Dal Vangelo a San Salvini martire

 

L’onda lunga della Diciotti è uno tsunami di cui avremmo fatto volentieri a meno, un teatrino squallido, dove tutto rasenta il ridicolo. Così Salvini non si smentisce e come per ogni vicenda cerca di trarre un vantaggio personale pure da questa. Si conferma dunque un rapace, un giocatore scaltro, lucido ma soprattutto fortunato: un Inzaghi della politica, non un fenomeno, ma sempre al posto giusto quando si tratta di segnare a porta vuota.

Ma bisogna ringraziare chi passa i palloni da spingere in rete: in questo caso il pm di Agrigento Patronaggio, perché ci sono pochi dubbi sul fatto che l’inchiesta verrà archiviata. Siamo dinanzi ad un atto che non farà altro che alimentare la retorica del “re populista”, dell’eroe senza macchia e senza paura pronto a rinunciare alla propria libertà pur di garantire quella altrui. Uno schema vincente, soprattutto in un’Italia a caccia di uomini forti, alla ricerca disperata di un capo cui affidarsi, capace di tirarla fuori dalle sabbie mobili in cui è finita da tempo.

E allora ecco spiegate le nuove dichiarazioni di Salvini, l’impavido che non negherà l’autorizzazione a procedere, la “vittima” prescelta da chi si ostina a negare il cambiamento (quale?) voluto dal popolo, il perseguitato dalla giustizia, da quella magistratura politicizzata che in Italia non è nuova (e questo è in parte vero) ad aprire e chiudere inchieste a seconda del proprio credo.

Salvini lo dice apertamente:”Da Agrigento verranno tante cose positive e quindi ringrazio il pm perché sarà un boomerang“.

Ha ragione, purtroppo.  Ha già iniziato la messinscena, indossato i panni del martire, non vede l’ora di essere crocifisso.

Avremmo dovuto intuirlo. Dal rosario al Vangelo. Fino a San Salvini.

Rosario, Vangelo, Nord. Salvini riscrive Salvini

Lo vedi agitare il rosario, davanti al popolo leghista riunito in Piazza Duomo, a Milano, e in quel preciso istante comprendi che Matteo Salvini fa sul serio. I riti celtici in riva al Po che furono di Umberto Bossi dimenticati. Non suona più il “Va, pensiero” di Giuseppe Verdi o se lo fa è roba da amarcord, da riunioni per militanti a Pontida, mica da comizi nel 2018.

No, Salvini punta in alto. Realmente è convinto che anche dal Sud, dal meridione una volta terrone, da “Roma ladrona” in giù, possano arrivare vagonate di voti per lui e quel che resta della Lega-una volta Nord. Usa toni rassicuranti come mai prima. Salvini non è l’uomo nero. Salvini non fa più paura. Piuttosto si racconta come l’uomo che le paure le farà evaporare una volta al governo.

Ma il nuovo Salvini non ha perso il gusto per il colpo ad effetto. Dopo il rosario arriva la Costituzione. E dopo ancora il Vangelo. Sono i simboli di un’Italia sempre uguale a se stessa, di un Paese che un giorno invoca la rivoluzione, l’altro si arrocca contro il cambiamento. Così Salvini usa i vuoti per riempirli. Poggia la mano sui testi sacri – della Repubblica e del Cristianesimo – e pronuncia un giuramento che nelle intenzioni dovrebbe risultare solenne. Ne viene fuori qualcosa di leggermente diverso, un approdo che agli occhi dei militanti ha i crismi della svolta mistica, a quelli esterni pare una trovata evitabile, dal retrogusto kitsch.

Ma in politica sono le parole a costruire l’immaginario, conta quasi più il racconto che il finale. Perciò, quando giura fedeltà a 60 milioni di italiani, è proprio il verbo a fare il vuoto. Matteo che si impegna, Matteo che cita Gesù, che solletica le speranze degli “ultimi che saranno i primi“, che delinea un manifesto di pragmatismo al potere fatto di “sporcarsi le mani“, di lavoro, di no alla corruzione e alle mafie. Matteo che parla alla pancia, ma pure alla testa degli elettori. Matteo che si tocca il petto ad indicare il cuore e poi indica il pubblico a volerglielo consegnare. Salvini che prova a fare la storia. E da quella parte: dal rosario e dal Vangelo, fino alla Costituzione. Salvini che riscrive Salvini.


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