A chi fa comodo parlare di “virus inglese”

Leggere nelle pieghe della politica non è sempre semplice, soprattutto se i giornali smettono di fare il loro mestiere, piegandosi alla narrazione del main stream senza fare ciò che sono pagati per fare: cronaca. Da giorni le prime pagine sono occupate dalla notizia della “variante inglese” del coronavirus. Ed è giusto che sia così: una mutazione del virus è un potenziale (ribadiamo: potenziale) ostacolo sulla strada del ritorno alla normalità, è sacrosanto monitorare la situazione, rendere conto di ogni sviluppo.

Qui, però, da alcune ore sta succedendo altro: c’è chi parla di “virus inglese” (prima pagina di Repubblica di oggi), chi continua ad evidenziare dubbi sull’efficacia dei vaccini proprio pochi giorni prima del via alla campagna di vaccinazione, chi sostiene che il governo inglese abbia taciuto per mesi l’esistenza della mutazione, ma sul comportamento della Cina un anno fa ha perso magicamente la voce.

Il perché è presto detto: gli articoli dai toni allarmistici sono quelli che guadagnano più click. E’ così da sempre, figurarsi per una notizia che può impattare sull’andamento delle nostre vite. Ma c’è una ragione che è più sottile, di non immediata comprensione. La variante è inglese: non è tedesca o francese. E in questo momento l’Inghilterra non è un Paese “simpatico”. Sta uscendo dall’Europa con i piatti che volano da Londra a Bruxelles, e viceversa. Ha un premier, Boris Johnson, che viene considerato un folle dalle cancellerie del Vecchio Continente, una sorta di Trump europeo che in realtà ha in comune con l’originale soltanto la capigliatura e un certo gusto per le frasi ad effetto che mandano al manicomio gli amanti del politicamente corretto (BoJo è un uomo di cultura, lo stesso non può dirsi per Trump).

Attenzione, nessuno dice che un virus più contagioso non sia un problema. Anzi, più contagi significano inevitabilmente più morti. Ma questa precisazione va fatta, è nota a chiunque mastichi un po’ di politica estera, eppure sui giornali non trova spazio perché oggi va di moda buttare la croce addosso agli inglesi.

Ha dato fastidio il fatto che abbiano approvato con settimane d’anticipo lo stesso vaccino che noi approveremo (forse) oggi. Sono stati dipinti come pazzi da manicomio, imprudenti, alla fine la profezia di questo blog si rivelerà azzeccata: non erano impazziti, sono semplicemente arrivati prima. Così si spiega l’operazione di maquillage comunicativo, in un mondo in cui la comunicazione è tutto: la “variante inglese” diventa il “virus inglese”. Fantastici. Al provvedimento prudente, legittimo, giustissimo, di chiusura dei voli provenienti dal Regno Unito, si aggiunge lo stigma del “Paese untore”. Senza comprendere che la ruota gira, nel nostro caso è già girata: basterebbe aver letto il Global Times, il quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, che nelle scorse settimane ha tentato di attribuire all’Italia, in particolare al Nord, la responsabilità della nascita del coronavirus.

Geopolitica del virus.

La verità, allora, probabilmente è un’altra: lo stop ai voli sarà una misura temporanea, destinata ad essere superata dalla cronaca, dalla realtà che prima o poi bussa sempre alla porta e stupisce solo chi ha fatto finta di non riconoscerla. Se la mutazione si è presentata in alcune regioni inglesi già a settembre, è chiaro che sia già presente all’interno dei nostri confini in maniera corposa. In questo senso i primi due casi identificati ieri ricordano terribilmente quelli della coppia di turisti cinesi che fece scoprire all’Italia l’esistenza del contagio. I buoi sono scappati.

Non mi meraviglierei se ad un certo punto si scoprisse che la variante inglese è quella predominante nella seconda ondata, anche in Italia. Ma fino ad allora, in attesa di riscontri, di parole di verità dalla scienza, l’unica in grado di fornirne, antenne dritte e occhi aperti: c’è chi ha tutto l’interesse a diffondere narrazioni strumentali. In questo caso: fa comodo a molti parlare di “virus inglese”. Adesso sapete perché.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Da “modello Italia” a “monella Italia”

La parola governo deriva dal latino “gubernum”, letteralmente “timone della nave”. Ne deriva che chi ne ha il controllo, in questo caso per fortuna non il “Capitano”, sia responsabile della rotta e della riuscita dell’impresa.

Quando il mare è agitato, quando i cavalloni tranciano l’albero maestro, chi ha il comando della nave non può scagliarsi sull’equipaggio che fino a quel momento aveva lodato. Nella tempesta si entra e si esce insieme. Quando questo non accade si assiste ad un ammutinamento: il governo viene rovesciato, nella lotta tra fazioni è il caos, l’impresa è fallita, la barca carica acqua da tutte le parti. Senza bussola, nessuno mai avvisterà “terra!”.

Questa metafora di avventura marina serve per descrivere lo stato comatoso in cui da settimane versa il governo di questo Paese. Sulla barca Italia, è vero, c’è chi cospira da sempre, chi non ha mai remato dalla stessa parte: pensate a Salvini, che ha deciso di autodenunciarsi nei giorni di zona rossa per portare aiuto a chi soffre, a chi dorme in strada e ha freddo. Lui. Che porta aiuto. A chi soffre, dorme e in strada e ha freddo. Vabbè…

Dicevamo, l’equipaggio non è mai stato compatto, le crepe si sono viste fin da subito, fin da quando nuvole nere si sono addensate all’orizzonte, ma dinanzi alla paura quasi tutti hanno lavorato insieme: contro un vento di burrasca mai visto, un nemico sconosciuto che sembrava animare le onde stesse, che riempiva di incubi il sonno dei marinai.

E’ stato a quel punto che il comandante della nave, il premier Conte, ha iniziato a parlare di “modello Italia”. Ha peccato di arroganza, di ingenuità, non è stato onesto. Troppi morti, troppe inefficienze, per presentarsi come modello per gli altri. I veri modelli sono altrove, non si pubblicizzano, vengono studiati, salvano vite, garantiscono un’esistenza che ha una parvenza di normalità, assumono scelte impopolari quando serve, anticipano il contagio, non lo inseguono, raccolgono risultati, non collezionano decreti.

Questo fa chi ha saldo tra le mani il “gobernum”, chi gestisce il timone con padronanza, chi riconosce le correnti, chi ascolta i consigli del vecchio lupo di mare reduce da tante campagne, chi non ha la presunzione di sentirsi infallibile. Quando la situazione sfugge di mano, quando il mostro marino riemerge, a quel punto, solo a quel punto, si vede la qualità della spedizione.

Qui la sensazione che abbiamo è un’altra: un premier che non è disponibile all’autocritica, che fatica ad ammettere gli errori commessi. E questo è grave, perché senza correggere la rotta questa nave si incaglierà o andrà ad infrangersi contro la scogliera. L’impressione è che la scelta del comandante sia stata la più semplice, anche la più vigliacca: scaricare sull’equipaggio – su di noi – le responsabilità di un fallimento annunciato.

Se le misure non funzionano è colpa degli italiani che vanno a fare shopping: gli stessi italiani che sono stati invogliati a comprare sotto Natale con l’introduzione del cashback, che si sono sentiti dire che è importante evitare Amazon e sostenere l’economia locale.

Se la terza ondata ci sarà – e ve lo anticipiamo, ci sarà -, dice Arcuri, una sorta di primo ufficiale di coperta, sarà difficile attuare la campagna di vaccinazione di massa. Ovviamente ha ragione, ma il suo compito non è quello di mettere la mani avanti, piuttosto è quello di predisporre il necessario senza accampare scuse.

Ecco, mi pare chiaro che siamo allo sbando: il timone mulina vertiginosamente, la nave ruota su su stessa, individuare il punto nave è impresa ardua anche per il marinaio più esperto. Siamo dinanzi ad uno scaricabarile: quando le cose andavano bene si parlava di “modello Italia”, manca poco che si parli apertamente di “monella Italia”.

Naufragio, è stato un attimo.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Arcuri, governo: è ora di “fare sul siero”

C’è una grande ipocrisia in questa Europa. La comprendo, attenzione. Perché è difficile spiegare alle collettività nazionali che qualcuno inizierà prima a vaccinare e a salvare vite. Mentre altri faranno i conti con i loro cancri atavici, con le lentezze delle loro burocrazie, con la loro naturale tendenza al disordine e alla confusione.

Ma tant’è: il V-Day europeo, come ha chiarito anche oggi Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione europea titolare di Salute, Sicurezza e Migranti, non sarà il giorno in cui “tutto” il Vecchio Continente inizierà la campagna vaccinale. No, sarà soltanto una finzione, un modo per dire che nessuno rimane indietro: il giorno – ancora ignoto – in cui tutti e 27 i Paesi riceveranno alcune fiale del vaccino Pfizer. Punto.

Sarà l’azienda americana, come da contratto, ad occuparsi di recapitare le dosi oggi custodite nei magazzini ultra-sorvegliati di Bruxelles, e ad assicurarsi che vengano consegnate a 80 gradi sottozero negli ospedali. Da quel momento in poi “Leuropa senza apostrofo” potrà fare ben poco per eliminare le disuguaglianze tra i vari Paesi, per impedire che la catena di comando e quella logistica si inceppino al costo di centinaia di vite ogni giorno.

Di fatto lo ha ammesso lo stesso Schinas: “Qualcuno partirà il 26 dicembre, qualcuno il 28 o il 30 e così via”. Non meravigliatevi, insomma, se al di là delle prime dosi iniettate in simultanea – momento simbolico nel quale affermare plasticamente l’unione europea, rigorosamente minuscola – tra dicembre e i primi gennaio l’Italia dovesse finire per scontare un gap nei confronti di Germania e altri Paesi diciamo più…”pronti”.

D’altronde è evidente che la pianificazione non sia il nostro forte. Per settimane abbiamo criticato la gestione del governo Johnson in Inghilterra. Poi la realtà è arrivata, benvenuta, e ha raccontato un’altra storia: non solo il Regno Unito ha autorizzato lo stesso vaccino che adotteremo pure noi con almeno tre settimane di anticipo – e badate, la parola chiave della frase è “almeno” – ma ha anche già messo a disposizione dell’opinione pubblica i gruppi di priorità del vaccino, le categorie suddivise per lavoro, fascia d’età e condizioni di salute in ordine di somministrazione da qui alla fine della campagna vaccinale. Questa si chiama chiarezza.

In Italia sappiamo soltanto che le prime dosi andranno al personale dei luoghi di cura, a quello delle case di riposo e agli anziani che vi sono ospitati. Del domani non v’è certezza. Se neanche abbiamo elaborato una strategia chiara sulle persone che intendiamo vaccinare come possiamo pensare di metterla in atto senza intoppi? Manca persino il grosso dell’esercito dei vaccinatori: 20mila tra medici e infermieri che l’antidoto dovranno somministrarlo concretamente, dei quali 16mila dovrebbero assunti entro febbraio. Ripetiamo perché sia chiaro: febbraio.

Ecco perché non c’è bisogno di essere pessimisti cosmici per nutrire delle perplessità sul lavoro di Domenico Arcuri, ma in generale di tutto il governo, sul “tema” per eccellenza dei prossimi mesi.

Sarebbe ora di svegliarsi, di “fare sul siero”.

Il vaccino sia obbligatorio: stiamo già perdendo la partita

L’informazione, il giornalismo: grandi cose, ma alle volte possono fare danni.

Se anche a voi è capitato di parlare con amici, colleghi, parenti, del vaccino anti-Covid che verrà, è pressoché certo che abbiate riscontrato la stessa sfiducia che ho ravvisato nelle mie conversazioni.

Quel che è peggio: ci sono anche molti “medici” – scusate le virgolette, ma sono necessarie – titubanti rispetto alla sicurezza del vaccino, al punto da sconsigliare ai loro pazienti di farselo somministrare. Per loro, tra parentesi, proporrei la radiazione seduta stante (se solo avessero il coraggio di farsi avanti), ma ciò che ci interessa è altro: quali sono i risultati di questo scetticismo sulla collettività?

Quando si parla di vaccino bisogna tenere sempre a mente un numero: la soglia necessaria a raggiungere l’immunità di gregge, fissata dagli esperti almeno al 60%, ma preferibilmente sopra il 70%.

Questa percentuale è ogni giorno più lontana.

Perché? Perché stiamo già perdendo la partita.

Secondo un sondaggio di Index Research del 26 novembre soltanto il 52,3% degli italiani farebbe il vaccino. Soltanto tre settimane prima, il 5 novembre, la percentuale era del 68,8%. In soli 21 giorni un calo del 16,5% è mostruoso, preoccupante, allarmante.

Cos’è successo a novembre? Il Covid è diventato meno forte? E’ clinicamente morto? No.

Il problema sta soprattutto nell’informazione, nel giornalismo, nei media. Perché è chiaro che le notizie dei vaccini in arrivo abbiano monopolizzato le scalette dei talk e dei programmi d’approfondimento. Ed è legittimo che si illustrino agli italiani tutti gli aspetti della vaccinazione, compresi i possibili effetti collaterali. Ma chi si occupa di comunicazione, alla vigilia della più grande campagna di vaccinazione di massa che l’umanità abbia conosciuto, deve dimostrare di conoscere il valore della parola “responsabilità”.

E in questa fase storica “responsabilità” significa rinunciare a qualche punto di share in nome del bene pubblico; equivale ad invitare esperti veri, non presunti tali, che si limitino a parlare dei dati in loro possesso, non ad ipotizzare malattie ed eventi avversi imprevedibili; vuol dire rifiutare la narrazione che parla di “dittatura sanitaria” e ricondurla alla realtà di “emergenza sanitaria”.

Concretamente, abbiamo speranze di vedere un’inversione di tendenza facendo affidamento soltanto sul senso civico? Onestamente non credo. Basta girare per strada, osservare quanta gente ancora, dopo due ondate e 60mila morti, rifiuta di indossare la mascherina, derubricando il virus ad influenza che uccide solo i più fragili.

E allora? E allora ci vuole coraggio. Coraggio di tutelare l’interesse nazionale. Fior di costituzionalisti hanno confermato che si può fare. Cosa stiamo aspettando? Il vaccino anti-Covid sia obbligatorio.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Il Regno Unito è adulto. Sarà anche vaccinato

La geopolitica del vaccino si è ufficialmente messa in moto. A sparigliare le carte è stato il Regno Unito, sarà il primo Paese occidentale a somministrare un vaccino contro il virus che in giro per il mondo ha ucciso (ufficialmente) quasi un milione e mezzo di persone.

Quando stamattina abbiamo appreso dell’accelerazione di Londra, la prima domanda che ci siamo fatti era composta da due parole: “E noi?”.

Non rinneghiamo l’importanza dell’Unione Europea, non ci riscopriamo sovranisti all’occasione, non siamo d’improvviso sostenitori dell’uscita del Regno Unito (o dell’Italia) dall’Ue: ma c’è un effetto collaterale della Brexit che oggi è evidente a tutto il mondo, che è anche infantile provare a negare come qualcuno sta cercando di fare. Ed è un effetto collaterale buono (per loro).

Prendete l’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali. Oggi l’ente europeo che dovrà assicurare la sicurezza dei vaccini fa sapere che “l’autorizzazione condizionata è il meccanismo più appropriato in questa emergenza pandemica”. Tradotto: a Londra hanno bruciato le tappe.

Ed è vero, il Regno Unito ufficialmente fa ancora parte dell’Unione Europea. Ma la Brexit è un dato politico, prim’ancora che formale. Oggi si è capito cosa vuole dire.

A Downing Street hanno deciso di togliere la zavorra dalla mongolfiera, spiccare il volo, approfittare delle stesse norme europee che prevedono la possibilità di utilizzare una procedura di emergenza per distribuire sul mercato interno un vaccino per uso temporaneo.

Il Regno Unito non ha infranto le regole, le ha sfruttate.

Se non credete per partito preso alle assicurazioni del ministro della salute britannico Matt Hancock, secondo cui la Mhra, l’Agenzia regolatrice inglese dei farmaci, ha valutato i dati sulla sperimentazione “a mano a mano che arrivavano” facendo procedere le verifiche “in parallelo invece che un passaggio dopo l’altro come di norma accade”, ma senza prendere scorciatoie, va bene.

Ma bisogna essere onesti fino in fondo: il vaccino Pfizer sarà anche il nostro. Non è prevista alcuna novità negativa tale da far saltare la vaccinazione di massa. Qualche giorno fa le dosi erano in volo nei cieli americani: la catena del freddo, l’aspetto logistico, è qualcosa che tutti i governi (si spera anche Arcuri) stanno già predisponendo da settimane. Il Regno Unito inizierà prima, noi dopo.

Dite che noi siamo più prudenti ed è meglio così? Al momento siamo solo più lenti. Il rischio è insito in questa operazione, a maggior ragione per la tecnica alla base dei due vaccini che arriveranno per primi sul mercato (Pfizer e Moderna), la terapia genica. La sperimentazione del vaccino, quella nelle tre fasi che serviva ad ottenere l’autorizzazione, si è conclusa. I dati preliminari sono gli stessi che hanno spinto i governi ad attrezzarsi.

Non vogliamo un modello cinese o russo, non chiediamo di somministrare un antidoto non testato, o mentre le sperimentazioni sono ancora in corso. Ma gli esperti ci dicono che per essere certi al 100% che questi vaccini non avranno alcun effetto collaterale grave sul corpo umano dovremmo aspettare decenni: voi siete disposti ad aspettare?

L’Autorità, per risultare credibile agli occhi della collettività, dev’essere onesta. Si può dire che dietro la prudenza europea ci sia una strategia: la volontà di comunicare alla popolazione che non si è bruciata nessuna tappa, così da invogliarla a fidarsi, a vaccinarsi, a raggiungere l’immunità di gregge. Questo è un discorso accettabile.

Ma che non si venga a dire che l’Inghilterra è un Paese di incoscienti o sprovveduti. Come la metteremmo, poi, se domani o tra pochi giorni, sulla spinta dell’accelerazione d’Oltremanica a compiere la stessa scelta fossero anche gli Stati Uniti? Pazzi pure loro?


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!