Papa Francesco non è leghista

Non che ci fosse bisogno di una precisazione, non che ci fossero dubbi sul fatto che il politico che agita il rosario, giura sul Vangelo e scomoda Woytjla fosse agli antipodi rispetto al Papa venuto dalla fine del mondo. Eppure fanno bene al cuore e all’intelletto le parole del Bergoglio “politico”.

Diciamocelo subito: ci sarà chi proverà ad annacquarne i contenuti, chi avrà come prima premura quella di catalogarle come dichiarazioni di un pericoloso reazionario, di un comunista argentino deciso a ridisegnare la dottrina della Chiesa secondo un’ottica di sinistra. Come se Dio potesse essere di parte, poi.

Ma quando il Papa elenca tra i vizi della politica il “non rispetto delle regole comunitarie”, “la xenofobia”, “il razzismo”, “la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della ragion di Stato”, sinceramente: a chi pensate?

Quando Bergoglio condanna “il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio”, quando parla di “clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi”, onestamente: chi vi viene in mente?

Quando Francesco stigmatizza gli “atteggiamenti di chiusura” e i “nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno”: qual è il volto che vi immaginate, la persona alla quale pensate si sia riferito?

Ecco, ci siamo capiti. Ci siamo capiti ed è una consapevolezza che non sposta voti. Ma ci basta lo stesso, ci basta questo: Papa Francesco non è leghista.

Quindi chi ha “vinto” con la Diciotti?

migranti nave diciotti

 

La prima considerazione è la seguente: quei 150 migranti, i disperati coi volti scavati e i piedi scalzi, sono finalmente sbarcati. Con una decisione arrivata di notte, dopo i telegiornali delle 20 del sabato sera. Una scelta un po’ vigliacca, volta a smorzare l’impatto mediatico di una piccola giravolta, ma tant’è: Salvini li ha fatti scendere.

Sull’indagine della magistratura nei confronti del ministro dell’Interno ci sono diversi dubbi: con ogni probabilità non andrà “in porto”. Servirà ad almeno due cose: a ricordare a Salvini che di questo Paese non è – ancora – il sovrano e a gonfiare ulteriormente i suoi sondaggi. Sì, perché da scaltro plasmatore di verità qual è, il leader del Carroccio ha già iniziato a dipingersi come l’eroe pronto ad immolare la sua libertà personale sull’altare della nostra sicurezza. Come se a bordo della Diciotti vi fossero 150 delinquenti, terroristi, ricercati internazionali.

Rispetto a Di Maio, che usa come sempre la doppia morale, c’è ormai poco da commentare. Alfano indagato doveva dimettersi in 5 minuti. Salvini indagato no, ufficialmente perché non viola il codice etico del M5s. Ed è un dettaglio che nel tempo quel regolamento sia stato scritto, riscritto e annacquato a proprio comodo.

Ma allora chi ha vinto con la Diciotti? Non Salvini, che alla fine i migranti ha dovuto farli sbarcare, che sulla sua pelle ha visto a cosa serve il braccio di ferro con l’Europa: a nulla. Non l’UE, che a dirla tutta ha sì dato una lezione al leghista, ma neanche stavolta ha battuto un colpo. Non Di Maio, delle cui minacce in Europa hanno sorriso, come si sorride di un giovane che vorrebbe ma non può, che dice ma non sa. Non la maggioranza tutta, che alla fine è stata salvata dalla Chiesa italiana, quella che tante volte è finita nel mirino dei suoi sostenitori. Perché quante volte abbiamo letto frasi del tipo: “Se li prenda il Vaticano i migranti, se ci tiene tanto all’accoglienza”. Se li è presi, alla fine. Così come se li è presi l’Albania. E non per chissà quale motivo, soltanto per debito di riconoscenza, perché non ha dimenticato quando l’Italia ha aiutato la sua gente. L’accoglienza del passato ha salvato Salvini. Ecco, tutto torna. Con i migranti della Diciotti al sicuro ha vinto l’Italia. Non questa.

Papa Francesco sui migranti è “avanti”

papa francesco

 

C’è una bella differenza tra l’essere di sinistra ed esercitare buon senso. In questa differenza sta Papa Francesco. Un uomo speciale che non può essere etichettato. Sarà per questo che gli attacchi di chi lo accusa di essere un pericoloso rivoluzionario, un riformista da arginare per il bene della Chiesa e del mondo, non lo hanno ancora fatto desistere.

Il Papa c’è, per fortuna.

Così nei giorni in cui la retorica aggressiva di Salvini dilaga, nell’epoca in cui l’accoglienza dei migranti sembra dover per forza precludere il benessere degli italiani, il Santo Padre riporta ragione e buon senso. Lo fa ricordando a tutti che quelli sui barconi non sono numeri ma “persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni“.

Ma se questo Papa fa politica – come qualcuno dice – allora la fa con senno, con richieste giuste. Come quando invoca “la responsabilità della gestione globale e condivisa della migrazione internazionale“. Parole chiave: globale e condivisa.

O come quando rimarca la necessità di “passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che con la sua esperienza di vita e i suoi valori può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società“.

Dice la verità. Apre la mente.

All’Europa manca un politico come Bergoglio.

Le 21:37 di tredici anni fa…

 

Era il 2 aprile di 13 anni fa. Avevo la metà degli anni che ho adesso. E non avevo mai visto morire un Papa. Neanche pensavo fosse possibile. Per me il Papa era quello lì. Era Papa Woytjla.

Ricordo una lunga puntata di Porta a Porta, una veglia di migliaia di persone sotto piazza San Pietro. La speranza che quel nonno acquisito non morisse, che se qualcuno poteva fare un miracolo era per forza di cose proprio lui.

Ricordo un coro, quasi da stadio: “Gio-van-ni Pao-lo! Gio-van-ni Pao-lo!“. Li chiamavano i Papa-boys. E a 13 anni mi sentivo uno di loro. Guardavano verso l’alto, in direzione delle finestre illuminate delle sue stanze. C’era il convincimento che finché fossero rimaste accese, così la speranza sarebbe rimasta viva.

Poi dissero in tv che il Papa stava morendo, che era consapevole di tornare alla “casa del Padre“, che per questo era rimasto nel suo letto in Vaticano. A resistere, mentre tutto il corpo si arrendeva, soltanto il suo cuore da sportivo.

Ricordo Bruno Vespa e il suo annuncio su Rai Uno:”Il Papa è morto“.

Svelarono, qualche ora dopo, che il Papa aveva sentito i cori della Piazza, e a stento aveva detto:”Vi ho cercato, adesso voi siete venuti da me e per questo vi ringrazio“.

Era il 2 aprile di 13 anni fa. Le 21:37. Il tempo si è fermato.

Ratzinger, così se ne va un Papa

Non ha mai amato il troppo baccano. E in silenzio ha deciso di andarsene, a poco a poco. Joseph Ratzinger è l’uomo che si è dimesso da Papa, non da uomo di fede. Per questo descrive “quest’ultimo pezzo di strada” come un “pellegrinaggio verso Casa“, sicuro com’è che la fine dei suoi giorni in Terra è vicina, ma solo quella, appunto.

Indirizza al Corriere della Sera poche righe. La firma in calce è minuscola. Scrive ormai poco l’uomo che fu Benedetto XVI: non riesce, e di questo soffre. Ha dovuto arrendersi, non senza un’ombra di fastidio, al tempo che passa. Ha rinunciato ad elaborare quelle riflessioni di teologia che per anni hanno illuminato il sentiero della Chiesa. Non ne ha più la forza. Lo ha ammesso con il candore tipico della veste papale, sottolineando il “lento scemare delle forze fisiche“. Una conferma delle motivazioni che l’11 febbraio 2013 lo portarono a sconvolgere il mondo, affermando di essere pervenuto “alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino“.

Era l’addio al Pontificato, l’uscita di scena silenziosa di un uomo che fino a quel momento aveva pagato – agli occhi della folla – l’essere venuto dopo Giovanni Paolo II. Non è stato un Papa social, Benedetto. Non aveva il carisma di Wojtyla, e neanche la simpatia spontanea di Bergoglio. Ma è stato un Pontefice coraggioso. Ad Auschwitz, il luogo della vergogna nazista, questo Papa tedesco ha scelto di recarsi chiedendo:”Dov’era Dio? Perché ha taciuto?“, prima di invocare il perdono.

Così, con coraggio e dignità, in silenzio e compostezza, si accinge a compiere ques’ultimo tratto di strada. Non è mai stato un debole, Joseph Ratzinger. Così se ne va un Papa.

Erdogan e Bergoglio: il Sultano e il Santo Padre

Il Sultano non si inchina. Neanche dinanzi al Santo Padre. E perché mai dovrebbe, Erdogan? Ai suoi piedi ha milioni di turchi, che in lui vedono una sorta di semi-Dio. Per questo non si impressiona, davanti al vicario di Cristo. Papa Francesco è un capo di Stato come tanti, peraltro scomodo. Niente di più.

Quando si incontrano, in Vaticano, nessuno dei due sorride. Sanno che la loro è una partita a scacchi, non si amano, non sono lì per questo. La stretta di mano del Sultano è salda, lo sguardo glaciale, fisso sull’interlocutore. Poche parole in un inglese stentato: per capirsi hanno bisogno dell’interprete.

Non ha voglia di perdersi in formalità Erdogan: dinanzi ai fotografi, prima di una chiacchierata della durata di 50 minuti, siede al tavolo papale senza attendere che prima lo faccia Francesco. Poi per un attimo lo fissa in pieno volto, il Papa non ricambia.

Le porte si chiudono: i due iniziano a parlare in modo franco, da pari a pari. Hanno tanto da dirsi, condividono poco. Ad esempio la posizione sulla Palestina, dopo l’accelerazione improvvisa di Trump su Gerusalemme capitale d’Israele. Ma di certo non sono d’accordo sulla svolta autoritaria intrapresa dalla Turchia. Mentre il Papa parla col Sultano, fuori Piazza San Pietro decine di manifestanti – molti dei quali curdi – si ritrovano per protestare. Vogliono che i diritti civili vengano rispettati. Non accettano che Erdogan il dittatore venga accolto con onori da statista.

Da quando è sopravvissuto al colpo di Stato del luglio 2016, Erdogan vede nemici ovunque. Fa arrestare giornalisti, docenti, professionisti che crede vicini a Fatullah Gulen, l’imam auto-esiliato negli Usa, che il Sultano crede essere la mente del golpe. Nei suoi piani c’è la reintroduzione della pena di morte, con buona pace dell’Europa. Quella stessa Europa che non può permettersi di irritarlo troppo.  Erdogan tiene in Turchia più di due milioni di profughi provenienti dalla Siria. Se apre i cancelli sono guai, per tutti.

Prima dei saluti, Papa Francesco e il Sultano si scambiano i regali di rito. Ed è qui che il Pontefice piazza la sua stoccata. Al leader turco dona un medaglione, sopra vi è raffigurato “l’angelo della pace che strangola il demone della guerra“. Il riferimento, neanche troppo velato, è all’operazione Ramoscello d’Ulivo, l’offensiva militare portata dal governo di Ankara contro le milizie curdo-siriane Ypg ad Afrin, nel distretto della Siria nordoccidentale. Erdogan fa la guerra, il Papa tesse la tela della pace. Non possono proprio andare d’accordo.

Quando arriva il momento di congedarsi, Papa Francesco cede il passo alla consorte del presidente turco. Lei, imbarazzata, fa un paio di passi, poi si allinea agli altri due: non pare abituata a queste gentilezze.

Erdogan e Bergoglio: ora il sorriso è più disteso, ma non per questo caldo. Il Sultano porta la mano sul petto e lì la batte per due volte. Il saluto è quello arabo, fatto di un tocco sulle labbra, sulla fronte e di un lieve inchino. Significa: “Ti offro il mio cuore, la mia anima e la mia testa“.

Ma il turco e l’argentino in comune non hanno né cuore, né anima, né cervello. “Pregate per me“, chiede Francesco. “Anche noi aspettiamo una preghiera da Lei“, risponde Erdogan. Sono sovrani, imperatori, intermediari tra il popolo e il loro Dio. Sono il Sultano e il Santo Padre: nessun inchino, nessun baciamano.