Stallo generale

Conte agli Stati Generali

Dunque cos’è rimasto di questi 10 giorni? Cosa ricorderemo di questi Stati Generali? Forse, soprattutto, la mancata sincronia con l’urgenza del Paese reale, le lentezze, le indecisioni. Al di là del podio da cui Conte parla, dell’elegante Casino del Bel Respiro di Villa Pamphilj sullo sfondo, qui la sensazione è un’altra: che sia tutto soltanto un “casino”, volgarmente detto, e che al massimo ci sia da fare un bel sospiro. E per chi crede, il segno della croce.

Sfidiamo il lettore ad elencare tre proposte concrete uscite da questi Stati Generali: scommettiamo che difficilmente riuscirà nell’impresa senza l’aiuto di una ricerca su Google (non imbrogliate). Sì, restano i proclami, e da Conte apprendiamo che l’Italia è un Paese “da reinventare”, piuttosto che da “riformare”. Ecco, da avvocato del popolo il premier ha compiuto nel giro d’un paio d’anni una trasformazione che lo ha reso demiurgo: nella filosofia platonica l’essere divino dotato di capacità creatrice. Dunque, va bene l’inventiva, l’ambizione di fare della crisi un’opportunità – slogan venuto a noia quasi quanto “andrà tutto bene” – ma poi sul taccuino di chi segue la politica resta sempre vuota la metà del foglio riservata ai fatti (l’altra, strapiena, è quella delle parole).

Che ancora ci siano migliaia di persone che attendono la cassa integrazione del mese di marzo è un vizio che annulla ogni possibile slancio verso il futuro, è un delitto che non può restare senza colpevoli politici.

Così come la proposta di tagliare l’Iva, botto finale di una kermesse rivelatasi il Festival delle banalità che avevamo preannunciato: c’è chi propone di sforbiciarla per addirittura 10 punti. Noi non chiediamo la Luna, ma qui qualcuno vive su Marte. Basterebbe guardare alla Germania, nazione che i conti in ordine li ha davvero (mica come noi) e non è andata oltre il taglio di 3 punti percentuale.

Piuttosto, gli Stati Generali saranno ricordati per le molteplici provocazioni di Conte al centrodestra. Schieramento, quest’ultimo, colpevole come lo sono gli assenti (che hanno sempre torto), ma onestamente chiamato in causa a sproposito dal premier con la richiesta di intercedere con i Paesi di Visegrad in Europa e infine oggetto di un tentativo tattico del Presidente del Consiglio di smembrarlo, con l’invito per singoli partiti anziché per coalizione agli incontri che dovranno tenersi nei prossimi giorni. Chi scrive crede che Forza Italia debba lasciare al più presto la compagnia di Salvini e Meloni, ma chi è Conte per non rispettare gli accordi tra partiti se perfino il Presidente della Repubblica lascia alle forze politiche la libertà di scegliere come presentarsi alle consultazioni?

Questo rimane di questi 10 giorni. Nulla di memorabile, se non la voglia di dimenticare. Stallo generale, più che Stati Generali.

Il Governo ha tante colpe, ma Bonomi di Confindustria è sleale

Giuseppe Conte e Carlo Bonomi

I ritardi ingiustificabili sul pagamento della Cassa integrazione, l’atto d’amore delle banche verso le imprese che non c’è stato, le slide senza anima e visione di Colao, le passerelle di Conte a Villa Pamphilj, le potenze di fuoco soltanto presunte, l’autocompiacimento, le manie di grandezza. Potrei continuare. Questo governo ha tante colpe, molte delle quali imperdonabili. Ma Carlo Bonomi di Confindustria è sleale.

Capisco le ragioni politiche di spingere sull’acceleratore ad inizio mandato. Non solo è comprensibile, è addirittura auspicabile che il nuovo numero uno degli industriali faccia sentire la propria voce nel dibattito nazionale. A maggior ragione in un momento delicato della vita del Paese come quello che stiamo vivendo. Ma poi Bonomi deve ricordarsi che il suo ruolo è quello di “dialogare” con la politica, non di “fare politica”.

Ho condiviso la maggior parte delle critiche mosse al governo da Confindustria. Ed è vero che lo spirito di questo esecutivo è stato fino ad oggi imperniato su un tipo di retorica centralista, statalista e anti-imprese. Tutto vero, tutto legittimo. Ma ha senso, in questa fase, presentarsi agli Stati Generali chiedendo pubblicamente la restituzione di 3,4 miliardi di accise pagate dalle aziende nel 2012? Ha senso mettere sul tavolo e reclamare, proprio oggi, l’addizionale provinciale sull’energia elettrica che secondo la Corte di Cassazione dev’essere rimborsata alle aziende che l’hanno versata nel 2010 e nel 2011? Certo, c’è una sentenza e va rispettata e applicata. In fretta, aggiungo. E certo, non c’è momento migliore per fornire liquidità alle imprese che annaspano. Ma non sarebbe stato politicamente più delicato e adeguato chiedere al governo un finanziamento apposito per le imprese anziché riaprire una vecchia ferita ed esacerbare lo scontro?

A maggior ragione in un momento storico in cui le opposizioni non si distinguono per lungimiranza e correttezza, discorso dal quale bisogna oggettivamente escludere Forza Italia, c’è una prateria per Confindustria. Ma questa prateria va sfruttata per correre, non per distruggere il terreno già friabile su cui l’Italia cammina a rilento.

Da Bonomi ho visto arrivare fino ad oggi tante critiche. E ripeto: ne condivido molte. Ma le uscite infelici iniziano ad essere tante. Come quella secondo cui “questa politica rischia di fare più danni del Covid”. Rispetto per chi non c’è più. Meno frasi ad effetto per avere visibilità e prime pagine. Non c’è bisogno di alzare troppo la voce, Bonomi: Lei è stato già eletto a Viale Astronomia. Pensi ad elaborare proposte concrete, credibili. Lo aiuti questo governo, che ne ha bisogno.

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Lega e Fratelli d’Italia prima chiedono il Parlamento, poi abbandonano l’Aula

Deputati Lega e Fratelli d'Italia abbandonano i banchi della Camera

Qualcuno si meraviglia del 14% attribuito dai sondaggi a Giuseppe Conte. Per trovare l’origine del suo successo sarebbe bastato cercare oggi a Palazzo Montecitorio, dove ha avuto luogo l’informativa alla Camera del Presidente del Consiglio.

E’ di questi giorni la critica riservata al premier, anche da questo blog, di aver indetto degli Stati Generali molto più simili ad un Festival che ad una consultazione per pianificare il futuro dell’Italia. Nel mirino è finita soprattutto la scelta della sfarzosa Villa Pamphilj.

In particolare le opposizioni di centrodestra hanno chiesto che il vertice si tenesse in un luogo più istituzionale, meno scenografico. Da Forza Italia era stata avanzata la proposta di un incontro a Palazzo Chigi. Da Lega e Fratelli d’Italia era stato chiesto apertamente che il confronto avesse luogo in Parlamento.

Premessa lunga, noiosa, per poi arrivare ad oggi. Conte fa il suo discorso (condivisibile o meno). Poi interviene un rappresentante del MoVimento 5 Stelle (Scerra) e uno della Lega (Molinari). Tocca a Renato Brunetta (Forza Italia). Il presidente Fico lo invita a parlare, quando dalla parte dell’emiciclo riservata all’opposizione si vedono decine di deputati lasciare i banchi: sono gli eletti di Lega e Fratelli d’Italia. Hanno deciso di abbandonare il dibattito. Non ascolteranno l’intervento di Brunetta (domanda: non è una mancanza di rispetto verso un “alleato” di Forza Italia?), né quello di Fassino (Pd).

Tornerà in Aula, poco dopo, soltanto Wanda Ferro di Fratelli d’Italia. Non per confrontarsi, no. Solo per pronunciare il suo, di intervento, nel quale ricorderà per giunta a Conte – lei, di Fratelli d’Italia, che ha lasciato l’Aula – che il ruolo deputato al dibattito è il Parlamento. Sì, lo stesso che i suoi colleghi e compagni di partito hanno appena abbandonato!

L’ho scritto anche giorni fa, i latini dicevano: “Absens heres non erit“. Gli assenti hanno sempre torto. Lega e Fratelli d’Italia da oggi hanno doppiamente torto. Prima chiedono il Parlamento, poi abbandonano l’Aula. Morale: la più grande fortuna di Conte è questa opposizione.

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La provocazione di Conte che fa male al Paese

C’è un passaggio, arrivato quando la prima giornata degli Stati Generali a Villa Pamphilj volgeva al termine, che tradisce l’abilità tattica di Giuseppe Conte. L’ex avvocato del popolo trae lo spunto per la sua sortita dalla domanda di un giornalista, che gli chiede se l’eventuale approvazione del Recovery Fund non sarebbe da interpretare come la sconfitta della narrazione sovranista in chiave europea.

Il premier la prende larga, usa l’ars oratoria affinata per anni nelle aule di tribunale e in quelle universitarie, poi con una capriola trova l’appiglio per la stoccata: “Proprio per scacciar via le polemiche io rivolgo ai partiti d’opposizione, che ieri non son venuti qui perché hanno ritenuto questa sede non adeguata, un appello“.

L’attenzione di chi ascolta, da casa o in presenza, sale di un paio spanne. Chissà che dopo tanta banalità e luoghi comuni, da Villa Pamphilj non arrivi anche una notizia. Conte continua, e riferendosi al Recovery Fund spiega: “Alcuni Paesi di Visegrad sono usciti pubblicamente e contestano queste soluzioni“.

Breve promemoria: il gruppo, composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, ha fatto presente di non condividere il principio alla base del piano presentato dalla Commissione Europea. Secondo loro non è giusto che i “Paesi più poveri debbano pagare per quelli più ricchi“. Di fatto contestano che la maggior parte dei fondi del piano presentato da Ursula von der Leyen siano destinati all’Italia e alla Spagna, le nazioni più colpite dalla pandemia.

Nessuna sorpresa da questo punto di vista. Le divergenze tra i Paesi del Mediterraneo con il gruppo Visegrad, a partire dalla questione migranti, sono una costante di questi anni. Riflettono l’inconciliabilità dei rispettivi interessi nazionali. Sono il paradigma della difficoltà di rendere l’Europa un’entità politica che parli con una voce unica anziché 27.

Ebbene, Conte queste cose le sa, ma nella conferenza stampa allestita nel giardino di Villa Pamphilj finge di dimenticarle. Lo fa per mettere all’angolo il centrodestra, per condannarlo alle sue contraddizioni: “Siccome alcune forze dell’opposizione sono molto legate a queste forze politiche, a questi governi di Visegrad, io chiedo loro di lavorare per darci una mano. (…) Nell’interesse nazionale, nell’interesse della comunità italiana, vi prego dateci una mano e io vi riconoscerò pubblicamente l’aiuto che ci darete intervenendo anche con quei partiti con cui avete dei legami o esponenti politici di altri Paesi, o addirittura di governi, che in questo momento stanno cercando di contrastare questa risposta forte, coerente e coesa che le istituzioni europee, in particolare la Commissione, sta offrendo“.

L’invito è doppiamente subdolo. In primis perché Conte sa bene che nessuna alleanza tra partiti di diversi Paesi potrebbe convincere un governo sovrano – in questo caso sovranista – come quello di Viktor Orbán (è soprattutto a lui che il premier fa riferimento) a recedere dalle sue posizioni su un tema tanto delicato. Molto più facile puntare sull’aiuto della Germania, che sui Paesi dell’Europa orientale è in grado di esercitare un forte ascendente, per usare un eufemismo.

In secondo luogo il falso appello di Conte è inaccettabile perché dimentica il peccato originale di questa vicenda. Perché le opposizioni dovrebbero chiedere un sacrificio agli alleati europei se neanche sono state coinvolte nei lavori? Perché dovrebbero investire il proprio capitale politico in un’operazione di cui non conoscono l’approdo finale? Perché dovrebbero spendersi per Conte visto che a godere di un eventuale successo sarebbe soltanto lui?

La risposta è una: dovrebbero farlo per l’Italia. Certo, ma devono prima essere messe nelle condizioni di farlo. Chi scrive non pensa che Salvini e Meloni siano degli statisti, anzi. Ma chiunque ha potuto apprezzare l’apertura al dialogo mostrata da Berlusconi durante e dopo l’emergenza sanitaria. Si parta allora dalla proposta del Cavaliere, dalla “scrittura del Piano Nazionale delle Riforme, ovvero il programma da presentare ai cittadini e all’Unione europea, contenente la lista delle riforme da fare nel prossimo triennio, con le relative tempistiche e i relativi costi. Un documento indispensabile, necessario se si vuole dare una programmazione di medio-lungo termine alle opere indispensabili da fare. Essendo un programma a lunga scadenza, deve quindi essere scritto comunemente, con il contributo di tutti, perché deve prescindere dai Governi che lo attueranno in futuro“.

Sarebbe un grande passo. Il primo nella direzione dell’appello – quello sì, sincero – di Sergio Mattarella alla coesione nazionale. Senza, dev’essere chiaro a tutti: è certo che non ce la faremo.

Il Festival di Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

Absens heres non erit“. Gli assenti hanno sempre torto, dicevano i latini. Così non può essere certo applaudita la scelta del centrodestra di disertare gli Stati Generali dell’Economia indetti da Giuseppe Conte. Ma c’è un “ma”. Sfuggito ai radar dei principali giornali. Nell’annunciare la convocazione degli Stati Generali, Giuseppe Conte dichiarò inizialmente che questi si sarebbero svolti a Palazzo Chigi. La location di Villa Pamphili è subentrata soltanto dopo. Si dirà: e cosa cambia? Cambia, perché denuncia la volontà di spettacolarizzare l’evento a fini propagandistici. Cambia, perché tradisce il desiderio, con l’invito dei vertici politici europei, di ritagliarsi l’ennesima vetrina personale mentre il Paese annaspa nel tentativo di non andare a fondo. Cambia, perché svela la pericolosa tendenza a rendere tutto una passerella, uno show: che si tratti di una conferenza nell’orario di massima audience per annunciare un Dpcm o una kermesse della quale ergersi a direttore artistico.

Forse avremmo dovuto capire tutto quel pomeriggio, nel cortile di Palazzo Chigi, quando Conte si riservò di convocare “tutti i principali attori del sistema Italia: parti sociali, associazioni di categoria, singole menti brillanti“. Non offendetevi se sul vostro indirizzo e-mail non è arrivato alcun invito a partecipare: d’altronde non è noto il criterio con il quale il binomio Conte-Casalino individui le “singole menti brillanti” in grado di favorire il rilancio dell’Italia.

Piccola parentesi: questo blog ritiene che più di attendere i risultati della task force di Colao sarebbe stato utile chiudere in una stanza i soggetti che mandano avanti la baracca Italia nella vita di ogni giorno. Le slide partorite dal manager e dal comitato di tecnici sono un misto tra utopia e ingegnerizzazione della società, tra libro dei sogni e banalità che, lo ammettiamo, soltanto degli esperti avrebbero potuto elaborare.

Eppure la questione non è marginale: chi decide chi sono le menti brillanti? Perché Tornatore sì e Carlo Verdone no? Chi lo ha stabilito che Oscar Farinetti sia più utile alla causa di Antonino Cannavacciuolo? Chi ha ritenuto che il centrodestra dovesse essere invitato e che invece Emma Bonino e Carlo Calenda, per fare due nomi a caso, non fossero meritevoli di partecipare? Ovviamente Giuseppe Conte. Attenzione: è un suo diritto. Com’è stato un diritto di Mario Draghi sottrarsi all’evento. Come lo è, per noi, pensare che più che di Stati Generali dell’Economia si tratti di un Festival. Il Festival di Giuseppe Conte.