La rivincita di Tria

Nelle pieghe di un discorso fatto da un economista si possono cogliere i dettagli che fanno la differenza. D’altronde la vita di un matematico è fatta così, di minuzie, di particolari. Provate a togliere una parentesi da un’espressione e vedrete come cambia. Per questo l’intervista di Giovanni Tria al Messaggero, nella sua narrazione complessiva, può sì sembrare in linea con le promesse e i proclami del governo, cioè spropositatamente ottimistica, marcatamente assolutoria per quanto riguarda i temi economici (non) affrontati da questo esecutivo. Eppure ci sono dei punti che Tria mette a fuoco, sconfessando i suoi colleghi ministri e affermando quel principio di realtà che il titolare dei conti deve sempre avere come bussola.

Il primo punto da tenere a mente è quello che riguarda la riforma delle pensioni. Salvini per mesi ci ha detto che la Fornero era superata, archiviata per sempre. La verità su quota 100 ce la dice Tria, tra le righe, ovviamente:”Quanto alla sua durata, il provvedimento è triennale e quindi temporaneo“. Bene, d’altronde non è un problema di questo governo pensare a cosa accadrà dopo quota 100: fra tre anni a raccogliere i cocci saranno altri.

C’è però un altro elemento di verità che Tria mette sul tavolo, lasciando intendere che il punto di caduta del governo in materia economica si giocherà su un tema cruciale, che tutti oggi fanno finta di non vedere: l’aumento dell’Iva. Salvini sulla flat tax si gioca la sua collocazione politica, perché se c’è un provvedimento economico di centrodestra, oggi, è proprio la flat tax.

Però il problema delle coperture è tema d’interesse di Tria. Che si pavoneggia, perché è nel suo stile, non è solo un freddo economista, ha un cuore caldo, ama il tango, ma alla fine è chiaro, netto, chirurgico: “Il taglio dell’Irpef è un atto di giustizia necessario, soprattutto per i ceti medi (…) Su questo argomento mi limito a dire che nel 2006 ho ricevuto un premio giornalistico per un articolo nel quale spiegavo le virtù di un’imposta più spostata sui consumi che sulle persone. E qui mi fermo, perché si tratta di una posizione scientifica non di una decisione politica“.Traduzione, se volete fare la flat tax dovete per forza aumentare l’Iva: scegliete pure quale promessa tradire.

Non si passa, è la linea del suo personalissimo Piave, l’argine eretto dai numeri, freddi ma espressivi. Ed è anche un altro capitolo, l’ennesimo di questi tempi, della sua riscossa. Perché così com’è accaduto per i rimborsi ai risparmiatori truffati dalla banche, la linea del successore di Quintino Sella è quella della prudenza e del buon senso. E il fatto che oggi Di Maio e Salvini siano costretti a fare i conti con lui, con l’uomo che i conti li fà per mestiere, è anche la sua rivincita, la rivincita di Tria.

Fine delle favole

di maio salvini conte

Se tutte le storie hanno un inizio e una fine, allora è chiaro che quella di questo governo ha fatto segnare ieri sera una tappa verso il suo capolinea. Non tanto in senso di fine della legislatura (quella arriverà fra non molto, state tranquilli), quanto di credibilità – per quel poco che gli era rimasta da spendere – agli occhi di una buona fetta di italiani. Perché non è un caso che la somma dei sondaggi di M5s e Lega sia superiore a quella del gradimento dell’esecutivo nel suo insieme. E’ il segno che i tifosi restano tifosi, ma il giudizio sui primi 10 mesi di non-governo è negativo.

Negativo come il saldo tra le promesse e la possibilità di mantenerle. Perché gli eretici della matematica sono sconfitti in partenza: i conti erano lì da mesi, bastava studiarli. Invece si è voluto sfidare la logica. I soldi per provare ad invertire una rotta sbagliata sono stati investiti in maniera kamikaze: serviva un piano di investimenti monstre, la Commissione Ue avrebbe capito. Si è preferito dare un po’ di soldi in giro per non lavorare, si è scelto di investire sì, ma sulle prossime elezioni Europee. Poi però la realtà arriva. Coi suoi tempi, ma arriva, sempre.

E allora succede che Salvini venga inchiodato ai suoi stessi errori da Giovanni Tria: “Vuoi la flat tax? Ok, allora deve aumentare l’Iva”. Dunque nulla. La massima ambizione è galleggiare. E serve a poco, oggi, agitarsi e battere i pugni. L’errore è stato uno, è un peccato originale che segnerà tutta la carriera politica di Salvini (accetto scommesse): l’abbraccio coi 5 Stelle pur di governare, il via libera a quel reddito di cittadinanza che ha bruciato miliardi di euro che sarebbe stato più giusto investire sulla riduzione delle tasse e sugli aiuti alle imprese per incentivare l’occupazione.

Il Def approvato ieri sera, oltre che la rivincita dei tecnici, è anche l’istantanea di tutte le contraddizioni del governo, è la foto degli errori di valutazione, è il selfie dell’incompetenza di chi ha sbagliato tutto.

Gli italiani avevano una buona parte di ragione a voler provare il nuovo. Ma da ieri è ufficiale la fine delle favole. E dopo il “governo del cambiamento” è forse giusto pensare al “cambiamento del governo”.

Ricattare non è politica

Per ora sono solo indizi, soffiate, retroscena. Ma mettere in fila gli elementi, alle volte, può servire ad ottenere un quadro più completo, un’istantanea meno sfocata di ciò che accade dietro le quinte della politica.

Che Giovanni Tria, un ministro della Repubblica, in una conversazione con il giornale più letto d’Italia parli apertamente di “intimidazione”, è un fatto grave. E’ una semplice casualità che presunti scheletri nell’armadio del ministro dell’Economia siano stati tirati fuori nel momento di maggior tensione politica con il MoVimento 5 Stelle? Personalmente penso di no.

La mente non può non tornare alla spy-story più clamorosa di questa legislatura: quella che ha visto coinvolta la parlamentare Giulia Sarti. Giovanni Favia, uno dei primi espulsi del MoVimento 5 Stelle, racconta che all’epoca della sua tumultuosa esperienza pentastellata tutti i grillini legati a lui da un rapporto di amicizia “subivano uno spionaggio stile Stasi“. Il sospetto sollevato da più parti, e forse un giorno confermato dalla Procura, è che la Sarti non sia stata vittima di un classico caso di revenge porn bensì di una guerra interna al MoVimento 5 stelle, che a questo modus operandi improntato sulla macchina del fango sembra avvezzo.

D’altronde basta leggere un articolo di oggi di Tommaso Labate, sempre sul Corriere della Sera, per venire a sapere come a inizio febbraio la pratica del rinnovo di Luigi Federico Signorini alla vicedirezione generale della Banca d’Italia venne bloccata dai 5 Stelle, presentatisi in Consiglio dei ministri muniti di “un dossier” che aveva l’obiettivo di collegare la provenienza toscana del candidato – in maniera del tutto pretestuosa – al mondo renziano. E se lo stesso Giancarlo Giorgetti, uno che raramente parla a caso, è arrivato a dire che i grillini “hanno dei dossier su tutti, anche su di noi…“, forse qualcosa di vero c’è.

La questione da mettere a fuoco, però, è più generica che specifica: non è ammissibile, mai, che dove non arrivano gli argomenti subentrino le pressioni. Non è accettabile che gli scontri politici sfocino in attacchi personali. Non è possibile che dal metodo Boffo si passi al metodo Rocco. Qualcuno dica all’onnipotente Casalino, che la macchina della comunicazione grillina la guida a suo piacimento, che il Grande Fratello è finito da un pezzo, che spiare dal buco della serratura non è consentito, che il tempo degli intrighi e delle nomination è finito. E che no, ricattare non è politica.

Il capro espiatorio

C’è una manina quando le cose non vanno. Sempre. Un colpevole, un condannato senza processo. E’ questa la cultura dei 5 stelle, la piattaforma creata da Di Maio per giustificare la propria incapacità e i propri errori. Il populismo di governo è uno scaricabarile senza fine, una campagna elettorale permanente, un attacco personale indegno. Nel tritacarne finisce così Giovanni Tria, che di questo governo è stato dal primo giorno un corpo estraneo, e adesso sconta la sua vicinanza più o meno presunta con una consigliera che di celebre ha solo il cognome: Bugno. Non il grande Gianni.

Ora, che il figlio della seconda moglie di Giovanni Tria sia stato assunto nell’azienda del marito della Bugno è evidentemente un argomento che non può interessare alla gran parte dell’opinione pubblica. Quanto meno non a quella che, piuttosto che ai destini del figliastro del ministro del Tesoro, è interessata a conoscere il destino dell’economia del Paese. Un’economia che l’Ocse ha fotografato senza ossigeno, che il Fondo Monetario Internazionale vede instabile e il presidente della Commissione europea definisce preoccupante.

In tutta questa serie di considerazioni, forse non marginali, si inserisce l’elemento caratterizzante dei 5 stelle al governo: l’incapacità di mettere a fuoco il problema. Secondo Di Maio il problema non è la crescita zero: sono le amicizie di Tria. Secondo i grillini il guaio non sono le misure inserite in una Manovra che andrebbe (e andrà) riscritta punto dopo punto. No, sono le resistenze (comprensibili) di Tria a firmare il decreto sui rimborsi ai risparmiatori che espone lui e i funzionari del Tesoro ad una responsabilità dinanzi alla Corte dei Conti in assenza di un dispositivo chiaro, preciso, certo, che dica quanto spetta e a chi.

Non è la prima volta che si rincorrono voci di dimissioni di Tria, non sarà l’ultima che saranno smentite. Il contabile con la passione per il tango resterà al suo posto per lo stesso motivo per cui non ha lasciato il suo incarico a settembre dell’anno scorso: un suo eventuale passo indietro lascerebbe l’Italia in balia dei mercati, che non capirebbero (o meglio, forse capirebbero fin troppo bene) come mai il ministro dell’Economia si dimette da un governo che fino ad oggi ha assicurato di avere i conti in ordine. D’altronde non che ci siano troppe alternative: perché se cacci Tria devi mettere un altro al suo posto. E, schizzati a parte, al momento non sembra esserci nessuna figura disposta a salire su questa folle giostra e allo steso tempo in grado di mettere d’accordo i tre attori: M5s, Lega e Quirinale.

Resta l’amarezza di una deriva ormai assodata, forse irreversibile. Quella di un sistema, il nuovo, che abbatte chi non si allinea a colpi di fango, di melma tutta da dimostrare, di accuse e di gossip, di veleni e illazioni.

Perché è questo, in fondo, che è rimasto in assenza di numeri incoraggianti, di una politica economica seria, del coraggio di attuarla: il racconto di una favoletta. E in ogni favola che si rispetti c’è sempre un cattivo, un capro espiatorio. Tria, per questa volta.

Tria come Magda di Verdone: “Non ce la faccio più”

 

La smentita è arrivata. E sarebbe stato sorprendente il contrario. Ma che una firma autorevole come Augusto Minzolini si sia inventato di sana pianta il messaggio inviato da Giovanni Tria al collega e amico Renato Brunetta pare quanto meno improbabile. Un sms che ha il sapore dello sfogo più sincero: “Non ce la faccio più, sono sottoposto ad un agguato dietro l’altro. L’ultimo è stato quello di mandarmi davanti alla commissione parlamentare di ritorno dall’Ecofin. L’unica cosa che mi interessa è salvare il Paese. Quella è la mia luce. Altrimenti, se fosse solo per me, già ora…“. Già ora darebbe le dimissioni, Tria. Anzi, già le avrebbe date da un pezzo, a dirla tutta. Da quella sera di settembre in cui il MoVimento 5 Stelle profanò il balcone di Palazzo Chigi per festeggiare il primo passo verso il baratro.

Tria che nel frattempo è divenuto suo malgrado la trasposizione perfetta di Magda, la protagonista femminile di “Bianco, rosso e Verdone”, la moglie di Furio, il marito logorroico e assillante, il maniaco dell’ordine che controlla la disposizione delle valige nel portabagagli, che si accerta che la donna abbia sprangato le persiane e chiuso il gas, portato il sandwich al burro, allo stracchino e pure quello al prosciutto. “A proposito, ma il prosciutto lo hai preso da Luciano o da Gino?”.

La via di fuga di Magda alla fine è un bagno, che sia quello di casa o del primo autogrill, è la stanza in cui urlare a se stessa e al mondo intero il fatidico “non ce la faccio più”.

Così Tria, assediato non da Furio, ma da due Furie come Salvini e Di Maio, costretto a sentire ogni giorno una rivendicazione assurda, una proposta folle, avrebbe impugnato il telefono e scritto all’amico Renato. E non sorprendano le dichiarazioni di stima di Di Maio e degli altri. Non meravigli la smentita di Tria. Come diceva Verdone: “Magda, tu mi adori?”. Risposta: “Sì”. “E allora lo vedi che la cosa è reciproca?”.

Quelli tra palco e realtà

conte di maio salvini bis

 

L’illusione di vivere in una bolla, le allusioni agli euroburocrati cattivi, il rimpallo di responsabilità nei confronti di Mario Draghi, come se il suo “whatever it takes” fosse l’assicurazione sempiterna contro le scelleratezze di un Paese che corre dritto verso il precipizio. Ma alla fine la verità, pure nell’epoca delle fake news, bussa sempre. E a volte lo fa così insistentemente che il rischio è quello di buttare giù la porta.

Perché che il ministro Tria dica che lo spread ai livelli attuali non sia “la febbre a 40 ma neanche a 37” è la prova che il corpo italiano è malato. Servirebbe una tachipirina di realismo, un’ammissione di responsabilità di fronte agli italiani, dichiarare che la messinscena dal balcone di Palazzo Chigi è stata fatta per passare una notte diversa, un teatrino emozionante per i propri sostenitori, la celebrazione un po’ volgare dell’andata al governo del Paese. Ma adesso basta, c’è l’Italia sul filo: e sotto materassi sgonfi.

E non può passare il messaggio che sia Draghi, l’uomo che ha salvato l’Eurozona – e in particolare l’Italia – ad incendiare i mercati se a domanda sui rischi risponde. Non si può pensare che la gente creda ancora a lungo alle frottole sull’Europa che si mette per principio di traverso alla “Manovra del Popolo”. Perché questa Europa – da cambiare, da ripensare, da rinnovare – è la stessa che in nome della “politica”, della capacità dei governi di andare a trattare a Bruxelles, ha concesso all’Italia 30 miliardi di euro in più rispetto a quanto le sarebbe spettato.

Ma allora qualcuno dica a Conte, Di Maio e Salvini che non sono influencers e neanche rockstar. Avranno pure un popolo da non deludere, ma soprattutto c’è l’Italia da governare. Luciano Ligabue, diversi anni fa, cantava di quelli con “un ego da far vedere ad uno bravo davvero un bel po’”. Quelli tra palco e realtà.

Venti giorni per non fare la fine della Grecia

di maio salvini conte

 

Non c’è simpatia per il ditino inquisitorio di Pierre Moscovici. I professori che oggi fanno la lezione all’Italia sono in parte gli stessi responsabili del sentimento anti-europeo che ha travolto il continente. Superati a destra dall’ondata populista, hanno pensato che i “barbari” non avrebbero mai potuto sfondare le barricate della civiltà. E invece è accaduto.

Resta però dalla loro la ragione dei numeri. Perché la Manovra presentata dall’Italia è semplicemente un assurdo, un gioco senza senso, uno scherzo che rischia di farci piangere tutti, a meno di un miracolo entro le Europee di maggio, di un risveglio dell’elettorato italiano in extremis, attualmente difficile da pronosticare. Ma la scadenza alla quale bisogna guardare adesso è più a breve termine: il 14 novembre, il termine ultimo per ripresentare un nuovo documento programmatico di bilancio.

Venti giorni, in cui il governo potrà decidere se continuare a fare sfoggio di muscoli (dopati) o se invece accendere il cervello. Non tanto per la procedura d’infrazione che Bruxelles potrà decidere di aprire entro qualche mese, ma soprattutto per non essere in balia dei mercati. Venti giorni per scavare, per vedere di reperire un po’ di buon senso, per rendersi conto che al primo accenno di nuova crisi, con un deficit così elevato e un debito pubblico monstre, il popolo già piegato verrebbe definitivamente spezzato, spazzato via da un’economia che a quel punto collasserebbe su sé stessa. Venti giorni, un tempo breve soltanto relativamente, per rifare i conti, per togliersi un po’ di spocchia di dosso, per non rendere l’Italia il brutto anatroccolo d’Europa, per non vivere tutti i santissimi giorni dei prossimi mesi con un occhio allo spread, sotto la spada di Damocle del giudizio delle agenzie di rating. Venti giorni, solo venti, per essere certi di non fare la fine della Grecia.

Una Manovra da psichia-Tria

tria economia

 

C’è una figura per cui tutti dovremmo provare un briciolo di sana compassione. Quanto meno empatia, che fa rima con Tria. Il ministro, guarda un po’, dell’Economia. Stretto tra due fuochi, tra un Di Maio ossessionato da “manine” malefiche e un Salvini che fa il bello – ma soprattutto il cattivo – tempo questo stimato professore si è trovato da solo in mezzo alla burrasca.

Ha ceduto sul deficit al 2,4%, è vero. E non avrebbe dovuto. Come l’alunno impreparato all’interrogazione, adesso, proverà a spiegare ai professori europei che qualcosa della lezione la ricorda, che dopotutto qualcosa si può ancora salvare. Tenterà di girare intorno all’argomento, proverà a comprare tempo, a giustificare il perché di una Manovra scritta coi piedi, il per come di un’occasione persa, perché una volta scelto di fare deficit e di passare per quelli che non rispettano la parola data, tanto valeva investire sulla crescita piuttosto che sull’assistenzialismo, molto meglio creare le condizioni per il lavoro, piuttosto che premiare chi riscalda il divano.

Ora sembra gli vogliano togliere il capo di gabinetto di via XX Settembre, Garofoli. E in un sussulto d’orgoglio Tria ha diramato una nota stizzita, piccata, paventando anche l’ipotesi delle dimissioni: mossa che esporrebbe l’Italia sui mercati facendo schizzare lo spread a quota 400 nel giro di un amen. Perciò non sorprendiamoci più di tanto se Tria, che questa Manovra l’ha subita, farà di tutto per difenderla, se ancora per qualche mese non deciderà di salutare i suoi attuali aguzzini politici. Il suo è spirito di servizio, non verso il governo, ma nei confronti della Repubblica e degli italiani. Del resto provateci voi a difendere una Manovra da psichia-Tria.

Un deficit da deficienti

di maio balcone palazzo chigi

 

Sia chiaro, una volta per sempre: non è in discussione la sovranità di un Paese, non è assecondare Bruxelles l’obiettivo primario di chi critica la decisione del governo di fare deficit al 2,4% per i prossimi tre anni. Si può scegliere ad esempio di programmare un piano pluriennale con un deficit anche più alto, sforando persino il famoso 3%, a patto che le politiche finanziate facendo debito siano talmente convincenti da far dire all’Europa e ai mercati: “Sapete che c’è? Questi soldi stavolta li prestiamo volentieri, sono ben spesi”.

E questo è il punto dirimente di una questione che dovrebbe stare a cuore agli italiani tutti, anche a quelli che hanno votato Lega e M5s. Fare deficit per finanziare misure fini a se stesse avrà il solo risultato di indebitare di più il Paese. A cosa serve dare 780 euro al mese per 3 anni ad un disoccupato? Alla fine quei soldi termineranno. E allora invece di buttare 10 miliardi di euro nell’immondizia per pagare il reddito di cittadinanza non sarebbe stato meglio fare in modo che quello stesso disoccupato trovasse un lavoro stabile anche per gli anni a venire?

Ma ad essere sbagliati non sono soltanto i modi (la scelta unilaterale del governo, non concordata con l’Europa) e la sostanza (si decide di fare debito non per la crescita ma per finanziare spesa corrente e misure assistenzialiste) bensì anche i tempi. Tra pochi mesi non avremo più Mario Draghi in Europa a coprirci le spalle. Di più: la Bce ha da tempo annunciato che nel 2019 terminerà il famoso QE, il quantitative easing, ovvero il massiccio programma di acquisto di debito sul mercato secondario da parte della Bce. Significa che sarà più difficile, per l’Italia, trovare acquirenti decisi a concederci soldi in prestito. E che una volta trovati dovremo pagarli di più: soprattutto se le agenzie di rating – visto che abbiamo fatto tutto di testa nostra e in maniera sbagliata – ci declasseranno fino alla qualifica di “junk bond”, titoli di stato spazzatura, nel senso che difficilmente restituiamo le somme prestate. E con molta sincerità: chi presta soldi ad un cattivo pagatore se non con un tasso d’interesse più alto?

A questo c’è poi da aggiungere il problema dello spread, che sembra un concetto distante, una parolina antipatica e basta, ma si ripercuote sulla nostra vita quotidiana. Spiegato facile: un maggiore costo di rifinanziamento dei debiti dello Stato si ripercuote su tutte le banche e di conseguenza anche su chi dalle banche si reca per acquistare servizi, come prestiti e mutui. Insomma: anche in questo caso pagheremo tutti di più.

Il tutto senza considerare le conseguenze delle scelte che potrebbero derivare da una guerra politica con l’Europa. Il rischio concreto è che la Manovra così pensata possa essere bocciata. A Bruxelles potrebbero infatti suggerirci una manovra correttiva. E a quel punto il governo potrà decidere di adeguarsi (difficile, conoscendo i soggetti) oppure di cavalcare lo scontro in vista delle Europee, incorrendo perfino in una procedura di infrazione che, secondo le regole che anche l’Italia ha accettato, prevede un deposito dello 0,2% del Pil e l’obbligo di ridurre il debito di un ventesimo all’anno.

Ecco perché siamo tutti preoccupati. Ma soprattutto, ecco perché è un deficit da deficienti.

Reddito di cittadinanza o di nazionalità?

di maio reddito

 

L’ultimo autogol sulla Manovra che sta per essere partorita da un ministro dell’Economia sempre più vicino all’ingresso in un reparto di psichia-Tria è quello confezionato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini sul reddito di cittadinanza. Va dato soltanto agli italiani, dice il capo politico del M5s. E figurarsi se non concorda quello del “prima gli italiani”.

Ma al netto della sorpresa che potrà suscitare in tanti la svolta razzista di Di Maio, resta il fatto che ancora una volta i due scagnozzi provano a ridisegnare, o ad ignorare, le norme che regolano uno Stato di diritto. A chiarire che la norma così pensata è inapplicabile è stato Valerio Onida, già componente di quella Corte costituzionale che sul punto, ha ricordato, “si è già espressa tante volte”. E il responso è stato chiaro: trattandosi di “un provvedimento di ordine sociale, che prevede un’assistenza sociale, non può essere limitato ai cittadini italiani”.

Allora qui sta forse il busillis. Che cosa si intende, o meglio, cosa si è inteso dire per anni, per reddito di “cittadinanza”? Sfogliando il dizionario, alla voce “cittadinanza” si legge questa definizione: “Vincolo di appartenenza a uno stato (o anche al comune), richiesto e documentato per il godimento di diritti e l’assoggettamento a particolari oneri: c. italiana, francese; ottenere la c.; certificato di c.“.

E allora pare chiaro che così come molti stranieri sono sottoposti a diversi oneri, su tutti quello di pagare le tasse in Italia, allo stesso modo debbano poter godere di certi diritti.

A meno che non vogliano parlare apertamente di un “reddito di nazionalità”. E respingere le accuse di razzismo, allora, sarebbe davvero complicato.