Il bambino che ha urlato “papà”

Io non lo so che cosa si prova a trovarsi la morte in faccia, a scoprire che l’autista dello scuolabus, quello che aspetta pazientemente mentre ti diverti con gli amici in gita, si trasforma d’un tratto in un orco. Io non lo so che cosa si sente coi polsi legati, se trovarsi a sfregare le braccia per liberarti dai lacci è così facile come si vede nei film. Né so immaginare quali parole avrei scelto per una telefonata disperata a 12 anni, pensando che sarebbe stata l’ultima.

Non lo so quanti interminabili secondi sarebbero passati, prima che i miei genitori capissero che non era uno scherzo, che purtroppo era tutto vero, che la morte era lì da venire, per un pazzo che ha scelto il mio pullman e il mio giorno d’uscita da scuola per fare una strage.

Io non lo so che cosa è stato più brutto. Se scansarsi di corsa dalla strada mentre il pullman speronava le macchine dei carabinieri. Oppure restare all’interno, tra gli ultimi a uscire, mentre l’aria diventa più calda e le fiamme si fanno vicine.

Non lo so se è stata peggiore l’attesa, la paura che nessuno venisse. O che lo facesse in ritardo. Non lo immagino com’è stato vedere i professori impotenti, così insolitamente insicuri, pure loro sbiancati nel tentativo di pensare a noialtri, di placare la furia di un grande che dei loro ordini se ne frega.

Non lo conosco il terrore intenso, l’istinto primitivo che ha spinto un bambino ad urlare correndo un lungo, disperato e infinito “Papà!!!”. E non lo so se alla fine della sua corsa ha trovato le braccia del padre. Se gli è bastato vederlo per sentirsi di nuovo sicuro.

So che qualcuno, però, di questo giorno da incubo dovrà rispondere. So che i pazzi vanno fermati. Sempre. Da Traini al senegalese Sy. Ma so pure che è folle, molto più folle di un mostro d’autista, continuare a soffiare sull’odio. Perché prima o poi il vento gira, cambia direzione, rischiando di travolgere tutto. Pure noi.

Italiani brava gente?

Pare il titolo di un film. E in fondo lo è: Italiani brava gente (1965) è il racconto della campagna di Russia vista con gli occhi dei nostri soldati. Quelli convinti che Hitler e Mussolini avessero ragione, quelli che però non erano cattivi come i nazisti. Noi no. Noi mai. Italiani brava gente.

Questo ci siamo detti, questo ci siamo raccontati. Questo abbiamo sperato che nel mondo pensassero di noi. E ancora crediamo che in Medio Oriente, quando vedono un soldato italiano, si fermino a salutare. Perché i nostri ragazzi ci rappresentano come meglio non si potrebbe, perché hanno cuore i nostri, non sparano a vista, attendono un secondo più degli altri prima di premere il grilletto, conoscono l’arte del dialogo.

Da quel film e quel racconto, da quel revisionismo storico che lo ha suggerito, dalla voglia di riscrivere la nostra storia, non si sfugge. Italiani brava gente, nonostante tutto. Nonostante mafia, ‘ndrangheta e camorra. Nonostante il colonialismo in Africa. Nonostante le guerre di ieri, le missioni di oggi, e chissà cosa di domani. Tregua olimpica perpetua: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli“, recita la Costituzione.

Siamo tutti buoni e accoglienti. Amichevoli e solidali. Poi però succede che un folle spari a Macerata contro gli immigrati e sotto sotto – ma nemmeno poi tanto – ci riscopriamo quasi pronti a giustificarlo. Come se alla fine fosse normale, umano e comprensibile, prima o poi, che un fatto del genere accadesse.

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, pochi giorni dopo il raid razzista, ha confermato questa lettura dei fatti:”Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione“.

Più che scrutato l’orizzonte, Minniti, forse aveva letto i libri di storia. Quella in cui gli italiani sono come gli altri. Americani, inglesi, spagnoli: dominatori, conquistatori, per di più voltagabbana. Non siamo diversi, purtroppo. E non basta neanche dissociarsi. Imputare la colpa al Traini di turno. Era uno di noi.

Tutti uguali, che ormai anche la questione della superiorità antropologica della sinistra pare superata. Facciamocene una ragione. Proviamo a guardarci dentro. Saremo spesso animati da buoni intenti, ma non migliori.

Suona bene però, suona come un ritornello da cui non ti separi. Serve a lavarci le coscienze, a sentirci meno sporchi. Italiani brava gente…