’ un eterno paradosso.

E’ l’assurdo di chi chiede maggiore sicurezza, pene severe, giustizia certa, non più disordine, non sia mai campi rom e poi protesta quando un alloggio popolare viene assegnato – nel rispetto delle leggi – ad un nucleo familiare di 14 persone. Il principio è lo stesso di chi dice di combattere l’immigrazione e poi col decreto Sicurezza riempie le strade di nuovi “irregolari”. Un controsenso figlio del pregiudizio e dell’ignoranza, del razzismo e dell’intolleranza.

Le periferie romane, ma non solo quelle, hanno pieno diritto di protestare contro un’amministrazione incapace di metterle “al centro” delle proprie politiche. Ma affidarsi a gruppi come CasaPound ha un solo risultato: quello di passare immediatamente dalla parte del torto.

Salvini dice prima gli italiani. Di Maio avrebbe detto prima i romani. Noi diciamo un’altra cosa: mai i fascisti. Così non ci sbagliamo.

“Io so’ Torre Maura”

Felpa Adidas nera, rigorosamente. Cappuccio tirato su, d’ordinanza. Movenze da rapper. Eh vabbé, sono i tempi. Simone ha 15 anni. Ed è un ragazzo della sua generazione. Libero da condizionamenti, forte di quel senso di giustizia che anima solo chi è (e resta) puro dentro, ha il coraggio di guardare negli occhi i leader di Casapound, la formazione neofascista che ha tentato di lucrare sul malcontento di Torre Maura dopo il trasferimento di alcune famiglie rom in una struttura del posto.

Simone è giovane, forse inesperto, ma è lucido, più di chi gli sta di fronte. Non si lascia imbrigliare dalla narrazione populista dominante, quella che parla sempre e comunque di “invasione”, che si tratti di rom o di africani. Lo ribadisce alla sua maniera, con la cadenza di cui va fiero, perché “Tore Maura è il quartiere mio“. E combatte contro la narrazione che caratterizza tanto Casapound quanto la Lega di Salvini, quella per cui se un reato lo commette uno straniero è un problema, se invece è un italiano allora no, perché qualcosa si dovrà pur fare per campare…

E nella logica disarmante dei suoi 15 anni Simone individua il problema: “A me 70 persone nun me cambiano ‘a vita“. Dillo a Salvini, Simone, che si impunta su 49 migranti..

Simone invece conosce i numeri, le proporzioni. Sa che Torre Maura fa parte del Sesto Municipio di Roma: sono 270mila persone. Ma la sua è una battaglia che va oltre la borgata: è l’affermazione di un principio di giustizia, “nessuno deve essere lasciato dietro“. Perché “‘sta cosa che bisogna andare sempre contro una minoranza a me non me sta bene che nno!“. Con quella parlata musicale, con quell’accento che lo fà romano tra i romani, Simone non cade nel tranello di chi gli chiede: “Ti sembrano una minoranza i rom?“. Risposta: “E’ una minoranza che sì, siamo 60 milioni“.

Il capolavoro però arriva sul finire, quando Simone si è ormai tolto il cappuccio e rimboccato le maniche, accaloratosi nel tentativo di fronteggiare i grandi e i prepotenti. Ce n’è uno che prova ad intimidirlo, gli si avvicina agitando il dito all’altezza del suo viso, gli impone di farlo parlare, gli dà un buffetto sulla guancia, prova ad indottrinarlo dall’alto della sua età con la solita solfa del “si stava meglio quando si stava peggio”, perché Torre Maura prima “nunn’era così“.

E Simone spiazza, disarma, stupisce, inorgoglisce: “E che è corpa d’i rom?“.

Ecco, bravo Simone. Perché le colpe del degrado delle periferie sono di tutti. Perché tutti in questi anni hanno governato.

E non è un caso che il ragazzo risponda a chi lo accusa di essere di parte con un’indignazione degna di un futuro grande uomo: “Io non c’ho nessuna fazione politica, io so’ Torre Maura“. E’ questa la sua bandiera. E’ libero, e libero deve restare. Lontano da strumentalizzazioni di ogni tipo, da corse ad accaparrarsene l’immagine e l’appoggio. Ha 15 anni, ha fatto chiarezza, seminato buon senso. Il futuro è suo. Speriamo arrivi presto.

5 domande per Matteo Salvini

salvini porta a porta

 

Matteo Salvini viene descritto in questi giorni come un animale politico infallibile, l’uomo del destino, il salvatore della patria che l’Italia aspettava da chissà quanto tempo. Io non lo credo. Ma se solo rispondesse a queste domande, forse potrei pure iniziare a farmi un’idea diversa. Ci provo? Dai, gliele faccio.

Caro ministro, il meccanismo di ricollocamento dei migranti che tanto ossigeno garantirebbe all’Italia va troppo a rilento. Ha ragione. Mi sfugge però un passaggio. L’Austria ha accettato di prendersi in tutto 44 ( per sicurezza mi ripeto, quarantaquattro) richiedenti asilo sbarcati sulle nostre coste. La Polonia zero. La Repubblica Ceca zero. La Slovacchia zero. L’Ungheria zero.

Domanda numero 1:  Perché lei fa l’amicone con l’Austria di Kurz, l’Ungheria di Orban, insomma con Visegrad, se proprio loro non ci aiutano?

Caro ministro, da quando ha messo piede al Viminale ha impostato una lotta sfrenata al fenomeno migratorio. Si dirà: è per questo che è stato votato. Giusto. Lei però è a conoscenza del fatto che dal 2017 al 2018 il numero degli sbarchi è sceso del 77,44%.

Domanda numero 2: Perché soffia sulle paure degli italiani descrivendo un’emergenza che non esiste? Non crede che ci guadagnerebbe pure lei facendo meno demagogia e dedicandosi ad una “gestione” del fenomeno senza strepiti? 

Caro ministro, le sue parole sulla necessità di compiere un censimento sui rom sono state oggetto di critiche. Schedare una parte di popolazione in base alla propria etnia capirà che è quanto di meno costituzionalmente corretto ci si possa attendere da un ministro della Repubblica. Voglio però venirle incontro.

Domanda numero 3: Le hanno detto che un rapporto – che è diverso dal censimento – sulla presenza della popolazione rom in Italia è stato già stilato dall’ISTAT nel 2017? Se vuole può consultarlo, le lascio il link.

Caro ministro, nelle ultime ore ha messo in dubbio l’opportunità che a Roberto Saviano spetti la scorta. Sicuramente ha fatto una battuta. Come ha avuto modo di ricordare lei stesso durante una diretta Facebook, Saviano è l’ultimo dei suoi problemi in questo momento.

Domanda numero 4: Non crede sarebbe meglio passare il tempo – come ha detto di voler fare – a combattere mafia, camorra e ‘ndrangheta, anziché mettere in dubbio la funzione di chi la criminalità organizzata la combatte? Lei dice che preferisce i fatti alle parole: ma Saviano è un giornalista, uno scrittore, cosa deve fare? Presentarsi a Casal di Principe pistola in pugno?

Caro ministro, io ho finito. Ho solo un ultimo quesito.

Domanda numero 5: Mi risponde?

Quindi a cosa è servito votare MoVimento 5 Stelle?

di maio pensieroso

 

Non che ci si potesse attendere un dominio grillino al governo. Già il fatto di dover contare sulla Lega per ottenere la maggioranza riequilibrava a favore del Carroccio i rapporti di forza. Perché il M5s avrà pure preso più voti, ma senza quelli di Salvini l’esecutivo non si formava.

Ma da qui alla trasformazione del governo Conte nel governo Salvini il passo è stato breve, pure troppo. Se ne accorgono ogni giorno gli attivisti e i cittadini che i 5 Stelle li hanno votati per cambiare l’Italia. A modo loro, però. Non secondo gli schemi del ministro dell’Interno, che in due settimane ha già monopolizzato la scena e compiuto pure il sorpasso nei sondaggi rispetto all’alleato. Definizione, quest’ultima, che all’interno del M5s qualcuno inizia a mettere in dubbio. Perché è certo che Salvini non stia tirando la corda al fine di spezzarla?

Per il momento le parole d’ordine sono migranti e rom. Dopo l’estate toccherà probabilmente alla legittima difesa. Poi con le Europee sullo sfondo a Salvini basterà ricordare agli italiani quanto Merkel e Macron siano brutti e cattivi per capitalizzare nelle urne un anno di nulla o quasi al governo.

Ma dell’ascesa incontrastata di Salvini il primo responsabile è proprio il MoVimento 5 Stelle. Perché se i messaggi del leghista fanno breccia e quelli grillini si traducono al massimo in proposte da articolare, studiare, ragionare, allora delle due l’una: o Di Maio ha promesso in campagna elettorale proposte impossibili da realizzare oppure ha sprecato il 32% di voti scegliendo per sé e i suoi i ministeri sbagliati.

La stessa indicazione del compassato Conte alla presidenza del Consiglio appare oggi come una concessione di troppo all’incendiario Salvini, che a fagocitare l’auto-proclamatosi “avvocato del popolo italiano” ha impiegato il tempo di un “amen”.

Il rischio è che adesso Di Maio cerchi di alzare a sua volta il tiro per stare al passo dell’enfasi leghista. Che tenti magari di trovare a sua volta nemici nuovi, che dia inizio ad una caccia alle streghe, come quella annunciata sui finanziamenti ai partiti (retroattiva) e sui raccomandati della P.A., che avrà soltanto il merito di esasperare ulteriormente i toni, di tirare fuori il carattere manettaro di una parte grillina, dando vita ad un governo di estrema sinistra-destra degno di un film horror.

Ma se delle proposte simbolo grilline nemmeno più si parla, se il reddito di cittadinanza è lontano, se la presenza pentastellata è divenuta pura rappresentanza, votare M5s a cosa è servito? A portare Salvini al governo?

La condanna di Salvini: più è forte lui, meno lo è l’Italia

di maio salvini

 

Sarà che le parole del ministro Tria hanno di fatto stracciato il programma economico del governo del cambiamento. O forse che Giuseppe Conte è così debole che i leader d’Europa il giorno dopo averlo incontrato fanno come se nulla fosse, “tanto quello non comanda niente”.

Sarà pure che Di Maio si sta rendendo conto che ambizione e buona volontà non sempre bastano, e che Salvini è stato ben più furbo di lui quando ha deciso di prendersi il Viminale e di lasciargli la patata bollente del ministero del Lavoro, al quale un Luigi un po’ presuntuoso ha aggiunto pure lo Sviluppo Economico.

Saranno tutte queste cose insieme, ma è un dato di fatto – ormai – che la forza di Salvini in Italia sia direttamente proporzionale alla debolezza dell’Italia in Europa.

Perché per quanto il leader del Carroccio scelga un nemico da combattere al giorno, per quanto i cattivi da asfaltare con la ruspa siano ancora tanti sul taccuino del leghista, è chiaro che ogni volta che si passa ai fatti, ogni volta che si lascia da parte la propaganda per passare all’azione, allora l’assenza di una strategia che non sia elettorale emerge in tutta la sua forza.

Così Salvini non spende una parola per commentare l’intesa Merkel-Macron sul respingimento alla frontiera dei migranti già registrati nei Paesi di primo approdo, che condanna l’Italia a fare i conti con la posizione geografica che il buon Dio le ha assegnato.

E sembra pure lontanissimo il ricordo dell’intesa ostentata con il ministro dell’Interno Seehofer, “l’asse dei volenterosi” spaccatasi nel momento stesso in cui la volontà del tedesco è stata assecondata da un altro: Macron.

Dunque è chiaro che Salvini, consapevole che di flat tax non si parlerà per mesi, che sui migranti dovrà ingoiare diversi bocconi amari, decida di spararla ogni giorno più grossa, come sui rom.

Più si fa rumore e meno si sentono i sussurri di chi ripete che le promesse fatte sono destinate a restare tali. E il paradosso è che se non troveremo aiuto in Europa, nell’unica casa che forse potrebbe aiutarci, è perché a renderci più deboli sarà il nuovo “uomo forte” d’Italia. Questa è la condanna di Salvini.