In risposta alle ultime 8 baggianate di Alessandro Di Battista

Alessandro Di Battista

Contraddire Alessandro Di Battista non è uno sport entusiasmante. E’ più o meno come giocare a tennis contro il muro: non c’è gusto, fa tutto lui. Quando però un post su Facebook del nostro “analista politico-reporter-scrittore-ex deputato-attivista extraparlamentare-so tutto io altro che voi” ottiene un’eco così importante sulle pagine dei giornali è bene fare un piccolo sforzo di verità. O di onestà, termine caro (a parole) alla “casta” grillina.

Nel motivare la sua diffidenza nei confronti del Pd – un sentimento legittimo che appartiene anche a chi vi scrive – Di Battista compie molteplici autogol che è corretto registrare.

Punto 1: “NON VI FIDATE! Non vi fidate del PD derenzizzato, ripeto, Renzi ci ha lasciato dentro decine di “pali”“. Ecco, lo stesso discorso potrebbero farlo nel Pd. E dire: “Ragazzi, non vi fidate: Di Maio ha fatto l’alleanza con noi, ma Conte non è imparziale come dicono“. Oppure: “Ragazzi, state accorti: il MoVimento ha due possibilità. Se tutto andrà bene si intesterà i meriti dell’attività di governo. Se le cose andranno male si giocherà la carta Di Battista“. Appunto.

Punto 2: “Non vi fidate dei giornali che per la prima volta vi apparecchiano interviste più morbide. Il loro obiettivo è la “normalizzazione” del Movimento (come se aver lottato contro questo sistema fosse anormale)“. In questa frase, tipicamente da Dibba, è racchiuso il tragico errore del Pd nel formare un governo coi 5 Stelle. Non sono cambiati: sono sempre quelli che definiscono “pennivendoli” i giornalisti che fanno il loro mestiere. Vedono complotti ovunque, diffondono fake news ad arte, conducono una caccia alle streghe ingiustificabile neanche sotto Halloween.

Punto 3: “Non vi fidate delle smielate parole di Franceschini. Franceschini vuole fare il Presidente della Repubblica e sta già in campagna elettorale parlamentare…“. Niente da dire: anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno.

Punto 4: “Non vi fidate delle false aperture del PD sulla revoca delle concessioni ai Benetton. Salvini non ha voluto togliergli le concessioni per codardia e pavidità, il PD cercherà di non farlo per contiguità“. Detto che secondo me le concessioni autostradali non saranno revocate, se Salvini è stato codardo e il Pd è contiguo, cosa vogliamo dire del MoVimento 5 Stelle, caro Dibba, che ha governato prima con l’uno e poi con l’altro? Non sarà che prima delle revoca delle concessioni, prima dell’Ilva, della Tap, della Tav, vengono – soprattutto per voi – le poltrone?

Punto 5: “Non vi fidate dell’Europa (e sia chiaro, io non sono affatto un anti-europeista), in cambio di un po’ di flessibilità in più chiederanno all’Italia le ultime chiavi di casa rimaste“. Urge informare Di Battista che l’Europa – entità nelle sue parole quasi astratta – ha al governo una presidente eletta con i voti del M5s: tale Ursula Von der Leyen. Rispetto alla richiesta di flessibilità e alla consegna delle ultime chiavi di casa rimaste riscontro poi un uso di retorica sovranista di chiaro stampo salviniano. Nostalgia? Malinconia? Tristezza?

Punto 6: “Non vi fidate della Lagarde, chiedete ai disgraziati greci e argentini ciò che ha fatto…“. Questa è la seconda volta del giorno in cui l’orologio segna l’ora giusta. Ma c’è da considerare un fatto che Di Battista non prende in esame: l’eredità di Mario Draghi è pesante, importante. Non potrà essere cancellata con un tratto di penna.

Punto 7: “Non vi fidate delle notizie che arrivano dal Medio Oriente, al contrario lavorate per la Pace. Ne va dell’interesse del popolo iraniano, saudita e yemenita e di quello di un mucchio di imprese italiane che hanno sempre lavorato bene con Teheran“. Evidentemente non bastava avere Luigi Di Maio alla Farnesina, ci tocca avere anche il ministro degli Esteri ombra. Il nostro Dibba, reduce dall’esperienza in Guatemala, vuole tornare ad incidere. Che volete? Lui è esperto. D’altronde solo pochi anni fa dipingeva il Venezuela di Maduro come un modello da seguire per l’Europa.

Punto 8: “Non vi fidate dei “nuovi ambientalisti”. Costoro sono i più sporchi, sono quelli che reputano il rispetto dell’ambiente solo uno spazio politico da occupare o che vorrebbero far pagare la lotta all’inquinamento ai poveracci e non a chi inquina davvero“. Populismo? No, è dargli troppo peso. Festival della banalità, retorica del complotto che ritorna. Dibba, ricordaci, e ricordati, con chi governi.

Il giusto addio di Matteo Renzi

renzi pd

Si discuterà in queste ore e in questi giorni della scelta di Matteo Renzi di lasciare il Pd. Della tempistica di questa scissione, del fatto che sia un assist a Salvini, della megalomania vera o presunta del personaggio. La realtà è che il suo addio al Partito Democratico è una buona notizia per tutti: lo è per lui, che recupererà finalmente la libertà di giocare la sua partita senza fingersi soldato semplice a disposizione del comandante (scarso) di turno (si legga Nicola Zingaretti).

Lo è per il Pd, che adesso ha l’occasione di dimostrare quanto detto in tutti questi anni in tutte le salse: e cioè che i problemi della sinistra italiana derivassero da Renzi, e che i problemi della sinistra mondiale derivassero da “quelli come Renzi”.

Ma lo è soprattutto per l’Italia, perché al di là delle simpatie/antipatie che il personaggio può suscitare, il suo addio al Pd significa disporre di un anti-Salvini (vero, non Conte, per essere chiari) in più. E questa sì, è una buona notizia.

Detto questo si può essere d’accordo o meno sulle modalità di questo addio, si può giudicare sbagliato il timing, immotivato lo strappo. Ma sono discorsi di poco conto se rapportati all’equivoco di fondo che ha caratterizzato l’esperienza di Renzi nel Pd. E cioè che quello non è mai stato il “suo” partito, ad eccezione di quando ne è stato a capo.

Non è un merito o un demerito, è semplicemente un dato di fatto. Renzi non ha nulla a che fare per storia, stile, cultura con il Pd di Zingaretti. Magari sarebbe stato più umanamente comprensibile lasciare il partito in seguito alla freddezza mostrata dai “compagni” in occasione dell’indagine sui suoi genitori; forse sarebbe stato politicamente più giusto farlo il 5 marzo 2018, nel giorno in cui un’intera classe dirigente mostrava di aver dimenticato di aver governato con Renzi, condiviso le sue politiche, applauditone ogni sua declinazione (meglio Bersani sempre contro, per intenderci).

Ma resta la sensazione che alla fine l’approdo fosse questo. Un addio. Inevitabile. E perfino giusto.

Pd e M5s ce lo dicano

Zingaretti e Di Maio

Credere che basti un appello del nuovo statista dei nostri tempi, Luigi Di Maio, sbianchettare i simboli di partito alle prossime elezioni in Umbria e ammantare l’intera operazione sotto la maschera del “civismo” equivale a prendere in giro gli italiani. Oltre che sottostimarne l’intelligenza. Se il MoVimento 5 Stelle e il Pd hanno deciso – legittimamente, dal loro punto di vista – di stringere un’alleanza, di formare una coalizione strutturale, di dar vita ad un nuovo embrione di “sinistra”, ce lo dicano.

Se il governo nato sotto l’impulso di Renzi per evitare l’aumento dell’Iva è diventato dopo pochi giorni per Di Maio, Zingaretti e Franceschini l’occasione (o se preferite la schiettezza “la scusa”) per sommare i voti dei rispettivi schieramenti, per tentare la fusione fredda di due partiti che fino al mese di luglio se ne dicevano di ogni, ce lo dicano.

Se prima di ogni programma, progetto di Paese, disegno di domani, viene la preoccupazione di impedire l’andata al governo di Matteo Salvini (con tutto il peggio che possiamo pensare di lui, e lo pensiamo), qualcuno dalle parti del Nazareno e della Casaleggio sappia che ha tra le mani la risposta alla “domanda delle domande”: “Ma com’è possibile che in Italia la Lega sia primo partito?”.

Forse non c’entrano solo l’intolleranza e la paura, magari non è soltanto merito della “Bestia” che cura i social di Salvini, o della capacità della Lega di sfornare mirabolanti promesse economiche tanto irrealizzabili quanto appetibili. Più probabilmente, a tutti questi motivi, si somma l’incapacità di una classe dirigente di guardare al di là del proprio naso, di porsi in connessione con il proprio elettorato, di capire che la politica non è (per fortuna) aritmetica, che il consenso non si accumula secondo i principi che regolano un’addizione sterile, semmai è il risultato di coerenza e visione.

Ma anche in questo caso, se M5s e Pd non ne dispongono, ce lo dicano.

Se la tentazione di riformare “la ditta” è troppo forte, se D’Alema è il prototipo di “compagno” a cui il Pd aspira, se la massima ambizione di questa segreteria è fare di Giuseppe Conte il prossimo Presidente della Repubblica dopo averne detto peste e corna per 14 mesi, se è bastato ritrovarsi al governo coi 5 Stelle per tesserne le lodi, dimenticarne i torti, rifiutarne le pericolose demagogie, le infruttuose promesse, le ingenue speranze, le arroganti accuse, il Pd ce lo dica.

Se la “ragion di governo” si è impossessata dei grillini, se Luigi Di Maio ha il diritto non solo di sentirsi adatto a tutti i ministeri, ma anche di mostrarsi in pace con sé stesso nel governare con tutti i partiti dell’arco parlamentare a turno, se il Partito di Bibbiano è stato un lapsus, se 14 mesi con Salvini non ci sono mai stati, ce li siamo sognati, il MoVimento 5 Stelle ce lo dica.

Ci dicano tutto. Ma poi per un poco tacciano. È meglio.

La lezione di sovranismo di Mario Draghi

Mario Draghi

In un’epoca di falsi sovranismi, di sterili isolazionismi, di pericolosi nazionalismi, Mario Draghi dà una lezione di politica ad alcuni dei nostri leader, o presunti tali, che resterà nella storia.

Il più “tecnico” in assoluto, quello più ontologicamente parte del cattivo establishment, il numero uno dei banchieri della vecchia e bistrattata Europa, dal “fortino” della sua Eurotower ha imbracciato il “bazooka” e ne ha fatto esplodere un colpo destinato a dare all’Italia, più che ad altri Paesi, la possibilità di scrivere pagine importanti del proprio futuro. Ad un patto: quello di saper almeno impugnare la penna.

“Mario l’italiano”, come viene apostrofato con quella punta di snobismo dagli altri governatori europei, che con lui hanno ingaggiato ieri una lotta come non si vedeva da tempo all’interno del board Bce, ha accettato il braccio di ferro. E lo ha vinto.

Ha deciso di rimestare nella cassetta degli attrezzi a sua disposizione lasciando un’eredità pesante, ingombrante, per la sua erede, la francese Lagarde, tracciando un solco dal quale sarà complicato uscire fuori prima di qualche anno. La sua “legacy”, per dirla come gli americani, è la seguente: l’economia, oggi più che mai, ha bisogno di stimoli.

Ecco allora il Quantitative easing, che con il suo programma di acquisti di titoli di stato terrà lo spread basso e al riparo da eventuali fibrillazioni; e beccatevi il taglio dei tassi sui depositi, che porterà le banche a prestare più soldi e a finanziare una maggiore liquidità per famiglie e imprese. Le stesse imprese che all’estero saranno anche favorite negli scambi da un euro debole.

Misure forti, potenzialmente rivoluzionarie, a conferma che le banche centrali sono gli unici veri soggetti in grado di cambiare le carte in tavola, e forse anche il corso della storia. L’Europa ha (per ora) un fuoriclasse di nome Mario Draghi. Gli Stati Uniti hanno Jerome Powell, e provate a chiedere a Donald Trump qual è il suo parere sul numero uno della Federal Reserve (peraltro da lui nominato).

Draghi ha vinto una partita politica non scontata: lo ha fatto contro il tedesco Jens Weidmann, il governatore della Bundesbank che per una vita ha sognato la sua poltrona. Ma anche contro la Francia, che si è schierata accanto ai tedeschi nel convincimento che non fosse più tempo di varare una politica ultra-espansiva come quella pensata dal nostro connazionale. Aveva contro l’Olanda, l’Austria, l’Estonia: cosa pensate abbia fatto Mario Draghi?

Credete che abbia preso il telefono e iniziato a girare una diretta Facebook? Pensate che abbia twittato contro i poteri forti? Lo immaginate in una trasmissione televisiva mentre attacca i burocrati di Bruxelles e le regole europee? No. Neanche per sogno. Pur nel momento di maggior debolezza del suo mandato, giunto ormai a conclusione, Mario Draghi, il tecnico, ha usato la politica. Ha convinto la maggioranza dei governatori degli altri Paesi europei a passare dalla sua parte, gli ha illustrato la saggezza (e quel pizzico di follia) delle sue scelte, li ha spinti a votare perché premessero insieme a lui il grilletto del bazooka. Così ha vinto Draghi, e con lui l’Italia. Ecco il sovranismo che vogliamo: l’unico veramente utile al Paese. Bella lezione, Mario.

Il Conte-bis comincia male

Giuseppe Conte è caduto nella trappola più pericolosa per ogni premier che si appresti a chiedere la fiducia alle Camere: quella di rendersi protagonista di un elenco di proposte più simile ad un libro dei sogni che ad una serie di credibili obiettivi programmatici.

Nella sicumera ereditata dalla crisi, evidente al punto che anche il presidente della Camera, Roberto Fico, è costretto a ricordargli che spetta a lui – e a lui soltanto – richiamare i deputati che disturbano il suo intervento (a dire il vero in maniera a tratti indecorosa per il Parlamento), Conte sciorina una serie di ovvietà a cui manca forse soltanto la speranza della pace nel mondo per potersi dire veramente completo.

Parla in sequenza di “nuova e risolutiva stagione riformatrice“, di “crescita e sviluppo sostenibile” da perseguire in sede di sessione di Bilancio (sì, ma come?). Non rinuncia alla sua predisposizione verso gli orpelli dialettici, quando si riferisce ad un governo che – a suo dire – si caratterizzerà per elementi di “forte novità” in fatto di “impostazione“, “impianto progettuale“, inversione degli “indirizzi meno efficaci” e “sforzo di affrontare con rapidità situazioni critiche“. Insomma, il nulla ma detto bene.

Non potevano mancare nell’ordine la promessa di “ampliare la partecipazione alla vita lavorativa soprattutto tra i giovani del Mezzogiorno“. Così come trovano spazio vecchi ritornelli su “contrasto al precariato“, “abbattimento del divario Nord-Sud” e “contrasto del dissesto idro-geologico“, “ricostruzione aree terremotate“. Tutto già sentito.

Il festival della banalità vede il suo compimento quando Conte esige che “tutti devono pagare le tasse, ma proprio tutti“. Ma è un peccato che su nessuno di questi temi, a partire dalla necessità di “evitare l’aumento dell’Iva” e di “avviare un alleggerimento del cuneo fiscale“, fino alla promessa di “azzerare le rette degli asili nido come primo provvedimento” (bene) non sia stata spesa una parola che sia una su come si intende farlo e su dove si vogliono trovare le risorse per farlo.

Il meglio del suo repertorio, Conte, lo fornisce ancora una volta nell’opporre il suo stile a quello di Salvini (ti piace vincere facile, Giuseppi). Nel “solenne impegno” a “curare le parole, adoperare un lessico più consono e più rispettoso delle persone, della diversità delle idee“, nella rivendicazione di una lingua del governo “mite“, nonché di un “metodo di condotta politica” caratterizzato da “equilibrio e misura, sobrietà e rigore” e di un “uso responsabile dei social network“, c’è il meglio di un discorso non entusiasmante, in linea col Conte pre-crisi.

Nella promessa “revisione” della concessioni autostradali “senza nessuno sconto per interessi privati“, così come nella volontà di mantenere intatti i decreti sicurezza, da integrare con le “osservazioni formulate da Mattarella“, si annida un pericoloso equivoco: la sintesi di posizioni diverse, spesso opposte, che rischia di sfociare in un “maanchismo” dannoso per il Paese.

Un calcio che spezza il cuore

L’ultima crisi dei migranti è quella della Alan Kurdi, la nave che prende il nome dal bambino siriano di 3 anni il cui corpicino venne ritrovato su una spiaggia turca dopo il naufragio di un gommone che avrebbe dovuto portarlo in Europa.

Tre anni, come il bambino nordafricano colpito con un calcio a Cosenza, la mia città. Colpevole di aver sbirciato una neonata nella culla, colpevole di curiosità, colpevole di avere la sua età.

Ora possiamo nasconderci dietro un dito, far finta che la bestia che ha sferrato il calcio al bimbo di colore lo abbia fatto perché “fratello di un pentito di camorra” e dunque affetto da una cattiveria genetica, quasi innata.

Ma la verità è un’altra. La verità è che un episodio del genere, a Cosenza, in Calabria, in Italia, fino a dieci, vent’anni fa, non sarebbe mai successo. Se un delinquente – perché questo è – si è sentito autorizzato a prendere a calci un bambino di 3 anni è perché il clima di odio che si è respirato in questo Paese negli ultimi mesi lo ha autorizzato, non dico a farlo, ma a pensare che un gesto del genere fosse “giustificabile”.

D’altronde se è in primis lo Stato a confezionare provvedimenti che violano le leggi internazionali, a mostrarsi indifferente rispetto all’osservanza dei diritti umani, ad avallare politiche razziste, poi non c’è da sorprendersi se i più stupidi, i più ignoranti, compiono gesti del genere.

Per 14 mesi, su questa pagina, abbiamo condannato la condotta di Matteo Salvini come ministro dell’Interno e le politiche migratorie attuate dal governo Lega-M5s. I porti chiusi – oltre che inutili e inefficaci – sono una misura indegna di uno Stato liberale che voglia definirsi tale. Leggiamo che il nuovo ministro Luciana Lamorgese ha risposto picche alla richiesta della Alan Kurdi di entrare in porto. Il tutto mentre un naufrago a bordo ha tentato il suicidio. E della tanto decantata “discontinuità” richiesta da Zingaretti non vediamo traccia.

Se la paura di perdere consensi ha la meglio sulla capacità di assumere scelte di rottura rispetto al governo precedente, se prevale sulla volontà di costruire un Paese diverso, in cui la parola “integrazione” non viene letta come subdolo tentativo di “sostituzione della razza”, in cui il termine “accoglienza” non viene interpretato come prodromo di una “invasione”, allora sarà il caso di dire che il problema non era solo Salvini. Ma una classe politica incapace, tutta o quasi, di andare oltre i sondaggi, non in grado di disegnare un’Italia di cui andare fieri, un’Italia in cui un bambino di 3 anni può salutare una neonata nella culla, senza essere colpito all’addome con un calcio che spezza il fiato, ma soprattutto il cuore.

Appello alle cancellerie internazionali: non prendete Di Maio sul serio

Luigi Di Maio ministro degli Esteri

Forse è colpa delle stanze dei bottoni, del sortilegio provocato dall’assidua frequentazione del “Palazzo”. E magari è anche comprensibile, che vada a finire sempre così, quando si tratta di Luigi Di Maio.

La prima volta al governo ha voluto fare le cose in grande: oltre al ruolo di vicepremier ha chiesto per sé due ministeri, quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico. I dati dicono che la sua esperienza non è stata “bellissima” (cit. Giuseppe Conte). Ma vabbè, la prima volta ci sta di sbagliare, di smaniare e di strafare.

Se però la seconda volta, 14 mesi dopo, dimostri di non aver capito niente dalla lezione che ti è stata impartita da quella cosa che ogni tanto bussa alla porta e si chiama “realtà”, allora la questione è grave. Se insisti per avere di nuovo il ruolo di vicepremier, se richiedi incarichi, ruoli, posizioni come fossi impegnato a trattare nel suk di un vicolo del Cairo, se guardi al Viminale come all’occasione per sfregiare Salvini piuttosto che ad un’istituzione da de-politicizzare, se sconfitto, umiliato dallo stesso fondatore del tuo partito, pretendi come “indennizzo” la Farnesina, allora significa che con l’uomo che voleva per sé “pieni poteri” – e ora ha pieno solo il pugno (di mosche) – hai più di qualcosa in comune.

Cosa? Per esempio un’autostima esagerata, una cognizione di te stesso che non trova riscontro nei fatti, una presunzione preoccupante che non porta a domandarti se per caso, per purissimo caso, forse, magari, chissà, non sarebbe stato meglio lasciare il ministero degli Esteri a qualcuno un filo più preparato. Non per forza un tecnico, attenzione, che di recente abbiamo avuto prova che essere ottimi diplomatici non significa di conseguenza essere bravi politici: si veda il caso di Moavero Milanesi, di cui oggi ricordiamo più semplicemente il cognome anziché l’operato (ed è tutto dire).

Ma almeno qualcuno che conosca un po’ di storia, che sappia collocare Pinochet in Cile anziché in Venezuela. Qualcuno in possesso di un paio di nozioni di geopolitica, in grado di capire che la firma del memorandum d’intesa con la Cina è stato uno sgarbo agli Usa parecchio grave, e se questo è chiedere troppo, almeno, qualcuno capace di ricordarsi il nome del presidente cinese, che per inciso non è “Ping” (pong).

Ma se pensate che il problema sia solo quando ci si allontana troppo, che con un po’ di tempo Luigi allargherà i confini delle sue conoscenze, vi sbagliate: pure in Europa, Di Maio, ne ha combinate parecchie. L’ultima è l’appoggio alla frangia violenta e facinorosa dei gilet gialli in Francia, ma in passato abbiamo annotato posizioni “no Euro” e “no Europa” (ad esempio pro-Farage) che non sono il migliore biglietto da visita per chi dovrà aiutare l’Italia a riprendersi il posto che le spetta nel mondo, ma ancor prima nel Vecchio Continente.

Da qui un appello a tutela dell’Italia, che può suonare sarcastico (ma credetemi, non lo è), rivolto a tutte le cancellerie internazionali, a tutte le nazioni del mondo: non dategli ascolto, non prendetelo troppo sul serio. Luigi è fatto così, a volte le spara grosse, ma poi ci ripensa. Non è cattivo, è solo Di Maio.

“Esci da questo blog, Beppe”

Beppe Grillo e Davide Casaleggio

Non c’è bisogno di chissà che onestà intellettuale per dare a Beppe Grillo quel che è di Beppe Grillo: genialità e follia, con pregi e difetti che ne derivano.

Ma nessuno che voglia vantare tra le proprie qualità anche un briciolo di coerenza può consentire che una manovra parlamentare – perché in fondo questo è il governo Pd-Ms5 – faccia da preludio alla sua santificazione. Grillo resta quello del “Vaffa”, dell’anti-politica che ha contribuito al discredito di persone perbene, è l’uomo che ha sdoganato l’insulto personale nell’agone politico, il leader delle manette che tintinnano per l’avversario, il comico che ha preferito la violenza verbale alla satira, l’incontro di boxe alla stoccata in punta di fioretto.

Poi c’è stato il governo gialloverde. E in 14 mesi si è visto ciò che in realtà è il MoVimento 5 Stelle: un partito post-ideologico. Sì, nel senso che idee e ideologie vengono dopo tutto il resto: dopo le bugie, le promesse ardite e non mantenute, le fake news scientificamente diffuse, l’esaltazione del populismo e la negazione di sé. Tutto, ma anche il suo contrario. Perché lo stesso leader che invocava l’impeachment per Mattarella è arrivato nel giro di un anno a considerarlo figura di garanzia e riferimento. Lo stesso fondatore che tuonava contro Mario Monti è giunto a chiedere ministri tecnici per il Conte-bis. Gli stessi attivisti che gridavano “o-ne-stà, o-ne-stà”, travolti dagli scandali delle famiglie dei loro giovani idoli, si sono tappati le orecchie quando qualcuno ha chiesto:”Dove sta? Dove sta?”.

Ora l’elenco delle contraddizioni è lungo, sterminato, ma la stagione dell’odio inaugurata dai 5 Stelle ha contribuito a portare l’Italia nella situazione attuale: quella di un Paese rancoroso e diviso, arrabbiato e smarrito. E recriminare serve a poco. Ma dimenticare ciò che è stato sarebbe ingiusto, svolgere un’operazione di rimozione collettiva sarebbe disonesto.

Il gioco d’incastri innescato da questa crisi ha fatto sì che a pilotare l’accordo tra Pd e MoVimento 5 Stelle fossero due giocatori “esterni”, Matteo Renzi e Beppe Grillo. Qualche anno fa si scontrarono in una seduta di streaming resa celebre dal monologo di offese che il fondatore del MoVimento rivolse all’allora segretario dem. Era la prova manifesta dell’incomunicabilità tra due mondi che nulla avevano a che spartire. Ma a distanza di tempo c’è una battuta che è rimasta attuale :”Esci da questo blog, Beppe. Esci da questo streaming. Questo è un luogo dove c’è dolore vero delle persone, c’è bisogno di affrontare le questioni reali“.

Ecco, così, per non dimenticare. Il giorno dopo Rousseau.

Luigi, molla.

Luigi Di Maio

Leader difficilmente si diventa, quasi sempre si nasce. E Luigi Di Maio sta mostrando in questi giorni tutta la sua inadeguatezza al ruolo, tutta la sua incapacità di rappresentare un punto di riferimento per la sua parte politica e per il Paese. Le recenti uscite di Beppe Grillo vanno lette come una paterna azione di tutoraggio nei suoi confronti, un nemmeno troppo velato commissariamento da parte di un Elevato che per salvare la sua creatura è sceso a patti con ciò che ha sempre considerato il Diavolo.

Ora sarebbe facile prendersela con Luigi Di Maio, denunciare il suo sfacciato poltronismo, denigrare il suo indebito vittimismo, chiedergli conto di parole a lui note come “dignità” e “onestà”, domandargli se pensa realmente che basti presentarsi alla stampa e leggere 10 punti oggi, altri 20 domani, come fossero i buoni propositi della letterina di Natale, per dimenticare i danni realizzati in 14 mesi di (s)governo con Salvini.

Sarebbe semplice, perfino lecito, forse addirittura necessario. Ma non servirebbe. Perché avrebbe lo stesso effetto di parlare con un italiano in norvegese. E attenzione: noi non crediamo che Di Maio sia stupido. Non ci interessa il suo passato da steward al San Paolo, qui nessuno si è mai azzardato a definirlo “bibitaro” in un’accezione negativa. Onore a chi lavora onestamente, sempre.

Ma Luigi Di Maio non ha gli strumenti per comprendere che la sua stagione politica è finita, non è strutturato per riconoscere il punto di caduta della sua esperienza, non ha i mezzi per salvaguardare ciò che rimane della sua persona. Soprattutto non ha chiaro che la sua sta diventando una farsa, ciò che nel teatro antico rappresentava l’intermezzo tra due drammi (il primo è stato più che altro una tragedia, il secondo vedremo).

L’ostinazione con cui ambisce a ricoprire un ruolo di primo piano nel futuro governo tradisce sì l’ambizione sfrenata di chi ha vinto la lotteria e non vuole rinunciare al suo futuro da turista per sempre, ma allo stesso modo denuncia una pochezza umana che non è propria di un leader (vero), men che meno di un uomo di Stato.

Non sappiamo se Di Maio sia attorniato da cattivi consiglieri, da quella specie di malfidati arrivisti che si trova in tutti gli ambiti, in ogni settore, ma soprattutto in politica. Se fossimo suoi amici, però, non avremmo dubbi su cosa dirgli. Per il suo bene, due parole: Luigi, molla.

O Capitano, mai mio capitano, ora il viaggio è finito

Salvini

O Capitano, mio Capitano, il nostro viaggio tremendo è finito“.

Comincia così la splendida poesia di Walt Whitman, resa celebre dal film “L’attimo fuggente“, con Robin Williams nei panni del professor Keating, l’insegnante di letteratura che ognuno di noi ha sognato di incontrare almeno una volta nella vita.

Saremmo saliti su quel banco pure noi per dichiarargli fedeltà, ne avessimo avuto l’occasione. E l’avremmo fatta rivivere di certo, la “Setta dei poeti estinti“.

Capitano“, voleva essere chiamato il professor Keating del film che abbiamo amato. Così come “Capitano” è il soprannome che Matteo Salvini si è dato. Ma le similitudini finiscono qui. Perché non c’è carisma lontanamente paragonabile, poesia degna d’esser definita tale nel viaggio intrapreso dal leader della Lega nel mare agitato della politica.

Anzi, il dubbio che abbia visto questo film senza prestarvi la dovuta attenzione, fraintendendolo, mal interpretandolo, è più vivo che mai.

Pensate al professor Keating che spinge i suoi allievi ad osservare le foto dei ragazzi che li hanno preceduti in quelle stesse aule, in quegli stessi banchi, molti anni prima. Un tempo forti, vigorosi, invincibili, ma divenuti ormai “freddi“, morti forse senza aver realizzato neanche uno dei loro sogni. E ritornate con la mente ai versi di Orazio:

O vergine, cogli l’attimo che fugge,
Cogli la rosa quand’è il momento,
Ché il tempo, lo sai, vola:
E lo stesso fiore che sboccia oggi,
Domani appassirà.

Cogli l’attimo, “carpe diem”, dev’essersi detto Matteo Salvini meno di un mese or sono. Dopo aver chiamato in causa un’altra Vergine e il suo Cuore Immacolato, ha creduto che fosse arrivato il momento di capitalizzare il suo consenso, ha pensato che il suo tempo fosse giunto. Qualcuno potrebbe azzardare: cosa c’è di male, di sbagliato, rispetto all’insegnamento del professor Keating? Cosa di frainteso nei versi d’Orazio?

C’è il fine, l’orizzonte, il senso di un’esperienza.

Walt Whitman pensò “O Captain! My Captain!” per Abramo Lincoln, sull’onda emotiva del dolore provato per il suo assassinio. Lincoln, appunto. Uno statista contro un politico senza statura. Un cattivista che ha frainteso pure il senso di questi versi:

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è terminato;
la nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato;
vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta

Salvini ha fatto del porto il simbolo non dell’accoglienza, ma della chiusura. Ha fatto della nave una prigione per disperati, del popolo festoso una massa rancorosa.

Fiorella Mannoia canta:

O Capitano Mio Capitano
Anche se il viaggio è finito
Sento ancora tempesta annunciare
“.

Succede sempre così, quando sul ponte di comando sale un tracotante, un egoista, un arrivista. Bisognerebbe aver letto qualche poesia per distinguere le proprie pulsioni dalle vere emozioni.

Per questo, “o Capitano, mai mio capitano, ora il viaggio è finito“.