Dunque il coronavirus non era “un imbroglio”

Donald Trump

Ancora pochi giorni fa, davanti ad una folla di sostenitori in estasi, Donald Trump ironizzava sul coronavirus, definendolo il nuovo grande “imbroglio” dei Democratici. Accusava questi ultimi di stare politicizzando la vicenda al solo scopo di colpire la Casa Bianca e il suo ingombrante inquilino. Minimizzava descrivendo il tutto come poco più di un’influenza (c’è da capirlo: in Italia c’è ancora chi lo dice, dopotutto). Assicurava agli americani che gli Stati Uniti non sarebbero stati colpiti, se non marginalmente, dal contagio.

Tutta questa narrazione è stata spazzata via da un insolito discorso alla nazione dallo Studio Ovale in cui Trump ha iniziato a raccontare agli americani almeno una parte di verità. Quella che il virus sta arrivando. O meglio: arrivato lo è già. E che ogni americano è chiamato a svolgere la sua parte per limitare i danni. Certo, ci sono gli elementi ricorrenti della retorica trumpiana: il richiamo al virus “straniero” proveniente dalla Cina e agli errori commessi dagli europei nel tentativo di contenerlo (sbagliano sempre gli altri, ovviamente). Così come la sottolineatura, cruciale nell’anno in cui Trump si gioca la presidenza, che quella in corso non è una crisi economica: come dire, il male che deriverà dal coronavirus non dipende dal mio lavoro come presidente.

La realtà è a dire il vero un po’ diversa. Lo ha chiarito un editoriale durissimo della rivista “Science”, che ha accusato l’amministrazione americana di aver sottovalutato il rischio troppo a lungo, e di aver impedito agli scienziati una corretta comunicazione di quanto stava accadendo.

Ora Trump corre ai ripari. Dopo aver smantellato l’agenzia governativa che si occupa di gestire le emergenze come le pandemie, blocca i voli provenienti dall’Europa. Salvando dall’embargo soltanto il Regno Unito dell’amico Boris Johnson. Una decisione priva di ogni evidenza scientifica, motivata soltanto da una logica geopolitica: è tornata l’Anglosfera.

Pare che The Donald abbia spinto con gli scienziati per la scoperta di un vaccino. Ma il suo difficile rapporto con la scienza gli impedisce di comprendere che in certi casi non basta la volontà, è necessario il tempo. La notizia è che il coronavirus ha bussato alla porta della Casa Bianca. Non è bastato l’Oceano a fermarlo. Né serviranno le bugie.

Super Biden

Joe Biden dopo la vittoria al Super Tuesday

Joe Biden è un brav’uomo. E dire che il successo nel Super Martedì delle primarie democratiche è figlio degli endorsement ricevuti nelle ultime ore o dei ritiri degli altri candidati significa non aver capito nulla di queste elezioni, sapere zero di politica, niente di niente degli americani.

Se avete seguito una qualsiasi maratona elettorale sui canali italiani avrete fatto in tempo ad accorgervi del perché l’America è un grande Paese. E forse avrete provato, come il sottoscritto, un briciolo d’invidia per lo spettacolo della loro democrazia, per la partecipazione che riescono a catalizzare, per l’entusiasmo di cui sono capaci. Ma la lezione di questo Super Tuesday è probabilmente opposta a quella che molti commentatori stanno suggerendo in queste ore: il popolo statunitense fa la sua scelta liberamente. Gli endorsement contano, ma fino ad un certo punto. I soldi servono, ma non bastano. Chiedere a Mike Bloomberg.

Joe Biden ha vinto perché dopo il successo in South Carolina di pochi giorni fa è apparso il candidato più credibile per realizzare due obiettivi: affermarsi come candidato dell’elettorato moderato da opporre all’ala radicale rappresentata da Bernie Sanders. Ma soprattutto: migliore sfidante di Donald Trump. Niente di più, niente di meno.

Attenzione: le primarie non sono finite, Sanders è ancora vivo. Se Biden volesse dargli la mazzata finale dovrebbe riuscire a convincere Elizabeth Warren, sconfitta anche nel suo Massachusetts, a rinunciare alla candidatura in cambio di un posto da vice-presidente. Questa manovra avrebbe l’effetto di unire l’ala moderata e l’ala più radicale del Partito Democratico, sbarrando la strada alle speranze di Sanders di conquistare la nomination.

Ora, credere che Biden abbia in tasca la vittoria tra i Democratici è profondamente sbagliato: significherebbe non aver appreso nulla dalla prima parte di questa straordinaria corsa. Il cammino è ancora lungo, le bucce di banana sempre dietro l’angolo. E ancora: pensare che Biden sia il favorito contro Trump vuol dire prendere un abbaglio. Ma l’ex vicepresidente sta vivendo quello che gli americani chiamano “momentum”: è un po’ come dire che è sulla cresta dell’onda, la sta cavalcando, deve riuscire a farlo per più tempo possibile, senza farsene travolgere.

Sarà pure vecchio, disponibile per un solo mandato da presidente, espressione dell’establishment, troppo legato all’era Obama, appannato rispetto al campione oratorio che un tempo arringava le folle d’America. Ma ha un’esperienza decennale che fa di lui un profilo più che affidabile per la Casa Bianca. E’ popolare negli “swing states”, gli stati in bilico decisivi per le elezioni di novembre. E incarna il desiderio di normalità provato da milioni di elettori americani dopo 4 anni di presidenza Trump. Non è poco.

Poi è un brav’uomo. Può bastare.

Donald Trump ha un problema: il coronavirus

Donald Trump

Tutto il mondo è paese. Il coronavirus supera gli oceani, oltrepassa ostacoli fisici e si insinua nella nazione più potente del Pianeta: l’America di Donald Trump. In questo caso non sarà una folla inferocita, al grido di “build the wall!”, a fermare il contagio, l’invasione dello straniero. Il nemico invisibile è alle porte. Anzi no, è già entrato. Con la promessa di un muro da costruire al confine col Messico, The Donald ha vinto le elezioni del 2016. Per l’incapacità di innalzare un muro contro il coronavirus, quattro anni dopo, Trump rischia di giocarsi la rielezione.

La storia fa e disfa. La legge del contrappasso è una realtà con cui spesso bisogna fare i conti. Gli Stati Uniti iniziano a concepire l’esistenza del virus: a poche ore dal Super Tuesday che darà forse un chiaro indirizzo alle primarie dei Democratici, l’emergenza sanitaria irrompe nel dibattito politico a stelle e strisce. Di fronte ad una minaccia globale come quella rappresentata dal Covid-19 tutti gli altri temi passano in secondo piano. La politica estera, le tasse, l’istruzione. Ne resta sul tavolo fondamentale uno: chi può proteggere la vita degli americani?

Questo è il quesito che rischia di decidere le elezioni del prossimo novembre. E come sempre la complessità reclama il suo posto, estromette le semplificazioni. Perché non esiste una sola risposta a quella domanda. Donald Trump, ad esempio, è il presidente che ha smantellato le strutture del Consiglio per la sicurezza nazionale. Un ex dirigente americano ha così sintetizzato: “Per la prima volta dall’11 settembre, non hai qualcuno che faccia direttamente e immediatamente rapporto al presidente, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, delle principali minacce transnazionali che affrontiamo :terrorismo, cyber-security, pandemie”.

Ma Trump è anche colui che ha riscritto la storia americana vincendo un’elezione incredibile grazie all’Uomo Dimenticato. Gli ha offerto protezione, nostalgia, confini, orgoglio. La curva del futuro dev’essere ancora scritta. Trump è sul ponte di comando, ha la possibilità di impugnare il timone della nave americana e di scansare gli ostacoli sulla sua rotta. Non è facile, ha perso tempo. La Cina ha dato al resto del mondo almeno un mese per prepararsi all’impatto con l’iceberg, non tutti l’hanno utilizzato nel modo corretto. Forse neanche l’impero che governa la Terra.

E i Democratici? Dalla loro hanno il vantaggio di chi sta all’opposizione in tempi di crisi: lucrare politicamente sulle difficoltà del governo. Ma non troppo, perché gli americani sono un popolo fiero, unito nelle avversità, riconoscono gli sciacalli e li isolano. In questo sono diversi da noi. All’interno del partito dell’asinello da qualche ora è iniziata una nuova partita: non solo chi è il migliore, non solo chi ha più chance di battere Trump. Ma anche: chi può affrontare il Coronavirus meglio di tutti? Può farlo il front-runner, Bernie Sanders, con la sua sanità di base garantita a tutti i cittadini? Il suo piano può essere maggiormente attraente ora che il rischio, già sperimentato da qualcuno, è quello di vedere schizzare alle stelle le spese sanitarie. Piccola nota a margine: il Medicare for All ha un costo. Le idee di Sanders piacciono ma non ci sono le coperture. Questo non è un dettaglio. E Joe Biden? Gli anni da vice di Obama potrebbero giocare a suo favore: un uomo d’esperienza non guasta mai. Elizabeth Warren ha già stilato un piano contro il coronavirus: ma non ha un piano per vincere le primarie.

Tutti inseguono una chance contro Trump. Trump insegue il virus. Il virus è il peggior nemico di Trump. Benvenuti a Usa 2020.

Biden ha vinto in South Carolina (e Trump non ha ancora vinto le elezioni)

Joe Biden festeggia la vittoria in South Carolina

Lo hanno ribattezzato “Comeback kid”: il ragazzo (ok, ha 77 anni, ma è un dettaglio) della rimonta. Come nel 1992 Bill Clinton aveva soprannominato se stesso, risorgendo in New Hampshire quando tutti davano per finita la sua corsa per le primarie. Proprio ciò che è successo questa notte in South Carolina a Joe Biden. Per quel che vale, avevo scritto qualche giorno fa che se fossi stato un elettore americano avrei avuto pochi dubbi su chi votare: avrei scelto sicuramente Joe Biden. La sua storia politica, ma soprattutto personale, meritano un punto esclamativo. Forse il South Carolina ha posto le premesse perché questo punto esclamativo venga scritto.

Ha vinto il primo Stato dall’inizio delle primarie dem. Lo ha fatto meglio di come avrebbe dovuto in termini numerici. Ma soprattutto lo ha fatto con un timing perfetto: prima del Super Tuesday, il Super Martedì che chiamerà al voto 14 Stati e metterà in palio circa il 40% dei delegati decisivi per la nomination. La vittoria di Biden, in questo momento, fa del vecchio Joe un cavallo solido su cui puntare per l’elettorato moderato. Se Biden non avesse vinto in South Carolina, o se lo avesse fatto in maniera poco convincente, è molto probabile che i cosiddetti “centristi” (definizione a dire il vero approssimativa) avrebbero deciso di abbandonarlo per puntare su altri candidati. Mike Bloomberg, su tutti.

Le performance dell’ex sindaco di New York ai dibattiti televisivi non sono state indimenticabili, per usare un eufemismo. O meglio, proprio il miliardario vorrebbe che tutti le dimenticassero in fretta. La sua presenza al Super Tuesday è il maggiore ostacolo per Joe Biden: dopo il crollo di Amy Klobuchar e l’ennesimo risultato deludente di Pete Buttigieg, il rischio di una dispersione di voti tra i moderati è meno alto. Tradotto: è molto difficile che un elettore democratico “centrista” decida martedì di votare Klobuchar, a meno di non essere un suo fan sfegatato.

L’effetto South Carolina è importante per Biden soprattutto per questo: per il “rimbalzo” di cui la sua candidatura potrebbe beneficiare. Non sappiamo quanto Bloomberg sia forte, non avendo corso ancora in nessuno Stato. Ma sappiamo che la fetta di elettorato più affine al miliardario coincide molto con quella di Biden. Di certo dal South Carolina arriva un segnale non proprio incoraggiante per quello che Donald Trump ha ribattezzato “mini Mike”: Tom Steyer, miliardario che ha speso oltre 22 milioni di dollari soltanto in spot televisivi e radiofonici in South Carolina, è arrivato terzo. E si è ritirato dalla corsa. Cosa c’entra con Bloomberg? C’entra, perché dimostra che i soldi in una campagna elettorale non sono tutto.

Certo, Bloomberg ha un peso politico diverso da quello di Steyer. E la sua figura potrebbe portare al voto molti candidati moderati e indipendenti, rosicchiando a Biden potenziali elettori. In tutto ciò, Bernie Sanders ringrazia. Il vecchietto del Vermont spera di farcela con la forza dei progressisti e le divisioni altrui. Ma il South Carolina dimostra che la partita è aperta. Biden non sarà proprio un “comeback kid”, ma la sua rimonta potrebbe essere iniziata. Come minimo: Sanders non è ancora il candidato Democratico. E questo vuol dire che Trump non ha ancora vinto le elezioni di novembre.

New Hampshire, Old Biden

Le primarie Usa tra i Democratici si fanno di settimana in settimana più avvincenti. Ciò che la lunghezza dello spoglio in Iowa aveva fatto passare in secondo piano è tornato prepotentemente a galla in New Hampshire: Bernie Sanders è la scelta dell’elettorato radicale, Pete Buttigieg è più competitivo che mai per ritagliarsi il ruolo di candidato di punta tra i “moderati”, ma deve guardarsi dalla sorprendente ascesa di Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota che nell’ultimo dibattito ha trovato lo slancio necessario a realizzare la piccola grande impresa di arrivare terza nello Stato del granito.

Tra qualche tempo, è possibile che la vittoria di oggi di Bernie Sanders venga ridimensionata alla luce di un altro fattore: la somma dei voti ottenuti dai candidati moderati, se così si possono definire esponenti in ogni caso ben più a sinistra di Barack Obama, è maggiore di quelli radicali. Guardate sopra: Sanders e Warren, insieme, arrivano circa al 35%. I “centristi” come Buttigieg, Klobuchar e Biden superano il 50%. La vera corsa, dunque, riguarda la scelta nel campo moderato, colui o colei che si affermerà come il candidato da opporre a Sanders prima, e a Trump poi.

Il vecchio Joe

Questo ruolo di riferimento per i moderati, fino a qualche mese fa, veniva assegnato da default a Joe Biden, ex vicepresidente nell’era Obama. Biden in New Hampshire è andato malissimo, finendo quinto, peggio che in Iowa, dove già i risultati erano stati inferiori alle aspettative. Per un ex vicepresidente con il curriculum di Biden arrivare alle spalle di ben 4 candidati è un vero disastro.

Usciamo dalla cronaca per inserire una parentesi personale. Se fossi americano e dovessi votare alle Primarie dei Democratici, oggi voterei senza dubbio Joe Biden. Non si tratta di una scelta politica, ponderata, ma prettamente di cuore. Biden ha una storia durissima alle spalle, e per questo bellissima. Oggi ha i capelli bianchi, il viso stanco, fatica ad entusiasmare i giovani. Ma un tempo, Joe, è stato un coraggioso ragazzo balbuziente che ha sconfitto il suo problema imponendosi di parlare in pubblico. E lo ha fatto così bene che a 29 anni, con la sola forza delle sue parole e l’aiuto di sua sorella in campagna elettorale (altro che gli staff mastodontici di oggi!), ha battuto un senatore Repubblicano molto più quotato di lui, dato per sicuro vincitore, aggiudicandosi il seggio del Delaware.

Sembrava tutto perfetto, fino a quando la moglie e la figlia di un anno non sono morte in un incidente stradale. Da quel giorno, a differenza dei suoi colleghi che trascorrevano l’intera settimana a Washington per poi tornare a casa dalle famiglie nei weekend, Biden ogni sera saliva sul treno e tornava in Delaware, dai suoi figli. Nel corso degli anni, Joe ha fatto così tanti viaggi che gli è stata intitolata perfino la stazione da cui partiva e arrivava ogni giorno. Poi i figli sono cresciuti e uno di loro, Beau, era particolarmente promettente, talentuoso: tutti pensavano che un giorno avrebbe fatto politica come il padre. Non ne ha avuto il tempo: nel 2015 è morto per un tumore al cervello.

Oggi Joe Biden non ha più la forza di quando era ragazzo. Non è più così brillante nei dibattiti. E la sua abilità oratoria è forse più appannata, meno coinvolgente. I giovani che un tempo si entusiasmavano ai suoi comizi sono invecchiati con lui. La generazione di Buttigieg, per fare un esempio, guarda a Biden come ad un pezzo dell’establishment, un residuato bellico da mandare in pensione per fare posto al “nuovo”. Ecco, dopo Iowa e New Hampshire, Biden non è ancora spacciato. Ma l’effetto “band-wagon” non l’abbiamo inventato in Italia: l’elettorato è portato a salire sul carro del papabile vincitore. Il “voto utile” è spietato, ed è possibile che anche in Nevada e South Carolina, prossime tappe delle primarie, Biden non ottenga i risultati che si augura, a dispetto di una folta presenza di afroamericani e ispanici, segmenti demografici in cui è più popolare.

Di nuovo: non sono ragioni politiche a farmi tifare Biden. Non dico che sarebbe il migliore presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Ma se c’è un posto dove qualche volta le storie da film accadono questo è l’America. E la storia di Biden merita la Casa Bianca. Chissà, è difficile, ma non è troppo tardi. Non ancora, vecchio Joe.