La Scozia toglie il sonno a Boris Johnson

In una interessante intervista concessa a “Repubblica”, il primo ministro di Scozia, Nicola Sturgeon, ha ribadito l’intenzione di chiedere un secondo referendum per l’indipendenza del Regno Unito.

Quando si celebrò l’ultimo, nel settembre del 2014, mi trovavo a Londra. Ancora ricordo la provocazione con cui Boris Johnson, allora sindaco della City, la mattina del voto augurò agli scozzesi una “sostanziosa colazione inglese“. Frase che è tutto un programma: paradigma della superiorità che gli inglesi ancora oggi credono di incarnare nei confronti degli abitanti delle “province” del Regno.

Il suo tracotante auspicio si tradusse in voti.

In quell’occasione il No all’indipendenza vinse infatti col 55%. E decisiva fu la spinta degli europeisti delle Highlands, all’epoca per nulla disposti a rinunciare alla costruzione europea che la permanenza nel Regno Unito garantiva.

L’Inghilterra minacciò infatti Edimburgo di essere pronta ad utilizzare il potere di veto di cui dispone ogni Paese dell’Unione nei confronti dei membri potenziali. Un po’ come dire: volete uscire dal Regno? Bene, ma non pensate di entrare in Ue: almeno fino a quando ci saremo noi.

Nel 2016, però, Brexit cambiò le carte in tavola.

Scambiato per un referendum volto a stracciare i vincoli brussellesi, Brexit è in realtà la risposta di Westminster alle tensioni che agitano ciò che resta del suo impero. Nel convincimento che uscire da un’architettura internazionale come quella europea, fisiologicamente di più ampio respiro, sia ciò che serve per stroncare sul nascere le spinte autonomiste dei vicini.

Ergere un recinto tra l’isola britannica e il resto del Pianeta, nella speranza di salvare l’unità del Regno: questa la strategia dei “Leavers”, di cui BoJo fu uno degli esponenti più in vista.

Il primo ministro d’altronde è ben consapevole che l’Inghilterra non può permettersi di rinunciare alla Scozia: lo impone la grammatica. Senza la protezione garantita dall’antica Caledonia, Londra perderebbe il sonno, sentendosi scoperta a Nord, esposta alle mire di una potenza ostile che potrebbe profittare dell’improvvisa assenza di profondità difensiva. Discorsi che rischiano di far sorridere gli analisti nostrani, calati in una dimensione post-storica che immagina la guerra come retaggio del passato.

Eppure sarà sempre più difficile respingere le richieste scozzesi. A maggior ragione se il prossimo maggio il partito di Sturgeon, il Partito Nazionale Scozzese (Snp), dovesse sfondare come sembra il 50% alle elezioni locali. Con Edimburgo che già immagina per sé un futuro diverso da quello della Catalogna: “Il nostro referendum dovrà essere legale, perché voglio che la Scozia indipendente sia riconosciuta dagli altri Stati, per poi poter rientrare in Ue”. Senza escludere di finire in tribunale per vedersi riconosciuto il diritto ad una seconda consultazione referendaria: “Non è quello che voglio. Ma certo potremmo essere costretti a forzare l’approvazione di un nuovo referendum denunciando il governo britannico alla Corte e iniziare la battaglia legale”.

Antipasto di uno scontro che potrebbe portare il Regno Unito sull’orlo di una guerra civile, trascinando con sé gli Stati Uniti dell’irlandese d’origine Joe Biden e quanto resta dell’Europa. Mandando di traverso quella ormai celebre “sostanziosa colazione inglese”.


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Boom Jo!

Curiosità e tristezza (sì, un po’) si mescolano all’indomani della notte che sancisce l’addio degli amici britannici all’Unione Europea. Era chiaro a chiunque che il tanto invocato “secondo referendum” sulla Brexit, il salvagente che avremmo voluto lanciare al popolo d’Oltremanica dopo il voto del 2016, fosse rappresentato delle elezioni di ieri. Ha vinto Boris Johnson. Anzi, ha stravinto Boris Johnson. Segno evidente che i britannici non solo pensano di essere in grado di nuotare da soli, ma ci considerano perfino una zavorra. Il tempo dirà se la loro scelta sarà stata saggia (difficile), ma c’è da notare come i mercati abbiano reagito in maniera diametralmente opposta rispetto al giugno 2016: all’epoca la vittoria dei Leave fece sprofondare le Borse, oggi la sterlina vola. E’ il sintomo di un allineamento tra il volere popolare e la stabilità inseguita in ogni contesto dai mercati: la chiarezza viene premiata, sempre.

Nel titolo dell’articolo con cui avevamo presentato le elezioni in Gran Bretagna, quel romantico “Via col Regno”, c’era l’indicazione chiara di un risultato quasi scontato per chi segue le vicende UK. Jeremy Corbyn non era un leader presentabile: e non solo per le sue note posizioni antisemite. Le sue ricette di sinistra datata, superata dalla storia, tutta tasse e nazionalizzazioni, non potevano di certo attrarre il popolo dell’ex Impero. Altro errore fatale l’incapacità di assumere una linea chiara su Brexit. Da una parte Boris Johnson indicava una cammino preciso: fuori dall’Ue, senza se e senza ma (“no ifs, no buts“); dall’altra i laburisti continuavano a restare con un piede in due scarpe, in un eterno e grigissimo limbo, mai in grado di incarnare l’alternativa credibile al disegno euroscettico dei Conservatori. Troppo debole, di contro, la posizione dei simpatici LibDem, i nostri preferiti per il solo fatto di volere fermamente restare all’interno dell’Unione. Ma in questo nobilissimo intento hanno dimenticato un dettaglio: il popolo. Non si può cancellare la democrazia, il voto del 2016 non è stato un errore della storia, ma una scelta precisa dei britannici con cui adesso bisognerà fare i conti, sul serio.

Occhio però a cosa accadrà in Scozia, dove il partito nazionalista della prima ministra Nicola Sturgeon ha fatto il pieno di voti. E lo ha fatto su posizioni antitetiche rispetto a quelle che hanno portato Boris Johnson alla vittoria. Gli scozzesi vogliono restare nell’Unione Europea, ma fanno pur sempre parte del Regno (dis)Unito. Nel 2014 un referendum per l’indipendenza scozzese vide il No trionfare con il 55% dei voti. Nel frattempo è arrivata la Brexit. E il voto di ieri conferma che in Scozia non vogliono più stare al traino delle decisioni prese a Westminster. Un secondo referendum? C’è già chi prospetta una nuova Catalogna: Johnson si è sempre detto contrario a quest’ipotesi, ma se ne tornerà a parlare. Potete scommetterci.

Oggi, però, per il primo ministro è il giorno della festa (e fa bene, un successo di queste proporzioni non si vedeva dai tempi della Thatcher). Trump ha esultato insieme a lui, pronosticando un accordo commerciale che l’Unione Europea, a suo dire, non avrebbe mai potuto equiparare. Forse ha ragione. In Italia, Salvini esulta come Johnson fosse un suo pari, un compagno sovranista. Non è così. Johnson è spregiudicato, arrivista, anche populista. Ma possiede cultura e all’occasione moderazione (proprio così, vedrete), doti di cui non dispongono gli esponenti della destra sovranista nostrana. Ad avercelo, BoJo. O, da ieri notte, Boom Jo!