Piazza del Populista

 

Il controsenso più clamoroso della manifestazione della Lega sta nella scelta della data. Perché se l’8 dicembre si celebra l’Immacolata Concezione, è vero anche che di “immacolato” non c’è proprio nulla nella “concezione” politica dell’Italia di Matteo Salvini. Basta un dettaglio, uno solo, per rappresentare l’ambiguità e l’opportunismo del leader del momento. Colui che indossava le magliette “Padania is not Italy”, lo stesso che orgogliosamente rivendicava di non tifare per la Nazionale azzurra, quello che – da ministro – alla Festa della Repubblica non ha cantato l’inno di Mameli, sfoggia oggi a Roma il tanto vituperato tricolore. Cosa non si fa per conquistare voti?

Certo, a Matteo Salvini poco importa degli appunti mossi dai suoi oppositori. Finché il vento gonfierà le vele del consenso, la nave leghista non si incaglierà negli scogli della sua incoerenza.

Eppure la gente, quella vera, quella partita ieri notte coi pullman, quella arrivata stamattina presto coi treni, quella in buona fede e senza i paraocchi, prima o poi chiederà al proprio capo il conto delle sue promesse.

Vorrà sapere come mai il decreto Salvini invece di produrre sicurezza ha creato illegalità. Chiederà perché i soldi del reddito di cittadinanza e di quota 100 non sono stati spesi meglio. E si porrà il quesito dei quesiti. Domanderà se per caso, l’8 dicembre dell’anno 2018, non si sia trovata per sbaglio, per un terribile sbaglio, anziché in Piazza del Popolo nella Piazza del Populista.

Noi non ci saremo

 

Noi non ci saremo l’8 dicembre in Piazza del Popolo a Roma. E quel “noi”,  per quanto scritto da “uno”, ha la pretesa di rappresentare il sentimento di milioni di italiani verso una manifestazione che si propone di celebrare la deriva della politica nostrana. Viva la democrazia, sempre. Ma se Matteo Salvini si è conquistato il diritto di incarnare le speranze di tante persone, questo non vuol dire che presteremo il fianco a ciò che riteniamo il male del Paese.

Noi, quelli che non hanno mai preso una tessera di partito, quelli che alle elezioni votano secondo coscienza e non per ideologia; noi, che non prendiamo un euro se al governo ci va Berlusconi o Di Maio, Renzi o Salvini, noi che non abbiamo alcun interesse se non quello per l’Italia, non ci saremo.

Noi che crediamo ad un’Italia che va avanti, che non torna indietro sulle grandi opere, che non (s)vende il futuro delle prossime generazioni in cambio di qualche voto in più alle Europee, non ci saremo.

Noi, che non ci sentiamo né razzisti né fessi, noi che riteniamo l’Europa casa nostra e per questo vogliamo cambiarla, non lasciarla; noi che siamo stanchi di parole al vento e di promesse in fumo, non ci saremo.

La leggenda vuole che Piazza del Popolo tragga il suo nome dal latino “populus”, pioppo, dal boschetto che Nerone vi fece piantare.

Ecco, noi non ci saremo a celebrare un nuovo Nerone.

Noi che non vogliamo un altro Grande Incendio del Paese.

Noi che amiamo Piazza del Popolo. Non la Piazza dei Populisti.

No, noi no, non ci saremo.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista

di battista

 

La facilità con cui dal suo buen retiro in Guatemala definisce i giornalisti che hanno riportato i fatti dell’inchiesta su Virginia Raggi “pennivendoli” e “puttane” dà la cifra dello spessore umano e culturale di Alessandro Di Battista. Questo statista mancato, che ha preferito scappare in Centro-America quando il 4 marzo sembrava il preludio di un pareggio e non dell’andata al governo del MoVimento 5 Stelle, prova ora a recuperare la centralità perduta, come una rockstar che annuncia ogni volta il suo ritorno sul palco, pur consapevole di aver perso la voce.

“Torno a Natale”. “Voglio dare una mano”. Di Battista freme. E noi, che ne faremmo tutti volentieri a meno del suo “aiuto”, ci riscopriamo addirittura a considerare un lusso l’esperienza di governo del Salvimaio. Consapevoli che non c’è limite al peggio, osserviamo timorosi le evoluzioni di un governo che rischia di implodere un giorno sì e l’altro pure. E lui pronto, come un avvoltoio, lui sì, a sorvolare la zona, non sia mai che ci sia una carcassa da divorare, una crisi di governo della quale approfittare.

La sua violenza verbale è il sintomo di un cancro che ha colpito il Paese: è il virus dell’odio, il batterio per il quale dobbiamo trovare in fretta l’antibiotico giusto. Perché prolifera nella rabbia e nell’ignoranza, perché devasta tutto ciò che trova, perché danneggia il nostro organismo e ci rende fragili.

Dedicato a chi, come me, non avrebbe mai pensato di dirlo.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista.

5 domande per Luigi Di Maio

di maio m5s

 

A meno di 24 ore dalle 5 domande a Matteo Salvini non ho ancora perso le speranze di ricevere risposta dal ministro dell’Interno. Però nel rischio mi porto avanti. E allora qualche domanda provo a farla a Luigi Di Maio. Chissà, magari è la volta buona che ci capiamo tutti qualcosa di più.

Caro ministro, da quando questo governo ha preso vita del M5s non c’è più traccia. Sparite le istanze grilline, defunta la partecipazione degli attivisti, seppellito lo strumento dell’uno vale uno. Questo è lo scotto del governo, si dirà. Ci sto. Ma un conto è prendere confidenza con le stanze del potere, un altro è lasciare fuori dalla porta sé stessi.

Domanda numero 1: Non crede che sia passato troppo poco tempo per consegnarsi alla Lega? Non pensa che diventare una costola di Salvini sia un tradimento ai milioni di elettori che a Lei hanno consegnato il 32% perché realizzasse il programma M5s?

Caro ministro, la anticipo. Lei potrebbe essere tentato dal rispondermi che questa legge elettorale studiata a tavolino per non far vincere il M5s vi ha costretti a trattare con la Lega. E dopotutto – potrebbe arrivare a dirmi – avete raggiunto un buon compromesso con Salvini. Eccetera, eccetera. Voglio dirle, però, che la gente comune non ha la sua stessa percezione. La Lega ha preso quasi la metà dei suoi voti. Eppure è apparso chiaro fin dall’inizio che questo è il “governo Salvini”.

Domanda numero 2: Secondo Lei non è stato un errore indicare come Presidente del Consiglio una figura priva di qualsivoglia carisma come Giuseppe Conte? Se è chiaro che Lei non poteva imporre la sua figura perché troppo politica, non pensa che comunque fosse più adatta una personalità capace di spiccare su un Salvini strabordante? Non è che ha avuto paura di esserne oscurato e ora ne paga il prezzo venendo fagocitato ogni giorno di più da Matteo?

Caro ministro, perdoni la mia insistenza, ma in gioco c’è la sopravvivenza stessa del M5s. Io al suo posto sarei preoccupato. Sono bastati neanche 20 giorni per svuotare di significato il MoVimento. Voi siete quelli del reddito di cittadinanza e basta. Tutto il resto, se ancora c’è, è passato in secondo piano. Siete senza forma.

Domanda numero 3: Non pensa che il tempo in cui il M5s non è né di sinistra né di destra debba finire? Lei ha sempre detto che le ideologie sono cose superate, appartengono al passato. Ma ammetterà che dentro la mente di ogni cittadino sono sempre presenti. Non fosse altro perché qualsiasi problema politico può essere affrontato con un approccio di destra o di sinistra. E poi Lei sta al governo con Salvini, che oggi è il leader della destra italiana. Insomma: il M5s ha scelto la destra?

Caro ministro, sarò breve, che non le voglio far perdere altro tempo. Ha tante cose da fare, due ministeri da governare non sono roba da poco. E magari tra un po’ di tempo le farò altre domande proprio su quei temi. Restando alla politica, però, ammetterà che a Roma c’è un problema. Le buche sul percorso di Virginia Raggi, a furia di allargarsi, stanno diventando una voragine che rischia di risucchiare tutto il MoVimento.

Domanda numero 4: Non crede che la sindaca di Roma abbia delle responsabilità politiche per il caos che puntualmente sferza la Capitale? Al netto di ciò che ha ereditato in Campidoglio – che non può essere un alibi eterno, altrimenti i romani che l’hanno votata a fare? – non pensa che Virginia Raggi si sia rivelata una guida politicamente inadeguata al ruolo che ricopre? Secondo Lei non sarebbe stato un gesto politicamente rivoluzionario per il M5s prenderne le distanze e chiederne le dimissioni?

Caro ministro, chiudo con un ultimo quesito, certo che si differenzierà dalla condotta del suo alleato di governo Matteo Salvini.

Domanda numero 5: Mi risponde?

Non sa, non vede e non fa: Raggi a Roma semplicemente non serve

virginia raggi

 

Forse non bastano le buone intenzioni per fare politica. Soprattutto se alla prima esperienza di governo vieni catapultata in una realtà come Roma. Ne è la prova Virginia Raggi, che nessuno mette in dubbio ce la stia mettendo tutta per cambiare la Capitale, ma la verità è che “tutta” non basta.

E per quanto siano apprezzabili la sua resistenza e la sua resilienza rispetto a quelle che da Vespa non esita a definire “ondate di fango“, per quanto il suo nervosismo sia giustificato dal fatto che il nome che le crea imbarazzo sull’inchiesta del nuovo stadio della Roma – quello di Luca Lanzalone – le sia stato proposto e imposto da Grillo, Bonafede e Fraccaro, Virginia non può comunque sottrarsi alle sue responsabilità. Politiche, si intende.

Perché se Roma non è diventata il fiore all’occhiello che il M5s auspicava non è colpa soltanto dei giornalisti. Né del fatto – come dice e forse non ha tutti i torti – che venga criticata perché donna. Se Raggi è diventato sinonimo di guai, di problemi irrisolti, di buche sempre più grandi, un po’ di colpe sono pure sue.

La vera voragine che rischia di spalancarsi sotto i suoi piedi, però, potrebbe risucchiare al suo interno tutto il M5s. Perché sarà pure vero che Raggi è sempre uscita pulita dalle varie inchieste che in questi anni hanno sferzato il Comune, ma lo è altrettanto che l’idea di un MoVimento 5 Stelle indenne dal malaffare è di fatto morta e sepolta. Il partito dei cittadini, per governare, ha bisogno di tecnici, esterni, professionisti in possesso di ciò che quelli bravi definiscono “know-how”.

E allora può capitare di incappare in una mela marcia che infetti tutti, che renda opaca l’amministrazione agli occhi di quegli elettori che chiedevano il cambiamento e si sono ritrovati le stesse grane di un tempo.

Raggi si difende, prende le distanze da Lanzalone per come può: “Ognuno risponde per sé“. Ma che il controllo lo abbia perso è evidente anche quando apprende solo da Bruno Vespa che in Campidoglio è passata la proposta di Fratelli d’Italia di dedicare una via di Roma a Giorgio Almirante con i voti decisivi dei 5 Stelle.

Sulle prime – evidentemente sorpresa – abbozza una difesa, parlando di “aula sovrana come il Parlamento“. Poi qualcuno le spiega che per il MoVimento una scelta simile equivale a dire addio alla trasversalità, ad una scelta di campo netta e irreversibile, e allora dopo la mezzanotte cambia linea, annunciando che nessuna strada sarà intitolata ad Almirante, né ad esponenti del fascismo o a persone che si siano esposte con idee antisemite o razziali.

Non ha responsabilità penali, ma politiche sì. Doveva essere l’emblema del buon governo pentastellato: ne è diventata suo malgrado il più grosso motivo d’imbarazzo. Virginia Raggi non vede, non sa e non fa. A Roma semplicemente non serve.

Semo tutti romanisti: lasciateci godere con voi!

de rossi

 

Lasciateci godere con voi, amici della Roma. Non guardate alla nostra provenienza. Non badate ai colori che avevamo prima. Né a quelli che indosseremo domani. Siamo tutti giallorossi, questa notte. E lo saremo ancora in semifinale. Siamo della Roma perché italiani. Oggi più che mai. Finalmente, soprattutto.

Siamo della Roma. Anzi, semo de Roma, grazie agli eroi di una partita che passerà alla storia, ai gladiatori che hanno sconfitto gli spagnoli invincibili. Ai normali diventati straordinari, almeno per una notte. Almeno per questa notte.

E li guardi ad uno ad uno, i guerrieri che hanno riportato Roma ad essere caput mundi. Vedi Manolas lo Spartano adottato dall’Impero. De Rossi, il vecchio capitano, la barba lunga come la lista dei rimpianti. E pensi a Totti, che chissà come avrebbe meritato di essere in campo, pure per un minuto, pure per un secondo.

Accoglieteci, tifosi della Roma. Dateci le vostre maglie, prestatecele che ve le ridaremo, forse. Fateci sentire della vostra famiglia, fateci godere come state godendo voi, come e più di quanto stiamo già facendo noi. Avete fatto la storia. Siamo nella storia. Semo tutti romanisti.

Semo tutti romanisti: lasciateci godere con voi!

de rossi

 

Lasciateci godere con voi, amici della Roma. Non guardate alla nostra provenienza. Non badate ai colori che avevamo prima. Né a quelli che indosseremo domani. Siamo tutti giallorossi, questa notte. E lo saremo ancora in semifinale. Siamo della Roma perché italiani. Oggi più che mai. Finalmente, soprattutto.

Siamo della Roma. Anzi, semo de Roma, grazie agli eroi di una partita che passerà alla storia, ai gladiatori che hanno sconfitto gli spagnoli invincibili. Ai normali diventati straordinari, almeno per una notte. Almeno per questa notte.

E li guardi ad uno ad uno, i guerrieri che hanno riportato Roma ad essere caput mundi. Vedi Manolas, lo Spartano adottato dall’Impero. De Rossi, il vecchio capitano, la barba lunga come la lista dei rimpianti. E pensi a Totti, che chissà come avrebbe meritato di essere in campo, pure per un minuto, pure per un secondo.

Accoglieteci, tifosi della Roma. Dateci le vostre maglie, prestatecele che ve le ridaremo, forse. Fateci sentire della vostra famiglia, fateci godere come state godendo voi, come e più di quanto stiamo già facendo noi. Avete fatto la storia. Siamo nella storia. Semo tutti romanisti.