Da Grillo a Draghi: l’ultimo “salto di specie” M5s

Finita l’epoca dell’adolescenza, il MoVimento 5 Stelle è chiamato all’ultimo salto di specie della sua parabola politica. Da “uno vale uno” a “uno vale l’altro”: da “mai alleati con i partiti tradizionali” a Salvini e Renzi, dal “Partito di Bibbiano” all’alleanza strutturale, da “#AvantiConConte” ad “avanti comunque”.

L’utopia pentastellata è un residuato bellico, un ritrovato preistorico, si è infranta su quella cosa chiamata realtà: ogni tanto bussa alla porta, se non riceve risposta la sfonda. Così si arriva a Berlusconi e a Draghi, alla prossima evoluzione del partito che non si pensa tale ma questo è: una formazione che non può astenersi dal fare politica, perché c’è un dettaglio che non è un dettaglio, è la prima forza in Parlamento di questa legislatura.

Luigi Di Maio, che sembra strano ma è il miglior politico M5s, lo ha capito da giorni. E da giorni lavora per traghettare la base degli iscritti sulle posizioni che lui e Grillo hanno condiviso con un esercizio di realismo che continua a sfuggire a chi, come Di Battista, decide di impiccarsi puntualmente sulla coerenza, anche a costo di perseverare nello sbaglio. Non è un caso che Di Maio faccia il ministro degli Esteri e Dibba il cultore della purezza sui social.

Il passaggio di oggi sulla piattaforma Rousseau, la consultazione che dovrà dire sì o no al governo Draghi, è per molti versi un’offesa all’intelligenza degli iscritti. Basta leggere il quesito: “Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica, e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?“. Manca solo che invece delle due opzioni mettano solamente il “Sì” e il gioco è fatto.

Pressoché scontato l’assenso, ciò non significa che le divergenze si appianeranno. Al contrario, non sarà un ministero, per quanto importante, a ricreare il clima degli inizi, ad iniettare l’illusione di essere i ragazzi di sempre. Draghi è un asteroide che accelera i processi sul pianeta politico: chi non è pronto resterà indietro, così funziona l’evoluzione. Non è un caso che, nell’intervista con Andrea Scanzi di due giorni fa, Alessandro Di Battista abbia rifiutato di escludere che mai e poi mai farà politica in una casa diversa dall’hotel 5 Stelle.

Scotto che il MoVimento dovrà disporsi a pagare per provare a crescere. Sacrificio da mettere in conto, rinuncia cui predisporsi per restare in alto. Per evitare che le 5 Stelle diventino meteore.

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“Esci da questo blog, Beppe”

Non c’è bisogno di chissà che onestà intellettuale per dare a Beppe Grillo quel che è di Beppe Grillo: genialità e follia, con pregi e difetti che ne derivano.

Ma nessuno che voglia vantare tra le proprie qualità anche un briciolo di coerenza può consentire che una manovra parlamentare – perché in fondo questo è il governo Pd-Ms5 – faccia da preludio alla sua santificazione. Grillo resta quello del “Vaffa”, dell’anti-politica che ha contribuito al discredito di persone perbene, è l’uomo che ha sdoganato l’insulto personale nell’agone politico, il leader delle manette che tintinnano per l’avversario, il comico che ha preferito la violenza verbale alla satira, l’incontro di boxe alla stoccata in punta di fioretto.

Poi c’è stato il governo gialloverde. E in 14 mesi si è visto ciò che in realtà è il MoVimento 5 Stelle: un partito post-ideologico. Sì, nel senso che idee e ideologie vengono dopo tutto il resto: dopo le bugie, le promesse ardite e non mantenute, le fake news scientificamente diffuse, l’esaltazione del populismo e la negazione di sé. Tutto, ma anche il suo contrario. Perché lo stesso leader che invocava l’impeachment per Mattarella è arrivato nel giro di un anno a considerarlo figura di garanzia e riferimento. Lo stesso fondatore che tuonava contro Mario Monti è giunto a chiedere ministri tecnici per il Conte-bis. Gli stessi attivisti che gridavano “o-ne-stà, o-ne-stà”, travolti dagli scandali delle famiglie dei loro giovani idoli, si sono tappati le orecchie quando qualcuno ha chiesto:”Dove sta? Dove sta?”.

Ora l’elenco delle contraddizioni è lungo, sterminato, ma la stagione dell’odio inaugurata dai 5 Stelle ha contribuito a portare l’Italia nella situazione attuale: quella di un Paese rancoroso e diviso, arrabbiato e smarrito. E recriminare serve a poco. Ma dimenticare ciò che è stato sarebbe ingiusto, svolgere un’operazione di rimozione collettiva sarebbe disonesto.

Il gioco d’incastri innescato da questa crisi ha fatto sì che a pilotare l’accordo tra Pd e MoVimento 5 Stelle fossero due giocatori “esterni”, Matteo Renzi e Beppe Grillo. Qualche anno fa si scontrarono in una seduta di streaming resa celebre dal monologo di offese che il fondatore del MoVimento rivolse all’allora segretario dem. Era la prova manifesta dell’incomunicabilità tra due mondi che nulla avevano a che spartire. Ma a distanza di tempo c’è una battuta che è rimasta attuale :”Esci da questo blog, Beppe. Esci da questo streaming. Questo è un luogo dove c’è dolore vero delle persone, c’è bisogno di affrontare le questioni reali“.

Ecco, così, per non dimenticare. Il giorno dopo Rousseau.

Parola agli iscritti

L’arresto di Marcello De Vito, presidente dell’assemblea capitolina, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti per il nuovo stadio della Roma non ha portato alle dimissioni di Virginia Raggi. Non che rappresenti una novità: i vari scandali e tutti i terremoti politici che in questi anni hanno colpito la sua amministrazione sono sempre stati archiviati in nome di un “poltronismo” spudorato.

Luigi Di Maio ha trattato la vicenda De Vito con prontezza, per una volta, decidendone l’immediata espulsione. Era la sola mossa sensata che potesse compiere. La notizia è che l’ha compiuta. La riflessione successiva è che non basta. Roma da potenziale fiore all’occhiello del MoVimento 5 Stelle si è rivelato il grattacapo quotidiano dei grillini. Non c’è giorno che non arrivino notizie inquietanti su un’amministrazione che dal giorno dell’insediamento chiede tempo, senza rendersi conto che tra un po’ il suo mandato scadrà e le condizioni della Capitale saranno addirittura peggiori di quando ne ha preso le redini.

Ecco allora una provocazione per Luigi Di Maio. Tra rimpasti, inchieste, scandali, l’amministrazione Raggi ha certamente un’immagine diversa da quella uscita dalle urne. Se la sindaca non vuole dimettersi, rimettendo il suo mandato nelle mani degli elettori, allora sia Di Maio ad assumere un’iniziativa. Non si chiede che la sfiduci pubblicamente, sarebbe chiedere uno sforzo di onestà intellettuale evidentemente eccessivo, si domanda però una votazione in stile Diciotti su Rousseau (pensate un po’ di cosa ci accontentiamo) e senza condizionamenti.

Il quesito da sottoporre agli iscritti del MoVimento 5 Stelle dovrebbe suonare più o meno così: “Alla luce degli ultimi accadimenti nella Capitale pensate che Virginia Raggi debba dimettersi da sindaca di Roma?”. Se la votazione non servirà a liberare la Città Eterna da un problema epocale, avrà almeno il merito di misurare il livello di integralismo e masochismo degli iscritti pentastellati.

Uno vale tutti: Davide Casaleggio e la monarchia a 5 Stelle

Lo scandalo lo apre Il Foglio e non è un caso che a farlo scaturire sia proprio “un” foglio: lo statuto dell’associazione Rosseau. Parliamo della piattaforma online da cui passa tutta l’attività del Movimento 5 Stelle: dalle parlamentarie alle candidature, dalle raccolte fondi alla scrittura delle leggi. Rousseau è per il M5s ciò che il motore rappresenta per una macchina: senza non cammina.

La scoperta – che pure sorprende fino ad un certo punto – è che alla faccia della democrazia e dello slogan reso celebre dai grillini, l’ormai mitologico “uno vale uno“, veniamo a sapere che in realtà uno vale tutti. E quell’uno non è Di Maio, che pure ne avrebbe qualche diritto in quanto capo politico dei pentastellati. E no, non è nemmeno Beppe Grillo, che del Movimento sarebbe quanto meno il fondatore. L’uno che vale per tutti gli altri è Davide Casaleggio, figlio del defunto Gianroberto.

Nello statuto si legge che nella persona di Casaleggio jr coincidono: presidente, consiglio d’amministrazione, tesoriere e persino assemblea. La situazione è comica: provate ad immaginare un’assemblea in seduta. Davide Casaleggio che si interroga sul futuro del Movimento – e purtroppo dell’Italia – e in un moto di pluralismo si porta davanti allo specchio per avere un altro parere: il suo.

E nessuno si illuda che questi incarichi il poco noto Casaleggio li abbia conquistati sul campo. No, il potere gli è stato consegnato dal padre – lui sì geniale per quanto utopista – in punto di morte. Le chiavi della piattaforma Rousseau, e dunque quelle del Movimento, gli sono state lasciate in eredità – si legge nel documento – “eternamente“.

Neanche dalle parti di Arcore hanno mai osato tanto. Qualcuno sorriderà a pensare che nella storia di Forza Italia ci sono persino due congressi! Renzi è diventato segretario del Pd vincendo le primarie, scelto comunque la si pensi da milioni di italiani. Casaleggio jr, invece, che sulla carta dice di voler ripristinare la democrazia attraverso il M5s,  al trono è salito per diritto di nascita.

Se non fosse che i pentastellati sono il primo partito d’Italia, ci sarebbe da riderci sopra. Se dipendesse dal comico che ha fondato il Movimento potremmo pure guardarli con simpatia. Ma se non è uno scherzo allora dobbiamo preoccuparci. E non vengano a dirci che uno vale uno. No, Casaleggio vale tutti. Benvenuti nella monarchia a 5 stelle.