Il “caso CONI”: Conte umilia lo sport italiano, Olimpiadi a rischio

Ormai da tempo Giovanni Malagò è costretto suo malgrado a recitare la parte della cassandra. A lanciare, inascoltato, l’allarme sulla spada di Damocle che pende pericolosamente sullo sport italiano, sull’onore del Paese.

Lo fa da quando la legge delega sullo sport, voluta dall’allora sottosegretario Giancarlo Giorgetti, è stata definitivamente approvata in Parlamento. Ma a dire il vero da qualche mese prima, da quando cioè la riforma dello sport di marca Lega-M5s ha tolto autonomia e competenze al CONI.

Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale), d’altronde, era stato chiaro fin da subito con il governo: o rispettate la Carta Olimpica oppure a Tokyo l’Italia non avrà la bandiera e non potrà sentire risuonare l’inno in caso di vittoria di un suo atleta. Per non parlare del rischio, concreto, che il CIO decida di non finanziare le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 per la modica cifra di 900 milioni di euro.

Dopotutto perché dovrebbe dare soldi ad un Comitato Olimpico che non rispetta le sue leggi?

E dire che dal CIO c’avevano messo in guardia. In una lettera firmata dal presidente del Comitato Olimpico, Thomas Bach, precedente all’approvazione della legge delega, erano stati annotati i 6 punti che il governo avrebbe dovuto recepire per ripristinare l’autonomia del CONI. Nulla di trascendentale, quanto basta per evitare di equiparare la situazione dei rapporti tra sport e governo italiano a quelli in essere nella Bielorussia di Lukashenko: certo non un modello di autonomia e trasparenza.

Alla vicenda, però, è stato applicato quello che potremmo ormai definire “metodo Conte“. Il premier, comune denominatore tra il governo gialloverde che ha creato il problema e quello giallorosso che non è stato in grado di risolverlo, come di consueto quando non è in grado di trovare l’accordo all’interno della sua maggioranza, ha pensato bene di prendere il dossier più scottante e di riporlo in un cassetto, certo che così facendo si sarebbe raffreddato. E che magari, come per magia, il tempo si sarebbe preso la briga di calargli dall’alto una soluzione. Si tratta di un modus operandi consolidato, applicato con alterne fortune ad esempio con la questione Tav e oggi a maggior ragione col MES.

Nel caso CONI, però, c’è di mezzo un grosso ostacolo. A differenza delle polemiche riguardanti il dibattito pubblico interno, con le forze politiche di maggioranza e opposizione tendenti al circo gattopardiano in cui tutto cambia perché nulla cambi, in questa vicenda c’è di mezzo un organismo internazionale che delle nostre beghe non vuole proprio saperne. Il 27 gennaio, infatti, l’esecutivo del CIO si riunirà e se le cose non cambieranno finirà per sospendere il CONI: sanzione riservata per il momento alla già citata Bielorussia, e alla Russia per lo scandalo doping. Consoliamoci: presto potrebbe aggiungersi alla compagnia anche l’Iraq!

Per la miopia del Conte I, per l’immobilismo del Conte II, per incapacità del premier di entrambi i governi, rischia di naufragare il sogno che ha sostenuto anni di sacrifici dei nostri atleti. Andare alle Olimpiadi, vincere la medaglia d’oro, salire sul gradino più alto del podio avvolti dal tricolore, emozionarsi cantando l’Inno di Mameli. Abbiamo un mese di tempo per intervenire. Poi, più che per la nazione, più che per la bandiera, i nostri campioni saranno autorizzati a vincere unicamente per loro stessi, anziché per un Paese che non è stato in grado di tutelare i loro interessi.

Per chiudere, un’ultima annotazione: qualcuno potrebbe pensare che lo sport sia un gioco, una “roba da bambini”. Al contrario: lo sport è cultura, espressione dei valori di un Paese, immagine di nobiltà, specchio dello stato di salute di un popolo. Ecco, se qualcuno dovesse decidere di umiliarlo fino a questo punto, non mancherebbero le ragioni per chiedere le dimissioni immediate, con disonore, di questo governo.


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Era un ragazzo come noi

La parte più triste della morte di Paolo Rossi è il senso di incapacità che proviamo tutti. Vallo a spiegare a chi è oggi un ragazzo, chi è stato Pablito. Se sei nato negli anni Novanta o dopo, se non hai avuto un padre, uno zio o un nonno che un bel giorno ti ha messo sul divano per raccontarti la storia del Mondiale ’82, è impossibile che tu riesca a cogliere la perdita che oggi sperimenta il Paese. Non se n’è andato un calciatore in questa notte maledetta, se n’è andato un eroe nazionale.

Non c’è esagerazione, nessuna iperbole dettata dal dolore della scomparsa, Paolo Rossi è stato un campione straordinario, molto più di quello che il suo cognome da italiano medio suggerirebbe. Non era un Dio del calcio come Maradona, ha fatto paradossalmente meglio: in mancanza del suo talento è diventato il simbolo di un popolo per quarant’anni.

E di nuovo monta il dolore, quel senso di colpa: impossibile far comprendere la tragedia che ci ha colpiti. E’ vero che l’Italia, dopo il 1982, un altro Mondiale di calcio lo ha vinto. Ma nessuno dei fantastici ragazzi del 2006 possiede l’alone magico di Paolo Rossi. Si può azzardare qualche paragone? No. Perché ciò che Pablito è stato per il 15enne italiano del 1982 non è stato Totti, Del Piero, neanche Grosso, l’uomo decisivo del Mondiale francese.

E’ facile rendersene conto: quando ancora oggi i reduci del “Mundial” vengono invitati in questa o quell’altra trasmissione, l’accoglienza del pubblico è quella riservata agli eroi del popolo. E non perché si sia perso oggi il gusto di vincere una partita di pallone, ma perché la squadra di Bearzot, quella che fece impazzire Pertini in tribuna, pareva composta da ragazzi italiani che campioni del mondo lo erano diventati per tutti quelli che erano a casa, oltre che per loro stessi. Erano giovani che niente avrebbe impedito di trovare al bar sotto casa. Campioni timidi. Uomini verissimi, stelle, non “star”, di cui Paolo Rossi incarnava l’immagine ideale.

Sapete, forse il modo più semplice per capire Paolo Rossi, chi era, cos’è stato per gli italiani, è rivedere i suoi 6 gol al Mondiale 1982. Meglio: l’attimo immediatamente successivo, quello delle sue esultanze. L’opposto di quelle controllate, studiate, preconfezionate del calcio odierno. Dopo ogni rete Paolo Rossi alzava le braccia al cielo, faceva un piccolo salto, come chi non è in grado di gestire la propria gioia, di contenerla per quanto è grande, poi urlava qualcosa, probabilmente “goool”, come ognuno di noi ha fatto almeno una volta nel cortile sotto casa con gli amici.

Questo è stato Paolo Rossi. Aveva ragione Venditti: “Era un ragazzo come noi”.


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Un mondo senza Maradona

Che brutto mestiere, questo. Ti obbliga a scrivere anche quando vorresti fare tutt’altro. Ad esempio rifiatare, spulciare tra vecchie videocassette e filmati su Youtube, afferrare un ricordo tra album di vecchie figurine mai completati, ritagli di giornale che chissà dove sono finiti. Ma poi c’è la notizia. Maledetta. Che viene prima di tutto, che ti impone di riordinare le idee, di mettere in fila i pensieri, di scriverli in un articolo che non sai neanche quale senso debba avere.

Perché è morto Diego Armando Maradona, e non può esserci niente di normale in una frase come questa.

Si sprecheranno i luoghi comuni, si scomoderà il mito, la leggenda. Sappiate che è inevitabile, sappiate che è l’unica cosa che è possibile fare. Passeranno nei tg le immagini dei suoi gol, i palleggi con la sfera incollata al piede e sulla fronte. Diego che fa la foca, che gioca a pallone nel vero senso del verbo. Si chiamerà in causa il “calcio di una volta”, quello che non c’è più. Si proclamerà lutto nazionale in Argentina, con ogni probabilità a Napoli. Vedremo gente in lacrime per le strade di Buenos Aires, nei vicoli partenopei, lutto al braccio di chissà quante squadre. E sarà tutto così scontato e giusto che risulterà inutile, fuor di luogo.

Ci racconteranno la sua storia migliaia di volte, dalle stalle alle stelle: e viceversa. Ci parleranno del gol del secolo dribblando tutti, subito dopo proporranno la “mano de Dios”. Ci diranno: “Diego era genio e sregolatezza”, e avranno ragione, anche stavolta.

Ci parleranno dei suoi eccessi, del suo essere goliardico, ci ricorderanno che con un’altra testa avrebbe potuto vincere chissà quanto di più. Ci diranno della sua discesa agli inferi, della droga e dell’alcol, dei suoi eterni ritorni alla vita.

Ma stavolta non c’è lieto fine, parabola che si infila all’incrocio, giravolta cui affidare le proprie speranze.

Ed è per questo che è troppo lo sgomento. Perché da qualche minuto ci ha lasciati il guizzo del campione, la gioventù ribelle che spiazza dentro e fuori dal campo, la serpentina che dribbla gli stereotipi, il capopopolo che infiamma i cuori dei sognatori di tutto il mondo.

Certo, oggi non si può dire sia morto un Dio: troppi vizi. E sarebbe sbagliato cedere all’esagerazione di dire che è morto il calcio: sopravvivrà pure a questo assurdo lutto. Ma se n’è andato un artista eterno, un rivoluzionario, guarda caso nel giorno in cui morì Fidel Castro (“Un secondo padre”, per usare le sue parole).

Tutto, forse, come da copione. Eppure questo spaesamento resta, come se qualcuno avesse tagliato un filo che era lì da sempre. Non conosciamo un mondo senza Maradona. Sappiamo solo che sarà più triste.


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Zanardi contro il destino

“Lo porterei su Marte per dire agli alieni cos’è un uomo”, ha detto di lui Roberto Vecchioni. Ma sbaglierebbe, così facendo li trarrebbe in inganno: perché Alex Zanardi è di certo una delle nostre migliori versioni. Saperlo in un letto d’ospedale, di nuovo, a lottare tra la vita e la morte c’ha sconvolto tutti: dal tifoso alla casalinga, dall’appassionato al telespettatore distratto. Il motivo è semplice: ad ognuno crediamo tocchi in una vita una certa dose di fortuna e di sfortuna. E’ proprio quando la misura eccede, in un senso o nell’altro, che la nostra attenzione si fa meraviglia o dolore.

Ecco, la straordinarietà di Zanardi sta nella capacità di ribaltare l’ineluttabilità del destino, di ignorarlo, di sfidarlo, di volgerlo a proprio vantaggio. Privato delle gambe, ha riempito la sua vita di amore ed esempio per gli altri. Mai domo, ha rifiutato l’etichetta di disgraziato, piuttosto si è trasformato nell’incarnazione vivente di ottimismo e speranza, è diventato l’emblema di grinta e coraggio.

Sarà per questo che credere che alla fine possa uscire perdente dalla terapia intensiva di Siena ci risulta oggi impossibile. Sarà perché ci abituati al lieto fine, sarà perché lo riteniamo un guerriero invincibile, quanto di più simile ad un eroe dei fumetti.

Oppure sarà che noi il destino lo temiamo sul serio. E solo Zanardi, col suo sorriso, può ricordarci che si può essere più forti di tutto, anche di quello.

Una Leonessa è per sempre

Non fate caso alla testa rasata. Davvero non vedete in controluce la sua folta criniera splendente? E’ lì, intatta, come la smorfia, il verso, il ruggito di una Leonessa che quella era, quella è rimasta. C’è tutta, Francesca Schiavone. In quel messaggio onesto, in quelle poche parole dopo 7 mesi di silenzio fitto, di non-detti pesanti, di inquietanti dubbi: “Mi hanno diagnosticato un tumore maligno. E’ stata la lotta più dura, in assoluto, che ho mai affrontato. E la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia”.

Per un secondo appena, compare sul volto una ruga di rabbia, un rinnovato senso di sfida, e forse perfino disgusto, per quel male subdolo. Scompare subito. Dietro quegli occhi così, malinconici anche nel sorriso. Spazzato via dall’incredulità di poter vivere ancora, dall’impareggiabile meraviglia della “normalità”, dalla gratitudine di essersi guadagnata chissà come un secondo tempo.

Che a confronto la gioia di quel Roland Garros storico, la terra di Parigi assaporata in un raptus di amore folle, assomigliano alla copia sbiadita di Marte. Su un pianeta diverso, quello della malattia, Francesca Schiavone si è scoperta fragile, come mai è stata su un campo da tennis.

Avreste dovuto vederla, negli ultimi anni di carriera. Troppo semplice seguirla all’apice. Fosse stati insieme a noi, il giorno di una partita memorabile, ma che in pochi ricordano a Roma, contro una spagnola di nome Muguruza che poi avrebbe vinto qualcosa, avreste percepito la scorza della lottatrice pura, l’orgoglio della guerriera al tramonto. E tra un punto e l’altro, tra uno sbuffo e un sospiro, tra un asciugamano e il sudore che cola comunque, a te, nel pubblico, ad un passo dal campo, eroe senza volto tra i tanti sotto il sole che brucia, eccola riservare uno sguardo, un incoraggiamento ad incoraggiarla. Come se ce ne fosse bisogno.

Non abbiamo saputo. Avremmo voluto. Per alzarci in piedi, come allora. Per urlarle ogni giorno su un social una frase. Dai Franci, alé. Non ne ha avuto bisogno. Ha guardato negli occhi il suo mostro, lo ha affrontato a petto in fuori. Ha ruggito. Si è ferita. Si è rialzata. Una Leonessa è per sempre.