Ci vorrebbe Obama

I capelli sono ormai brizzolati. Il collo è quello di un uomo che ha oltrepassato la fase migliore del proprio vigore fisico. Le prime rughe segnano un volto provato da anni di responsabilità fuori dal comune. Ma gli occhi, le labbra, la voce di Barack Obama sono i soliti occhi, le solite labbra, la solita voce di Barack Obama.

Sogno. Speranza. Yes we can. Tutto è possibile per l’uomo del cambiamento. Ma a noi appassionati di politica non sarà dato di vedere la partita di tutte le partite. Negli Stati Uniti vige pur sempre il ventiduesimo emendamento della Costituzione: Obama non correrà per un terzo mandato alla Casa Bianca. Ma la madre di tutte le battaglie, il confronto tra due mondi inconciliabili e opposti, eccolo servito: si scrive Trump contro Biden, si legge Obama contro Trump.

Nulla togliere a Joe Biden. Uomo onesto, storia da film. Dicono gli americani: “Larger than life”, per dire di persone che hanno vissuto più di quanto un uomo o una donna qualunque potrebbero mai pensare di sperimentare in una vita sola. La straordinarietà di Biden sta proprio nell’opposto di questo assunto: nell’ordinarietà di un uomo che ha mostrato la capacità di andare oltre i suoi limiti quando sarebbe stato più facile abbattersi, nel coraggio di rialzarsi quando la vita lo ha colpito duro, mandandolo al tappeto.

Ma Obama è Obama. Dopo mesi in disparte, dietro le quinte, deciso a non intervenire nelle primarie dei Democratici, a non farsi tirare per la giacca, accusato perfino di tradimento dai supporter di Biden stesso – desiderosi che una parola sola dell’amico Barack spazzasse via anzitempo tutti i rivali di Joe – ecco il discorso che sancisce l’essere indispensabile di Obama per il Partito Democratico.

Sì Sanders, ok Biden, sarà Ocasio-Cortez. Ma è ancora Obama l’anti-Trump. Oggi più di ieri. Se Hillary Clinton, con tutti i suoi limiti, aveva una storia politica tale da reclamare la leadership del Partito e aggiungervi l’appoggio di Obama, in questo 2020 nessuno può incarnare meglio dell’ex Presidente l’anima di ciò che può dirsi veramente Democratico.

Nel discorso in cui annuncia il suo sostegno ufficiale a Joe Biden, c’è un passaggio che conta più di tutti gli altri. Quello in cui Obama dice: “Sapete, non potrei essere più orgoglioso dell’incredibile progresso che abbiamo compiuto insieme. Ma se corressi oggi per la presidenza non correrei la stessa corsa del 2008. Il mondo è diverso. C’è così tanto di incompiuto per noi per guardarci indietro“.

Rappresenta il passato, prova a plasmare il futuro. Consapevole che le prossime elezioni saranno le più importanti nella storia degli Stati Uniti. Quelle che diranno da che parte andrà l’America. Da che lato penderà il mondo.

Sul finire, parole come musica: “Join us, join Joe”. Unisciti a noi, unisciti a Joe. È ancora il migliore. Ci vorrebbe Obama.

The Donald, la vittima

Andrew Johnson, Bill Clinton: ora Donald Trump. Soltanto tre presidenti, nella storia degli Stati Uniti, sono stati messi sotto impeachment. E questo, per un uomo dell’ego di The Donald, non è un dato marginale. Ciò che i ragazzi americani troveranno sui libri di storia, tra 50 o 100 anni da oggi, non sarà il boom dell’economia, il calo della disoccupazione, la creazione delle forze spaziali americane, per citare alcuni dei motivi d’orgoglio elencati in una lettera di 6 pagine inviata da Trump alla speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi. No, accanto al nome di Donald Trump, dopo il voto di stanotte, sarà appiccicato per sempre quel marchio di vergogna, quell’onta incancellabile: impeachment. In italiano si traduce con la parola “accusa“. Secondo il modo di intendere la vita degli americani equivale già ad una condanna.

Mai come questa volta, però, il Paese sembra aver rifiutato la narrazione costruita dai Democratici. Attenzione: quella telefonata al presidente ucraino Zelensky, per suggerire l’apertura di un’indagine sul figlio del rivale politico Joe Biden, non è un’invenzione. Ma l’impeachment è una ferita insanabile, la messa in discussione dell’istituzione più importante della democrazia a stelle e strisce, l’inviolabile Casa Bianca. Per questo motivo, negli ultimi giorni, i sondaggi hanno descritto per la prima volta uno spostamento importante a favore di Donald Trump. Segno che gli elettori indipendenti, quelli che decidono chi votare di elezione in elezione, soprattutto quelli che le decidono, le elezioni, hanno vissuto la drammatizzazione dello scenario da parte dei Democratici come una forzatura.

Mentre il Presidente batte i pugni, o meglio, le dita, sullo smartphone da cui denuncia su Twitter il grande “imbroglio” (con tanto di maiuscole e punti esclamativi per non farsi mancare niente), i Democratici devono riuscire a convincere gli americani non tanto della sua colpevolezza, ma che il processo non sia il conto da pagare per ciò che accadde nel novembre 2016: la sconfitta di Hillary Clinton. Il “soffitto di cristallo” di una donna alla Casa Bianca non fu sfondato. L’eredità di Barack Obama, se non totalmente sconfessata, non venne comunque raccolta. E la vittoria di un uomo che mai si è distinto come esempio di correttezza e fair play è diventata la macchia da cancellare, a qualsiasi costo.

Ma proprio in questo affrontopuò celarsi l’errore strategico capace di proiettare Donald Trump verso un doppio mandato alla Casa Bianca. Più della debolezza dei suoi avversari, più dell’assenza di un nuovo Obama, di una troppo attendista Michelle, più dell’economia che vola, più della voglia di un uomo forte capace di fare l’America “great again“. Nell’incapacità di accettare il risultato di una notte di oltre 3 anni fa risiede il peccato originale che annulla oggi le ragioni dei Democratici. Troppo presi dal voler distruggere l’avversario politico per rendersi conto di aver fatto un enorme regalo al nemico giurato. La sindrome di accerchiamento, il “sono tutti contro di me (e noi)” sarà il tema ricorrente della campagna elettorale di The Donald, la vittima, che è già iniziata.

Trump, l’impeachment e il rischio di un autogol per i Democratici

Oggi chiedo ai nostri presidenti di commissioni di procedere con gli articoli di impeachment“. Firmato Nancy Pelosi, speaker democratica della Camera, che con queste parole ha avvicinato un po’ di più la messa in stato di accusa di Mr Trump.

Nessun dubbio sul fatto che l’Ucrainagate sia fonte d’imbarazzo per The Donald molto più che il Russiagate. Non che ci volesse tanto, dopotutto. La contro-inchiesta sull’indagine di Robert Mueller, a dirla tutta, rischia di confermare ciò che tutti sanno ma in pochi dicono: quella sui rapporti con la Russia non era forse una “caccia alle streghe”, come è andato ripetendo Trump in questi anni, ma la pistola fumante non è mai stata trovata. Diversi milioni di dollari spesi in investigazioni per sancire un enigma amletico: “Il rapporto non conclude che il presidente abbia commesso un crimine, ma neanche lo esonera“. Una conclusione da mal di testa.

Dal punto di vista politico, ora, è interessante capire quali saranno gli effetti che la procedura di impeachment produrrà in America a meno di un anno dal voto. Da quando è venuta a galla la telefonata con cui Trump chiedeva al presidente ucraino Zelensky di riaprire le indagini sul figlio del suo competitor potenzialmente più pericoloso, Joe Biden, in testa ai sondaggi tra i Democratici – lo zio d’America che tutti da mesi descrivono come in procinto di crollare, ma che da altrettanti mesi resiste a dispetto dei pronostici – la percentuale degli statunitensi favorevoli alla messa in stato d’accusa del presidente ha subito un’impennata.

Gli americani, però, amano il loro Paese e tengono molto all’immagine che degli Usa arriva all’estero. In questo non sono molto simili agli italiani, sono meno autolesionisti e più patriottici. Che è diverso da sovranisti. Per questo motivo sanno che una procedura di impeachment conclusa con la destituzione di Donald Trump sarebbe una macchia sulla Casa Bianca difficilmente cancellabile. E questo gli americani non lo vogliono. Ecco perché quando i sondaggi chiedono: “Sei favorevole alla procedura di impeachment contro Trump?” a rispondere sì è il 52,4%. Ma quando la domanda si fa più stringente, “Vuoi che Trump venga rimosso?“, la percentuale dei favorevoli scende drasticamente (-6%).

I procedimenti di impeachment nella storia americana sono così pochi da non poter costituire un riferimento indicativo. Non abbiamo dei precedenti tali da dirci in anticipo come andrà a finire.

Bill Clinton, più di venti anni fa, venne assolto dall’accusa di aver mentito sui suoi rapporti con Monica Lewinski. Nelle prime elezioni successive al procedimento di impeachment, quelle di midterm del 3 novembre 1998, il partito del presidente messo sotto accusa aumentò addirittura i suoi seggi: non accadeva da più di 50 anni. Nel 2000, però, a vincere le Presidenziali non furono i democratici di Clinton (che presentavano il suo vice Al Gore ) ma un certo George W. Bush, che in campagna elettorale sfruttò “politicamente” il caso Lewinski mettendo in dubbio l’integrità dell’uomo Clinton, piuttosto che il suo operato da Presidente.

Qualcosa di simile potrebbero cercare di fare i Democratici. A Trump, allora, il compito di dimostrare la validità di una frase pronunciata nella scorsa campagna elettorale, quando in un comizio disse: “Potrei sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perderei voti. È incredibile“. Sì, in effetti lo è. Eppure…