Sardegna, Salvini ha salvato Di Maio

Costretti a stare insieme, avvinghiati, stretti come sardine dalla Sardegna. Un unico destino, un matrimonio d’interesse che non potrà essere sciolto, almeno fino a maggio. Di Maio e Salvini, Salvini e Di Maio: l’uno legato all’altro, non per amore, piuttosto per debolezza. Reciproca.

Perché è vero, il voto sardo sancisce soprattutto il crollo del MoVimento 5 Stelle. Clamoroso, fragoroso. Innegabile. Ed è vero, pure,
ancora, che Salvini è primo nel centrodestra in una regione che niente ha a che vedere con la Lega e la sua storia.

Ma l’altro elemento che emerge con chiarezza è che neanche un all-in senza precedenti ha consentito a Salvini di affermare quella autonomia politica (diversa da quella di Lombardia e Veneto) a cui continua a costringerlo il Cavaliere resiliente.

Ha indossato – sfacciato – la felpa dei Quattro Mori, dimentico degli insulti leghisti a quel Sud di cui la Sardegna fa parte. Ha battuto il territorio come un segugio, tra bagni di folla che lo avevano illuso di fare il botto. Ha scelto – anzi, imposto – il candidato governatore Solinas. Ha provato a lucrare sul latte versato dei pastori sardi. Eppure Salvini da solo non basta, non vince, non sfonda.

Ed è in questa consapevolezza, nell’evidenza che l’elettorato di centro-destra non è in prevalenza di destra-centro, nella conferma che i “berluscones” saranno meno ma ancora molti, che affiora l’unica strada per Salvini oggi percorribile (e il suffisso “orribile” è fondamentale): tenere in piedi il governo coi grillini, pur di non tornare con la coda fra le gambe ad Arcore.

Ed è qui che si torna a Di Maio. Lo sconfitto, il traballante Di Maio. Debole al punto da non poter minimamente pensare di staccarsi dalla Lega, leader del MoVimento 5 stelle fino a quando questo governo durerà, poi chissà. E salvato da Salvini, uscito dalla Sardegna non così forte da abbandonare Giggino al suo destino.

Ajò, Giggino: è finita

di maio pensieroso

Francesco Cossiga, uno che di Sardegna ne sapeva qualcosa, raccontava che la sua regione era un laboratorio politico. Ciò che succedeva nel piccolo, nell’isola, era l’anticipazione di ciò che sarebbe potuto accadere nel grande, nel resto d’Italia. Se la sua lettura è corretta, allora è chiaro che il risultato fotografato dagli exit poll delle regionali è la prova di ciò che poco tempo fa avevamo pronosticato: il ritorno all’ovile di molti elettori alle formazioni di centrodestra e centrosinistra, e più in generale la fine del MoVimento 5 Stelle.

Per quest’ultimo passaggio bisognerà attendere un po’ più di tempo, quello necessario perché gli elettori si rendano conto che va bene la protesta, ma sola non basta. Ciò che emerge già da oggi, però, è l’accelerazione di un processo di crisi che coincide con l’andata al governo dei 5 Stelle. Non può essere in alcun modo consolatorio – secondo la regola italiana che il giorno dopo le elezioni non ha perso nessuno – sottolineare che (forse, attendiamo lo spoglio) il MoVimento 5 Stelle è il primo partito dell’isola. Così è troppo facile: partiva dal 42% delle Politiche e non faceva parte di una coalizione, i voti non sono andati divisi tra le diverse liste.

Negare che qualcosa si sia rotto è impossibile. Gli indizi sono troppi, i sondaggi a livello nazionale un sospetto, i voti veri nelle regioni una sentenza. Chi ne deve rispondere è Luigi Di Maio: è stato già sconfessato nel voto online sulla Diciotti, sta vedendo franare il MoVimento più rapidamente di quando avrebbe pensato, la sua leadership traballa e le Europee potrebbero sancirne la caduta definitiva.

E’ stato un attimo. Bisogna prenderne atto. Ajò, Giggino: è finita.

Pastores no t’arrendas

C’è uno striscione esposto dagli studenti del liceo classico Siotto di Cagliari che recita: “Pastores no t’arrendas”. Dal sardo all’italiano cambia la melodia, si perde un po’ di musicalità, ma non il senso: “Pastori non arrendetevi”. Ed è commovente e bellissimo che a mostrarlo orgogliosamente siano migliaia di ragazzi che studiano il greco e il latino, che pastori non lo diventeranno, che una pecora probabilmente mai la mungeranno.

Ma i pastori sardi che versano il latte, in un gesto estremo che a molti è apparso quasi sacrilego, sono i loro padri e i loro fratelli, sono stati i loro nonni e i loro avi, e non è detto che un giorno non possano essere i loro figli. Perché quella che “dal continente” – come i sardi chiamano il resto d’Italia – potrebbe sembrare un’esagerazione di qualche contadino un po’ buzzurro è invece una vera battaglia identitaria in un tempo di sovranismi falsi.

L’agropastorizia è la chiave di lettura di una terra bella e contorta, inaffondabile e irrisolta, la Sardegna è questo mix di nuovo e antico al quale non si sfugge, e la battaglia dei pastori sardi è quella di una regione, anzi, di una civiltà intera, forse mai così compatta nella volontà di preservare il proprio diritto a campare.

La dignità del lavoro, la possibilità di guadagnare da vivere per sé e la propria famiglia, l’onesta retribuzione. Concetti che qualcuno vorrebbe archiviare, quasi fossero datati e privi di senso, viviamo d’altronde nell’Italia del reddito di cittadinanza, ma che l’ostinata gente sarda sente come un diritto irrinunciabile. A ragione.

Dovrebbero bastare queste motivazioni per favorire un intervento rapido e concreto della politica. Per garantire una leale concorrenza, una necessaria sopravvivenza. Invece, forse, giocheranno un ruolo fondamentale le prossime elezioni regionali. Piangere sul latte versato è ciò che riesce meglio ad una certa politica, cavalcare le onde del malcontento è quanto di meglio chiedono alcuni affabulatori senza vergogna.

Ma coi sardi, coi pastori sardi, non si scherza. Forza Paris. Avanti insieme. Pastores no t’arrendas.