L’ultima mossa di Donald e Bibi sfida il senso del tempo di Teheran

Ignorata per giorni dalle maggiori testate nazionali, decise a negargli la prima pagina poiché maggiormente interessate al dibattito sul numero di commensali consentiti nel cenone di Natale, l’uccisione di Mohsen Fakhrizadeh è evento di potenziale svolta nelle dinamiche Iran-Usa. Dunque del Medio Oriente intero.

Neanche lontanamente paragonabile alla figura del generale Qassem Soleimani, ucciso in gennaio, eroe nazionale considerato dal popolo iraniano alla stregua di un semi-Dio, lo scienziato a capo del programma nucleare di Teheran è comunque figura cruciale. Descritto come una sorta di J. Robert Oppenheimer persiano, in riferimento allo scienziato che più di 75 anni fa supervisionò il Progetto Manhattan che portò gli Stati Uniti a sviluppare la prima arma nucleare del mondo, la sua dipartita ha però più valore simbolico che conseguenze pratiche. In nuce: non sarà la sua morte a fermare il programma nucleare iraniano.

Non a caso, a due giorni dall’attentato che ne ha sancito la morte, il Parlamento iraniano ha approvato con maggioranza bulgara una mozione che esorta a discutere con “massima urgenza” un’espansione del programma nucleare, aumentando al 20% e oltre il livello di arricchimento dell’uranio (che l’accordo sul nucleare del 2015 limita al 3,67%) e limitando la presenza degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nei siti nucleari sospetti: atto che porterebbe Teheran di fatto fuori dall’intesa.

Sebbene nessuna rivendicazione ufficiale sia ancora arrivata, è ormai dato per scontato da tutti gli attori internazionali che dietro l’attentato a Fakhrizadeh vi sia la mano d’Israele, e in particolare del Mossad. Tornano alla mente al riguardo le parole pronunciate nel 2018 dal premier israeliano Benjamin Netanyahu a proposito di Fakhrizadeh: “Ricordatevi questo nome”, disse “Bibi”, mentre accusava Teheran di voler costruire l’atomica necessaria a cancellare dal Pianeta lo Stato Ebraico. Quel nome non è stato evidentemente dimenticato, ma credere che eliminando uno scienziato non ve ne sia un altro pronto a subentrare al suo posto è illusione che Israele stessa, al di là della propaganda, non coltiva. Così come appare altamente improbabile che Gerusalemme si sia concessa una mossa così ardita senza prima aver ricevuto l’assenso americano all’operazione.

Perché, allora, colpire il fisico? E perché farlo ora? L’obiettivo (non) dichiarato è quello di provocare un fallo di reazione da parte di Teheran. Scopo che travalica la figura, pur importante, di Fakhrizadeh. Una rappresaglia iraniana consentirebbe infatti a Trump di lanciare un attacco di ritorno nei confronti di obiettivi persiani, minando così il terreno del dialogo tra la prossima amministrazione americana e l’Iran ancora prima dell’insediamento di Joe Biden. Con tanti saluti all’ipotesi di fare ritorno agli accordi sul nucleare di obamiana memoria, mossa che rinnoverebbe le legittime paure di Israele.

Non è un caso che il mantra di queste ore ai più alti livelli iraniani sia lo stesso: “Aspettiamo di sentire le parole di Joe Biden”. La tradizione imperiale iraniana, del resto, abitua alla pazienza, ad un senso del tempo tarato su millenni, non certo su pochi giorni. Se rappresaglia sarà, dunque, non è detto debba avvenire per forza oggi o domani. La vendetta è da sempre un piatto che va servito freddo: in questo caso l’idea è di congelarlo.

Serve capire se vale la pena sacrificare Fakhrizadeh sull’altare di una distensione dei rapporti con l’America di Biden. Se è possibile accettare un nuovo sfregio per il regime. Se la pressione del popolo stesso non imporrà un colpo sotto la cintura di risposta. Serve tempo. Ma la strada che separa da qui al 20 gennaio prossimo non è mai sembrata così lunga e in salita. E l’ultima mossa di Donald e Bibi appare agli occhi di Teheran come un chiarissimo tranello, nel quale risulta sempre più difficile non cadere.


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Il cambio di regime in Iran è un “sogno”

C’è vita per le strade di Teheran. I semi della storia non si disperdono, prima o poi tornano a maturare. Il popolo dell’Iran non ha dimenticato la profondità della sua provenienza. L’Antica Persia è un mito che vive nei vicoli delle città, nei bazar, nei gesti di una civiltà diversa. Le immagini degli studenti universitari che evitano di calpestare le bandiere degli Stati Uniti e d’Israele, ribellandosi all’obbligo informale imposto dal regime, entrano di diritto tra i segni più rivoluzionari di questo 2020. Non un anno qualunque. Ma in politica, e ancora di più in politica estera, bisogna distinguere speranze e ambizioni. Sogno e realtà.

Le migliaia di persone scese in piazza a protestare contro le autorità della Repubblica Islamica sono la prova che la teocrazia vive tempi duri. Più dell’uccisione di Qassem Soleimani, più della rappresaglia da fiction nei confronti degli americani, hanno fatto l’abbattimento per errore dell’aereo ucraino su cui viaggiavano tanti iraniani, molti dei quali studenti (un dato da non sottovalutare), ma soprattutto le bugie che il regime ha opposto per giorni alla dura e improcrastinabile realtà.

Un’economia al collasso, la strategia della “massima pressione” messa in atto dalla Casa Bianca con nuove sanzioni, lo shutdown di internet, le dure repressioni dei mesi scorsi, sono tutti elementi che lasciano intravedere la fine di una storia iniziata nel 1979 con la rivoluzione khomeneista. Una delle domande, allora, è la seguente: è possibile un “regime change”, un cambio di regime, un colpo di Stato per rovesciare gli ayatollah? La risposta è che sarebbe auspicale, ma allo stato è molto difficile.

Per farlo servirebbe il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti: l’opzione militarmente più efficace sarebbe il via di una guerra, con tanto di “boots on the ground”, stivali dei soldati sul terreno. Gli Usa vincerebbero, è scontato. Ma qui bisogna tornare a fare i conti con lo “Zeitgest”, lo spirito del tempo. Che anno è? Il 2020. Negli Stati Uniti si vota e Donald Trump vuole vincere le elezioni. Questo significa che non è suo interesse, ad oggi, portare gli americani in un nuovo conflitto. La stanchezza del popolo a stelle e strisce è nota, la volontà di guardare al proprio ombelico piuttosto che al lontano Medio Oriente pure. No, questa opzione ad oggi non è percorribile.

Nemmeno l’idea di replicare quanto accaduto con Soleimani, ucciso durante un raid aereo mirato, sembra credibile. In primis perché operazioni di questo tipo vengono organizzate più facilmente quando l’obiettivo si trova su un territorio amico (non è un caso che il generale iraniano sia stato colpito in Iraq). In secondo luogo perché uccidere la Guida Suprema Khamenei o il presidente Rouhani potrebbe sortire l’effetto contrario: quello di ricompattare il popolo iraniano contro il “nemico occidentale”.

Si illude chi spera che le sole sanzioni economiche possano provocare un regime change. Queste, infatti, storicamente trovano effetto quando la minaccia di un’invasione è concreta, tale da sortire un motivo di preoccupazione imminente per il governante alle strette. Come abbiamo visto, però, la Casa Bianca al momento non mette in conto di entrare in guerra con l’Iran.

Nemmeno l’idea di sobillare dall’interno i gruppi di opposizione al regime sembra oggi credibile. Non fosse altro perché le formazioni in questione hanno una storia non limpidissima, quasi tutte sono state accusate in passato dagli americani di essere organizzazioni terroristiche. Un elemento, questo, che conferma un altro dato di fatto: l’eventuale caduta della Repubblica Islamica non sarebbe la certezza di un Iran filo-occidentale.

Il fatto che Trump scriva su Twitter in “farsi” – registrando peraltro il cinguettio più popolare mai pubblicato in questa lingua sulla piattaforma social -, la volontà di distinguere il popolo iraniano dai suoi oppressori, la scelta di supportare – almeno a parole – le proteste di piazza, sono tutti segnali del fatto che alla Casa Bianca non hanno abbandonato il sogno di un cambio di regime. Ma di questo si tratta, di un sogno, non di una speranza. Sarebbe la prima volta che una rivolta popolare, senza influenze esterne, si rende protagonista di un cambio di regime. Difficile, improbabile, ma sognare non costa nulla.

Morti in una guerra mai iniziata

Il linguaggio della guerra è chiaro a chi la pratica. Meno ai civili, portati per indole a non comprenderne le ragioni, a temerne le conseguenze, a pagarne il prezzo. L’ammissione di colpevolezza da parte dell’Iran rispetto all’aereo ucraino precipitato a Teheran su cui viaggiavano 176 innocenti è la conferma di ciò che tutti avevano immaginato apprendendo la notizia dello schianto: la fatalità esiste, ma non sempre.

Le scuse dell’Iran sono arrivate in ritardo: in questi giorni abbiamo visto le autorità della Repubblica Islamica, nell’ordine: negare la consegna delle scatole nere, ripulire l’area dello schianto con delle ruspe, sostenere con sdegno più volte la propria estraneità ai fatti e, infine, ammettere l’evidenza grazie alle pressioni della comunità internazionale e al video girato da un suo ignaro (forse) cittadino.

Detto che l’aereo ucraino è stato abbattuto per sbaglio (non ci sarebbe motivo di colpire un velivolo civile), la definizione migliore per ciò che è accaduto è proprio quella di “errore umano”. Non è lo stesso errore umano di cui parla in presenza di un incidente automobilistico, una svista causata da un’indecisione, una manovra azzardata. Questo errore è “umano” perché figlio dell’umana paura della guerra. Nelle ore seguite all’uccisione di Qassem Soleimani, nei minuti della rappresaglia iraniana, la forze di difesa di Teheran hanno creduto di essere a loro volta assalite dagli americani. E’ stato un atto “imperdonabile” ma “comprensibile”, con tutte le virgolette del caso, necessarie poiché da uomini addestrati sarebbe lecito attendersi un più alto livello di competenza e freddezza.

Quelle 176 persone a bordo dell’aereo abbattuto hanno pagato con la vita l’essersi trovate al posto sbagliato nel momento sbagliato. Capita, in guerra. Diventa più difficile da accettare quando una guerra non c’è stata, non c’è, e forse (per fortuna) non ci sarà.

Il problema è la Bomba

Donald Trump doveva dare un indirizzo all’America e all’Occidente sugli sviluppi in Iran dopo la rappresaglia della Repubblica Islamica. Ha fatto molto di più, indicando chiaramente qual è il vero problema degli Stati Uniti in Medio Oriente: assicurarsi che l’Iran non abbia mai e poi mai la Bomba.

All’arma atomica Trump ha dedicato gran parte del suo breve intervento dalla Casa Bianca. Lo ha fatto dopo aver assicurato una volta di più che nel raid persiano “nessun americano è stato ferito“, che i danni riportati sono “minimi“, le basi “al sicuro” e l’Iran “in svantaggio“. Come delegittimare nel giro di pochi istanti tutta la costruzione della propaganda iraniana. Come esporre i teocrati del regime al malcontento di un popolo stanco ma furente per l’uccisione di quello che considerava un semi-Dio: Qassem Soleimani. Se la sua vita vale così poco – sarà il pensiero collettivo – allora dov’è la tanto decantata forza del vecchio impero persiano? Poggia su fondamenta fragili “il perno dell’Universo“.

Le parole di Trump sono quelle di chi è pienamente padrone della situazione. Ha giocato da “gambler“, ha scommesso, ha visto il bluff iraniano, portato a casa l’uccisione del leader avversario più temibile, avuto ragione, trionfato su tutta la linea. Gli è andata così bene da aver capito che ci sono ancora margini per tenere Teheran sotto schiaffo. Così ha deciso di mantenere la scure sul capo degli iraniani: “Mentre continuiamo a valutare varie azioni per rispondere all’aggressione…“. Sì, anche quella militare.

Allo stesso tempo ha scelto di schiacciare una volta di più il Paese avversario nella morsa di nuove sanzioni. Siamo su un doppio binario: missili e diplomazia. Fino a quando? Per dirlo con le sue parole: “Fino a quando Iran non cambierà atteggiamento“. Questo vuol dire una cosa sola: l’Iran deve rinunciare al nucleare.

In mezzo, Trump ha infilato una buona dose di campagna elettorale: c’è da capirlo, quest’anno si vota. L’obiettivo? Obama, i Democratici, il loro accordo sul nucleare: “L’Iran ha continuato con attacchi internazionali, chiuso i cieli ai droni americani. Abbiamo dato loro oltre 1,4 mld di dollari e loro cantavano “Morte all’America“. I missili lanciati ieri sono stati pagati dai soldi messi a disposizione da Obama“.

Poi di nuovo il chiodo fisso, il vero nocciolo geopolitico della questione: “Loro devono abbandonare ogni ambizione verso il nucleare e smettere di sostenere i terroristi. Devono abbandonare tutto quello che resta di quell’accordo (quello del 2015, ndr) e lavorare insieme per arrivare ad un accordo“.

Sul finire, ecco il ritorno del “dealer“, l’uomo d’affari capace di essere duro ma allo stesso tempo ammaliare, sedurre l’avversario, portarlo dalla propria parte: “L’Iran potrebbe essere un grande Paese. L’Isis è un nemico naturale dell’Iran. Noi dovremmo lavorare insieme su questo e altre priorità condivise. E infine ai leader dell’Iran: noi vogliamo che voi abbiate un bel futuro, il futuro che meritate prospero, di armonia, di pace. Gli Usa sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano“.

Resta l’interrogativo di sempre: quello della deterrenza nucleare. Kim Jong-un ha la Bomba e per ora è vivo. Saddam e Gheddafi non hanno fatto in tempo: sappiamo che fine hanno fatto. Cosa deciderà l’Ayatollah? E soprattutto: può davvero scegliere?

Il raid della paura dell’Iran. Ora Trump può fermarsi

La scommessa di partenza di Donald Trump era quella che l’Iran, dopo l’uccisione di Qassem Soleimani in Iraq, non avrebbe risposto in maniera (s)proporzionata all’offesa subita. Si possono fare molte riflessioni sulla definizione di “proporzionata”. Ad esempio: a cosa avrebbero dovuto puntare gli iraniani per ritenersi soddisfatti? Ad un attentato sul suolo americano? Ad un’aggressione senza precedenti verso Israele? All’eliminazione di un componente di primo livello dell’amministrazione Usa? Sembrano discorsi da fantascienza, ma sono gli stessi pronunciati nelle riunioni dei vertici iraniani all’indomani della morte di Soleimani. Dare al popolo arrabbiato una parvenza di vendetta, farlo senza scatenare la furia americana: questo il complicato obiettivo da raggiungere.

Ora, anche fossero confermati i numeri diramati dalla tv di stato iraniana sugli almeno 80 “terroristi americani” uccisi nella rappresaglia di questa notte – cosa tutta da verificare, è anzi molto probabile che la propaganda abbia gonfiato questi numeri – di cosa parleremmo? Di sicuro di una risposta “razionale” da parte di Teheran. Può fare effetto descrivere in questi termini un bilancio eventualmente così pesante di vite umane spezzate nel giro di pochi attimi, con un doppio strike notturno arrivato dall’alto, che alle vittime non avrebbe dato neanche il tempo di un segno della croce. Ma è nei termini della guerra che bisogna ragionare per tentare di capire ciò che sta succedendo e cosa potrà ancora accadere nel Golfo.

Il dato che emerge chiaramente è che Trump ha vinto la prima mano. Ma ora la speranza è che si renda conto che tutto questo non è un gioco. L’elemento di paura della Repubblica Islamica trasuda chiaramente dalle parole affidate a Twitter dal ministro degli Esteri Zarif: “L’Iran ha intrapreso e portato a termine misure proporzionate di autodifesa in base all’articolo 51 della Carta Onu, prendendo di mira la base da dove è stato lanciato l’attacco armato codardo contro i nostri cittadini e alti ufficiali. Non cerchiamo un’escalation o una guerra ma ci difendiamo da ogni aggressione“. Ci sono dei passaggi chiave che denunciano la volontà di fermarsi: sono quelli evidenziati.

L’Iran che parla di misure “proporzionate“, di “autodifesa“, che incastona la sua rappresaglia nel contesto delle Nazioni Unite, che chiude le comunicazioni con la precisazione che Teheran non cerca un’escalation: cos’è tutto questo? Ci troviamo di fronte ad una dimostrazione di razionalità o ad un’ammissione di debolezza? Più probabilmente la seconda. La teocrazia non avrebbe potuto “non” rispondere alla morte di Soleimani. Abbiamo parlato del rapporto quasi sentimentale che il popolo nutriva nei suoi confronti. Subire l’aggressione Usa senza reagire avrebbe significato per i vertici della Repubblica Islamica una delegittimazione di sé, un atto di paura – normale, quando dall’altra parte ti trovi di fronte la superpotenza – che il popolo non avrebbe capito, perdonato.

Ma se fino a questa notte il pallino era nelle mani di Teheran, se il mondo guardava con apprensione al possibile fallo di reazione che sarebbe potuto scaturire dall’Iran, da oggi è di nuovo alla Casa Bianca che bisogna affidare le speranze di una de-escalation nella regione. Perché meno di questo Teheran non avrebbe potuto. Ma neanche di più.

Il mondo intero si è chiesto in questi giorni cosa avesse spinto Trump ad ordinare l’uccisione di Soleimani. Se c’è dell’altro, oltre all’aspetto emozionale che sempre contagia gli Usa quando si tratta dell’Iran, oltre alla volontà di eliminare un avversario che stava organizzando attentati contro gli americani, lo capiremo presto.