Il Pd non capisce Bonaccini perché è “clinicamente morto”

Quando, mesi fa, l’Emilia-Romagna era diventata una sorta di linea del Piave della sinistra – ma forse neanche solo della sinistra: diciamo della politica opposta al populismo, se è vero che tanti moderati di centrodestra preferirono optare per il voto disgiunto penalizzando la leghista Borgonzoni – qualcuno attribuì la sconfitta di Salvini all’ascesa delle Sardine. Sbagliando.

Nessuno nega che il movimento di Santori abbia giocato un ruolo importante in quella campagna, mobilitando un elettorato che sembrava avere smarrito l’attrazione nei confronti delle piazze piene, il gusto della partecipazione popolare, la speranza nel cambiamento. Ma a determinare la vittoria del centrosinistra in Emilia-Romagna furono soprattutto due elementi: la paura della vittoria di Salvini e il fattore Bonaccini.

Il governatore che ha ben governato si vede quasi sempre riconosciuto il proprio lavoro (e valore) a livello locale. Per quanto l’opinione pubblica sia sempre più disinteressata alla politica, manifestando ogni volta che ne ha l’occasione il proprio disgusto nei confronti della stessa, quando si tratta di valutare l’azione di governo svolta in un contesto di prossimità, dal Comune alla Regione mantiene, nella maggioranza dei casi, l’insospettabile capacità di riconoscere e premiare chi ha ben operato.

Questo è stato il caso di Bonaccini in Emilia-Romagna, ed è il motivo sul quale basare la nuova autorevolezza con cui il governatore ha preso a parlare negli ultimi mesi delle cose nazionali. Bonaccini ha sconfitto il nemico sul terreno di battaglia, scongiurato lo scalpo, respinto l’assalto alla fortezza, e per questo sente di poter indicare la rotta per ripetere l’impresa da lui realizzata.

Questo atteggiamento può sortire irritazione nell’attuale classe dirigente del Pd: c’è da comprenderli, Bonaccini sembra proporre una ricetta diversa rispetto a quella del suicidio politico, crede che ci sia un’alternativa prima di dichiarare il partito “clinicamente morto“.

Che Bonaccini dica alla Festa dell’Unità che il Pd non può accontentarsi del 20-22% perché altrimenti perderà le prossime elezioni politiche, non solo è condivisibile da un punto di vista numerico (la matematica non è un’opinione, ma forse lo diventa al Nazareno) ma anche da quello delle ambizioni di un partito che dovrebbe – ripetiamo, dovrebbe – avere la vocazione maggioritaria nel Dna.

E ancora: che Bonaccini dica che fosse per lui Renzi e Bersani potrebbero rientrare nel Pd ma che gli interessa soprattutto recuperare i milioni di voti andati via con loro, è indicativo non solo della lungimiranza del governatore (sa che è inutile alzare le barricate, visto che alle prossime Politiche si finirà per correre tutti insieme appassionatamente), ma anche dell’ambizione di ritagliarsi un ruolo di federatore delle diverse anime del centrosinistra.

Certo, anche Bonaccini cede alla tentazione di strizzare l’occhio alle sirene populiste del Sì al referendum: ma almeno fa politica, prende posizione. E quando dichiara che “non possiamo pensare di passare i prossimi anni in una situazione di un partito e di una coalizione che vive di ‘anti’“, ogni parola, ogni consonante, ogni vocale del suo pensiero stride con una realtà che vede oggi il Pd alleato del MoVimento dell’anti-politica per eccellenza.

Ci sono evidenti contraddizioni da risolvere, macroscopiche sviste rispetto alla realtà contingente, ma Bonaccini può sperare che a mandare le pedine a dama al suo posto sia il tempo. Certo è impossibile non notare un salto di qualità rispetto alla segreteria Zingaretti, l’intenzione di costruire qualcosa che vada oltre la semplice sopravvivenza.

Bonaccini dice che di prendere la guida del Pd non gliene frega niente. E’ possibile che sia il Pd, nelle prossime settimane, ad interessarsi per lui.

Beppe Grillo è il nuovo Garante del Pd

Non si può negare la capacità di Beppe Grillo di tenere la scena. D’altronde è un comico, stare sul palco è il suo mestiere, è ciò che gli riesce meglio. La telecamera che lo riprende è la sua compagna più fidata, l’arte ironica viene esercitata con maestria, e in quel “non rompete i coglioni” riservato al controcanto M5s nei confronti di Luigi Di Maio sta tutta la forza dissacrante di un leader che è ancora di fatto il “padrone” della sua creatura. Gli attivisti del MoVimento 5 Stelle, contenti o meno rispetto alla conferma di Luigi Di Maio, da ieri si sono in qualche modo ricompattati. Perché? Perché “ha parlato Beppe”. L’Elevato – autoproclamato – è sceso in Terra tra i suoi figli e ha riportato la quiete dopo una tempesta di cui non si vede onestamente la fine.

Poi, però, vai a vedere la sostanza del messaggio, analizzi con attenzione tutti i passaggi di quel video in cui Grillo tenta di mettere il coperchio su una pentola in continua ebollizione, e ti rendi conto che di nuovo c’è ben poco, di ambiguo parecchio. Ci sono i soliti discorsi di populismo visionario, quelli che propongono di fatto di “abolire le malattie” per rendere meno pesante il carico sulle spalle della sanità, quelli che esaltano il momento di cambiamento mondiale e le possibilità che esso porta in dote.

Ma i passaggi concreti, quelli destinati a scolpire un possibile immaginario, sono contenuti in un paio di frasi.

  • La prima: “Magari facciamo da tramite tra una destra che arriva e che è un po’ pericolosetta e una sinistra che si deve formare anche lì (in Emilia-Romagna, ndA). E quando parlo di progetti insieme alla sinistra parlo di progetti alti, bellissimi“.
  • La seconda: “Non siamo più quelli che eravamo 10 anni fa, mettetevelo bene in testa ed è meraviglioso“.

Sono due messaggi a loro modo dirompenti nell’universo stellato. L’ultimo è rivolto alla tanto agitata “base”, a quella marea di persone che pensa di aver perso il senso della propria esistenza politica, a coloro che preferirebbero tornare all’opposizione anche subito, a quanti continuano a vedere nel Pd un nemico atavico, giammai un alleato politico.

Già, il Pd. Nella promessa di “progetti insieme alla sinistra” di Grillo è forse racchiuso il paradosso di un partito arrivato a fine corsa. Lontani i tempi in cui Fassino dichiarava: “Il Pd non è un taxi su cui chiunque può salire. Se Grillo vuole fare politica fondi un partito. Metta in piedi un’organizzazione, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende. E perché non lo fa?“. Com’è andata a finire lo ricordiamo tutti. E che ora quello stesso Partito Democratico sia appeso all’intervento di Grillo per non lasciare il governo e confrontarsi con la realtà (le urne) è un dato sul quale riflettere.

Beppe ha fondato un partito. Secondo lo Statuto del MoVimento 5 Stelle ne è il Garante. Ma siamo sicuri che da ieri non sia diventato anche il Garante del Pd?

Né con le sardine né col Capitone

Sarà che questo dibattito ittico non ci appassiona. O che forse in questo mare in tempesta, in mezzo ai cavalloni delle crisi aziendali, tra le onde che mandano sott’acqua le nostre città, crediamo sia più importante pensare a come non annegare che perdersi dietro al dibattito sulle sardine. Niente contro la partecipazione pacifica di migliaia di persone, nulla da dire, se non un applauso, alla capacità di mobilitazione esercitata da 4 ragazzi che hanno oscurato la bandiera sovranista. Ma poi serve altro, per mettersi al timone di una nave. Sì, le sardine si muovono insieme, i loro banchi sono uno spettacolo della natura, fanno impressione, ma per “far saltare il banco” c’è bisogno di indicare una rotta, una meta, un porto d’approdo, e almeno finora non si vede lo straccio di una carta nautica.

Sì, c’è l’abbozzo di un manifesto, una serie di condivisibili invettive contro i populisti ma poco di concreto. C’è il segnale di una protesta organizzata, una differenza sostanziale rispetto alle piazze dei “vaffa“, una voglia di parlarsi in confronto alle urla di quelli che volevano “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” – anche qui i pesci, e vabbé è un’ossessione – e alla fine ci sono cascati dentro (lo abbiamo scritto in anticipo). Manca però una ricetta su come trattare le questioni più urgenti che investono il Paese, non un programma, nemmeno un’idea da opporre agli slogan di Salvini e soci. Molte parole e la frase più bella, ciò che rimane, è la citazione di un Lucio Dalla che manca moltissimo: “Com’è profondo il mare“.

Il rischio che queste sardine finiscano per essere inghiottite non tanto dai gattini che la “Bestia” sui social leghisti gli ha opposto, bensì da un vortice fatto di ingenuità e pressapochismo, è altissimo. Questo non significa schierarsi con i neonati “Pinguini” mangia-sardine (sì, è già nata la risposta di destra alla protesta di Bologna, siamo a questo punto) e neanche schierarsi con il Capitano. Anzi, col Capitone. La descrizione dell’anguilla sembra adattarsi perfettamente al Matteo sovranista. Leggete Wikipedia: “Il colore cambia con le fasi vitali: bruno sul dorso e giallastro ventralmente per gli animali che vivono in acque dolci; nero sopra ed argentato sotto per quelli che risiedono in mare o che si apprestano ad effettuare la lunga migrazione“. Sì, Salvini ha già attraversato la fase gialla, la sua gradazione naturale è nerastra, altre variazioni sul tema non devono ingannare. Il Capitone è cangiante, quasi camaleontico, il Capitano pure. La svolta moderata non c’è, è soltanto una narrazione avallata dai giornali(sti). Il Capitone è sfuggente di natura, d’altronde è un’anguilla, si produce in una serie di scivoloni inquietanti: “Cucchi? La droga fa male“, cit.

La verità è che in questo scenario così polarizzato, tra due estremi che vedono tutto bianco o nero (o se preferite, rosso o nero: e dire che tifiamo Milan…), tra girotondini 2.0 ed estremisti di destra tornati a nuova vita, noi non ci sentiamo rappresentati. Ci additeranno come moderati, e ci faranno un complimento. Ci chiameranno indecisi, ed è esattamente l’opposto. Ci accuseranno di grigiore, ma è che non siamo manichei: non pretendiamo di essere custodi del vero, non siamo il Verbo, non usiamo il Vangelo come arma elettorale, non pensiamo che “Bella Ciao” debba essere la canzone di una sola parte, non crediamo che l’odio sia il propellente che risolleverà questo Paese, e nemmeno pensiamo che basti una piazza “contro” per ripartire. Siamo qui, pieni di sfumature e di idee, né con le sardine né col Capitone. Dopotutto non ci piace navigare a vista.

Vade retro “nuova sinistra”

C’è una differenza netta, sostanziale, nelle due proposte di governo giallorosso che avanzano in queste ore. C’è la proposta di Renzi, che parla di un governo istituzionale per mettere in salvo l’Italia dalla recessione. E poi c’è quella di Zingaretti, che vede in questa particolare situazione l’occasione per costituire una nuova alleanza politica, strutturale, con il MoVimento 5 Stelle.

Nei piani della “ditta”, di fatto, c’è l’annessione dei grillini, il tentativo di farne una costola della sinistra capace di fare da ago della bilancia in particolare nelle prossime consultazioni regionali, su tutte quelle in Emilia Romagna. Un piano strategicamente neanche troppo “fesso”, se non fosse per un discorso di coerenza.

Se può essere accettata di malavoglia, turandosi il naso, la prospettiva di un governo con chi per 14 mesi ha prestato il fianco a Salvini, se la si ritiene l’unica concreta possibilità per salvare l’Italia dalla deriva sovranista, diverso è scegliere consapevolmente di dare vita ad un’alleanza politica che abbia come fine ultimo quello di fare di Di Maio, Di Battista e Taverna interlocutori stabili.

Sta sottilmente ritornando di moda il “momento Scalfari”, in riferimento alla dichiarazione dell’ex direttore di “Repubblica” – subito dopo il voto del 4 marzo – secondo cui cui il MoVimento 5 Stelle alleato al Pd sarebbe diventato “la nuova sinistra“. Scalfari in seguito rettificò parlando di “scherzo provocatorio“, ma oggi sembra proprio questo il disegno che hanno in mente Zingaretti e compagni.

Ecco, se la “nuova sinistra” è un MoVimento 5 Stelle alleato strutturale del Pd, se Grillo e Casaleggio diventano i soggetti da consultare per concordare il nuovo Presidente della Repubblica, allora povera Italia. Se la “nuova sinistra” è quella che per una parte ha varato e votato i decreti (in)Sicurezza di Salvini, allora sei messa male, Italia. Se la “nuova sinistra” è quella giustizialista e manettara, quella che gode delle inchieste e sparge sterco sulle famiglie coinvolte, se la “nuova sinistra” è quella che dice no alla Tav e alle Grandi Opere, se è quella che va in deficit e crea debito, se è quella che dice sì al reddito di cittadinanza e no al lavoro, allora buona fortuna, Italia.

La lezione di Stefania Prestigiacomo

Sull’essere berlusconiana di Stefania Prestigiacomo nessuno può nutrire dubbi. Forzista della primissima ora, in Parlamento dal ’94, senza tentennamenti dettati dal momento, il patentino di fedelissima del Cav se l’è conquistato sul campo. Una premessa che risulta obbligata per chiarire che non si può accusare la deputata siciliana di essere di sinistra.

Adesso veniamo all’attualità.

Stefania Prestigiamo è salita, insieme a Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Riccardo Magi di +Europa, su un gommone che l’ha portata a bordo della Sea Watch 3, l’imbarcazione ferma ad un miglio dalla “sua” Siracusa con 47 migranti in attesa di sbarcare.

Una decisione presa in autonomia, senza consultare i vertici, motivata come “visita ispettiva” in qualità di parlamentare per verificare le condizioni dei profughi.

In Forza Italia si è scatenato un putiferio: molti parlamentari si sono imbarazzati per questo atto dell’ex ministro del Mare (guarda un po’ il destino). C’è chi come Alessandro Cattaneo, ex sindaco più amato d’Italia ma promessa mancata degli azzurri a livello nazionale, si è dissociato apertamente con un post su Facebook.

Altri, come la Gelmini, hanno tentato di stare un po’ di qua e un po’ di là, sostenendo la legittimità dell’azione della Prestigiacomo, ma ribadendo la linea politica di contrasto all’immigrazione clandestina di Forza Italia.

E poi c’è chi, come Carfagna e Micciché, ha applaudito apertamente all’azione della Prestigiacomo con buona pace di Salvini.

Ora bisogna tornare alla premessa iniziale: il patentino di berlusconiana, dicevamo, Stefania Prestigiacomo ce l’ha. Chi oggi accusa Berlusconi di essere passato a sinistra, di comportarsi come i “kompagni” comunisti, ha cattiva memoria o non conosce la storia.

Era il giorno di Pasqua del 1997, Berlusconi a Brindisi scoppiò in lacrime davanti ai cronisti parlando dei migranti che arrivavano in Italia dall’Albania (sotto c’è il video, guardatelo, ne vale la pena).

La lezione della Prestigiacomo è questa: essere di centrodestra non è mai stato essere disumani. Perché è questo che oggi da destra si chiede a Forza Italia. Negare la propria umanità, la propria sensibilità, in favore di un rigore che a questa storia politica non è mai appartenuto. Stare dalla parte dei migranti non è essere di sinistra. Così come essere di sinistra non vuol dire stare per forza dalla parte dei migranti: è pieno di anti-Salvini che questi disperati con la pelle nera, oggi, li rispedirebbe volentieri al mittente.

Nota a margine: rincorrere le posizioni esasperate della Lega sui migranti non farà guadagnare nuovi voti a Forza Italia. Ne abbiamo una prova: Giorgia Meloni. Ormai i migranti sono materia di Salvini. Lasciate a lui, se proprio vuole, il vergognoso compito di sfruttarli.