Zanardi contro il destino

“Lo porterei su Marte per dire agli alieni cos’è un uomo”, ha detto di lui Roberto Vecchioni. Ma sbaglierebbe, così facendo li trarrebbe in inganno: perché Alex Zanardi è di certo una delle nostre migliori versioni. Saperlo in un letto d’ospedale, di nuovo, a lottare tra la vita e la morte c’ha sconvolto tutti: dal tifoso alla casalinga, dall’appassionato al telespettatore distratto. Il motivo è semplice: ad ognuno crediamo tocchi in una vita una certa dose di fortuna e di sfortuna. E’ proprio quando la misura eccede, in un senso o nell’altro, che la nostra attenzione si fa meraviglia o dolore.

Ecco, la straordinarietà di Zanardi sta nella capacità di ribaltare l’ineluttabilità del destino, di ignorarlo, di sfidarlo, di volgerlo a proprio vantaggio. Privato delle gambe, ha riempito la sua vita di amore ed esempio per gli altri. Mai domo, ha rifiutato l’etichetta di disgraziato, piuttosto si è trasformato nell’incarnazione vivente di ottimismo e speranza, è diventato l’emblema di grinta e coraggio.

Sarà per questo che credere che alla fine possa uscire perdente dalla terapia intensiva di Siena ci risulta oggi impossibile. Sarà perché ci abituati al lieto fine, sarà perché lo riteniamo un guerriero invincibile, quanto di più simile ad un eroe dei fumetti.

Oppure sarà che noi il destino lo temiamo sul serio. E solo Zanardi, col suo sorriso, può ricordarci che si può essere più forti di tutto, anche di quello.