L’errore di Di Maio: o cresce o dice addio al governo

 

La partita del Palazzo è intricata, scorbutica, a volte rissosa. Il fischio d’inizio c’è stato la notte del 4 marzo, ma se tre settimane non sono bastate a scegliere due figure di garanzia per eleggere i presidenti di Camera e Senato vuol dire che davvero non c’è via d’uscita. Non tanto per una questione di numeri – che con un po’ di buon senso un’intesa si riuscirebbe anche a trovare – ma per la qualità degli uomini che si ritrovano adesso a trattare, a dover capitalizzare il consenso che gli elettori gli hanno dato – e in massa – quando sono stati chiamati a decidere il futuro del Paese nelle urne.

Così veniamo a Di Maio e a quell’arroganza diventata spocchia, a quel “noi siamo bravi e voi (tutti gli altri) disonesti“, che esclude il Movimento da ogni possibile intesa, non solo per l’elezione dei Presidenti delle Camere, ma soprattutto per la formazione del nuovo governo.

Era parso, un attimo dopo il voto, che il M5s avesse fatto un bagno di realtà, si fosse definitivamente allontanato dall’epoca dei vaffa e del giustizialismo, avesse consapevolmente abbandonato i toni dell’uno contro tutti per trovare un accordo, visto che la premessa di fondo è che non ha i numeri per governare da solo. Era sembrato un buon segnale, un fatto positivo soprattutto per la pacificazione di un Paese che ha sfiorato i forconi. Era parso, era sembrato. Appunto. 

Perché alla prova dei fatti è arrivato l’errore, la caduta nella trappola di Berlusconi, che pure al tramonto riesce ad essere il più lucido degli strateghi. La richiesta, in fondo, non è peregrina: se il centrodestra al suo interno si è accordato per Paolo Romani presidente del Senato, non spetta al M5s – che dall’inizio ha professato la volontà di voler dividere le due Camere tra sé e la coalizione vincitrice delle elezioni – sindacare sulle decisioni interne a quello schieramento.

Ma più del no a Romani, a meravigliare è l’atteggiamento adolescenziale nei confronti del leader di Forza Italia. Berlusconi, una volta appreso il no del M5s a Romani, chiede un incontro tra leader. E anche in questo caso Di Maio si nega, provando a suggerire che a parlare di poltrone siano i capigruppo, come se rapportarsi con Brunetta non fosse la stessa cosa che parlare con Berlusconi, in sostanza.

E l’equivoco, anche divertente, è che Di Maio cita l’esperienza del Nazareno, dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, per giustificare quello che non è altro che un errore di inesperienza. Non puoi ambire a formare un governo con i voti del centrodestra schifando uno dei leader del centrodestra. Non puoi sperare di ottenerne i voti, se non lo legittimi come hanno fatto – anche stavolta – milioni di italiani.

Chiedono i voti, ma mettono veti. La campagna elettorale è finita. Qualcuno informi Di Maio se non vuole iniziarne un’altra.

Si torna al voto, più prima che poi

 

La partita dei leader non ammette pareggi. Nessun arretramento, da chi pensa di aver vinto da solo. Ne è convinto Di Maio, che ragiona come se il suo 32% fosse il 51%. Ma allo stesso modo la pensa Salvini, che ha ridotto le Elezioni 2018 al grado di primarie del centrodestra: “Io ho superato Berlusconi, il centrodestra è primo, quindi governo io“, il suo ragionamento in sintesi.

Peccato che gli altri, gli sconfitti, siano più decisivi dei vincitori. E di lasciare spazio a chi vuole rottamarli non abbiano nessuna voglia. Così il Cavaliere un giorno sì e l’altro pure ribadisce la centralità del risultato di Forza Italia e della coalizione, ricordando a Salvini che preso da solo il suo 17 vale addirittura meno del 18 di Renzi.

Renzi che nel frattempo non è più segretario, ha abdicato dal ruolo di capo, ma allo stesso tempo ha mostrato di essere l’unico leader credibile di un’area smarrita. Nel giorno dell’addio ha bloccato i suoi voti, chiarito che da lì non si spostano: resteranno in un modo o nell’altro all’opposizione.

Da qui può partire la musica. Il valzer degli inciuci dove tutti si pestano i piedi. Perché Di Maio è convinto di avere il diritto di fare il governo – e forse davvero lo ha – ma non si capisce perché Salvini dovrebbe dilapidare un patrimonio (la scalata al centrodestra appena compiuta) e tornare a fare il gregario, peraltro non al capitano di sempre (Berlusconi) ma al leader di un Movimento estraneo.

Così tornano di moda gli sconfitti, i mancati vincitori che possono comunque impedire la vittoria altrui. Torna l’uomo di Arcore, che dopo aver accettato suo malgrado il sorpasso leghista, all’ipotesi di fare un governo coi grillini non cederà. Piuttosto punta a logorare Salvini, a dimostrare che nessuno leadership diversa da quella berlusconiana è possibile nel centrodestra. Ed è in questo braccio di ferro tra il giovane e il vecchio leader che si consumerà la rottura che farà franare la 18esima legislatura. Perché la blindatura di Renzi ha escluso di fatto il Pd da qualsiasi scenario.

Diverso sarebbe stato il discorso con un centrodestra a trazione berlusconiana: allora sì che il Partito Democratico avrebbe accettato di sostenere un governo di “unità nazionale”. Ma il “mai con gli estremisti” di Renzi significa prima di tutto “no a Salvini e a Di Maio“.  Resta allora soltanto uno scenario, che M5s e Lega facciano una “cosa” insieme, ma se è vero che Di Maio non è pronto a sacrificare la premiership, lo è altrettanto che Salvini non è ancora noto per essere un kamikaze.

E sarà in quel momento, quando si renderà evidente che né Salvini né Di Maio potranno governare, che i due faranno un’alleanza, l’unica oltre quella che prevede la spartizione dei presidenti di Camera e Senato. Un’intesa su una legge elettorale in cui ad essere premiati siano i singoli partiti e non più le coalizioni, una legge elettorale per far fuori chi li ha fatti fuori.

Nuove le elezioni dunque. A breve però, così a breve che Berlusconi sia ancora incandidabile, talmente a breve che Renzi non venga già rimpianto. Se possibile in estate o al massimo in autunno, su questo deciderà Mattarella. Ma si torna al voto, più prima che poi.

Come si elegge il presidente della Camera? Risposta: ne vedremo delle belle…

camera dei deputati

 

Il conto alla rovescia è partito. Il 23 marzo si eleggono i nuovi presidenti di Camera e Senato. Punto di snodo di una 18esima legislatura che, in un modo o nell’altro, dovrà darsi un inizio. Ma come si elegge il Presidente della Camera? E allo stato attuale c’è una forza politica che può fare tutto da sola? Risposta: no.

  • Il regolamento

Andiamo a vedere cosa dice il regolamento della Camera dei Deputati:

  • L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti.

Ora traduciamo. Al primo scrutinio non verrà eletto nessuno. Va bene lo scrutinio segreto, ma nessuno possiede i due terzi dei componenti della Camera. Un po’ di numeri: i parlamentari eletti sono 630. In attesa di conoscere le ripartizioni ufficiali (sì, non ci sono ancora), i conteggi delineano questo scenario:

  • CENTRODESTRA: 260 seggi
  • MOVIMENTO 5 STELLE: 221 seggi
  • PD + SVP: 112 seggi
  • LIBERI E UGUALI: 14 seggi

Nessuno ha i due terzi.

  • Cosa succede quindi?

Si va avanti: al secondo scrutinio anche le schede bianche vengono considerate come voti validi. Ma pure in questo caso sembra difficile un accordo. Servono 400 voti e rotti, a seconda dei votanti. Dunque, a meno che il centrodestra non trovi l’accordo con i grillini per spartirsi Camera e Senato  (e dunque Palazzo Chigi) non ci sono i numeri. Fino al secondo scrutinio, pur volendo, anche il Partito Democratico è tagliato fuori: aggiungendo i suoi 112 seggi a quelli di Movimento 5 Stelle o centrodestra non si arriva al magic number.

  • Terzo scrutinio: pop-corn

Ecco, da qui in poi ci si diverte: preparate i pop-corn. Al terzo scrutinio basta avere la maggioranza assoluta dei voti per eleggere il Presidente della Camera. Quindi su 630 eletti il numerino magico diventa 316. E qui con un’alleanza i numeri ci sono:

  • CENTRODESTRA + MOVIMENTO 5 STELLE = 481
  • CENTRODESTRA + PD = 372 
  • MOVIMENTO 5 STELLE + PD = 333 

Sarà dal terzo scrutinio in poi – perché può darsi ce ne vogliano comunque molti di più e si prosegua ad oltranza- che capiremo che forma prenderà questa legislatura. E se ci sarà un governo, soprattutto…

Elezioni 2018, le pagelle dei politici. I voti: ma quelli prima del voto

pagella politica

 

Silenzio elettorale. E va bene. Ma che saranno mai due pagelle in stile campionato? Domani si vota. Oggi si gioca. Chi ha fatto meglio in campagna elettorale? Partiamo dal partito al governo: il Pd. Sì, ma da chi? Renzi o Gentiloni? Renzi dai, ci diverte di più.

RENZI, VOTO 6,5: Mille difetti, ma non è uno stupido. Quando capisce che i padri nobili del Pd gli stanno scavando la fossa inizia a parlare di squadra. Mi volete sottoterra? Allora c’andiamo tutti quanti insieme. Nessuno lo ama più come un tempo e lui davvero non se lo spiega. Fa un miracolo se resta poco sotto il 25%. Incompreso.

GENTILONI, VOTO 7: Diciamolo subito: in altri tempi non avrebbe fatto il leader neanche per Il Popolo della Famiglia. Ma la lentezza dell’uomo che si è autodefinito “Er moviola” in quest’epoca di sottosopra evidentemente piace . L’impressione è che sia più furbo di quanto appare. Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta: uno dopo l’altro si sono detti suoi fan. Le cose sono due: A) pensano tutti di manovrarlo come un burattino; B) la serietà in politica conta ancora qualcosa. Costante.

MOVIMENTO 5 STELLE

DI MAIO, VOTO 7,5: Qualche congiuntivo sbagliato in meno e avrebbe meritato pure un 8. Quando parla è chiaro, rassicura. Quando parla, però. Da verificare alla prova dei fatti. Bravo a resistere allo scandalo rimborsi, meno bene la presentazione della squadra dei ministri prima del voto. Ha un qualche tipo di talento. Se non vince si trasforma da Di Maio in Di Mai. Intrigante.

DI BATTISTA, VOTO 5,5: I ritornelli sono sempre i soliti: Berlusconi è un mafioso, chi non vota M5s non vuole il cambiamento. Ultrapresenzialista in tv, non si capisce a questo punto perché non si sia candidato in Parlamento. A volte troppo saccente per risultare simpatico. Ha da imparare dal capo politico del Movimento. Irritante.

CENTRODESTRA

BERLUSCONI, VOTO 8: Già per l’età andrebbe premiato. Sì, sbaglia qualche cifra. E a volte scambia l’Euro per la Lira. Ma sono suoi i pochi picchi di questa campagna. Dalla bacchetta magica del Mago Silvio al “Vergogna!” urlato da Mentana a chi pensa di astenersi. Può piacere o non piacere, ma ha le stimmate del fuoriclasse. Quando se ne andrà ne sentiremo la mancanza: segnatevela. Eterno.

SALVINI, VOTO 7: Ha cancellato la parola Nord dal simbolo della Lega, ma i numeri al Sud gli daranno ragione. Politicamente è uno stratega finissimo, meno lo è stato in Piazza Duomo a Milano. Vangelo, rosario, giuramento: una volgarità che gli costa l’abbassamento di un voto tondo tondo. Pirotecnico.

MELONI, VOTO 5: Meno incisiva rispetto ad altre campagne elettorali. Pesa sul giudizio la figuraccia col direttore del Museo Egizio di Torino. Se vuoi fare polemica almeno sii preparata. Salvini le ha rubato la piattaforma sovranista e nazionalista. Può andare peggio di quanto ci si attende. Involuta.

FITTO, VOTO 4: Rischia di provocare l’autogol per la coalizione di centrodestra a 3 giorni dal voto. Si fa beccare dai microfoni mentre profetizza a Salvini l’ondata grillina al meridione. Dannoso.

ALTRI

GRASSO, VOTO 5: Ed è di stima. Quando inizia un concetto non sai mai quando lo porterà a termine. Il risultato è che finisci per non ascoltarlo. Ha un sussulto d’orgoglio quando decide di non condividere la stessa trasmissione con CasaPound. Ma non basta essere brave persone per essere bravi politici. Soporifero.

LORENZIN, VOTO 4: Ha fatto così tanti danni col simbolo del partito, nel tentativo di copiare quello della Margherita, che adesso nessuno si ricorda come si chiama. No, non è Partito Petaloso. Confusionaria.

ARBITRO

MATTARELLA, S.V.: Entrerà in gioco nel secondo tempo, dopo il voto. Speriamo non gli serva il Var.

Ascesa e declino di Maria Elena Boschi

La prima volta che Silvio Berlusconi si trovò di fronte Maria Elena Boschi rimase folgorato dai suoi occhi azzurri: “Lei è troppo bella per essere comunista“, le disse. Alla battuta del Cavaliere, quella che veniva definita l’amazzone del Pd, rispose con garbo e personalità: “Presidente, solo lei pensa che esistano ancora i comunisti“.

Erano gli anni del primo Renzi, il rottamatore, l’uomo del momento sempre in cima ai sondaggi sul gradimento degli elettori. Da allora è cambiato il mondo, ma non il rapporto che lega Maria Elena e Matteo. Se per definire i fedelissimi di Berlusconi si usava l’espressione cerchio magico, la magia di Renzi stava nel giglio. Richiamo a Firenze e al suo simbolo, che per fare spazio a Maria Elena veniva esteso alla Toscana tutta.

Maria Elena, la ragazza di provincia che ha fatto strada. Cento su 100 alla maturità, 110 con lode all’università. “La figlia di Boschi farà carriera“, ripetevano le mamme ai figli maschi in età di Laterina (Arezzo) e avevano ragione loro. Un buon partito, una ragazza da sposare, una in prima linea fin dai tempi del catechismo. E Maria Elena le attese non le delude. Almeno per un po’.

Ma pure le famiglie perfette hanno le loro crepe. Quella di Banca Etruria è enorme. Il babbo fa il vicepresidente dell’istituto bancario quando arriva il crac, e il governo – dove Maria Elena fa il ministro – con un decreto salva capre e cavoli. Se per ogni fine c’è un inizio, questo è quello di Maria Elena.

Ma in questa ascesa e in questo declino qualcosa rimane: il rapporto con Renzi, l’essere stata tra le prime a schierarsi a favore di quel ragazzo di Rignano sull’Arno che voleva ribaltare il Pd.

Il giglio magico non sfiorisce. Quando è chiaro che nel collegio della sua Arezzo subirebbe una sconfitta epocale, quando emerge in maniera lampante che sconterebbe le colpe del padre e le ambiguità proprie, Renzi salda il suo debito di riconoscenza e amicizia.

Nella notte in cui fa le liste, rintanato nel bunker di Largo del Nazareno, Renzi la piazza in Trentino Alto Adige. Lontano dalla pancia dell’Italia arrabbiata, in uno dei collegi più sicuri che il Pd possa vantare. E pure qui la sua presenza crea divisioni. Dal partito decidono di andarsene in 20: quel popolo orgoglioso di frontiera non accetta imposizioni calate dall’alto. Lei prova a rintuzzare: “Imparerò il tedesco“, dice. Ma non bastano capelli biondi e occhi di ghiaccio a farla sentire meno straniera.

Quando filtrano voci che la vogliono premier di un prossimo governo di larghe intese, subito parte la corsa alla smentita. Quasi Maria Elena sia fonte d’imbarazzo, candidata improponibile. Per la prima della classe è tutto così difficile da accettare. Ma se qualcosa la accomuna al suo leader è la voglia di rivalsa. E la fiducia che il tocco magico non può svanire. Un po’ come il giglio, il loro giglio, non può appassire.


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Re Giorgio fa il nome: così Napolitano ha mollato Renzi

Scacco matto. Se non fosse che a farlo è stato proprio lui, il Re: destituito sì, ma pur sempre Re, Giorgio Napolitano. Perché a stare senza trono non ci s’abitua, la corona ha pur sempre il suo fascino. E per lui che ha fatto e disfatto le trame politiche del Paese come un monarca, portando l’Italia ad un passo dal presidenzialismo vero e proprio, restare lontano dalle battute finali di una campagna elettorale che rischia di risolversi in un nulla di fatto, semplicemente non si può.

Così, a 92 anni suonati, il Presidente emerito fa il Presidente e basta. Traccia il cammino del post-voto come fosse ancora lui l’inquilino del Quirinale. Segnala il percorso a Mattarella, ma soprattutto tira un altro destro sul volto di Renzi, sempre più solo ed emarginato.

Non fanno più coppia, Giorgio e Matteo. Il rapporto di ostentato rispetto resta in piedi solo per volere del più giovane. Napolitano da tempo ha capito che di Renzi non ci si può fidare. Non ascolta i consigli dei più anziani, non si fida che di se stesso. E divide, strappa, lacera. No, non è l’uomo giusto per uno il cui chiodo fisso è la stabilità. Sul suo altare Napolitano ha sacrificato più uomini ed esecutivi: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Tutti nominati da lui, tutti spodestati: uno dopo l’altro non è rimasto niente. Lui sì, però.

Allora, dall’alto di ciò che è stato e in parte ancora rappresenta, incorona Gentiloni. Lo descrive come “punto essenziale di riferimento, per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’Italia“. Ne esalta “l’attitudine all’ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni”, rimarca “la sua impronta di libertà e lo spirito di ricerca“. Gentiloni è – agli occhi di Napolitano – tutto ciò che Renzi non ha saputo essere.

Per questo, fosse ancora al Quirinale, dopo il voto non perderebbe un attimo: al Colle convocherebbe Gentiloni e lì lo investirebbe del potere di governare. Non di regnare però: per quello c’è lui, anche senza trono, Re Giorgio è per sempre.


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Renzi e l’eterno rilancio: vuol vedere come andrà a finire

Chiama in causa D’Alema, attacca a spron battuto i grillini, sferza Berlusconi: Matteo Renzi è entrato nella fase “guerra totale”. Meglio perdere alla sua maniera, che perdere e basta. Per questo, quando ne ha l’occasione, non fa economia sulle cartucce: le spara tutte, e quel che sarà sarà. Non fa prigionieri, sembra un giocatore di poker innamorato di una mano debole, vuol vedere come andrà a finire.

Per questo prosegue nel suo eterno gioco al rialzo. Insiste nel dire che il Pd sarà primo partito e primo gruppo in Parlamento, ostenta una sicurezza che onestamente non ha, sembra fare a pugni con la realtà, con la presa di coscienza di ciò che oggi rappresenta e di ciò che invece è stato.

Perché Renzi davvero ha avuto il Paese in mano. Veramente per un momento ha creduto di essere invincibile. Poi però sono arrivati gli imprevisti, gli incidenti di percorso, i nemici che non ci stanno ad affondare senza combattere. E in questo ring selvaggio che si chiama politica, Renzi ha creduto di aver vinto prima del gong. S’è adagiato su un consenso che si è dimostrato volatile, ha pensato che bastasse parlare di rottamazione per avere campo libero.

Ma i nodi prima o poi vengono al pettine. Puoi essere bravo a distruggere, ma se vai in guerra pensando di non lasciare macerie sei un illuso o un ingenuo. Ha sottovalutato l’addio dei vecchi “compagni“, credeva che Bersani e D’Alema semplicemente non avessero i voti, ma non ha considerato il peso della scissione, l’immagine di dittatore che di lui è passata all’esterno.

Così adesso è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Smentisce il dualismo con Gentiloni, ma ha sofferto lo sgarbo di Prodi; parla di Pd come squadra, ma si vede ancora unico leader in mezzo ad una squadra di gregari. Allora va avanti a testa bassa, spinge sull’acceleratore finché c’è benzina, ad occhi chiusi, senza controllare il serbatoio. Ignorando forse che più va forte oggi, più si farà male domani. Ma questo è Renzi, prendere o lasciare.


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Torna il Professore, Renzi in castigo: la vendetta di Romano Prodi

Alla fine il Professore è tornato. E ai suoi alunni ha assegnato i compiti come nulla fosse, quasi gli ultimi 9 anni di assenza non contassero. E’ ancora lui, Romano Prodi, il capo del centrosinistra. E Renzi dovrà farsene una ragione. Perché la classe pende ancora dalle labbra del Professore: Matteo da Rignano non scalda più il cuore.

Prodi sta con Gentiloni, col premier silenzioso, con quello che meglio incarna il suo stile. Per lui, appassionato di ciclismo, Renzi è uno scattista che si spegne in fretta, potrà vincere al massimo una Classica, non è fatto per i Grandi Giri. Ma quando sale sul palco di Bologna e abbraccia Paolo Gentiloni è lui, per una volta, a scattare, ad imprimere l’accelerazione che lascia Renzi con le gomme sgonfie.

Il Professore ha eletto il capoclasse e se è vero che un buon docente non fa preferenze, lo è pure che ha il dovere di premiare chi meglio ha lavorato. E su questo Prodi non nutre dubbi: l’allievo migliore è Gentiloni. Anche più di Renzi, che ha convinto i compagni di essere il più forte, ma lui non se l’è mai bevuta.

No, lui no. Il Professore non voterà Pd. Ha indicato “Insieme“, la lista che raggruppa l’anima civica, ecologista, progressista e riformista del centrosinistra. Un Ulivo in miniatura, che con l’endorsement di Prodi rischia ora di rosicchiare punti al Partito Democratico, a quel Renzi che mai si sarebbe aspettato un colpo simile a due settimane dal voto. E quanto pesa il Professore? Quanto sposta? Forse quel tanto che basta a far scendere Renzi sotto il 20%. A dargli il benservito come il Pd lo diede a lui nel 2013, quando 101 traditori decisero di impallinarlo impedendogli di diventare Presidente della Repubblica.

Non dimentica, Romano Prodi. In questi 9 lunghi anni ha tenuto aggiornato il registro. Ha preso nota di quanto accaduto in classe. E più del talento ha deciso di premiare l’impegno. Non c’è lode per Renzi, il primo è Gentiloni. È la rivincita di Stardi. Lo studioso senza genio di De Amicis, che per una volta si fa beffe dell’inarrivabile Derossi. E’ tornato il Professore, guai a chi fiata.

Renzi e la paura prima del voto: può essere una Caporetto

A due settimane dal voto, Matteo Renzi guarda gli ultimi sondaggi con incredulità. Sapeva che sarebbe stata dura, ma non così. Il 40% delle Europee del 2014 è praticamente dimezzato, il rischio di scendere sotto il 20 concreto. E quella è diventata la sua linea Maginot, l’ultima trincea prima di venire travolti per sempre.

E non se lo spiega Renzi, che sui social continua ad utilizzare l’hashtag #avanti, ma non riesce a fare a meno di guardarsi indietro, per capire da dove derivi tutto l’odio che rischia di fagocitarlo. I colpevoli, dal suo punto di vista, sono soprattutto i vecchi nemici interni, la fronda che va da D’Alema a Bersani, quella che lo ha dipinto come un intruso all’interno del Partito. La gente di centrosinistra ha finito per crederci e quando le promesse non sono state all’altezza delle premesse, lo ha abbandonato al suo destino.

Renzi, però, ha una qualità che non s’impara. Lotta fino in fondo. Lo ha fatto alle Primarie perse contro Bersani, al referendum del 4 dicembre, lo farà in queste elezioni del 4 marzo. Coltiva intimamente la speranza che i sondaggi si sbaglino, ha ceduto a mandare in tv anche Gentiloni e Minniti, accettando il fatto che non è più lui l’uomo col tocco magico all’interno della coalizione.

Per il resto ha fatto ciò che doveva, con un cinismo che potrebbe tornargli indietro se la notte del 5 marzo si rivelerà una Caporetto. Blindando le liste di fedelissimi si è garantito il futuro. O almeno così pensa. Ma deve reggere, stare sopra al 20%, perché la sua carriera politica non sia ricordata come quella di una meteora.

Certo dovrebbe cambiare registro, evitare di correre dietro ai grillini. Ma se non può fare il populista e le promesse elettorali sono pane di Berlusconi, cosa resta a Renzi? Lui sostiene il buon governo, rivendica con orgoglio i suoi 1000 giorni a Palazzo Chigi, ma la gente non condivide le stesse sensazioni rispetto a quel periodo.

Sembra all’angolo il segretario dem, per la prima volta è costretto a giocare in difesa. E nei sondaggi che oggi guarda con scetticismo, nei numeri che ai candidati dice di ignorare, legge il pericolo di finire rottamato. Per ora va #avanti, ma è di restare #indietro che ha paura.

Berlusconi guarda a Strasburgo: un nuovo orizzonte da scrutare

Per l’uomo di Arcore il tempo è un impiccio. Ora che l’età matura ha fatto spazio a quella anziana, ragionare con la testa di ieri è diventato un problema. Voleva sentirsi eterno, Berlusconi. Sperava di vivere almeno 120 anni. Poi ha scoperto di avere un cuore ballerino e allora con lui ha deciso di danzare, nonostante i consigli dei medici.

Acciaccato ma sopravvissuto, nel senso umano e politico, per ridimensionare il berlusconismo sulle mappe elettorali hanno dovuto squalificarlo in tribunale. Ed è alla sentenza che dovrà restituirgli “l’onore perduto“, che Berlusconi guarda con urgenza. Conosce i tempi lenti di Strasburgo, alla speranza di tornare in gioco per queste elezioni ha da tempo abdicato, ma non per questo ha rinunciato a coltivare l’idea di un ritorno in grande stile.

Per realizzarlo ha bisogno che tutto vada per il verso giusto. Deve vincere, ma non troppo. Sperare che Renzi cada, ma senza franare. Arrestare l’avanzata grillina e guadagnare tempo. Tempo, ancora lui. Ancora le lancette a scandire il ritmo dei suoi giorni. Il Cavaliere, abituato ad impartire ordini, fatica davvero a sottostare alle sue regole.

Ma per uno strano scherzo del destino, Berlusconi può ingannarlo. Lui che è entrato nell’inverno della vita guarda ad un’altra stagione, l’autunno, con fiducia. Sarà allora, quando i giudici gli daranno ragione – dice – che si metterà in gioco per l’ultima volta. Nessun governo di larghe intese, non vuol tirare a campare Berlusconi. Vuole nuove elezioni dopo quelle di marzo. Sogna la sfida finale con tutti i suoi avversari, il ritorno a Palazzo Chigi dall’ingresso principale.

Ha sempre amato la ribalta, il centro della scena. Questo neanche il tempo è riuscito a cambiarlo. Così l’uomo di Arcore guarda a Strasburgo, scruta l’orizzonte aspettando l’autunno, cerca di sfuggire all’inverno e auspica una nuova primavera. Nel ciclo delle stagioni berlusconiane, per la speranza è sempre estate