La morte di RBG cambia la campagna (e forse anche la storia) americana

In America la chiamavano “Notorious RBG“, la famigerata RBG.

Ruth Bader Ginsburg non era “soltanto” un giudice della Corte Suprema, era anche l’unico giudice della Corte Suprema conosciuto da tutti gli americani. Il suo volto è finito sulle tazze con cui gli statunitensi fanno colazione, sulle magliette che indossano con orgoglio. Il suo nome è diventato un acronimo: RBG, privilegio riconosciuto a personaggi del calibro di JFK, ottenuto peraltro senza morire in un attentato. Le è bastato vivere una vita straordinaria. Anzi, più vite di quante una vita sola potrebbe normalmente contenere. Larger than life, come dicono gli americani.

Ha spianato la strada ai diritti delle donne, ha difeso quelli delle persone omosessuali. Con il suo iconico “io dissento” ha più volte custodito l’anima dell’America: la libertà. Non è stata però previdente. Con due tumori alle spalle e un corpo sempre più fragile, già negli anni scorsi le era stato consigliato con discrezione dall’allora presidente Obama di farsi da parte. Quello dei giudici della Corte Suprema è un incarico a vita, ma un passo indietro di RBG avrebbe consentito ai democratici di evitare ciò che è accaduto oggi: la morte, e un seggio vacante tra i liberal che i Repubblicani non vedono l’ora di colmare con un rappresentante ultra-conservatore.

RBG però non volle saperne: “Non credo che il presidente nominerebbe una così di sinistra come sono io“, disse. Ha continuato ad esercitare nonostante gli acciacchi, non ha perso un solo giorno di lavoro, si è arresa a 87 anni, e sul letto di morte ha espresso un ultimo desiderio, un atto d’amore verso l’America: “La mia ultima e fervente volontà è di non essere rimpiazzata fino a quando non ci sarà un nuovo presidente alla Casa Bianca“.

Questa però non è una battaglia di poltrone, uno scontro fra lobby fine a se stesso. La Corte Suprema è l’istituzione che ha l’ultima parola su tutto: dall’aborto ai diritti gay, dal possesso di armi alla regolarità di un’elezione presidenziale (ricordate Bush vs Al Gore nel 2000?). I Repubblicani hanno già la maggioranza: fino a ieri erano in vantaggio con 5 giudici contro i 4 di comprovata fede democratica, ma ogni tanto un giudice centrista faceva da ago della bilancia nelle questioni più controverse e l’equilibrio era “quasi” assicurato.

Ora però la morte di RBG rischia di cambiare l’America. Con un 6 a 3 i Repubblicani potrebbero bilanciare l’handicap di una composizione demografica che tenderà nei prossimi anni a gonfiare sempre di più le vele del consenso Democratico. Ecco perché per il partito di Trump si è presentata un’occasione praticamente unica: nominare adesso, a meno di due mesi dal voto, un nuovo giudice ultra-conservatore.

Domanda: Trump può farlo? Sì, non c’è nessuna legge che glielo impedisce. E le questioni di “opportunità” sappiamo che non fanno parte del modo di pensare la politica del biondo di Manhattan. L’eventuale nomina da parte di Trump, però, dev’essere ratificata dal Senato. Chi ha la maggioranza? I Repubblicani. Il loro leader al Senato, Mitch McConnell, a pochi minuti dalla notizia della morte di RBG ha detto che il presidente ha il diritto di nominare un nuovo giudice e che questa persona sarà sottoposta quanto prima al voto del Senato. I Democratici sono insorti e hanno ricordato a McConnell le parole che lui stesso pronunciò dopo la morte di un altro giudice, questa volta conservatore, l’italo-americano Antonin Scalia, quando Obama, con ancora un anno e mezzo di mandato davanti, si disse intenzionato a sostituirlo: “Il popolo americano dovrebbe avere voce in capitolo nella scelta del prossimo giudice della Corte Suprema. Pertanto, questo posto vacante non dovrebbe essere occupato fino a quando non avremo un nuovo presidente“.

Stavolta McConnell sembra aver cambiato opinione: anche se al voto non manca un anno e mezzo, ma poche settimane. Cosa può succedere? Che a far saltare i piani siano alcune senatrici del Partito Repubblicano “moderate”. La lista dei nomi circola già nelle chat dei senatori Democratici: si tratta di Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, Lindsey Graham del South Carolina e Charles E. Grassley dell’Iowa. Su di loro, nei prossimi giorni, verrà esercitata una pressione senza precedenti. Perché senza precedenti è la posta in palio. Così come quella delle prossime elezioni.

Un’eventuale nomina da parte di Trump, se ratificata dal Senato, rappresenterebbe un dito in un occhio per l’elettorato democratico, che a quel punto avrebbe un altro motivo per sfrattare The Donald dalla Casa Bianca: modificare la legge al Congresso (è già successo) e cambiare il numero di giudici della Corte Suprema per pareggiare i conti.

Ma anche se Trump dovesse decidere di astenersi dal sostituire RBG, dimostrandosi attento al fair play (ed è improbabile), le prossime elezioni sancirebbero di fatto chi tra Repubblicani e Democratici può indicare il nuovo giudice. Ovvero: chi tra Repubblicani e Democratici può imprimere una nuova direzione al Paese.

La campagna elettorale Usa con la morte di RBG è appena cambiata. Improvvisamente, irrimediabilmente. I prossimi giorni ci diranno se a cambiare sarà anche la storia americana.

La pace di Donald

Ha probabilmente ragione chi sostiene che un “accordo di Abramo” firmato da Barack Obama sarebbe stato celebrato dalla stampa internazionale come un’intesa dai risvolti epocali per il Medio Oriente e per il mondo intero. Il fatto che sia stato Donald Trump a siglare il “peace deal” tra Israele, Emirati Arabi e Bahrein di certo smentisce molte delle narrazioni strumentali che vengono fatte della politica. Americana e non solo.

Servono obiettività e distacco per ammettere che quello raggiunto da Donald Trump è un successo diplomatico indiscutibile.

i24NEWS - Israel, UAE, Bahrain sign landmark US-brokered Abraham Accords

La cartina di tornasole del suo successo è il commento all’intesa da parte del suo sfidante alla Casa Bianca, Joe Biden, che evita volutamente di nominare gli accordi firmati dal rivale, ma plaude ai “passi” fatti da Emirati Arabi e Bahrein per normalizzare i rapporti con Israele, promettendo che un’amministrazione Biden-Harris li “rafforzerà” sfidando altre “nazioni a mantenere la pace“. Forse per smarcarsi dal solco tracciato da Trump, probabilmente per rivendicare una diversità nella sua politica estera, Biden torna ad evocare la soluzione dei due stati per Israele e Palestina: un piano ad oggi superato dalla storia.

Quanto il successo di Trump inciderà sulla corsa alla Casa Bianca? Praticamente zero. Il Medio Oriente non è da molto tempo in cima alle preoccupazioni del popolo americano. Al limite Trump migliorerà i sondaggi di opinione sulle sue capacità in politica estera, benzina per il suo smisurato ego, ma serve altro per restare in sella.

Sul piano geopolitico, però, la svolta che cambia il grande gioco del Medio Oriente è innegabile. Per quanto siano più di uno i motivi che portano a credere che l’effetto domino auspicato dall’amministrazione Trump nel mondo arabo faticherà a manifestarsi. Ne è un indizio il fatto che a quest’intesa storica, annunciata dalla veranda sul Portico Sud della Casa Bianca, non abbia preso parte un peso massimo della regione come l’Arabia Saudita, soltanto ufficiosamente rappresentata dal Bahrein, poiché impossibilitata a sciogliere i suoi troppi nodi interni, a trovare una motivazione che giustifichi un passo di tale portata agli occhi del mondo musulmano di cui è la guida.

Resta però il cambio di copione tattico nel tentativo di risolvere l’annoso conflitto israelo-palestinese. Il copyright spetta a Jared Kushner, genero di Trump, artefice della piattaforma che ha consentito la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati, ribaltando il paradigma per cui prima di qualsiasi intesa con lo Stato Ebraico debba essere trovata una soluzione alla questione palestinese. Ora sarà l’opposto: potranno essere le relazioni tra mondo arabo ed ebraico a risolvere il conflitto.

Non è detto che accada, è certo che nel caso non sarà alle condizioni della Palestina. Ma a Trump va dato atto di aver raggiunto un patto che stabilizza la regione. Più che l’accordo di Abramo, la pace di Donald.

Donald e Kim. Lettere d’amore

Lettere d’amore. Venticinque missive intrise di sentimenti e reciproche aspettative. Spesso deluse, ma cosa importa? E’ chiaro, scrive Kim jong-Un a Donald Trump, che la nostra relazione speciale funzionerà come “una forza magica”. Questione di feeling, direbbe Cocciante. Ma ad ammetterlo è il biondo di Manhattan in persona, a colloquio con Bob Woodward, il giornalista del Watergate che col suo nuovo libro sta facendo discutere l’America e il mondo, o almeno quella parte interessata a comprendere cosa succede nel retrobottega del faro dell’Occidente, piuttosto che a discutere di ostriche e prostatiti.

E’ The Donald, di fatto, a descrivere il suo rapporto con Kim alla stregua di un approccio sentimentale: “Incontri una donna. In un secondo sai se qualcosa succederà o no. Non ci metti 10 minuti o sei settimane”. Trump ammette che tra lui e Kim c’era “una grande chimica”. E non pensate male, dai, che questa volta le armi non c’entrano: nemmeno quella segreta che Trump ha svelato di avere così, tanto per pavoneggiarsi un po’ con una leggenda vivente del giornalismo a stelle e strisce, tanto per mandare al manicomio i vertici del Pentagono, i militari che lui chiama con disprezzo “deep State”, e che a loro volta guardano al 3 novembre come al bivio che può rendere le loro vite molto più facili, o incredibilmente complicate.

La relazione tra Donald e Kim è quella fra due personaggi che cercano una legittimazione, che possono darsela reciprocamente. Da una parte c’è un giovane leader fisiologicamente sospettoso del prossimo, a proprio agio soltanto con la routine del suo regime, che per la prima volta viene preso sul serio da un personaggio di spicco. E che personaggio: il presidente degli Stati Uniti, il leader del mondo libero.

I due si studiano, all’inizio onestamente non si prendono, giocano a chi ha il pulsante nucleare più grosso, e nel 2017 sfiorano la guerra, molto più di quanto l’opinione pubblica abbia capito. Poi però dagli insulti si passa alle strette di mano: l’incontro a Singapore segna un momento di svolta. I due sanno di essere entrati in un modo o nell’altro nella storia. L’idea gli piace, sanno che comunque vada sarà un successo, e sanno che questo successo non sarebbe stato possibile senza la complicità dell’altro.

Letters between Kim and Trump: “Without me we would be at war”

Nasce su queste basi, ancor prima che sugli interessi strategici dei due Paesi, la relazione speciale tra i due leader. C’è un’infatuazione reciproca, la voglia di dimenticare le frizioni di ieri. Trump, che per la frenetica attività missilistica nordcoreana aveva parafrasato Elton John ribattezzando la controparte “Rocket Man”, l’uomo razzo, si spende per far capire al suo nuovo amico che in realtà il suo era un complimento.

Nota a margine: The Donald è letteralmente ossessionato dal cantante inglese, in passato ha fatto di tutto per farsi notare da lui, avrebbe voluto anche che cantasse alla sua inaugurazione da presidente, ma non c’è stato verso.

Decide così di inviare a Kim una copia firmata da Elton John in persona del cd di “Rocket Man”. John Bolton, ex consigliere alla sicurezza nazionale, nel suo libro scrive che appreso del viaggio in Asia di Mike Pompeo, il segretario di Stato Usa di origini italiane, Trump si affretterà a chiedere se l’ex direttore della Cia abbia consegnato o meno a Kim la copia del cd. Piccolo problema: Pompeo e Kim non si sono incontrati. La delusione fa capolino sul viso di Trump, avrebbe voluto che l’amico ricevesse il suo regalo: “Farlo”, scrive Bolton, “è rimasta una sua massima priorità per molti mesi”.

Non mancheranno gli incidenti di percorso, le frenate, i fraintendimenti. Perché Trump e Kim sono pur sempre rappresentanti di Paesi ostili. Perciò quando si incontrano ad Hanoi, in Vietnam, in quello che sarà il loro secondo meeting ufficiale, è ovvio che tra i due non possa trovarsi un’intesa: gli Usa propongono alla Corea del Nord di eliminare tutte le sanzioni, ma in cambio vogliono la completa denuclearizzazione del Paese; Kim dal canto suo risponde di essere disponibile a smantellare un solo impianto nucleare, quello di Yongbyon. Proposta irricevibile, per entrambi i fronti. Saltano il pranzo già allestito tra le due delegazioni, la conferenza stampa, la dichiarazione congiunta. Ma c’è da capirlo, Kim: al nucleare non rinuncerà mai, non spontaneamente. Per quanto possa essere affascinato dall’amico newyorchese, sa bene che il nucleare rappresenta anche la sua migliore polizza sulla vita. Quanto non avevano altri due dittatori come Gheddafi e Saddam Hussein. E sappiamo com’è andata a finire.

D’altronde non è mancanza di fiducia, soltanto “colpa” del sistema americano: non è mica come in Corea del Nord, dove Kim è succeduto al padre nella carica di guida suprema. Negli Usa vige un piccolo problema: si chiama democrazia. Forse, se fosse certo che al primo mandato di Donald ne seguirà un altro, se sapesse con sicurezza che al suo amico succederanno i figli, allora sì che Kim si siederebbe al tavolo per ragionare…

Ma tant’è, i due, quando possono, si cercano. Addirittura, dopo il meeting fallito di Hanoi, Trump è stato il primo presidente Usa a mettere piede sul suolo nordcoreano. Materiale per aggiornare i libri di storia ce n’è quanto basta.

Donald Trump, Kim Jong Un 'Love Letters' Revealed | PEOPLE.com

Si arriva così ad oggi, alle voci che vogliono Kim morto o in fin di vita, con Trump che si prende la briga di cinguettare su Twitter che il leader asiatico è “in ottima salute, mai sottovalutarlo”. Si annusano, si lusingano, come amici o amanti traditi non nascondono la loro delusione quando qualcosa non va come sperato. Come quando Kim scrive in una lettera di sentirsi “molto, molto offeso” nel pensare che gli americani continuino a svolgere un ruolo militare nel sostegno del rivale sudcoreano.

Sono incomprensioni, gelosie. Appunto, lettere d’amore.

Piani “segreti” e bugie sulla pandemia: i leader che hanno avuto paura della verità

Bob Woodward è una leggenda vivente del giornalismo americano. Parliamo dell’uomo che insieme a Carl Bernstein partorì l’inchiesta del “Watergate”, lo scandalo che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Nessuno in America può mettere in discussione Bob Woodward, la sua professionalità, il suo rispetto per il lettore e per la notizia.

Ma anche volendo pensar male, pur considerando che qualche sciroccato complottista è sempre possibile trovarlo, il punto di forza del nuovo libro del giornalista, intitolato “Rage” (“Rabbia”), è che non si limita a ricostruire la gestione del coronavirus da parte dell’amministrazione Usa con notizie di seconda, terza o quarta mano. Non si affida alla “gola profonda” insoddisfatta del suo ruolo nello staff presidenziale; non riporta il commento acido e senza fondamento della segretaria che passa il tempo a fare fotocopie nell’ala ovest.

No, Bob Woodward parla direttamente con Donald Trump, ne riporta fedelmente le parole. Con tanto di virgolette, corroborate da registrazioni telefoniche.

Ed è lui, il presidente in persona, ad ammettere di essere stato informato della pericolosità del coronavirus ben prima che gli Stati Uniti registrassero il primo morto ufficiale per Covid-19. Nessun buco nell’acqua dell’intelligence americana: un briefing top secret del 28 gennaio informava Donald Trump che il coronavirus rinvenuto in Cina sarebbe stata “la più grande minaccia alla sicurezza nazionale” che la sua presidenza si sarebbe trovato ad affrontare.

Ma anche dinanzi a questi avvertimenti c’è lui, la viva voce del comandante in capo della nazione più potente al mondo, a dichiarare che “ho sempre voluto minimizzarlo (il virus, ndr) per non creare panico“.

Ora riavvolgete pure il nastro: ripensate ai comizi – avete letto bene, i comizi, pieni di gente esposta consapevolmente al contagio – in cui Trump ridicolizzava i Democratici con l’accusa di diffondere un panico immotivato.

Ripensate alle sue conferenze stampa, one-man show in cui The Donald rassicurava l’America sul fatto che il coronavirus sarebbe ad un certo punto semplicemente scomparso, “like a miracle“, come un miracolo. E adesso giudicate questi comportamenti alla luce delle rivelazioni contenute nel libro di Woodward, delle parole pronunciate da Trump in persona, registrate – si possono ascoltare cliccando qui – in più conversazioni tra il giornalista e il presidente.

Trump riconosce che “questa roba è mortale“, che il pericolo non riguarda più soltanto gli anziani o i grandi anziani, ma che la minaccia si sta allargando anche ai più giovani. Eppure si limita a farlo al telefono con un giornalista che sta scrivendo un libro, usando un tono confidenziale, come se stesse parlando con l’amico del cuore della tresca tra il suo vicino di casa e la mamma: qualcosa che non deve uscire da questa stanza.

Certo, non c’è da scandalizzarsi. Non è la prima volta e non sarà l’ultima che governi e leader decidono di nascondere al “popolo” la realtà dei fatti. La valutazione su quanto l’opinione pubblica sia capace di tollerare è senza dubbio complessa, meritevole di approfondimento. Né si può dire che la scelta di privare una nazione della verità sia unicamente lo “schiribizzo” di un presidente “sui generis” come Trump.

Ne abbiamo avuto un chiarissimo esempio persino in Italia, dove da pochi giorni sono stati pubblicati i primi verbali delle riunioni intercorse tra gli esperti del Comitato Tecnico Scientifico e vari esponenti del governo. Dalla loro lettura è emersa chiaramente la volontà di tenere riservate quelle conversazioni. Nessun complottismo, attenzione, soltanto da parte dei protagonisti il convincimento che modelli previsionali applicati ai morti di una pandemia avrebbero avuto il solo effetto di generare il panico nella popolazione.

Può darsi che sia così, può essere che in un clima di grande paura com’era quello dei primi giorni di epidemia conclamata in Italia, fosse necessario tenere segreti gli scenari più oscuri. Ma al contrario non è comprensibile che a molti mesi di distanza da quei giorni non vi sia chiarezza da parte delle istituzioni sulla natura di quei piani “segreti”. Né si capisce perché il governo e gli esperti da questo consultati continuino a dire che tutto è stato già reso pubblico, quando invece mancano per certo all’appello lo studio presentato dal matematico Stefano Merler al CTS – che ipotizzava nello scenario peggiore 2 milioni di contagi in Italia e fra i 35mila e i 60mila morti – ma soprattutto il “piano di organizzazione della risposta dell’Italia in caso di epidemia” citato espressamente nel verbale del 24 febbraio.

Alla luce di questi fatti, sorge dunque spontaneo domandarsi fino a che punto la comunicazione del governo, e in particolare del presidente del Consiglio – protagonista indiscusso nei giorni della grande crisi – sia stata onesta, più che corretta.

Questo blog non ha esitato a sottolineare come il più grande merito di Giuseppe Conte sia stato quello di rassicurare un Paese che per alcune settimane ha temuto di non farcela.

Ma ora che non tutto sembra più trasparente e limpido, adesso che il senno del poi consente di ragionare con lucidità maggiore, sembra quanto mai stonato il richiamo che Conte, intervistato il 9 marzo da La Repubblica, faceva a “vecchie letture su Churchill“, quasi tracciando un paragone tra Italia alle prese con il virus e Inghilterra sotto le bombe di Hitler, e di conseguenza tra sé e l’allora primo ministro inglese. Con un piccolo particolare di differenza: anche dinanzi ad un nemico terrificante come il nazismo, Sir Winston Churchill, decise di parlare con la lingua della verità alla sua gente.

Con gli aerei tedeschi della Luftwaffe che bombardavano le città inglesi, perfino Londra, Churchill non si rese protagonista di discorsi paternalistici, piuttosto ammise che “non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore“. Con il concreto rischio di venire sormontato dalla soverchiante potenza militare nazista, il primo ministro inglese si disse sicuro:

Ci dimostreremo ancora una volta in grado di difendere la nostra isola, di cavalcare la tempesta della guerra e di sopravvivere alla minaccia della tirannia, se necessario per anni, se necessario da soli. (..) Anche se ampie parti dell’Europa e molti Stati antichi e famosi sono caduti o potrebbero cadere nella morsa della Gestapo e di tutto l’odioso apparato del dominio nazista, noi non desisteremo né abbandoneremo. Andremo avanti fino alla fine. Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e gli oceani, combatteremo con fiducia crescente e con forza crescente nell’aria, difenderemo la nostra isola a qualunque costo. Combatteremo sulle spiagge, combatteremo nei luoghi di sbarco, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline, non ci arrenderemo mai; e se, cosa che non credo neanche per un momento, quest’isola o gran parte di essa fosse soggiogata e affamata, allora il nostro impero d’oltremare, armato e guidato dalla flotta britannica, continuerà la lotta fino a quando, se Dio vorrà, il Nuovo Mondo, con tutta la sua forza e potenza, si muoverà al salvataggio e alla liberazione del vecchio“.

Leggere Churchill, per capire cosa significa guidare una nazione attraverso una tempesta. Leggerlo ancora, per comprendere che il popolo ha il diritto di conoscere la verità, anche quando fa maledettamente paura. Gli inglesi temevano la sconfitta, ma hanno avuto il coraggio di evitarla.

Perché senza il popolo non si vince una guerra, senza verità è impossibile combatterla.

Tramonta Shinzo Abe, non il Sol Levante

Ciò che alle nostre latitudini verrebbe descritto come un terremoto, è per il Giappone un sasso lanciato in uno stagno. Così le dimissioni di Shinzo Abe da premier per motivi di salute non muteranno il destino del Sol Levante.

Il Giappone è sopravvissuto a due bombe atomiche. Non ne abbiamo fortunatamente la riprova: ma è difficile immaginare che un’altra nazione avrebbe saputo rialzarsi con velocità lontanamente simile a quella nipponica. Terza economia del globo, scalzata di recente soltanto dall’ascesa cinese, la storia del Giappone è densa di sconvolgimenti vissuti senza battere ciglio. Lo stesso sarà per il suo futuro: con o senza Abe.

Merito di uno Stato di primo livello, concepito come soggetto cui riservare assoluta fedeltà. I funzionari che costituiscono i cosiddetti “apparati” vivono in una dimensione lavorativa di fatto “clanica”. Ossessionati dagli esami di Stato fin dalle scuole elementari, snodo cruciale nel percorso istruttivo, decine di migliaia di candidati si contendono le poche decine di posti a disposizione nella macchina statale. Massima ambizione, ben più dell’arricchimento personale: non è un caso che il successo nel settore privato venga considerato una diminutio rispetto alla carriera nel mondo della burocrazia.

Lavorando a stretto gomito fin dalle scuole, inseriti negli apparati sotto forma di gruppi e non a livello individuale, i funzionari sanno che con i loro colleghi condivideranno soddisfazione e gocce di sudore per gli anni a venire. Per questo motivo sono portati a proteggere lo Stato profondo (non è una parolaccia) da ogni influenza esterna: il fine ultimo è il perseguimento dell’interesse nazionale, spogliato di ogni dogmatica ideologia. Caratteristiche che fanno del Giappone uno Stato funzionale al raggiungimento dei suoi scopi, scarsamente dipendente dalla politica.

Ne deriva che il Giappone saprà resistere anche all’addio del suo primo ministro più longevo. Onestamente sfortunato, ad Abe il fato non ha concesso neanche la passerella delle Olimpiadi di Tokyo. Trattasi ormai di conclamata maledizione a cinque cerchi: nel 1940 fu la guerra sino-giapponese a far saltare i Giochi nella capitale giapponese. Ottant’anni più tardi a scombinare i piani è stato un nemico invisibile: qualche maligno potrebbe aggiungere di uguale provenienza.

Proprio le Olimpiadi avrebbero potuto (e dovuto) rappresentare uno dei frutti più maturi dell’ormai celeberrima Abenomics, l’incompiuta strategia economica che tra le sue “tre frecce” annovera anche un imponente programma di spesa pubblica per ammodernare le infrastrutture del Paese.

Chiunque sia l’erede di Shinzo Abe non muterà la traiettoria del Giappone. Ossessionato dall’intraprendenza cinese, preoccupato dalla Corea del Nord ascesa al grado di potenza nucleare, traumatizzato dalla volatilità americana in ambito difensivo, Tokyo ha da tempo ricominciato a pensare sé stessa in termini geopolitici. Ne è la prova l’ormai palese tendenza al riarmo, addirittura in proiezione offensiva – in opposizione alla sua stessa Costituzione pacifista – come conclamato soltanto poche settimane fa dall’approvazione di una proposta di legge che potrebbe portare il Paese a dotarsi di capacità missilistiche d’attacco e sulla quale il governo sarà chiamato ad esprimersi entro la fine dell’anno.

Cambio di paradigma impensabile fino a poco tempo fa. Prodromo di uno sconvolgimento ineludibile.

Dotato di un popolo tra i più capaci al mondo, sostenuto dalla fede incrollabile nella propria superiorità sulle altre genti del globo, certo delle origini divine del proprio imperatore, il Giappone farà la sua strada. Tramonta Shinzo Abe, non il Sol Levante.