Renzi e la paura prima del voto: può essere una Caporetto

A due settimane dal voto, Matteo Renzi guarda gli ultimi sondaggi con incredulità. Sapeva che sarebbe stata dura, ma non così. Il 40% delle Europee del 2014 è praticamente dimezzato, il rischio di scendere sotto il 20 concreto. E quella è diventata la sua linea Maginot, l’ultima trincea prima di venire travolti per sempre.

E non se lo spiega Renzi, che sui social continua ad utilizzare l’hashtag #avanti, ma non riesce a fare a meno di guardarsi indietro, per capire da dove derivi tutto l’odio che rischia di fagocitarlo. I colpevoli, dal suo punto di vista, sono soprattutto i vecchi nemici interni, la fronda che va da D’Alema a Bersani, quella che lo ha dipinto come un intruso all’interno del Partito. La gente di centrosinistra ha finito per crederci e quando le promesse non sono state all’altezza delle premesse, lo ha abbandonato al suo destino.

Renzi, però, ha una qualità che non s’impara. Lotta fino in fondo. Lo ha fatto alle Primarie perse contro Bersani, al referendum del 4 dicembre, lo farà in queste elezioni del 4 marzo. Coltiva intimamente la speranza che i sondaggi si sbaglino, ha ceduto a mandare in tv anche Gentiloni e Minniti, accettando il fatto che non è più lui l’uomo col tocco magico all’interno della coalizione.

Per il resto ha fatto ciò che doveva, con un cinismo che potrebbe tornargli indietro se la notte del 5 marzo si rivelerà una Caporetto. Blindando le liste di fedelissimi si è garantito il futuro. O almeno così pensa. Ma deve reggere, stare sopra al 20%, perché la sua carriera politica non sia ricordata come quella di una meteora.

Certo dovrebbe cambiare registro, evitare di correre dietro ai grillini. Ma se non può fare il populista e le promesse elettorali sono pane di Berlusconi, cosa resta a Renzi? Lui sostiene il buon governo, rivendica con orgoglio i suoi 1000 giorni a Palazzo Chigi, ma la gente non condivide le stesse sensazioni rispetto a quel periodo.

Sembra all’angolo il segretario dem, per la prima volta è costretto a giocare in difesa. E nei sondaggi che oggi guarda con scetticismo, nei numeri che ai candidati dice di ignorare, legge il pericolo di finire rottamato. Per ora va #avanti, ma è di restare #indietro che ha paura.

Quindi che succede tra un mese?

La domanda pare lecita, ad un mese dall’Election Day. Perché in fondo – è inutile nasconderlo – quando si parla di elezioni la domanda che interessa tutti prima del voto è la seguente: chi vincerà? I sondaggi in questo senso sono abbastanza chiari. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che ad ottenere più voti degli altri sarà la coalizione di centrodestra. Certo con un mese di campagna elettorale può ancora succedere di tutto, ma la sensazione è che i partiti abbiano già sparato le loro migliori cartucce. Insomma: quel che potevano promettere hanno promesso.

Ad essere messa in discussione, però, è quella che i dotti chiamano “governabilità“. Tradotto: ci sarà uno schieramento o un partito che otterrà la maggioranza dei seggi in Parlamento? Salvatore Vassallo, professore ordinario nell’Università di Bologna, dove insegna Scienza politica e Analisi dell’opinione pubblica, ha realizzato un’analisi approfondita per Repubblica, traendo la seguente conclusione: “Ad oggi, il centrodestra sembra molto vicino al risultato. Se prendessi completamente sul serio, fino ai decimali, le intenzioni di voto rilevate dai sondaggi e il mio modello di simulazione, dovrei dire che lo ha raggiunto: di pochissimo alla Camera e con un margine un po’ più ampio al Senato“.Dando per vera l’analisi del professor Vassallo, come vanno interpretate allora le dichiarazioni dei leader di partito che ad oggi parlano da presidenti del Consiglio in pectore?

Restando nel centrodestra, lo schieramento accreditato della vittoria, Berlusconi è incandidabile: dunque non sarà lui il primo ministro. Salvini dice: “Se nel centrodestra prendo un voto in più, il premier lo faccio io“. Tutto lecito. L’ultima supermedia dei sondaggi di YouTrend, quella che li prende in esame tutti (ma proprio tutti), spiega però che la Lega è stabilmente sotto Forza Italia.

Per effetto della legge elettorale, tutti quei voti gialli attribuiti al M5s – attualmente primo partito italiano – saranno praticamente inutili. Al Senato, infatti, la maggioranza è di 158 seggi e i grillini sono accreditati dai sondaggi a quota 56. Alla Camera la musica non cambia: la maggioranza fissata a quota 316 è ben lontana, visto che i seggi “sicuri” sono soltanto 112. Non si comprende allora il senso delle parole di Di Maio:”La nostra idea è di presentare la nostra squadra di governo prima delle elezioni, la sera delle elezioni fare un appello a tutte le forze politiche per metterci insieme sui temi e non sugli scambi di poltrone“. A meno che non creda di convincere il 51% degli italiani a dargli fiducia: altamente improbabile in uno scenario tripolare come quello attuale.

Lo ha capito da tempo Renzi, che ormai non parla più di obiettivo 40% ma più che altro – spiega il prof. Vassallo – spera che il M5s dia filo da torcere al Sud (dove si trova il più alto numero di collegi in bilico) a Berlusconi & co. affinché i voti presi dal Pd al Centro-Nord gli consentano di svolgere un ruolo centrale nell’ottica di un governo di larghe intese.

Quindi, per tornare alla domanda iniziale, che succede tra un mese? Forse vincerà il centrodestra. Ma come dopo ogni elezione italiana che si rispetti tutti i partiti rivendicheranno l’importanza del proprio risultato e la centralità del loro ruolo.

La notte dello spoglio attendiamoci di tutto: Di Maio che invocherà il diritto di fare il governo anche se avrà meno seggi del PdRenzi che pur arrivando terzo vorrà Palazzo Chigi per dire sì alle larghe intese, Salvini che reclamerà il premierato in nome dei voti decisivi conquistati al Nord, Berlusconi che chiederà la grazia a Mattarella sulla spinta della riabilitazione popolare appena ottenuta.

Ne vedremo delle belle e chissà che non capiti di riascoltare le drammatiche parole di Bersani nel 2013: “Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi“.