Il Salva-Roma diventato Salva-Poltrone

In fondo, il sospetto che tutto questo teatrino sia il risultato di un copione messo a punto nei momenti di vuoto tra un selfie e l’altro, ogni tanto sorge. Perché alla fine pensandoci su, tutte queste liti, questi affondi, queste idee opposte su tutto lo scibile umano, il potere di polarizzare il dibattito ce l’hanno davvero.

Il martedì sera, seduto sul divano, ti ritrovi ad immedesimarti nei Due, a pensare che “beh, stavolta Di Maio ha ragione“, ma l’attimo dopo pensi che “comunque Salvini non ha tutti i torti“. Non puoi non schierarti, in una dinamica simile. Non puoi evitare di scegliere tra Lega e 5 Stelle, in uno schema del genere. Come se governo e opposizione convivessero nello stesso esecutivo, ogni volta in posizioni invertite, pronte a scambiarsi all’occasione; come se alla fine il mondo politico italiano fosse diviso equamente in due parti, quello in cui è sovrano Salvini e quello in cui fa il capetto Di Maio.

Fortunatamente le cose non stanno così. C’è un mondo oltre questo mondo. E i Due non sono così scaltri come appaiono, non si danno torto per dividersi la torta. Lo fanno perché la politica resta il ring dell’umano. Il loro rapporto si è consumato, infine si è rovinato. Giggino si è fidato di Matteo: quando ha capito che quello non era un fratello maggiore ma solo un marpione si è risentito, ha deciso di imitarne i gesti, le uscite, gli attacchi. Salvini a quel punto si è offeso, per qualche tempo è rimasto spiazzato, subito dopo è tornato a fare ciò che gli riesce meglio: dispetti.

Così il Salva-Roma non è il punto. Ciò che è stato approvato in Cdm alla fine è un Salva-poltrone.

Perché a Salvini è bastato poco per scoprire il bluff di Di Maio: inizialmente negatosi, come l’amante risentito che per avere più attenzioni prova a sottrarsi, ma poi pronto a tornare in scena, di corsa, in fretta e furia, una volta compreso che la corda è bene tirarla, ma non troppo, non sia mai si spezzi.

Perché alla fine il punto quello è e quello resta: per quanto ormai non si parlino più, per quanto abbiano abbandonato l’ambizione di agire come un governo, alla fine nessuno ha il coraggio di rompere, di uscire da Palazzo Chigi e annunciare che “signori, è stato bello finché è durato ma adesso ognuno per la sua strada“. L’orizzonte non è una visione per l’Italia, sono i voti alle prossime Europee. L’obiettivo non sono le condizioni degli elettori, ma le loro preferenze nelle urne. Il saluto di rito non è “ci vediamo domani” ma “al prossimo litigio“.

“Io so’ Torre Maura”

Felpa Adidas nera, rigorosamente. Cappuccio tirato su, d’ordinanza. Movenze da rapper. Eh vabbé, sono i tempi. Simone ha 15 anni. Ed è un ragazzo della sua generazione. Libero da condizionamenti, forte di quel senso di giustizia che anima solo chi è (e resta) puro dentro, ha il coraggio di guardare negli occhi i leader di Casapound, la formazione neofascista che ha tentato di lucrare sul malcontento di Torre Maura dopo il trasferimento di alcune famiglie rom in una struttura del posto.

Simone è giovane, forse inesperto, ma è lucido, più di chi gli sta di fronte. Non si lascia imbrigliare dalla narrazione populista dominante, quella che parla sempre e comunque di “invasione”, che si tratti di rom o di africani. Lo ribadisce alla sua maniera, con la cadenza di cui va fiero, perché “Tore Maura è il quartiere mio“. E combatte contro la narrazione che caratterizza tanto Casapound quanto la Lega di Salvini, quella per cui se un reato lo commette uno straniero è un problema, se invece è un italiano allora no, perché qualcosa si dovrà pur fare per campare…

E nella logica disarmante dei suoi 15 anni Simone individua il problema: “A me 70 persone nun me cambiano ‘a vita“. Dillo a Salvini, Simone, che si impunta su 49 migranti..

Simone invece conosce i numeri, le proporzioni. Sa che Torre Maura fa parte del Sesto Municipio di Roma: sono 270mila persone. Ma la sua è una battaglia che va oltre la borgata: è l’affermazione di un principio di giustizia, “nessuno deve essere lasciato dietro“. Perché “‘sta cosa che bisogna andare sempre contro una minoranza a me non me sta bene che nno!“. Con quella parlata musicale, con quell’accento che lo fà romano tra i romani, Simone non cade nel tranello di chi gli chiede: “Ti sembrano una minoranza i rom?“. Risposta: “E’ una minoranza che sì, siamo 60 milioni“.

Il capolavoro però arriva sul finire, quando Simone si è ormai tolto il cappuccio e rimboccato le maniche, accaloratosi nel tentativo di fronteggiare i grandi e i prepotenti. Ce n’è uno che prova ad intimidirlo, gli si avvicina agitando il dito all’altezza del suo viso, gli impone di farlo parlare, gli dà un buffetto sulla guancia, prova ad indottrinarlo dall’alto della sua età con la solita solfa del “si stava meglio quando si stava peggio”, perché Torre Maura prima “nunn’era così“.

E Simone spiazza, disarma, stupisce, inorgoglisce: “E che è corpa d’i rom?“.

Ecco, bravo Simone. Perché le colpe del degrado delle periferie sono di tutti. Perché tutti in questi anni hanno governato.

E non è un caso che il ragazzo risponda a chi lo accusa di essere di parte con un’indignazione degna di un futuro grande uomo: “Io non c’ho nessuna fazione politica, io so’ Torre Maura“. E’ questa la sua bandiera. E’ libero, e libero deve restare. Lontano da strumentalizzazioni di ogni tipo, da corse ad accaparrarsene l’immagine e l’appoggio. Ha 15 anni, ha fatto chiarezza, seminato buon senso. Il futuro è suo. Speriamo arrivi presto.

Parola agli iscritti

L’arresto di Marcello De Vito, presidente dell’assemblea capitolina, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti per il nuovo stadio della Roma non ha portato alle dimissioni di Virginia Raggi. Non che rappresenti una novità: i vari scandali e tutti i terremoti politici che in questi anni hanno colpito la sua amministrazione sono sempre stati archiviati in nome di un “poltronismo” spudorato.

Luigi Di Maio ha trattato la vicenda De Vito con prontezza, per una volta, decidendone l’immediata espulsione. Era la sola mossa sensata che potesse compiere. La notizia è che l’ha compiuta. La riflessione successiva è che non basta. Roma da potenziale fiore all’occhiello del MoVimento 5 Stelle si è rivelato il grattacapo quotidiano dei grillini. Non c’è giorno che non arrivino notizie inquietanti su un’amministrazione che dal giorno dell’insediamento chiede tempo, senza rendersi conto che tra un po’ il suo mandato scadrà e le condizioni della Capitale saranno addirittura peggiori di quando ne ha preso le redini.

Ecco allora una provocazione per Luigi Di Maio. Tra rimpasti, inchieste, scandali, l’amministrazione Raggi ha certamente un’immagine diversa da quella uscita dalle urne. Se la sindaca non vuole dimettersi, rimettendo il suo mandato nelle mani degli elettori, allora sia Di Maio ad assumere un’iniziativa. Non si chiede che la sfiduci pubblicamente, sarebbe chiedere uno sforzo di onestà intellettuale evidentemente eccessivo, si domanda però una votazione in stile Diciotti su Rousseau (pensate un po’ di cosa ci accontentiamo) e senza condizionamenti.

Il quesito da sottoporre agli iscritti del MoVimento 5 Stelle dovrebbe suonare più o meno così: “Alla luce degli ultimi accadimenti nella Capitale pensate che Virginia Raggi debba dimettersi da sindaca di Roma?”. Se la votazione non servirà a liberare la Città Eterna da un problema epocale, avrà almeno il merito di misurare il livello di integralismo e masochismo degli iscritti pentastellati.

Piazza del Populista

 

Il controsenso più clamoroso della manifestazione della Lega sta nella scelta della data. Perché se l’8 dicembre si celebra l’Immacolata Concezione, è vero anche che di “immacolato” non c’è proprio nulla nella “concezione” politica dell’Italia di Matteo Salvini. Basta un dettaglio, uno solo, per rappresentare l’ambiguità e l’opportunismo del leader del momento. Colui che indossava le magliette “Padania is not Italy”, lo stesso che orgogliosamente rivendicava di non tifare per la Nazionale azzurra, quello che – da ministro – alla Festa della Repubblica non ha cantato l’inno di Mameli, sfoggia oggi a Roma il tanto vituperato tricolore. Cosa non si fa per conquistare voti?

Certo, a Matteo Salvini poco importa degli appunti mossi dai suoi oppositori. Finché il vento gonfierà le vele del consenso, la nave leghista non si incaglierà negli scogli della sua incoerenza.

Eppure la gente, quella vera, quella partita ieri notte coi pullman, quella arrivata stamattina presto coi treni, quella in buona fede e senza i paraocchi, prima o poi chiederà al proprio capo il conto delle sue promesse.

Vorrà sapere come mai il decreto Salvini invece di produrre sicurezza ha creato illegalità. Chiederà perché i soldi del reddito di cittadinanza e di quota 100 non sono stati spesi meglio. E si porrà il quesito dei quesiti. Domanderà se per caso, l’8 dicembre dell’anno 2018, non si sia trovata per sbaglio, per un terribile sbaglio, anziché in Piazza del Popolo nella Piazza del Populista.

Noi non ci saremo

 

Noi non ci saremo l’8 dicembre in Piazza del Popolo a Roma. E quel “noi”,  per quanto scritto da “uno”, ha la pretesa di rappresentare il sentimento di milioni di italiani verso una manifestazione che si propone di celebrare la deriva della politica nostrana. Viva la democrazia, sempre. Ma se Matteo Salvini si è conquistato il diritto di incarnare le speranze di tante persone, questo non vuol dire che presteremo il fianco a ciò che riteniamo il male del Paese.

Noi, quelli che non hanno mai preso una tessera di partito, quelli che alle elezioni votano secondo coscienza e non per ideologia; noi, che non prendiamo un euro se al governo ci va Berlusconi o Di Maio, Renzi o Salvini, noi che non abbiamo alcun interesse se non quello per l’Italia, non ci saremo.

Noi che crediamo ad un’Italia che va avanti, che non torna indietro sulle grandi opere, che non (s)vende il futuro delle prossime generazioni in cambio di qualche voto in più alle Europee, non ci saremo.

Noi, che non ci sentiamo né razzisti né fessi, noi che riteniamo l’Europa casa nostra e per questo vogliamo cambiarla, non lasciarla; noi che siamo stanchi di parole al vento e di promesse in fumo, non ci saremo.

La leggenda vuole che Piazza del Popolo tragga il suo nome dal latino “populus”, pioppo, dal boschetto che Nerone vi fece piantare.

Ecco, noi non ci saremo a celebrare un nuovo Nerone.

Noi che non vogliamo un altro Grande Incendio del Paese.

Noi che amiamo Piazza del Popolo. Non la Piazza dei Populisti.

No, noi no, non ci saremo.