Il ruolo degli Usa nella caduta di Giuseppe Conte

Negare una correlazione tra l’uscita di scena di Giuseppe Conte e il contesto geopolitico in cui viviamo significa fare torto alla propria intelligenza.

Nel mondo dei sogni, quello che ci raccontiamo quotidianamente, l’Italia è un Paese sovrano senza vincoli esterni. In quella dimensione parallela che prende il nome di realtà, spesso inesplorata, la Penisola è invece un luogo di interesse strategico per le grandi potenze, una nazione rientrante nella sfera d’influenza americana.

Non è un caso, dunque, che negli ultimi anni le dissonanze tra il colore delle amministrazioni Usa e i governi italiani siano state solo brevi parantesi. E non è un azzardo sostenere che Giuseppe Conte abbia pagato a caro prezzo la propria vicinanza a Donald Trump.

L’ex premier è incappato in uno degli errori classici di chi è poco avvezzo alle cose della geopolitica: scambiare l’amministrazione trumpiana per gli Stati Uniti, la sua presidenza come sinonimo del Paese. Distinzione invece cruciale, nel momento in cui sono gli apparati, le agenzie federali, quello che Donald Trump chiamava con disprezzo “deep State”, ad assicurare la continuità dell’azione americana, non certo un presidente che, come si è visto, è spesso in balia dei venti e degli eventi, di sicuro di solo passaggio alla Casa Bianca.

Il viaggio di William Barr

Il vulnus di Conte nei rapporti con gli Stati Uniti ha una collocazione temporale ben precisa: l’estate 2019, l’ultima senza assilli pandemici. E’ proprio in quei giorni che l’attorney general dell’amministrazione Trump, William Barr, l’equivalente del nostro ministro della Giustizia, si reca a Roma due volte per incontrare Conte. Ai colloqui, oltre al premier, prendono parte in rappresentanza dell’Italia anche i vertici dei nostri servizi segreti e alcuni politici. Come ricostruito dal New York Times, però, la visita di Barr non è un’azione della quale gli apparati americani sono informati: è stata organizzata aggirando i protocolli, a sorpresa, cercando di perseguire obiettivi che nulla hanno a che vedere con gli interessi statunitensi. Barr è in Italia infatti su mandato di Trump, intenzionato a cercare le prove che il famoso Russiagate sia in realtà un complotto ordito ai suoi danni dai Democrats.

E’ a questo punto che Conte fa la sua scelta di campo: il premier fornisce il via libera ai servizi segreti, dei quali detiene l’Autorità Delegata, e acconsente allo scambio di informazioni. Barr e i suoi uomini, in particolare il procuratore John Durham, hanno accesso a documenti riservati.

La caduta di Conte

Come si inserisce questa storia nelle vicende politiche interne delle ultime settimane? Non c’è bisogno di essere addentrati nelle segrete stanze, di avere contatti internazionali di altissimo livello, per essere a conoscenza di un aspetto: Conte, dopo questo passo falso, risulta inviso ai servizi americani. Ciò non significa che le agenzie federali statunitensi si siano spese plasticamente per estromettere Conte da Palazzo Chigi, ma chiunque sa che una benedizione di Washington è decisiva per offrire copertura politica al governo italiano di turno. Lo sa benissimo lo stesso Conte, che proprio da Trump ricevette l’incoronazione nell’agosto del 2019 con l’ormai celeberrimo “Giuseppi”, cinguettato in tweet che diede il via libera definitivo al nascente governo giallorosso.

La stessa dinamica, questa volta, ha penalizzato l’avvocato: Joe Biden non ha giocato un ruolo attivo nella partita, impegnato in ben altre faccende, ma Matteo Renzi ha sfruttato l’elezione del Democratico alla Casa Bianca per allineare nuovamente il pianeta italiano con quello americano.

Forse così si spiegano anche la “tiepida” condanna di Conte rispetto all’assalto di Capitol Hill e la freddezza nei confronti della vittoria di Joe Biden. Con la consapevolezza di aver scambiato i rapporti personali con un presidente con quelli tra Italia e America, con la certezza di aver commesso un errore fatale, di essersi legato mani e piedi al cavallo sbagliato.

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Trump in salvo dal passato, non dal suo futuro

Dalla sua fastosa residenza in Florida, Donald Trump paventa la possibilità di un “to be continued” alla sua esperienza politica. Il “nostro grande movimento è soltanto all’inizio“, dichiara dopo l’assoluzione ottenuta al processo di impeachment. Con 57 voti a favore della condanna e 43 contrari, la fredda legge dei numeri ha avuto la meglio sul “wishful thinking” di Nancy Pelosi. Ma c’è differenza tra vittoria politica e vittoria aritmetica.

Ciò che non è cambiato dal 3 novembre ad oggi è il consenso di cui Trump gode nella base del Partito Repubblicano. La sua percentuale di gradimento, anche dopo i fatti di Capitol Hill, rimane intorno al 90% tra gli elettori del Gop. Si spiega così la titubanza dei dirigenti del partito dell’elefantino a scaricare il leader, la sudditanza psicologica che un ex presidente appena sconfitto nelle urne è ancora in grado di esercitare.

Non è un caso che il potente senatore della Carolina del Sud, Lindsey Graham, tra i maggiorenti del Partito Repubblicano, abbia annunciato un incontro a stretto giro per discutere il futuro del Gop e quello di Donald Trump. Meeting nel quale il tycoon chiarirà l’intento di punire quelli che lui bolla come infedeli, di sostenere alle elezioni di metà mandato unicamente i candidati fedeli alla sua dottrina.

Proprio questo è l’oggetto della “rivoluzione silenziosa” immaginata da Mitch McConnel, il leader di maggioranza che dopo aver votato a favore dell’assoluzione, adducendo ragioni di mera legittimità costituzionale, ha chiarito come “non c’è dubbio, nessuno, che il presidente Trump è praticamente e moralmente responsabile di aver provocato gli eventi del giorno“.

L’obiettivo dei prossimi mesi, se non anni, sarà quello di fare di Trump una sorta di rockstar del Partito, un padre chissà poi quanto nobile da sfruttare come icona, ma a debita distanza.

In che modo? Ad esempio sostenendo, politicamente ed economicamente, i candidati moderati, nella speranza di ridisegnare l’anima dei Repubblicani. Ignorando che essa è stata già corrotta da quattro anni di Trump, che l’elettorato lo ha scelto non perché biondo e con gli occhi azzurri, ma in quanto interprete di una precisa linea politica.

Sterilizzare le ambizioni personali di Trump senza rompere con lui, dissociarsi dalla sua condotta senza rinunciare ai suoi voti: questa la strada stretta dei Repubblicani d’America. Immaginando di poter contare anche su una presa di coscienza di Trump: sul fatto che voglia agitare la possibilità di una nuova corsa alla Casa Bianca non per correrla sul serio – giacché perderebbe – ma solo per mettersi al riparo da guai giudiziari, per assicurarsi che gli apparati non vogliano infierire sul suo conto, timorosi che un leader così popolare possa promuovere una frattura non più rimarginabile.

Con il rischio, impossibile da escludere, che una manovra del genere possa alla lunga sfociare in uno scisma. Di Trump dal Gop o dei moderati del partito dai Repubblicani egemonizzati dal trumpismo. In entrambi i casi andando incontro alla sconfitta, se non all’irrilevanza.

Per sommo gaudio dei Democratici, chiamati a non fare troppi danni: a ricordare quelli prodotti da Trump, a mettere in guardia dal rischio di un nuovo attacco alle istituzioni. Senza dimenticare di governare, troppo presi dalla demonizzazione di un avversario col passato in salvo, ma dal futuro compromesso.

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Joe Biden e l’America liberata

Sebbene non vi siano macerie ai lati delle strade o palazzi sventrati dalle bombe, per quanto nessun carro armato arrivi plasticamente ad annunciare la sconfitta dell’invasore, nonostante manchino le urla gioiose dei bambini ignari del dolore da poco alle spalle, il sentimento della Washington svuotata dal virus e agghindata a festa per mimare normalità è molto simile a quello che si percepirebbe in un’America liberata dallo straniero.

Può sembrare una forzatura, e senz’altro lo è, ma l’avvento di Joe Biden alla guida della superpotenza dopo 4 anni di Donald Trump sortisce in chi osserva da lontano più o meno questo effetto. “America is back”, recitava uno degli slogan più famosi del nuovo presidente, e davvero l’idea che gli Stati Uniti siano tornati al mondo va molto oltre le dottrine di politica estera dei due ormai ex rivali.

Ad un certo punto del suo discorso, oltre 20 minuti di intervento a braccio, con buona pace di chi lo giudicava affetto da demenza senile e incapace anche solo di leggere da un gobbo elettronico, Joe Biden ha pronunciato parole tanto semplici quanto potenti: “Metterò tutta la mia anima per riunire la nazione”.

Come se non sapesse che un uomo onesto non potrà da solo compiere questa impresa ciclopica. Ma non fa differenza, nel “giorno dell’America”. E Biden sembra volere sfidare il cinismo di chi lo ha preceduto, chiedendo a tutti gli americani, anche quelli che non lo hanno votato, di “giudicarmi dal mio cuore”. Non è un programma politico, ma è la prima pietra su cui fondare la ricostruzione di questa società in tempesta.

Per la prima volta nella loro storia agli americani non basta bombardare una città nemica per avere indietro la propria vita, per sentirsi baciati dal Signore, prescelti fra tutti come specchio in Terra della perfezione divina. Il virus che li ha colpiti si è insinuato nella loro stessa collettività: e qui non è di Covid che parliamo.

Sebbene faccia comunque un certo effetto ascoltare le parole di un presidente che della pandemia si occupa e preoccupa, anziché considerarla uno scherzo del destino, un intralcio indesiderabile che ha compromesso la strada per la rielezione, il virus che dilania la società americana è quello della divisione. Si trasmette grazie alle fake news, alla manipolazione della verità, alla scientifica disinformazione che avvelena i rapporti tra persone, inasprendo faglie “tra blu e rosso, tra periferie e città”.

Potrebbe sembrare quasi un discorso ecumenico, quanto di più vicino all’intervento di un Papa che predica nel deserto invocando Pace e comunione. E in effetti l’esortazione a “tutti gli americani a starmi vicino” ricorda tanto il “pregate per me” di Papa Francesco. Per non parlare dei continui richiami all'”unità” di cui necessita il Paese, quasi a voler prendere in prestito dal Santo Padre l’invito alla “vicinanza” come stella polare per la vita di ognuno. Il tutto condito da una citazione biblica: “Il pianto può durare per una notte, ma la gioia arriva al mattino”.

Ecco, ora nessuno dice che Joe Biden sia un santo o l’uomo migliore del mondo, nessuno può dire che sarà il più grande presidente che gli Stati Uniti abbiano avuto, ma basta scorrere a ritroso la sua storia, immedesimarsi per quanto possibile nella vita di un uomo che è sopravvissuto al dolore di aver perso una moglie e due figli, per capire che quest’uomo dalla fragilità manifesta ha in sé qualcosa di speciale. Ad esempio la forza, quella di dire: “Ripartiamo da zero”. C’è da ricostruire. Come in un’America liberata dall’invasore, appunto.

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L’errore tattico di Conte: Renzi non è Salvini

La tentazione di equiparare sulla base del nome di battesimo i due Matteo della politica italiana da tempo stuzzica la cerchia più ristretta del premier Conte.

L’ultima prova si è avuta oggi, quando Repubblica ha riportato un virgolettato di Rocco Casalino – ovviamente smentito, sarebbe altrimenti già caduto il governo – nel quale di Renzi si diceva: “Se andiamo in Senato lo asfaltiamo, come è successo con Salvini“.

Portavoce del premier a parte, ciò che Conte pensa di Renzi si è intuito del resto soltanto poche ore fa. La presunzione di superiorità del presidente del Consiglio nei confronti del leader di Italia Viva è stata infatti messa nero su bianco sabato sera, quando Conte ha ammesso su Facebook di essere stato più volte consigliato nel “portare pazienza” dinanzi alle bizze del suo azionista di maggioranza più irrequieto. Così comunicando l’idea di un capo che deve mordere il freno, sempre più infastidito, da quell’impiccio che il senatore fiorentino rappresenta ai suoi occhi.

Ora, l’idea, tradita già nella conferenza di fine anno, in cui Conte espose la volontà di “parlamentarizzare” un’eventuale crisi, è appunto quella di trattare questo Matteo (Renzi), come l’altro Matteo (Salvini).

Conte si è fatto infatti convinto della bontà dello “schema D’Alema“: “Non si manda via l’uomo più popolare del Paese per fare un favore a quello più impopolare“. Da qui la tentazione di rendere il Senato nuovamente arena di un duello come quello che lo vide distruggere il Salvini reduce dal Papeete, illusosi nell’estate 2019 di togliere di mezzo l’avvocato e prendersi la sua poltrona a Palazzo Chigi. Salvo essere clamorosamente sconfitto nei suoi intenti.

Qui però sorge un problema: non basta un nome ad accomunare due figure. Renzi, insomma, non è Salvini, per quanto Conte vorrebbe che fosse.

Non serve dunque un master per dire che anche un eventuale showdown in Senato avrebbe esito diverso da quello forzato da Salvini un anno e mezzo fa. In primis perché Renzi, che conosce la storia del concittadino Machiavelli, è politico più accorto dell’omonimo leghista. Se accetterà la conta è perché certo di poterla spuntare.

In secondo luogo per attitudine politica: sebbene infatti il gradimento del premier sia oggi molto più forte nel Paese del suo, Renzi non resterebbe placido mentre Conte, magari mettendogli una mano sulla spalla, si erge a statista in difesa delle istituzioni. E non solo per via del necessario distanziamento.

A subire l’accusa di essere populista sarebbe insomma – con ottimi motivi – Conte stesso, per giunta chiamato con ogni probabilità a difendere i suoi trascorsi. Non solo gialloverdi e giallorossi. Ma pure trumpiani, dopo l’assalto a Capitol Hill cui si è aggiunto l’imbarazzo per la mancata condanna riservata a colui che lo ribattezzò “Giuseppi” e del quale oggi Conte mostra con orgoglio l’autografo agli amici.

Chi conosce Renzi sa bene che un confronto nell’aula parlamentare è quanto di più esaltante possa esserci per il leader di Italia Viva, amante da sempre dei dibattiti all’americana, non a caso in questi giorni dettosi più volte disponibile ad accettare il guanto di sfida lanciato dal premier .

Pur privi del pallottoliere, sebbene costretti in un’epoca dalle poche certezze, le frequenze di “radio Parlamento” ci dicono che chi ha bluffato fino ad oggi è Conte. Se deciderà di risolvere comunque la partita in Aula sarà perché convinto di non poter contare su Renzi per un terzo incarico, al di là delle assicurazioni di quest’ultimo. Difficile pensare che possa trovare una maggioranza politica alternativa: a maggior ragione considerando che dal Colle è pervenuto chiaro il messaggio che Mattarella non accetterà soluzioni raffazzonate.

Se è vero insomma che esiste quella che qualcuno ha ribattezzato “maledizione di Palazzo Chigi”, sostenendo che dopo qualche tempo trascorso nel palazzo governativo si perde il senso della realtà e della misura, lo scopriremo presto. Probabilmente se e quando Conte penserà davvero di poter infliggere a Renzi lo stesso trattamento riservato all’altro Matteo.


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Quale futuro per Donald Trump, dopo l’assalto a Capitol Hill

Ci sono due modi per interpretare le mosse di Donald Trump: così è stato nei quattro anni di sua amministrazione, così vale per quanto accaduto ieri, nelle ore in cui il Campidoglio veniva preso d’assalto dai suoi sostenitori, poco prima aizzati dal presidente stesso con parole incendiarie a non arrendersi mai e a non concedere la vittoria all’avversario Democratico.

La prima opzione prevede di trattare Trump alla stregua di un pazzo, interpretandone atteggiamenti e parole come quelle di un uomo incapace di intendere e di volere. Un’ipotesi simile autorizzerebbe l’invocazione dell’ormai celeberrimo 25esimo emendamento, clausola che prevede che il vicepresidente e la maggioranza dell’esecutivo trasmettano al Congresso dichiarazione scritta nella quale sostengono l’incapacità del presidente di adempiere ai poteri e ai doveri della sua carica.

Tale scenario prevederebbe, nei 13 giorni che separano dall’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden, il temporaneo ingresso nello Studio Ovale di Mike Pence, l’uomo pubblicamente indicato da Trump come colpevole della sua mancata affermazione al Congresso.

Qui la strada biforca: se il presidente si opponesse al disegno del suo gabinetto, sarebbe il Congresso ad avere l’ultima parola.

Per spodestare un presidente sfiduciato serve la maggioranza qualificata dei due terzi alla Camera e al Senato. Ma per quanto molti senatori Repubblicani abbiano mollato Trump dopo i fatti di Capitol Hill, appare altamente complicato che in così pochi giorni si possa trovare una maggioranza bipartisan utile alla cacciata del presidente.

Molto più semplice per i Repubblicani attendere che la situazione decanti da sé: nella speranza che il tempo stemperi, così da salvare capra (la faccia del partito) e cavoli (l’elettorato trumpiano).

C’è però poi la seconda ipotesi: quella che Trump accetti la “punizione” che lo vede spodestato in favore di Pence in cambio di una contropartita.

Gazzettini da Washington descrivono il forte interesse di Trump ad ottenere l’assicurazione di una non meglio precisata forma di immunità. Forse dopo aver compreso che darsela da solo, e in maniera preventiva, è teorema legalmente fragile da sostenere.

Anche in questo caso, però, appare complicato che gli Stati Uniti possano prestarsi al disegno trumpiano. A maggior ragione dopo lo sfregio subito in diretta mondiale, le istituzioni americane perderebbero definitivamente la faccia se scegliessero di accettare il compromesso favorevole a Trump.

Eppure questo modo di agire rivelerebbe la seconda delle tesi iniziali: ammettere cioè che Trump pazzo non è, non del tutto quanto meno. E che gioca le sue mosse in funzione di un interesse che egli reputa il più alto: il suo.

Cosa farà Donald Trump?

Preoccupato dalle sorti dei suoi affari una volta abbandonata la Casa Bianca, terrorizzato all’idea di finire in gattabuia, Trump non può permettersi di lasciare la politica. Il suo consenso tra le masse dell’America profonda è l’assicurazione più grande per la sua immunità.

Nel secondo dei due tweet in cui invitava i facinorosi a tornare a casa e a non usare violenza, The Donald – oltre ad inserire frasi come “vi amiamo” e “siete speciali” – chiudeva il suo intervento con un minaccioso “ricordate questo giorno per sempre”. Espressione neanche troppo velata per sottolineare la sua presa sulla folla, la sua capacità di innescare alla bisogna una guerra civile nel Paese.

Ragionamento che gli apparati americani, lo stesso establishment che nelle ultime ore ha liquidato di fatto la presidenza Trump, sostituendolo anche nel ruolo di comandante in capo delle forze armate, ha presente al punto di valutare controproducente un’immediata resa dei conti, giudicata portatrice di un inasprimento ulteriore della faglia che divide le due Americhe.

Da qui la necessità di bilanciare parole di condanna a prudenza estrema. Per evitare la lacerazione definitiva del tessuto sociale a stelle e strisce.

Tattica che non impedirà a Trump di restare presenza immanente nella politica americana, presidente ombra durante il mandato Biden, quanto meno di una parte di Paese convinta delle sue motivazioni oltre ogni (ir)ragionevole dubbio.

Portandolo forse a creare un suo partito, un nuovo Partito Repubblicano a sua immagine e somiglianza. Consapevole che per quanto difficilmente con tale scenario gli sarebbero nuovamente spalancati i cancelli della Casa Bianca, allo stesso tempo potrebbe evitare almeno quelli di una prigione di stato.


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