Draghi e lucertole

Mario Draghi

Voglio prendere in prestito la splendida metafora utilizzata qualche giorno fa sul Corriere della Sera da Federico Fubini per spiegare la guerra dell’Italia all’austerità dell’Europa, con il nostro Paese paragonato a Hiroo Onoda, luogotenente giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, che nel 1945 rifiutò l’idea che il conflitto fosse finito: “Restò a combattere i suoi fantasmi su un’isola delle Filippine fino al 1974. Il mondo era andato avanti e lui se l’era perso“.

Lo stesso parallelismo si può tracciare all’indomani del discorso pronunciato da Mario Draghi a Sirte, in Portogallo. Sono bastate le sue parole a far abbassare lo spread ai minimi da marzo. Dove non sono riuscite le proposte del governo Lega-M5s è riuscito un signore descritto da certi partiti come un euroburocrate al servizio di Bruxelles.

Draghi, invece, è sì governatore della Banca Centrale Europea, ma ha ben presente il suo essere italiano. Si può dire, azzardando una provocazione, che sia il più sovranista di tutti. Lo ha dimostrato ai tempi dell’ormai mitico “whatever it takes” e lo ha ribadito ieri, lasciando intendere che gli spazi del quantitative easing sono ancora grandi, che la cassetta degli attrezzi della Bce dispone ancora al suo interno di strumenti in grado di sostenere la crescita dell’Europa (e dell’Italia).

Tutto bellissimo, tutto incoraggiante, se non fosse per l’incapacità del governo di fare i suoi interessi. Ovvero i nostri. Mario Draghi ha dimostrato coi fatti di essere il miglior alleato dell’Italia in Europa e nel mondo. In tutto ciò Salvini si consegna mani e piedi a Donald Trump. Non in nome di un’alleanza storica tra Paesi amici, ma di una logica che affonda le proprie radici in quello che Trump ha inventato: “America first” e Salvini copiato (“Prima gli italiani“).

Eppure basterebbe guardare i numeri, osservare la realtà: Draghi parla e lo spread cala, le Borse crescono, l’Italia respira. Subito dopo Trump sbraita su Twitter contro Draghi accusandolo di aiutare troppo l’Euro e l’Europa. Noi da che parte stiamo? Chiedere a Salvini.

Gli attacchi al governatore della Bce di questi mesi danno l’impressione di un nanismo politico preoccupante. Un’assenza di visione che si tramuta in un attivismo sgusciante, viscido. Perché ci sono i Draghi. E poi ci sono pure le lucertole.

Penne nere, non camicie

Il cappello degli alpini con la tradizionale penna nera

Sfilano gli Alpini. E ti si gonfia il petto. Come se quel cappello con la penna nera lo indossassi proprio tu. Sfilano gli Alpini, orgoglio nazionale, e pensi a quei giovani pronti ad immolarsi sulle montagne per le famiglie lasciate nelle valli, a quei ragazzi addestrati per combattere tra i ghiacci e poi inviati tra le dune del deserto, per assecondare famelici appetiti coloniali di questo o quel regime.

Li vedi marciare, fieri, come fossero loro gli eroi mandati al massacro nella campagna di Russia, loro i compagni dei caduti all’Ortigara, sempre loro, ancora loro, gli ultimi bastioni ad impedire l’ingresso degli “invasori”.

Sono gli eredi di una tradizione e di un sentimento, di un orgoglio e di una cultura. Ed è impossibile non percepire la differenza che passa tra chi indossa questa divisa per cuore e storia, come fosse una seconda pelle, e chi invece usa quella dei corpi di polizia dello Stato come uno strumento per i suoi fini elettorali. E’ innegabile il senso di nostalgia che assale chi vede sfilare queste reali espressioni di un’identità nazionale coraggiosa, nobile e incondizionata, a paragone dei nazionalismi e dei sovranismi che di patriottico hanno ben poco.

Quella degli Alpini è la storia di un’Italia semplice e di cuore. E’ quella del binomio coi muli, splendidamente fotografata da Giulio Bedeschi nel suo autobiografico “Centomila gavette di ghiaccio”: “Una volta un conducente rimase ferito da una scheggia che gli fratturò la gamba ed io che ero ufficiale medico tentai di prestargli qualche cura, quando ad un certo punto il suo mulo gli si avvicinò e infilò il muso tra la terra e la nuca del ferito, in modo da sostenerlo, riscaldarlo, confortarlo. Una scena che non dimenticherò mai“.

In un’epoca di nuove e vecchie inquietudini, di pericolosi richiami, di fascismi diversi ma pur sempre fascismi, è bene urlare forte e chiaro il loro motto, quello degli Alpini:”Di qui non si passa“. Sono penne nere, non camicie.

Fratelli coltelli

Questa non è una difesa di Silvio Berlusconi. Non è un articolo a favore di Forza Italia, un post per incensare questo o quel dirigente azzurro, per negare che negli anni il partito di riferimento del centrodestra abbia commesso errori (tanti), dilapidato un patrimonio politico immenso, facilitato il sorpasso di un soggetto impresentabile come la Lega di Salvini. Ma la narrazione per cui Giorgia Meloni si propone come il riferimento dei moderati italiani, dei centristi che in ogni tornata elettorale determinano il successo di questa o quell’altra coalizione, non può passare. Non qui.

Bastava fare un rapido giro alla convention di Torino per rendersi conto che il pubblico di riferimento della convention di Fratelli d’Italia è lo stesso che cerca una casa politica dal secondo dopoguerra in avanti. I libri dei nostalgici del Ventennio esposti tra i gadget sono la conferma che può cambiare l’involucro, ma la sostanza quella è, quella resterà.

Ora, posizionamento a parte, può essere comprensibile l’ambizione di accreditarsi come il secondo partito del centrodestra (se ancora questo esiste). Tentare il sorpasso ai danni di Forza Italia per diventare la stampella della Lega di Salvini è la massima aspirazione della Meloni? Faccia pure, si accomodi, se ci tiene. Sono però le modalità di questa sfida a non convincere, a lasciare perplessi sull’intera operazione. Perché o si trova il coraggio di rompere con Forza Italia su tutti i livelli, quindi anche nelle regioni, oppure si deve avere l’onestà intellettuale di provare a conquistare voti facendo il proprio cammino, senza aggredire l’alleato in difficoltà.

Berlusconi ha commesso nella sua carriera politica molti errori, ma né Casini, né Fini, né Bossi, possono accusarlo di essere stato scorretto nei confronti delle formazioni politiche che guidavano. Per essere chiari, quando Forza Italia era il partito dominante della scena politica italiana, sulle pagine dei giornali non si leggeva di abboccamenti nei confronti di parlamentari di partiti alleati, non si riscontravano attacchi all’arma bianca contro candidati dell’Udc o della Lega, non si rappresentavano i leader come vecchi, superati, quasi morti, più di là che di qua.

Meloni e soci stanno facendo questo gioco sporco, raccogliendo transfughi e delfini annegati. C’è Fitto, che ha tentato di emergere come leader del centrodestra e ha scoperto che c’è vita oltre la Puglia, e sul pianeta Italia conta l’1%. C’è Toti, che ha avuto l’occasione di incidere come mai nessuno prima sulle sorti di Forza Italia in qualità di consigliere politico di Berlusconi, che ha ricevuto in regalo da lui la Liguria senza un perché, che è stato per un periodo l’uomo-immagine del partito, e che dopo aver perso il proprio ruolo privilegiato chiede condivisione, riorganizzazione, apertura alla base: troppo facile dirlo ora.

E infine c’è la Meloni, che pure a Berlusconi deve tanto, che si presenta come la madrina di questo soggetto “nuovo” che dovrebbe inglobare ciò che resterà di Forza Italia se le Europee andranno come i sovranisti desiderano. Moderazione, lealtà, gratitudine, sono evidentemente da cercare altrove. Un nome buono per il futuro contenitore sovranista, però, quello c’è: PdT, Partito dei Traditori. Più che Fratelli d’Italia, fratelli coltelli…

E vissero sovranisti e scontenti

erdogan turchia

 

Parla al cuore del suo popolo, il sultano Erdogan.

Anche nel giorno più difficile, quello in cui il crollo della lira turca nel raffronto col dollaro è impietoso, le parole d’ordine sono quelle che tengono unita una nazione. E allora nell’ora più buia il Sultano suona la carica:”Se loro hanno i dollari, noi abbiamo dalla nostra la gente, la giustizia e Dio!“.

C’è l’evocazione di un nemico straniero, il richiamo alla fede, l’insinuazione di una regia occulta che trama contro gli interessi della Turchia, il solito schema dei cattivi che vogliono rovesciare il volere del popolo sovrano.

Scampato miracolosamente al golpe del 2016, il Sultano è riuscito a ribaltare la situazione a proprio vantaggio: purghe, arresti, violazioni dei diritti umani. Il dissenso in Turchia, se c’è, adesso è sopito, domato, chissà fino a quando.

Erdogan c’è riuscito perché ha siglato un patto neanche troppo silenzioso con la sua gente: datemi il potere, vi darò la ricchezza.

Ma che succede se la lira turca da gennaio ad oggi perde il 30% del suo valore? Cosa capita se le imprese, le banche, sono costrette a ripagare i loro debiti in valute estere con una moneta che di giorno in giorno vale sempre meno? Di più: come la mettiamo se a furia di stampare moneta, di farne circolare sempre di più tra la gente, il denaro perde di valore?

Questa volta non c’è l’euro con cui prendersela, nessuna banca centrale cattiva, nessun burocrate amante dell’austerità. No, la Turchia non fa parte di un’unione monetaria. Ha tutta la sovranità di cui ha bisogno. Semplicemente l’ha messa tra le mani del Sultano, che l’ha usata per garantirsi il potere, la rielezione a Presidente/Sovrano, la possibilità di circondarsi di persone a lui gradite (un po’ come il genero designato ministro dell’Economia).

Una lezione per chi dice che da soli si sta meglio. Anche in Italia.

Il rischio è questo: fare la “fine” della Turchia.

Vivere tutti sovranisti e scontenti…