Siri, c’è il primo grande errore politico di Salvini

Tra poche ore conosceremo l’epilogo del caso Siri. Scopriremo cioè se il Consiglio dei ministri costituirà la fine del teatrino del governo o l’inizio della fine del governo.

Ma in questi giorni vissuti sulle montagne russe, tra un giustizialismo sfrenato (5 Stelle) e un garantismo fin troppo ostentato (Lega), è emerso un lato del carattere di Salvini che rischia di rivelarsi in futuro come il più grande dei suoi limiti: la mania di avere sempre l’ultima parola, anche quando non ci sono le condizioni per averla. L’arroganza tipica di chi non ammette di tornare sui suoi passi, neanche quando i suoi passi sono sbagliati.

Ora è chiaro che l’indagine su Siri abbia rappresentato per la Lega un motivo d’imbarazzo umanamente e politicamente difficile da gestire, mancherebbe altro. Ma la vicenda ha assunto fin da subito – complice il pressing M5s – una piega tale che la difesa ad oltranza del sottosegretario ai Trasporti è diventata col passare dei giorni un esempio di autolesionismo incomprensibile.

Detto che il garantismo è un valore a queste latitudini sempre più raro, assodato che la doppia morale 5 Stelle è sempre in agguato, la decisione di Salvini di impuntarsi su Siri non ha una spiegazione logica.

Molto semplicemente: se vuoi far cadere il governo, aprire la crisi immolandosi per un sottosegretario indagato per corruzione non è una mossa geniale. Potevi e dovevi farlo prima: sarebbe stato più credibile farlo sulla Tav, sarebbe stato più coerente farlo sulle autonomie, sarebbe stato più intelligente farlo sul reddito di cittadinanza e in conclusione sarebbe stato meglio non firmare proprio il contratto.

Se invece fai le barricate su Siri per differenziarti dalle aggressioni manettare dei pentastellati, se lo fai per occupare un campo, perché vuoi sostituire Berlusconi nell’elettorato di centrodestra anche per quanto riguarda la battaglia per il garantismo: bene, puoi farlo, ma la Giustizia non è mai stata in cima alle priorità degli italiani, è un gioco a perdere, non vale la candela.

L’unica lettura politicamente plausibile è quella onestamente più infantile: su Siri non si arretra di un millimetro dal momento che a volere la sua testa sono Di Maio e i 5 Stelle.

Dunque Salvini, pur di difendere la propria immagine di “uomo forte”, pur di non concedere lo scalpo di Siri, decide scientemente di entrare in un vicolo cieco. Ufficialmente per non consentire a Di Maio di fruire del dividendo, della spinta elettorale alle Europee che le dimissioni ordinate da Salvini gli garantirebbero. Sostanzialmente, però, facendo ancora più danni: perché la gente normale, quella che decide negli ultimi giorni chi andare a votare, quella che osserva senza i pregiudizi del tifoso, questa indisponibilità a scaricare un indagato per corruzione – o quanto meno a metterlo in panchina fino a quando la sua posizione non sarà chiarita -proprio non se la spiega.

La riflessione è che in tempi d’oro, come quelli che Salvini sta vivendo, il leader che non cambia idea, che non modifica le proprie opinioni costi quel che costi, viene vissuto dal “popolo” come un infallibile decisionista. Ma quando il vento gira, e prima o poi questo accade, quella stessa “qualità” viene interpretata come arroganza, tendenza al dispotismo, mancanza di autocritica, assenza dell’elasticità necessaria ad un “capo”.

Adesso è evidente che Salvini abbia commesso in questo primo anno da vicepremier diversi errori politici. Ma sono errori di governo e di visione, di costruzione di un Paese che si riscopre ogni giorno più incattivito e intollerante, più razzista e, se ce n’è l’occasione, pure fascista. Tanto se una cosa la dice Salvini, perché non posso pure io…no?

Sul caso Siri, però, va in scena il primo vero grande errore politico-mediatico, se così vogliamo chiamarlo, del Salvini leader di partito. Era un terreno scivoloso, bisognava giocare su un altro campo o non giocare affatto.

È un peccato d’arroganza, che Salvini ha commesso: ha creduto di poter vincere anche questa, come sempre era successo finora. Ricapiterà, perché è la sua indole priva di limiti e moderazione che glielo impone. L’incapacità di capire che “avere carattere” non significa sempre “dimostrare di avere carattere”.

Il futuro dopo Siri: c’è l’embrione di un nuovo governo

Dietro la conferenza stampa di Giuseppe Conte sul caso Siri non si cela soltanto la fretta del MoVimento di risolvere una questione imbarazzante per l’auto-proclamato “governo del cambiamento”. Né la questione è catalogabile solo come la volontà di Di Maio e Conte – sempre più premier M5s – di esibire lo scalpo di un fedelissimo di Salvini ai propri elettori e ringalluzzirli in vista delle elezioni Europee. C’è certamente questo, ma non solo.

La manovra di ieri rivela una volta di più che la frattura tra Di Maio e Salvini non è ricomponibile. Dopo le Europee verrà scelto dal leader della Lega un casus belli per rompere il patto di governo.

Non è convenienza di Salvini sacrificare l’esecutivo sull’altare di Siri. In primis perché – per quanto si possa essere garantisti – non v’è certezza che il sottosegretario sia innocente come dice. Impostare poi una campagna elettorale sull’indisponibilità a rinunciare ad un sottosegretario indagato per corruzione significherebbe un clamoroso autogol.

Da questo ragionamento ne deriva un altro: se questo governo cade è chiaro che non potrà ripresentarsi dopo le nuove elezioni Politiche identico a se stesso. E qui sta l’accelerazione di Conte. Il MoVimento 5 Stelle ha deciso di occupare l’arco sinistro del Parlamento. La “sfrontatezza” con cui si decide di stuzzicare Salvini nelle ultime settimane è figlia di una sicurezza che il leader della Lega non ha: la possibilità di una maggioranza alternativa dopo le urne.

Qui interviene il Pd di Zingaretti. Perché sono sempre di più i segnali che lasciano intravedere la volontà di un dialogo tra le parti. Un sondaggio di Porta a Porta dice che il 54% degli elettori dem sarebbe disponibile ad un’alleanza coi 5 Stelle. Poco più di un elettore su 2. Una percentuale che dà l’idea della spaccatura all’interno del partito sulla questione. E che prefigurerebbe la nascita di un nuovo partito di stampo centrista di Renzi.

Di questa exit strategy non dispone, ancora, Matteo Salvini. Se il MoVimento 5 Stelle può permettersi di forzare, consapevole che prima o poi a strappare sarà la Lega per capitalizzare il proprio consenso, d’altro canto Salvini ha ancora un problema: Silvio Berlusconi. Fiaccato com’è da un intervento chirurgico non banale, recluso al San Raffaele e impossibilitato a lanciarsi in una campagna elettorale che sarà decisiva per la sua sopravvivenza politica, è ancora il Cavaliere il freno alle ambizioni di Salvini. Una Forza Italia marginale, ampiamente sotto il 10%, darebbe a Salvini la possibilità di lanciarsi nel suo progetto di nuovo destra-centro, costituendo un’alleanza che vedrebbe in Toti e Meloni le sue stampelle.

Fino al 27 di maggio, però, questo scenario è bloccato, sospeso. Ne deriva un vantaggio di tempo per Di Maio, autorizzato fin da ora a bombardare il suo alleato di governo, nella speranza che le Europee vedano primeggiare il M5s rispetto al Pd e gli consentano di arrivare alle Politiche, presumibilmente in autunno, con lo slancio di chi intende esprimere, dopo l’accordo con Zingaretti, il nome del prossimo premier.

Questo è lo scenario, la strategia. C’è l’embrione di un nuovo governo. Che gli italiani lo sappiano, almeno.

La pistolettata di Siri-jevo

L’accusa è di quelle pesanti: Armando Siri è indagato per corruzione. Gli inquirenti della Dia di Palermo gli contestano di aver “caldeggiato” l’approvazione di alcuni emendamenti richiesti da tale Paolo Arata, faccendiere impegnato nel settore dell’energia, in cambio di una mazzetta da 30mila euro. Arata è noto per aver intrattenuto dei rapporti con Vito Nicastri, arrestato circa un anno fa e definito il “signore del vento” per il suo business nell’eolico, guarda caso il settore preferito da Matteo Messina Denaro.

Ora è chiaro che non si può essere garantisti a giorni alterni: Siri è indagato, non colpevole, fino a prova contraria. In questo senso i 5 Stelle si dimostrano assurdamente coerenti: sono manettari e giustizialisti. Quando non si tratta di loro. Per questo, un minuto dopo la notizia dell’inchiesta, Di Maio ha chiesto le dimissioni del sottosegretario per le Infrastrutture.

Occhio però alle conseguenze di queste fughe in avanti. Perché non siamo in presenza di un governo monocolore: Di Maio è il capo politico del MoVimento 5 Stelle, non è il premier dell’esecutivo. Dunque in questo caso ci troviamo in presenza di “fatti della Lega”, innanzitutto. Poi del governo. Chiedere la testa di Siri equivale ad invadere l’area di competenza di Salvini, scavalcarlo. Lesa maestà.

Siri d’altronde non è uno qualunque: è vicinissimo al “Capitano“, è l’ideologo della flat tax. Sì, quella tassa piatta che tanto fa storcere il naso ai 5 Stelle nelle modalità pensate dal Carroccio, la stessa tassa piatta che potrebbe causare l’aumento dell’Iva. Perché Tria in questo senso è stato chiaro: delle due l’una.

La mossa di Di Maio però non è casuale, è una provocazione voluta.

La risposta di Salvini è la solita. Opposta rispetto alla posizione di Giggino:”Conosco Siri e lo stimo, non ho dubbio alcuno“.

A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Perché la storia insegna che alle volte da un evento “collaterale” può originarsi il “casus belli”. Fu così nel 1914: l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, venne ucciso a Sarajevo da un attentatore serbo. Da quell’episodio, di cui nei momenti immediatamente successivi nessuno sembrò curarsi, l’Austria ricavò il pretesto per attaccare la Serbia e scaturì la Prima Guerra Mondiale: 14 milioni di morti.

Nel nostro piccolo: Di Maio ha sparato. Salvini è stato colpito. Un mini-conflitto è già scoppiato. Ma il governo può cadere per un caso simile? Forse può essere questa la nostra “pistolettata di Siri-jevo”.