“Anche stavolta la s’è scampata bella”

Silvio Berlusconi lascia il San Raffaele.

Guarito. Dimesso, ma non nello spirito. Quello è sì vistosamente sfinito, ma più che altro commosso, dalla prova che non esita a definire la “più pericolosa” della sua vita. Eppure Berlusconi è sempre Berlusconi. Lo sarà fino alla fine, fino all’ultimo respiro. Così ci tiene a chiarire che il virus che a detta del suo medico avrebbe finito per ucciderlo se solo lo avesse infettato qualche mese fa, lo stesso che ne ha messo a durissima prova la fibra è – parola del professor Clementi – quello con “la carica virale più alta tra le decine di migliaia conservate al San Raffaele”.

Sottolinea poi che “quando me lo hanno comunicato era già nella fase di recupero”. Forse per dire che questa notizia non ha avuto il tempo di abbatterlo moralmente. Più probabilmente per rimarcare la velocità di recupero dell’uomo dalle mille vite. Eppure non c’è nei suoi occhi uno sguardo arrogante, piuttosto la consapevolezza di aver superato indenne una curva insidiosa dell’esistenza, la gioia con cui si guarda alle cose dopo aver temuto di poterle perdere.

Berlusconi sta lì, in piedi, sotto il sole di settembre. Alle spalle i medici del San Raffaelle, in primis Zangrillo, che ha dimostrato ancora una volta di essere un grande medico, che fosse per lui risparmierebbe al paziente anche quel punto stampa davanti ai giornalisti. Ma è l’ultimo compromesso prima di veder montare in auto Berlusconi. Dritti verso Arcore, la casa sognata in questi giorni di reclusione, perché nessuna suite d’ospedale può sostituire il profumo, le sensazioni, di un posto del cuore.

C’è spazio soltanto per un sorriso, un ghigno da opporre al destino, prima di dire con accento lombardo: “Anche stavolta la s’è scampata bella”. Auguri, Silvio.

Così Berlusconi sta sconfiggendo il coronavirus

Se non avesse fatto della lotta al comunismo il leitmotiv della sua esperienza politica, qualcuno avrebbe potuto osservare che nell’ultimo bollettino medico diramato dall’ospedale San Raffaele sulle condizioni di Silvio Berlusconi vi sono toni ed espressioni da fare invidia alla Pravda, organo di stampa ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Eppure chi può sentirsi onestamente nelle condizioni di negare che il Cavaliere abbia opposto al coronavirus una “robusta risposta immunitaria”? Chi può azzardare che si tratti di un’esagerazione, di un’immotivata esaltazione della reazione dell’uomo di Arcore dinanzi all’ultimo nemico che attenta alla sua vita?

Quando nel 2001 Berlusconi bersagliò le cassette delle lettere di milioni di connazionali inviando – anche quando espressamente non richiesto – la sua biografia “Una storia italiana”, non avrebbe mai potuto immaginare che un eventuale aggiornamento di quelle 125 pagine di sfide e trionfi avrebbe dovuto giocoforza comprendere il capitolo dedicato ad un virus che ha colpito l’Italia e il suo corpo. Ma guardando alla pandemia col senno di poi, se c’avessero chiesto di indicare un personaggio che di certo avrebbe dovuto fare i conti col Covid, questi non sarebbe potuto essere che Berlusconi.

Incubatore di vizi e virtù dello Stivale, lunatico come solo i più sensibili sanno essere, Berlusconi viene in queste ore descritto di un umore dalle diverse gradazioni di nero. Talmente depresso, nelle prime ore del ricovero, dall’aver rinunciato alla visione in stanza della partita del suo cuore: quel Milan-Monza cui avrebbe dovuto assistere in presenza, se solo il virus non avesse deciso che è forse ancora troppo presto per guardare negli occhi la sua storia rossonera da avversario.

Ora che il tempo sembra volgere al bello, che altre 48/72 ore circa – dicono gli esperti – separano il Cavaliere dal considerarsi se non guarito almeno fuori pericolo, non è retorica celebrare l’insaziabile voglia di vivere di Silvio come principale alleata nella terapia anti-Covid, forse ben più del Remdesivir.

Astenendosi dal chiamare in causa la letteratura sul “corpo del capo”, il tocco magico che tutti gli “aficionados” attribuiscono al “Presidente”, ma senza per questo scaricare tutto il peso dell’impresa sulle spalle della variabile Fortuna, chi cercasse nella stanza del San Raffaele le ragioni e il senso di questa ennesima battaglia le troverebbe nella fibra vigorosa di un uomo dalle mille vite, nella fede incrollabile che “chi crede vince”, nell’ostinata volontà di uscire di scena in ogni contesto alla propria maniera: “Solo quando avrò vinto un’altra volta”.


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In difesa di Alberto Zangrillo

Chissà quanto dev’essere costato umanamente ad Alberto Zangrillo ammettere che “il 31 maggio, quando in tv sollecitato provocatoriamente dissi che ‘il virus è clinicamente morto’ ho usato un tono forte e probabilmente stonato“.

D’altronde chi avesse mai potuto sospettare che nel professore spiccasse l’attitudine da divulgatore sulle capacità da medico ha colpevolmente ignorato che non si diventa primario di Anestesia e Rianimazione Generale e Cardio-Toraco-Vascolare di un’eccellenza sanitaria come il San Raffaele di Milano per caso.

Alberto Zangrillo è uno tra i primi dieci medici al mondo – negli ultimi due anni – per numero di pubblicazioni in ambito “anesthesia” e “intensive care” (fonte: Scopus); nonché autore di oltre 800 pubblicazioni, di cui oltre 380 su riviste internazionali indicizzate (citate più di 9000 volte, Hindex 49) fra cui studi randomizzati su The New England Journal of Medicine, JAMA, Circulation e British Medical Journal.

Questo recita il curriculum di Alberto Zangrillo. Non è scritto da nessuna parte che debba saper veicolare un messaggio alla popolazione che guarda i talk show. Né tanto meno che la sua (innegabile) capacità oratoria sia garanzia di chiarezza per tutta la platea, compresa quella che non mastica gergo medico ogni giorno.

D’altronde nessuno può affermare – senza incorrere in una qualche querela per diffamazione – che Alberto Zangrillo sia mai andato in televisione a dire che “il virus non esiste” o che “la mascherina è inutile“. Non lo ha detto perché Zangrillo è un bravo medico. Un bravo medico che ha curato migliaia di pazienti nel pieno del picco epidemico e che ha osservato, ma soprattutto trattato, e spesso salvato, diversi malati di Covid-19.

Ci si può domandare a questo punto se sia giusto invitare in tv Alberto Zangrillo, se la sua padronanza del mestiere non corra il rischio di sfociare in un messaggio ambiguo, difficilmente interpretabile dalle masse, se la sua competenza di nicchia non sia potenzialmente controproducente in un momento in cui la prudenza non è mai troppa e andare per il sottile non è consigliato. Di questo discutano gli autori tv. Su questo rifletta Zangrillo stesso.

Ma le ironie di chi oggi lo accusa sui social, gli attacchi dell’utente tuttologo che prende di mira le sue affermazioni, non scalfiscono di un millimetro la competenza di un professionista unanimemente stimato nella comunità scientifica, né la qualità di un medico che ancora una volta, indossato il camice, tenterà di fare ciò per cui ha studiato e in cui eccelle: curare il malato, in questo caso Silvio Berlusconi. E questo dovrebbe bastare.

Berlusconi ricoverato: l’ora della grande paura

Sotto la coltre di febbrili rassicurazioni che deputati e senatori di Forza Italia si scambiano in chat, c’è la grande paura di queste ore.

Del resto bastava osservare gli sguardi degli esponenti forzisti presenti ieri all’iniziativa sulla disabilità in Liguria, al di sopra delle mascherine di circostanza, per percepire tutta la preoccupazione del momento. Non aiutava di certo la voce nasale del “Presidente” al telefono, che pure si adoperava per rassicurare tutti sul fatto che “sto abbastanza bene, non ho più febbre, non ho più dolori“. Lo smarrimento e l’allarme si erano già diffusi a macchia d’olio, come in uno dei tanti momenti passati in cui Berlusconi lamentava di essere stanco della politica. E intorno a lui i presenti si guardavano l’un l’altro, chiedendosi nel caso chi avrebbe garantito per il loro futuro in Parlamento o altrove.

Questa volta la preoccupazione è di altra natura: non c’è un Cavaliere che tentenna per disgusto nei confronti di un Paese che non lo comprende, dei giudici “rossi” che gli fanno la guerra o dei giornali che lo dipingono per ciò che non crede di essere. C’è semmai l’apprensione naturale nel sapere che un uomo di 84 anni è chiamato ad affrontare una sfida che ha già spezzato molti altri prima di lui.

Dopo l’ottimismo del pomeriggio, qualcosa in serata ad Arcore è cambiato. In peggio. Lo staff del Cavaliere ha organizzato con rapidità la misura che fin dalla notizia della positività era stata messa in conto come possibile opzione, possibilmente da scongiurare: quella del ricovero al San Raffaele. Sembra siano insorte alcune difficoltà respiratorie: prudenza ha voluto che fosse così allestito il trasferimento in ospedale, in modo da consentire un più attento monitoraggio dei sintomi (presenti).

Decisiva l’insistenza di Zangrillo, il medico finito nel mirino dei social per aver definito in queste settimane il virus “clinicamente morto”. Eppure quando dalla Tac è emerso l’indizio di una polmonite bilaterale allo stadio precoce è stato proprio il medico personale di Berlusconi ad insistere perché il paziente restasse in reparto, senza rincasare come invece era certo sarebbe accaduto.

D’altronde la pur non ampissima letteratura clinica sulla malattia chiarisce che uno dei tanti aspetti che rendono il Covid-19 particolarmente subdolo è la velocità con cui può aggravarsi il quadro clinico. Un po’ come ha sperimentato sulla propria pelle il premier britannico Boris Johnson: come Berlusconi deciso a continuare a lavorare nonostante il contagio, poi costretto al ricovero e infine intubato in terapia intensiva e informato dagli stessi medici del fatto che a rischio fosse la sua stessa vita.

Meglio dunque non rischiare: lo suggeriscono età e storia clinica del paziente. Quest’ultimo fino a ieri deciso a tenere alto il morale della famiglia e del suo team, arrivando a scherzare con Massimo Giannini de La Stampa sul fatto che “non vi libererete di me neanche questa volta”. E’ questa la speranza comune, condivisa dalla maggioranza schiacciante del Paese. Per l’uomo che della capacità di intuire il “sentiment” popolare ha fatto una ragione di vita, non deludere le aspettative non è mai stato così importante.