Cara Europa, questa volta mi hai deluso

Per chi crede nell’Europa sono giorni duri. Il tempo della fiducia incondizionata nei confronti di Bruxelles è finito da tempo. Ma la speranza che il coronavirus potesse sortire almeno un effetto positivo, lo confesso, c’era eccome. Sarà la giovane età, sarà la scarsa esperienza del mondo, sarà lo shock determinato da questi giorni che in molti racconteranno ai nipoti. Ma devo ammettere che speravo in una risposta diversa da parte dell’Unione Europea. O di ciò che ne è rimasto.

Ho sperato che tutti gli Stati membri, nei giorni in cui l’Italia rischiava di finire travolta dall’emergenza, mostrassero un atteggiamento diverso da quello che abbiamo imparato ad osservare in questi anni. Ho sperato che alle parole di vicinanza (in italiano) di Ursula von der Leyen, ai sostanziosi finanziamenti (arrivati, nulla da dire), seguisse una risposta politica forte, un coordinamento efficace, un’assunzione di consapevolezza matura. Invece, solo poche ore fa, ad una teleconferenza in programma tra i ministri della Salute europei, dei 27 partecipanti attesi erano presenti solo in 11. Come se l’epidemia fosse un problema solo italiano. O giù di lì.

In tanti si sono scandalizzati per la strategia di (non) contenimento del virus di Boris Johnson nel Regno Unito. La rapida ricerca dell’immunità di gregge. Obiettivo a dir poco ardito. Ma in pochi hanno notato che se BoJo ha potuto pronunciare parole tanto schiette è perché il suo popolo, a proposito di gregge, si muove in maniera compatta. Sull’autodisciplina dei britannici si può sempre contare. Meno sul meccanismo di solidarietà europeo, lo stesso che requisisce le mascherine ad uso interno senza autorizzarne l’esportazione nel Paese più in difficoltà. Hanno fatto prima ad arrivare aiuti dalla Cina. Ed è tutto dire.

A questo attendismo esasperante, a questa inazione inaccettabile, si è aggiunta poi la signora degli spread, la francese Christine Lagarde, che con le sue dichiarazioni ha contribuito a mandare a picco le borse, oltre che la credibilità di una Bce che risente fin troppo (e noi con lei) della mancanza di Mario Draghi. Più di un bazooka, a risollevare l’economia nelle prossime settimane, servirà una bomba atomica. Difficile che a Francoforte trovino qualcosa di simile nel loro arsenale.

Tanto più che le maggiori colpe di questo smarrimento diffuso vanno assegnate all’Europa politica. Ai governi che in queste ore hanno reso evidente l’importanza dello Stato, molto meno l’idea di un’Europa che unita non sa esserlo mai, neanche dinanzi all’equivalente di una Guerra Mondiale.

Non aver capito che l’Unione fa la forza è un peccato che Bruxelles sconterà non appena la normalità sostituirà lo stato d’emergenza. Ed è paradossale che per non diffondere il virus, per salvare ciò che resta di Schengen, si sia deciso di chiudere i confini esterni. Con il resto del mondo. Nella speranza, forse, di rendere meno evidente la chiusura delle frontiere tra vicini. Troppo tardi, davvero. Uniti, sì, ma solo nella paura.

Un vaccino contro Salvini

 

Quindi a cos’è servita, alla fine, la vicenda Aquarius? L’annunciata chiusura dei porti italiani, il calvario dei migranti, la guerra diplomatica che mette a rischio l’esistenza dell’Europa: quale problema ha risolto, quale soluzione ci ha garantiti? All’indomani della vicenda scrissi: ha vinto solo Salvini. Lo scriverei di nuovo.

Ma il leghista, che ama farsi chiamare dai suoi “il Capitano”, più che un generale stratega è un maestro dell’improvvisazione. Segue l’istinto, spesso con profitto. Ma quando governi un Paese come l’Italia non puoi permetterti di giocare a dadi ogni volte. Prima o poi becchi un doppio uno e sei fuori dal tavolo.

Così se è vero che dal pugno duro in mare aperto Matteo Salvini ha ottenuto un bonus di voti alle amministrative e si è accreditato come il dominus di questo governo, lo è pure che a pagare il conto più salato è proprio l’Italia. Perché dalla sua postazione strategica, trovandosi al centro della grana che lui stesso ha fatto scoppiare, Salvini ha il potere di indirizzare il Paese su un binario scosceso che può portare al precipizio.

L’alleanza con Visegrad, con quei Paesi che respingono l’idea di prendersi una parte dei migranti che sbarcano in Italia, è spiegabile soltanto con la volontà di Salvini e dei suoi partner di spaccare e spacchettare l’Europa. Il nazionalismo a prescindere, dunque. Convinti – a torto – che si sta meglio soli che male accompagnati.

Se non fosse che senza Europa – a meno che tu non sia la Germania, da tempo abituata a ragionare da entità distaccata – sei destinato a diventare poco più che un Paese satellite. Resta solo da capire di chi. Per l’alzata d’ingegno – e di cresta – di Salvini, a rischio c’è perfino Schengen. La libera circolazione dei cittadini e delle merci: che detta così non dice nulla, ma nella pratica significa ritardi negli spostamenti, negli acquisti online, lentezze nei viaggi, nella vita quotidiana di milioni di persone. Disagi, problemi, fastidi. Peccato.

E la triste realtà, forse, è che per capire cosa stiamo perdendo dovremo andarci a sbattere. Per qualche tempo ancora saremo ostaggi di Salvini. Dovremo prima ammalarci, per debellare il virus. A proposito di vaccini, faremmo bene a svilupparne uno contro di lui.