Perché Salvini non è Trump (e perché per l’Italia è un peccato)

Trump e Salvini

L’ultima frontiera è il muro. Lo è fisicamente, ma lo è anche simbolicamente, per la politica di Matteo Salvini. La volontà di innalzare una barriera al confine con la Slovenia non è soltanto una sparata nata con l’obiettivo di solleticare l’appetito cattivista di una certa parte di leghisti. Non è soltanto il desiderio di spostare l’attenzione degli italiani su una finta emergenza rispetto ai problemi (seri e veri) di un Paese che si è fermato. C’è un desiderio di emulazione, un’operazione di copia e incolla nei confronti di Donald Trump che è storia vecchia.

Comincia con l'”America First” mutuato in “Prima gli italiani”. Prosegue con i cartelli “alla americana” con la scritta “Salvini premier”. Passa per l’appoggio della lobby delle armi e arriva fino alle gaffe sul riscaldamento globale che non esiste – a detta di Salvini – poiché a maggio ha fatto più freddo del solito.

Nelle ultime settimane, in occasione del viaggio a Washington, il leader della Lega ha poi sposato completamente la politica estera del presidente Usa, giungendo anche a rinnegare se stesso. Ad esempio dicendosi disponibile a valutare sanzioni contro l’Iran, quando soltanto un anno fa, da Mosca (una località a caso!), dichiarava:”Il confronto e il dialogo sono più utili che non lo scontro e la sanzione. E se questo vale per la Russia, vale anche per l’Iran e altri Paesi. C’è gente che sta lavorando al dossier ma in linea di principio non è con le sanzioni che risolvi alcunché“.

Ma messa momentaneamente da parte la tendenza ondivaga di Salvini, che nella sua lunga carriera politica ha detto tutto e il suo contrario, c’è una fondamentale differenza fra Trump e Salvini. Perché per quanto Trump non sia il campione dei diritti umani che tutti vorremmo alla guida della massima potenza mondiale, per quanto la sua politica sui migranti denoti un razzismo pericoloso e inquietante, poi c’è da fare i conti con la realpolitik. Vai a vedere e l’economia degli Stati Uniti cresce. In politica estera The Donald è il vero “game changer” sulla scacchiera internazionale. Con la Corea del Nord è il protagonista di un’intesa per ora solo scenografica ma simbolicamente potentissima; con la Cina ha il coltello dalla parte del manico visto il surplus commerciale statunitense nei confronti di Pechino; e l’Iran è troppo lontano dall’atomica per costituire una minaccia alla sicurezza americana.

L’imprevedibilità di Trump si è così trasformata in un punto di forza. Nessuno sa mai cosa attendersi da lui, ma tutti sanno che la maggior parte delle volte, in un modo o nell’altro, Trump otterrà i suoi obiettivi.

Se l’inquilino della Casa Bianca alterna frasi bombastiche su Twitter a inattesi (e positivi) slanci diplomatici come quello con Kim, Salvini usa i social per i selfie e gli slogan: non è in grado di alternare al bastone la diplomazia (si vedano le continue forzature sui migranti) e così finisce per rendere l’Italia sempre più sola.

Gli Usa di Trump continuano a mietere record economici (è il ciclo, non sono soltanto meriti di Donald) e Salvini dice di voler fare una riforma fiscale “alla Trump”. Poi però non dice come vuole finanziarla, non indica le coperture, brucia miliardi (e tempo) con frasi che fanno impennare lo spread. Copia la retorica trumpiana del sovranismo ma dimentica che l’Italia non è l’America, non è così grande e autosufficiente per “campare” di isolazionismo e protezionismo.

Salvini è insomma una brutta copia: un Trump che non ce l’ha fatta. E per l’Italia, visto il paragone, quasi quasi è un peccato.

Draghi e lucertole

Mario Draghi

Voglio prendere in prestito la splendida metafora utilizzata qualche giorno fa sul Corriere della Sera da Federico Fubini per spiegare la guerra dell’Italia all’austerità dell’Europa, con il nostro Paese paragonato a Hiroo Onoda, luogotenente giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, che nel 1945 rifiutò l’idea che il conflitto fosse finito: “Restò a combattere i suoi fantasmi su un’isola delle Filippine fino al 1974. Il mondo era andato avanti e lui se l’era perso“.

Lo stesso parallelismo si può tracciare all’indomani del discorso pronunciato da Mario Draghi a Sirte, in Portogallo. Sono bastate le sue parole a far abbassare lo spread ai minimi da marzo. Dove non sono riuscite le proposte del governo Lega-M5s è riuscito un signore descritto da certi partiti come un euroburocrate al servizio di Bruxelles.

Draghi, invece, è sì governatore della Banca Centrale Europea, ma ha ben presente il suo essere italiano. Si può dire, azzardando una provocazione, che sia il più sovranista di tutti. Lo ha dimostrato ai tempi dell’ormai mitico “whatever it takes” e lo ha ribadito ieri, lasciando intendere che gli spazi del quantitative easing sono ancora grandi, che la cassetta degli attrezzi della Bce dispone ancora al suo interno di strumenti in grado di sostenere la crescita dell’Europa (e dell’Italia).

Tutto bellissimo, tutto incoraggiante, se non fosse per l’incapacità del governo di fare i suoi interessi. Ovvero i nostri. Mario Draghi ha dimostrato coi fatti di essere il miglior alleato dell’Italia in Europa e nel mondo. In tutto ciò Salvini si consegna mani e piedi a Donald Trump. Non in nome di un’alleanza storica tra Paesi amici, ma di una logica che affonda le proprie radici in quello che Trump ha inventato: “America first” e Salvini copiato (“Prima gli italiani“).

Eppure basterebbe guardare i numeri, osservare la realtà: Draghi parla e lo spread cala, le Borse crescono, l’Italia respira. Subito dopo Trump sbraita su Twitter contro Draghi accusandolo di aiutare troppo l’Euro e l’Europa. Noi da che parte stiamo? Chiedere a Salvini.

Gli attacchi al governatore della Bce di questi mesi danno l’impressione di un nanismo politico preoccupante. Un’assenza di visione che si tramuta in un attivismo sgusciante, viscido. Perché ci sono i Draghi. E poi ci sono pure le lucertole.

Libia, l’Italia e le sue colpe: tutti gli errori del governo

Mentre Di Maio e Salvini occupano i palinsesti televisivi, si esibiscono in reciproche accuse su chi fa più selfie e discutono di tasse più o meno piatte a seconda della convenienza del momento, a poche miglia marine dalle nostre coste rischia di infuriare una guerra civile con ricadute gravissime per l’Italia.

Diciamocela tutta, la Libia è un gran casino non da oggi. E’ vero però che un governo normale – per intenderci, un governo con una politica estera – avrebbe potuto limitare i danni. E’ un po’ quello che accadde nel 2011 con Gheddafi: non volevamo la guerra, con il Colonnello avevamo costruito un asse privilegiato. I francesi decisero allora di sabotarci.

Fummo costretti a partecipare all’azione militare in Libia. E la costrizione era motivata dai dispacci che i nostri stessi “alleati” francesi e inglesi inviavano ai nostri vertici militari con messaggi del tipo: “Noi dobbiamo bombardare in prossimità dei vostri stabilimenti Eni: facciamo noi?“. Risposta dell’allora governo Berlusconi: “No, grazie, facciamo da soli che stiamo più attenti“.

La storia ha raccontato in questi anni che i piani della Francia di sostituire Gheddafi con un leader amico di Parigi non sono andati a buon fine. Di fondo resta che la Libia non è una nazione ma un insieme di tribù. E non basta che qualcuno dall’alto cali un capo, bisogna che il comando venga riconosciuto sul campo.

Si potrebbe allora essere tentati dal pensare che non tutte le colpe siano di questo governo, che se il progetto di regime change non è andato a buon fine non è certo colpa di Giuseppe Conte. Ed è vero, non tutte le colpe sono dell’Italia: d’altronde non contiamo così tanto. Ma gli errori commessi negli ultimi mesi sono stati tanti, pure troppi.

Il primo lo avevamo ampiamente preannunciato qualche settimana fa, quando ancora doveva essere siglato il memorandum con la Cina per la Nuova Via della Seta. Perché non puoi avere la pretesa di fare affari con il maggior competitor degli Stati Uniti e poi bussare alla porta di Washington per chiedere aiuto diplomatico e militare se fatichi a mantenere il controllo dell’unica area di tuo interesse strategico nel Nord Africa.

Quando Trump ha riconosciuto a Conte la cabina di regia della partita libica lo ha fatto a cuor leggero: quella zona agli americani non interessa abbastanza, il loro mirino è puntato altrove. Basterebbero un paio di caccia americani per distruggere le milizie di Haftar: levandosi in volo avrebbero la potenza di fuoco per radere al suolo la colonna di mezzi che si sta dirigendo Tripoli. Ma gli Usa non hanno alcuna intenzione di darci una mano. In primis perché i nostri interessi confliggono con quelli dei francesi, ai quali gli americani sono legati da un rapporto quasi sentimentale; in secondo luogo perché ci stanno impartendo una lezione: “Dite che siete indipendenti? Dite che non avete bisogno di noi? Come on, sbrigatevela da soli“.

Noi, però, da soli non possiamo fare proprio niente. Certo basterebbe prendere il telefono, comporre il numero del Cremlino, chiedere una mano a Vladimir Putin e Haftar diventerebbe in un amen un simpatizzante di Roma. Ma a Mosca non fanno niente per niente: vogliono qualcosa di concreto in cambio per includerci nella loro cerchia ristretta di amici. E ancora non siamo ad un livello di follia e autolesionismo tali da tagliare tutti i ponti con gli Usa.

Questo governo ha messo in fila una serie di errori marchiani, che hanno contribuito a renderci deboli agli occhi di tutti i giocatori di questa partita. Prendiamo ad esempio la Conferenza di Palermo: dopo aver capito che Sarraj non era probabilmente il cavallo vincente che speravamo che fosse, abbiamo steso tappeti rossi al passaggio di Haftar. C’è materiale per scrivere un manuale: “Come sconfessare in pochi giorni una linea politica portata avanti per anni e ritrovarsi in un colpo senza alleati sicuri“. Perché Sarraj sarà debole ma non stupido e Haftar incassato il nostro riconoscimento è rimasto amico dei suoi primi sostenitori (francesi, egiziani, russi ecc).

In questo senso non era stata sbagliata la politica di ricucitura con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali registi dell’avanzata di Haftar. Peccato però che Conte con il suo viaggio in Qatar abbia irritato non poco emiratini e sauditi, rimettendo ancora una volta in discussione il nostro sistema di alleanze.

Tutta questa serie di errori, di fondo, ha un comune denominatore molto chiaro: pensiamo di poter stringere accordi economici di volta in volta vantaggiosi per noi, dimenticando la visione d’insieme. Cosa che gli altri Paesi tengono invece sempre ben presente: si chiama geopolitica. In sintesi: pensiamo di essere furbi ma non lo siamo affatto. E la Libia ne è la dimostrazione.

Sovranisti made in China

Non è soffice la Nuova Via della Seta. Piuttosto è ricca di increspature e insidie, talmente tanto che Usa ed Ue, quelli che per decenni abbiamo considerato nostri alleati, sentono il bisogno impellente di avvisarci, di metterci in guardia.

Non prendetele come invasioni di campo. Consideratele sortite sorprese, sgomente, stupite di iniziative così stupide in serie, messe in successione una dietro l’altra da parte di un’Italia che fino a poco tempo fa era considerata partner affidabile, oggi variabile impazzita. Meglio: impazzita e basta.

Perché non era sufficiente perdere sei mesi di tempo con la Tav e bloccare una rete di collegamento che unisce l’Europa. Non era abbastanza la vergognosa neutralità sul Venezuela che strizzava l’occhio a Maduro. No, un governo che non riesce a mettersi d’accordo su nulla ha pensato bene di giocare alla politica estera e di infilarsi in un progetto infrastrutturale concepito dalla Cina per espandersi in Europa. Il perché non è noto. Ma di certo sottostimato.

Di Maio dice che si tratta di un accordo commerciale per “riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato”. Certo, tutto torna: è evidente che i cinesi abbiano investito fino a oggi diversi miliardi di dollari per consentire all’Italia di rifarsi sul piano economico. Chapeaux, anzi: risciò.

Salvini prova a scindere l’intesa economica da quella geopolitica. Come dire che i soldi non c’entrano nulla con le alleanze. Credibile. Come sulla Tav.

Resta una riflessione, al di là delle alleanze in discussione, del prezzo politico che finiremo per scontare in Europa e nel rapporto con gli Usa. Ed è quella di un doppio paradosso. Quello dei leghisti sovranisti che ci tolgono la sovranità, avallando una possibile invasione cinese. E quello dei pentastellati populisti, nel senso di principali sponsor della Repubblica Popolare Cinese.

Ci (s)vendono sulla Nuova Via della Seta. Noi speriamo sempre che prima o poi si ravvedano sulla via di Damasco.

Sul Venezuela stiamo facendo una figura pessima

La qualità di un governo che si definisce “del cambiamento” dovrebbe essere la determinazione nell’affermare le proprie scelte, anche radicali, sui temi che più contano. Un esempio: il Venezuela. Ma che succede se la percezione dei temi più importanti è assente? Se una questione di caratura internazionale, fondamentale per definire il posizionamento dell’Italia sulla scacchiera delle alleanze, viene considerata come un argomento da dopo-cena, una discussione così, tanto per, un bonus per gli amanti della politica estera e nulla più?

Il Venezuela è invece il banco di prova per capire dove siamo diretti. Se la nostra collocazione storica, ben piantata nell’Occidente, vale ancora a qualcosa oppure può essere messa in discussione da un reduce guatemalteco che dopo averle cantate a tutte sull’honestà e via dicendo ha pensato che bastava una diretta Facebook in cui diceva di essersi “incaz*ato” col padre – pescato a tenere un lavoratore in nero – per archiviare la pratica e tanti saluti. Se Salvini, che pure le sue simpatie filo-russe non le ha mai nascoste, ha deciso di appoggiare Guaidó a dispetto dell’indicazione di Putin, il motivo è che si può scherzare fino ad un certo punto, ma poi interviene una cosa che si chiama politica, realtà, e allora giocare a fare i comunisti non paga più.

Per conoscere la posizione ufficiale dell’Italia, tra uscite estemporanee di Moavero (sì, esiste) e botta e risposta di Salvini-Di Battista (che statisti!), si è dovuto attendere ieri sera, quando Conte – a differenza di quanto sostengono molti giornali, che parlano di posizione “democristiana” – si è di fatto smarcato dal blocco europeo, quello composto da Germania, Francia, Spagna, nostra collocazione naturale, che a Maduro ha dato un ultimatum: elezioni in 8 giorno o riconosciamo Guaidó. Conte invece stigmatizza “l’impositivo intervento di Paesi stranieri”. Tradotto dal linguaggio di Azzecca-Garbugli: prova a lavarsene le mani, ma di sicuro non appoggia Guaidó, quasi strizza l’occhio a Maduro e ancora una volta ci fa perdere il treno dell’Europa.

Isolati, sempre di più, con la spocchiosa convinzione di essere sempre nel giusto, con la pericolosa ingenuità di chi pensa che la storia non sia un fattore, che le alleanze possano essere ridisegnate a seconda della convenienza, del pensiero del momento. No, non funziona così. Rischiamo di scoprirlo sulla nostra pelle e su altri dossier. L’incoerenza ha un costo, sempre.

La lezione americana

 

Gli Stati Uniti sono il laboratorio in cui le trasformazioni dell’Occidente si verificano prima e in maniera più dirompente. Nel 2016 la vittoria di Donald Trump ha anticipato l’arrivo della ventata populista che avrebbe travolto l’Europa. Per questo motivo, a due anni dalla sua elezione, il voto di Midterm è stato vissuto a queste latitudini come uno spoiler di ciò che comunque arriverà, come l’anticipazione di un sentimento diffuso, del futuro che ci aspetta.

Per quanto la realtà americana e quella italiana – per ovvi motivi – non siano neanche lontanamente paragonabili, ci sono delle lezioni che possiamo apprendere dai risultati di questa notte negli Usa. Chi pronosticava uno tsunami democratico negli Stati Uniti è stato smentito dai numeri. Il motivo è presto detto: l’alternativa a Trump è rimasta Barack Obama, che al netto del suo carisma, della sua immutata capacità di trascinare le folle, resta un ex presidente che non potrà più fare il presidente. Manca l’alternativa, la controparte.

Perché in un’epoca in cui i politici vengono valutati per la loro capacità di comunicare un messaggio – condivisibile o meno che sia – essere un personaggio come Donald Trump, specialmente in un Paese impaurito, basta e avanza per essere allo stesso tempo l’uomo più odiato e amato della nazione. Lo vediamo bene in Italia. Chi è il politico più criticato e avversato della scena? Matteo Salvini. Chi è il leader accreditato dei maggiori consensi dai sondaggi? Matteo Salvini. Fino a quando “l’altra Italia”, quella che non si rassegna ad essere governata dai “populisti alla Trump”, non troverà un unico interprete delle proprie istanze la mareggiata populista continuerà ad imperversare, provocando soltanto nausea a chi spera di domare le onde.

Ma c’è un altro aspetto, per certi versi simile, che possiamo estrapolare dal risultato di questa notte in America. Non basta essere governati da Donald Trump per rendersi conto del pericolo che si corre ad essere governati da Donald Trump. In altre parole: non bastano le ingiustizie e gli errori commessi da chi è al governo per convincere la gente a cambiare il proprio voto. Chi pensa di spodestare un populista non può pensare di farlo utilizzando le stesse armi che caratterizzano il populista al potere. No fake news, no attacchi indegni, no proposte che solleticano i peggiori istinti di un Paese. Piuttosto serietà, onestà, buon senso: tutte caratteristiche che non escludono la possibilità di trovare, poi, un leader forte, empatico, appassionato che incarni e rappresenti questi valori.

Forse non è facile, ma è soprattutto questa la lezione americana.

Salvini dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

bannon salvini

 

Si può essere o meno sostenitori di Matteo Salvini, a patto di riconoscerlo per ciò che è. Si può legittimamente scegliere di votare per la Lega, applaudire le invettive “populiste” del leader più “popolare” del momento, ma non si può vivere nel mondo delle favole, non si può abdicare al senso di realtà.

C’è un proverbio che recita:”Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. E allora chi è Salvini? Salvini è quello nella foto con Steve Bannon. Lo stratega che è stato il vero artefice per la vittoria di Donald Trump in America. E fin qui nulla di male, se non fosse per le sue idee.

Bannon è un razzista, e di questa definizione ne va fiero. Negli Usa è il mito dell’ultra-destra, è l’idolo dei militanti del Ku Klux Klan, dei suprematisti bianchi che i neri fosse per loro li eliminerebbero dalla faccia della Terra. Bannon è il fondatore di Breitbart, il sito che a colpi di fake news ha contribuito ad diffondere balle di cui parte dell’elettorato è ormai convinto, ad aumentare la percezione di pericoli provenienti dall’esterno in realtà inesistenti (vi ricorda qualcosa?).

Bannon, però, è soprattutto l’uomo che vuole distruggere l’Europa. Per farlo ha creato The Movement, una fondazione che, parole sue, vuole innescare una “rivoluzione di destra” e la “nascita di un blocco populista pan-europeo” capace di “scardinare il sistema”. L’hanno ribattezzata “internazionale sovranista”. Dentro ci sono già Marine Le Pen, gli estremisti tedeschi di AfD. E da oggi c’è pure Salvini.

Basta saperlo, basta ammetterlo anche a se stessi. Poi ognuno faccia la sua scelta. Libera, finché può.

Quel che Marchionne ci lascia

sergio marchionne

 

Nel giorno in cui Sergio Marchionne dice addio al mondo resta un senso di irrisolto, un nodo che stringe la gola anche a quelli che il grande manager non l’hanno conosciuto, che di macchine e finanza poco si interessano.

Dietro quegli occhiali c’era uno sguardo vispo, intelligente sempre. C’erano gli occhi di un italiano vero, quelli di un figlio di carabiniere, quelli di un bambino poi cresciuto, che alla sua terra ha pensato come tutti gli emigrati: da innamorato.

E allora basta, silenzio per un po’. Perché chi dice che ha svenduto la FIAT all’estero non sa o finge di non sapere che senza Marchionne la FIAT di Torino avrebbe chiuso i cancelli. Il Novecento è finito, purtroppo o per fortuna, e Marchionne ha dimostrato che l’Italia, la piccola Italia, poteva mettersi in gioco nel mondo globalizzato, vincere la sfida dell’internazionalizzazione, a testa alta, senza complessi di inferiorità nei confronti di nessuno.

La morte di Marchionne lascia un sapore amaro. Come quella di qualcuno che va via all’improvviso. Di chi se n’è andato troppo presto, almeno agli occhi di chi resta. Viene percepita dal Paese come una perdita pesante. Più dei 4 miliardi e rotti che il titolo di FCA ha perso oggi in Borsa. Marchionne è valso più dei soldi che ha prodotto per il gruppo Agnelli, più dei posti di lavoro che ha creato, delle sfide che ha vinto, degli obiettivi che ha raggiunto.

Sergio Marchionne, quello accusato di aver tolto l’italianità da FIAT, è stato più italiano di quelli che oggi urlano “prima gli italiani” e ci rendono più deboli. Sergio Marchionne è stato un gigante. Se n’è andato in silenzio. Ma le orme dei suoi passi sono ben visibili oggi. E lo saranno anche domani.

Un sorriso ironico, una battuta tagliente, uno sguardo illuminato sul futuro. C’è anche questo, tra quel che Marchionne ci lascia.

Senza Fiat…o

marchionne

 

Quel maglione blu, sempre e comunque. Un vezzo stilistico, un’impronta caratteriale. Un po’ come l’orologio sulla camicia di Gianni Agnelli. Tanto sempre di Fiat parliamo. Anche se oggi si chiama FCA. Cambia poco.

E fa strano, ma di Sergio Marchionne già si parla come non ci fosse più. Evidentemente la gravità delle sue condizioni di salute è tale da riservargli questo trattamento.

Di questo signore che fino al 2004 non era nessuno, poi è stato così tanto da dare fastidio a molti, da ieri si parla ovunque. Quelli che come lui li chiamano “visionari”. Hanno la capacità di andare oltre, di vedere qualcosa che sta dopo l’orizzonte.

Non è stato infallibile, ha fatto i suoi errori. Il Sergio Marchionne manager ha avuto il suo caratterino. E per questo è stato odiato, insultato, diffamato. Succede anche in queste ore. Succede anche adesso che viene dato in lotta per la vita, ma più vicino alla morte. I cretini, i cattivi e gli ignoranti non mancano mai.

“Io mi sento molte volte solo”, diceva, ma il suo esempio di uomo solo al comando era forse il migliore possibile. Un capo pieno di idee, di consigli, un industriale proiettato nel futuro ma radicato nel passato.

La dimensione della sua grandezza non la danno soltanto i numeri delle aziende che ha guidato finché ha potuto. E neanche l’autonomia che ha dimostrato da Confindustria e dai sindacati, né le scommesse che ha vinto convincendo il mercato e gli operai della bontà delle sue intuizioni.

No, forse più di tutto ce la dà il senso di smarrimento provato ieri alla notizia del precipitare delle sue condizioni. Quell’italiano apparentemente un po’ antipatico, quello che ogni tanto spuntava in tv per dire la sua, quello che ha conquistato l’America, sì, Marchionne dai, sta male. Così male che forse muore.

E ci dispiace. Perché neanche ciò ch’è stato lo mette al riparo dalle buche disseminate sulla strada della vita.

Restiamo così, senza Fiat…o.

O si fa l’Europa o si muore

trump putin

 

Ciechi a tal punto da non vedere che siamo troppo piccoli per contare qualcosa da soli. Così ottusi da pensare che in geopolitica valga il principio secondo cui chi fa da sé fa per tre. No, non funziona così, cara Italia rissosa e autolesionista, caro governo che tratti l’Europa come fosse un fardello, un peso da cui liberarsi al più presto.

Non siamo l’America di Trump. Non siamo la Russia di Putin. Loro sì, che hanno più di una ragione per fare i sovranisti. Si bastano da soli. Non hanno bisogno di aiuti altrui, semmai sono necessari a tutti gli altri. E lo hanno capito così bene che pur sapendosi diversi hanno deciso di stringersi la mano, di guardarsi negli occhi, di tentare di archiviare – forse davvero – quel po’ di ghiaccio ereditato dall’iceberg mastodontico che fu la Guerra Fredda.

Gli esperti la chiamano realpolitik, cioè una politica basata sugli interessi del momento, sulla realtà circostante, alla faccia dei principi, delle ideologie, delle differenze e delle diffidenze. Putin in questo è stato un maestro: ha approfittato delle indecisioni di Obama per prendersi il Medio Oriente. Trump per il momento fa l’opposto di Barack ogni volta che ne ha l’occasione, e questo gli basta per pensare di essere nel giusto.

Ma se Washington e Mosca pensano ad un Nuovo Ordine Mondiale, a come spartirsi fette di terra e sfere d’influenza senza pestarsi i piedi, tra Occidente e Oriente sta un Continente mai così “Vecchio” come in questi anni, vittima degli egoismi e dei nazionalismi, dei sovranismi autolesionisti e dei ras di quartiere che studiano da aspiranti dittatori.

Svegliarci tutti, capire i nostri limiti, che o ci aggreghiamo o diverremo Paesi satelliti. Qui o si fa l’Europa o si muore.