Di Maio non poteva non sapere

di maio manina

 

Brandiva il testo del decreto fiscale, agitava lo spettro di una denuncia da presentare il giorno dopo alla Procura della Repubblica, chiamando in causa la solita “manina” (“Non so se tecnica o politica”), colpevole a suo dire di aver modificato alcune parti della “pace” diventata “condono” fiscale. Quella di Luigi Di Maio, però, resterà con ogni probabilità una sceneggiata di cui avremmo fatto volentieri a meno. Nessuna traccia della denuncia, nessun decreto arrivato al Quirinale, il solito polverone per niente. Con la novità rappresentata dal fatto che a ben vedere, per una volta, ci sono le condizioni per dare ragione a Salvini.

Perché al di là delle dichiarazioni di facciata del MoVimento 5 Stelle, che almeno a parole ha sempre giurato guerra aperta agli evasori; al di là del fatto che qualche volpe leghista possa realmente aver inserito le parti incriminate nel decreto, resta la ricostruzione del Consiglio dei ministri: e il torto è dalla parte dei pentastellati. Il premier Conte dettava gli articoli del decreto, uno per uno, e Luigi Di Maio – in assenza del sottosegretario Giorgetti – in qualità di ministro più giovane verbalizzava. Quindi le alternative sono al massimo tre: o Di Maio scriveva distrattamente, senza curarsi del contenuto di ciò veniva deciso in Cdm (grave); o era attento ma non capiva il contenuto del decreto (gravissimo); oppure si è reso conto che ciò che aveva valutato politicamente accettabile evidentemente non lo era per la base del MoVimento. Da qui la decisione di far scoppiare il caso, di evocare l’ennesimo complotto di questi primi 4 mesi di legislatura. Con la differenza che stavolta Salvini gli ha tolto la terra da sotto i piedi, mettendo a nudo o la sua incompetenza o le sue menzogne.  Perché una cosa è certa: per com’è andata Di Maio non poteva non sapere.

C’è posta per noi

conte bruxelles

 

Avvertiti da molto, messi in guardia a più riprese, hanno scientemente sfidato la logica e il buon senso, isolato l’Italia. Perché mai come oggi il nostro Paese si è ritrovato senza appoggi in Europa, e giustamente, viene purtroppo da aggiungere. Le ragioni stanno tutte nella lettera firmata Dombrovskis e Moscovici: il bilancio italiano mostra una deviazione “senza precedenti nella storia del Patto di stabilità”. E non si tratta di simpatie o antipatie, di partiti tradizionali che vogliono mettersi di traverso rispetto ai populisti italiani. Sono freddi numeri a tracciare la differenza tra gli impegni presi e le promesse non mantenute.

Così schizza lo spread, mai così alto da 5 anni a questa parte. Il tutto mentre il governo è impegnato in un balletto tragicomico su “manine” che “manipolano” i decreti. Ma il fatto che sia il debole Conte a cercare di dirimere la questione tra un Di Maio ossessionato dal complotto e un Salvini troppo furbo per non lasciar cadere nel ridicolo il suo partner di governo e rivale politico, la dice lunga sulla delicatezza di una questione che per l’Italia rischia di tramutarsi in poche settimane in uno dei momenti più complicati della storia repubblicana.

Entro lunedì il governo dovrà dare una risposta. Se Salvini e Di Maio non daranno segnali di risveglio (al momento insperati), già martedì potrebbe arrivare la bocciatura dell’Europa. Anche prima del giudizio delle agenzie di rating. Che per noi potrebbe avere il senso di quello universale. C’è posta per noi. E sono parole amare.

Una Manovra da psichia-Tria

tria economia

 

C’è una figura per cui tutti dovremmo provare un briciolo di sana compassione. Quanto meno empatia, che fa rima con Tria. Il ministro, guarda un po’, dell’Economia. Stretto tra due fuochi, tra un Di Maio ossessionato da “manine” malefiche e un Salvini che fa il bello – ma soprattutto il cattivo – tempo questo stimato professore si è trovato da solo in mezzo alla burrasca.

Ha ceduto sul deficit al 2,4%, è vero. E non avrebbe dovuto. Come l’alunno impreparato all’interrogazione, adesso, proverà a spiegare ai professori europei che qualcosa della lezione la ricorda, che dopotutto qualcosa si può ancora salvare. Tenterà di girare intorno all’argomento, proverà a comprare tempo, a giustificare il perché di una Manovra scritta coi piedi, il per come di un’occasione persa, perché una volta scelto di fare deficit e di passare per quelli che non rispettano la parola data, tanto valeva investire sulla crescita piuttosto che sull’assistenzialismo, molto meglio creare le condizioni per il lavoro, piuttosto che premiare chi riscalda il divano.

Ora sembra gli vogliano togliere il capo di gabinetto di via XX Settembre, Garofoli. E in un sussulto d’orgoglio Tria ha diramato una nota stizzita, piccata, paventando anche l’ipotesi delle dimissioni: mossa che esporrebbe l’Italia sui mercati facendo schizzare lo spread a quota 400 nel giro di un amen. Perciò non sorprendiamoci più di tanto se Tria, che questa Manovra l’ha subita, farà di tutto per difenderla, se ancora per qualche mese non deciderà di salutare i suoi attuali aguzzini politici. Il suo è spirito di servizio, non verso il governo, ma nei confronti della Repubblica e degli italiani. Del resto provateci voi a difendere una Manovra da psichia-Tria.

Altro che pace, è guerra fiscale

consiglio dei ministri

 

L’incoerenza di un governo messo insieme alla buona per occupare i “palazzi” del potere viene a galla sul tema della pace fiscale. Perché l’essenza di un esecutivo ribattezzato da qualcuno – e a ragione – come un “ircocervo”,  cioè una figura in cui convivono caratteri opposti e inconciliabili, emerge com’è chiaro sui temi che definiscono l’essenza di un governo.

E allora che animale politico è mai questo? Quello che chiama pace fiscale un condono? O quello che dà seguito alle urla della piazza al ritmo di “onestà, onestà”? Chi vince col Salvimaio al potere? I furbetti che non hanno mai pagato le tasse o gli artigiani e i commercianti onesti che nonostante i sacrifici non sono riusciti a far quadrare i conti? Questione di asticelle da fissare, soglie che rendono un provvedimento di “destra” o di “sinistra”, se queste categorie ancora qualcosa valgono.

Ma il dettaglio non è marginale, soprattutto per come la partita politica è stata impostata e gestita da Salvini e Di Maio, forse per la prima volta dall’inizio della legislatura protagonisti di un braccio di ferro che li vede a spingere in senso opposto l’uno rispetto all’altro. Perché chiunque deciderà di arretrare su questo tema darà di fatto l’impressione di essere succube, alternativo al proprio partner di governo. Soprattutto perché quando si parla di economia, quando si toccano le tasche degli italiani, arrivare ad un pareggio è più difficile rispetto a quel che accade sugli altri temi “etici”, che pure dividono due formazioni unite soltanto da una pericolosa vena populista.

Così sulla pace fiscale scoppia la guerra. È l’ennesimo paradosso di un governo paradossale per natura.

Ubriachi di potere: e taccia chi dissente

di maio e salvini

 

Se anche un arbitro che ama usare poco il fischietto come Sergio Mattarella si sente in dovere di mettere in guardia dal “potere che inebria”, allora è evidente che il gioco si è fatto più rude del previsto. Certo, il capo dello Stato chiarisce che l’istituzione che presiede ha vissuto tempi più tumultuosi, e per fare un esempio cita gli anni Settanta, quelli del terrorismo e delle bombe.

Ma gli ultimi sviluppi, come in un diario che ogni giorno aggiunge una pagina horror, confermano una volta di più l’importanza di quei “pesi e contrappesi” previsti dalla Costituzione che lo stesso Mattarella non perde occasione per ricordare.

Perché lascia sconcertati, perplessi – ma non sorpresi – il fatto che il vicepremier Salvini risponda agli appunti del presidente INPS, Tito Boeri, su quota 100, chiedendone le dimissioni. Peggio: lo invita a candidarsi, a cimentarsi nell’agone politico e a proporre agli italiani quelle idee, ignorando volutamente che la relazione tecnica in cui Boeri prefigura un aumento del debito da 100 miliardi nel caso passasse “Quota 100” non è la proposta di un rivale politico da screditare bensì il frutto di uno studio approfondito sui numeri.

E’ una tentazione alla quale Salvini non riesce a rinunciare. Come quando un mese fa, raggiunto dall’avviso di garanzia per il caso Diciotti, disse che lui era stato eletto, i giudici che indagavano sul suo operato no. Ancora una volta il richiamo al consenso popolare, quello sì effimero, come lo stesso Salvini prima o poi apprenderà sulla sua pelle. Quasi fosse necessario essere legittimati dal popolo – o meglio, dalla maggioranza – per esprimere un parere, quanto più se in dissenso con chi governa.

E su questo versante Di Maio non è da meno. Lo dimostra la reazione scomposta nei confronti di Bankitalia, rea di aver sollevato perplessità sulla riforma che dovrà sostituire la Fornero, e invitata a sua volta a candidarsi alle elezioni. Così come prefigurano aspirazioni da democratura i ventilati tagli all’editoria, gli attacchi alla stampa e alla sua autonomia.

Per questo ancora una volta Mattarella ha fatto centro: “La storia insegna che l’esercizio del potere può provocare il rischio di fare inebriare”. Se solo l’avessero letta, la storia…

Rischiamo la fine di Icaro

di maio icaro

 

La prima soglia psicologica è stata già sfondata: spread sopra 300. Adesso resta da capire cosa succederà da lunedì prossimo, quando l’Europa avrà due possibilità leggendo la Manovra inviata dal governo. O bocciarla immediatamente o rispedirla al mittente, inserendo una serie di osservazioni tali che si farebbe prima a riscriverla tutta dall’inizio.

E a quel punto la nuova asticella dello spread, oltre la quale c’è solo il dirupo, sarebbe fissata a quota 400 punti.  Con tutte le condizioni per far sì che si verifichi quella che gli economisti chiamano “tempesta perfetta”.

In questo senso le dichiarazioni di Salvini e Di Maio sono a dir poco lunari. Uno inizia ad aprire il paracadute, ipotizzando che in caso di crisi dovranno essere gli italiani a dare una mano al governo comprando il debito. L’altro continua imperterrito la sua battaglia personale contro “il sistema”, la cui unica funzione – a suo dire – sarebbe quella di voler sabotare il MoVimento 5 Stelle.

Ma manie di persecuzione a parte, è chiaro che non si sono messi tutti d’accordo. Se la Corte dei conti, dunque un organo dello Stato dichiaratamente super partes, lamenta “preoccupazione” rispetto a “l’indebolimento delle riforme che hanno contribuito alla maggiore sostenibilità del nostro sistema“, un motivo ci sarà. Se sempre la Corte dei Conti, dunque il soggetto chiamato a verificare che le casse della grande famiglia della Repubblica italiana siano in ordine, mette in guardia dall’attuare “trattamenti previdenziali e politiche di assistenza” che mettano “a rischio la sostenibilità finanziaria del sistema“, allora non sarebbe il caso di farsi due domande?

E se nello stesso giorno Bankitalia dichiara senza troppi fronzoli che “una minore valutazione dei titoli di Stato in portafoglio incide sui requisiti patrimoniali delle banche” e “oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all’economia“, c’è qualcuno in grado di capire a Palazzo Chigi e dintorni che non è più il caso di andare allo scontro con l’Europa ma di ammettere che è il caso di volare più basso?

A meno che non si voglia fare la fine di Icaro. Ma anche in questo caso una cosa è certa: chiudere gli occhi mentre ci si avvicina troppo al sole e gridare al complotto dei raggi cattivi che c’hanno bruciato le ali, non servirà ad evitare un rovinoso impatto.

Passeremo Le Pen dell’inferno

salvini le pen

 

Nel giorno in cui i mercati lanciano segnali allarmanti sulla situazione dei conti italiani, Di Maio e Salvini come sempre interpretano le rispettive parti: il poliziotto fesso e quello pazzo. Perché non ci sono i margini per trovare qualcosa di buono – e cattivo è dargli troppo filo – in un governo che dice di voler combattere il gioco d’azzardo ma alla fine proprio questo fa coi soldi degli italiani.

Uno, Di Maio, parla di complotto, vede spettri ovunque. L’altro, Salvini, evoca Soros e speculazioni anni Ottanta. Se non fosse che i margini per speculare li hanno creati proprio loro, se non altro che se l’Italia adesso è a rischio è proprio per l’instabilità che M5s e Lega hanno creato a colpi di deficit.

Ma che il lungo tunnel imboccato dal Paese sia solo all’inizio lo si capisce dal fatto che il leader del partito politico attribuito dei maggiori consensi, anche stavolta Salvini, si accompagni orgogliosamente con Marine Le Pen. Quella Marine Le Pen. Figlia di quel Jean-Marie Le Pen. Fieramente ma pericolosamente razzista e populista. Un biglietto da visita che l’Italia farebbe bene a strappare in tempo. A meno che non si decida, alla fine, di seguire nel baratro Salvini. E di passare con lui Le Pen dell’inferno.

Il reddito di cittadinanza è in prestito

reddito cittadinanza

 

Se il reddito di cittadinanza è la misura “bandiera” del MoVimento 5 Stelle, se ne è il “manifesto”, il risultato di anni di azione (anti)politica, allora sì che si può dire: l’enorme sogno collettivo è stato solo un grande bluff. Neanche 10 miliardi di euro – di cui gli italiani pagheranno a breve gli interessi – bastano a soddisfare le aspettative dei tanti che hanno visto in questo “aiuto” dallo Stato la strada maestra per la serenità economica.

La verità è che le coperture per realizzare una misura che in nessun modo stimolerà l’occupazione (semmai il contrario) sono talmente carenti da aver già costretto il governo a ridimensionare l’intera proposta. Il provvedimento che sta venendo fuori con non pochi affanni sarà rivolto innanzitutto a 5 milioni di italiani e non ai 6,5 inizialmente paventati, mentre si parla già di ridurre la durata del sussidio: dai 3 anni promessi a due, o addirittura ad un solo anno e mezzo. Ma quel che turba è la strutturazione stessa del “reddito”, che poi reddito non è.

In una delle sue ormai consuete “Dimaiate”, il vicepremier ha già fissato i paletti entro i quali il reddito di cittadinanza, erogato su un bancomat per essere tracciabile, potrà essere utilizzato. Di Maio dice che saranno vietate le “spese immorali” e ad esempio di queste cita i “gratta e vinci”. Va benissimo vietare il gioco d’azzardo, ma in generale chi decide sulla moralità di un bene? Siamo sicuri che gli italiani abbiano votato M5s per ricevere la differenza necessaria ad arrivare a 780 euro e per spenderla tutta al supermercato? E’ uno Stato così invadente quello che vogliamo?

La sottosegretaria grillina Laura Castelli ha detto testualmente:”Se compreranno da Unieuro manderemo la Finanza”. E quindi comprare una tv è giudicato immorale, specie per chi guarda le reti Mediaset. Uno smartphone? Anche quello è immorale: nelle famiglie – se ci pensate bene – non si parla più come una volta proprio per colpa dei cellulari! Per non parlare del microonde: quello inquina, e un buono Stato deve dare l’esempio. No, niente Unieuro.

Ma c’è di più. Come sempre, c’è di più. Se uno decide che a far la spesa coi suoi soldi si è sempre trovato bene, che quel contributo dallo Stato vuole utilizzarlo per togliersi uno sfizio dopo tanti anni, se vuol provare a mettere faticosamente da parte qualcosa, fare un regalo dopo chissà quanto alla propria moglie, allora no. Quelli dicono no: non solo è immorale, ma pure impossibile. Perché a fine mese quello che non hai speso al supermercato e in altri acquisti “etici” lo Stato se lo riprende, che non si butta un euro. Del resto c’è da capirli, cosa volete? Hanno già buttato 10 miliardi.

Io sono calabrese. E sto con Mimmo Lucano

mimmo lucano

 

Io sono calabrese. Io vivo in Calabria. E la premessa è d’obbligo per chiarire che qualcosa so di questa terra bella e maledetta. Conosco ad esempio l’arretratezza che ci circonda, così come l’orgoglio che proviamo (ingenui che siamo) ogni volta che in tv passa un servizio sul nostro mare o sulla nostra Sila.

Conosco un po’ di bene e un po’ di male. So cosa significa “pensare” di aprire un negozio, un’attività, un qualsiasi locale in Calabria. Vuol dire fare i conti, ad esempio, non soltanto coi normali rischi d’impresa, ma pure con le tasse “extra” da pagare al “secondo Stato”. Perché se non versi il tuo, a fine mese, al primo o al secondo avvertimento, ti bruciano tutto. E tanti saluti ai sogni di spiccare il volo.

Conosco il cuore della mia gente. Di chi ti accoglie in casa propria come fossi il re del mondo. Sono stato in paesi di poche anime, ho ricevuto grandi onori (immeritati) e ho capito che siamo un popolo generoso. Lo ammetto: siamo permalosi, pure un poco presuntuosi, ma sulla generosità è difficile che qualcuno ci superi.

Per questi motivi, senza conoscere personalmente il sindaco di Riace, dico chiaramente che io sto con Mimmo Lucano. Anzi: con quello che Mimmo Lucano rappresenta.

In Calabria, se vuoi fare qualcosa per far avanzare la tua gente, devi avere il coraggio di sfidare tanti poteri: la burocrazia, le resistenze degli apparati, il sistema che osteggia il cambiamento per non esserne divorato, le più diverse caste, le famiglie influenti, i politici, i “potenti”, la ‘ndrangheta.

E allora, che in un contesto simile, un sindaco che ha creato un modello di accoglienza sostenibile facendo il bene innanzitutto del suo Comune, un primo cittadino che non ha intascato un euro ma che da calabrese spregiudicato e fantasioso ha aggirato un po’ di leggi per aiutare delle persone in difficoltà, un bravo sindaco, insomma, venga arrestato…Beh, è una barzelletta. Una barzelletta che non fa ridere.

Io sono calabrese, io vivo in Calabria. Io sto con Mimmo Lucano.

Un deficit da deficienti

di maio balcone palazzo chigi

 

Sia chiaro, una volta per sempre: non è in discussione la sovranità di un Paese, non è assecondare Bruxelles l’obiettivo primario di chi critica la decisione del governo di fare deficit al 2,4% per i prossimi tre anni. Si può scegliere ad esempio di programmare un piano pluriennale con un deficit anche più alto, sforando persino il famoso 3%, a patto che le politiche finanziate facendo debito siano talmente convincenti da far dire all’Europa e ai mercati: “Sapete che c’è? Questi soldi stavolta li prestiamo volentieri, sono ben spesi”.

E questo è il punto dirimente di una questione che dovrebbe stare a cuore agli italiani tutti, anche a quelli che hanno votato Lega e M5s. Fare deficit per finanziare misure fini a se stesse avrà il solo risultato di indebitare di più il Paese. A cosa serve dare 780 euro al mese per 3 anni ad un disoccupato? Alla fine quei soldi termineranno. E allora invece di buttare 10 miliardi di euro nell’immondizia per pagare il reddito di cittadinanza non sarebbe stato meglio fare in modo che quello stesso disoccupato trovasse un lavoro stabile anche per gli anni a venire?

Ma ad essere sbagliati non sono soltanto i modi (la scelta unilaterale del governo, non concordata con l’Europa) e la sostanza (si decide di fare debito non per la crescita ma per finanziare spesa corrente e misure assistenzialiste) bensì anche i tempi. Tra pochi mesi non avremo più Mario Draghi in Europa a coprirci le spalle. Di più: la Bce ha da tempo annunciato che nel 2019 terminerà il famoso QE, il quantitative easing, ovvero il massiccio programma di acquisto di debito sul mercato secondario da parte della Bce. Significa che sarà più difficile, per l’Italia, trovare acquirenti decisi a concederci soldi in prestito. E che una volta trovati dovremo pagarli di più: soprattutto se le agenzie di rating – visto che abbiamo fatto tutto di testa nostra e in maniera sbagliata – ci declasseranno fino alla qualifica di “junk bond”, titoli di stato spazzatura, nel senso che difficilmente restituiamo le somme prestate. E con molta sincerità: chi presta soldi ad un cattivo pagatore se non con un tasso d’interesse più alto?

A questo c’è poi da aggiungere il problema dello spread, che sembra un concetto distante, una parolina antipatica e basta, ma si ripercuote sulla nostra vita quotidiana. Spiegato facile: un maggiore costo di rifinanziamento dei debiti dello Stato si ripercuote su tutte le banche e di conseguenza anche su chi dalle banche si reca per acquistare servizi, come prestiti e mutui. Insomma: anche in questo caso pagheremo tutti di più.

Il tutto senza considerare le conseguenze delle scelte che potrebbero derivare da una guerra politica con l’Europa. Il rischio concreto è che la Manovra così pensata possa essere bocciata. A Bruxelles potrebbero infatti suggerirci una manovra correttiva. E a quel punto il governo potrà decidere di adeguarsi (difficile, conoscendo i soggetti) oppure di cavalcare lo scontro in vista delle Europee, incorrendo perfino in una procedura di infrazione che, secondo le regole che anche l’Italia ha accettato, prevede un deposito dello 0,2% del Pil e l’obbligo di ridurre il debito di un ventesimo all’anno.

Ecco perché siamo tutti preoccupati. Ma soprattutto, ecco perché è un deficit da deficienti.