Natale senza i tuoi, a pranzo con chi vuoi

Non sarei sorpreso se a gennaio, dopo le “feste” – se di feste si può parlare in un anno come questo – i sondaggi fotografassero un calo di consensi corposo per il governo e per il premier Conte. I lettori più fedeli di questo blog sanno bene come la stella polare di chi si scrive sia sempre stata la tutela della salute, la prevenzione, la prudenza. Ma a maggior ragione in un periodo storico così complicato, economicamente, socialmente, ma anche psicologicamente, vietare i ricongiungimenti tra famiglie sulla base del criterio di residenza mi è sembrata una scelta assurda. “Scriteriata” appunto.

Puoi chiedere agli italiani sacrifici, devi imporre restrizioni per limitare i contagi, fare di tutto per sensibilizzarli sui rischi che affollamenti comportano per sé e per gli altri, ma onestamente non puoi, o comunque non dovresti, vietare che i confini di due comuni, magari limitrofi, magari minuscoli, segnino la differenza tra un Natale in famiglia e uno da soli. Si tratta di un fatto di (in)giustizia sociale: si pensi a ciò che accadrà nelle metropoli, nelle grandi, estese città, dove sarà consentito ai parenti di incontrarsi, nonostante abitino a diversi chilometri di distanza.

Dicono che la linea del premier, in Consiglio dei ministri, sia stata sconfessata dal pugno duro di Speranza e altri componenti della maggioranza, decisi a vietare gli spostamenti tra Comuni della stessa Regione per bucare le gomme in partenza al rischio di una terza ondata. Pare che il presidente del Consiglio avesse proposto la formula della “casa d’infanzia”: consentire al nucleo originario della famiglia di ricongiungersi. Ritengo sarebbe stato il compromesso più intelligente, quello più accettabile per tutti: niente zii e cugini, nessuna tombolata, al massimo un pranzo e poi un film tra genitori e figli.

Si è deciso di essere rigorosi, dicono in molti. Io dico che c’era bisogno di essere coerenti. Assistiamo quotidianamente ad assembramenti folli nelle vie dello shopping, i ristoranti resteranno aperti nei giorni rossi, ma genitori e figli che abitano a poche centinaia di metri in linea d’aria gli uni dagli altri non potranno trascorrere insieme il giorno di Natale.

Non c’è misura che severa che tenga, se non c’è un popolo disponibile ad osservarla. Questo è il decreto sbagliato nel momento sbagliato. Il risultato lo vedremo a gennaio inoltrato, quando nel bollettino dei contagi osserveremo il prezzo della ribellione. Sarà curioso, a quel punto, vedere con chi se la prenderà il governo: ancora una volta con i cittadini o per una volta con se stesso?


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Il Regno Unito è adulto. Sarà anche vaccinato

La geopolitica del vaccino si è ufficialmente messa in moto. A sparigliare le carte è stato il Regno Unito, sarà il primo Paese occidentale a somministrare un vaccino contro il virus che in giro per il mondo ha ucciso (ufficialmente) quasi un milione e mezzo di persone.

Quando stamattina abbiamo appreso dell’accelerazione di Londra, la prima domanda che ci siamo fatti era composta da due parole: “E noi?”.

Non rinneghiamo l’importanza dell’Unione Europea, non ci riscopriamo sovranisti all’occasione, non siamo d’improvviso sostenitori dell’uscita del Regno Unito (o dell’Italia) dall’Ue: ma c’è un effetto collaterale della Brexit che oggi è evidente a tutto il mondo, che è anche infantile provare a negare come qualcuno sta cercando di fare. Ed è un effetto collaterale buono (per loro).

Prendete l’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali. Oggi l’ente europeo che dovrà assicurare la sicurezza dei vaccini fa sapere che “l’autorizzazione condizionata è il meccanismo più appropriato in questa emergenza pandemica”. Tradotto: a Londra hanno bruciato le tappe.

Ed è vero, il Regno Unito ufficialmente fa ancora parte dell’Unione Europea. Ma la Brexit è un dato politico, prim’ancora che formale. Oggi si è capito cosa vuole dire.

A Downing Street hanno deciso di togliere la zavorra dalla mongolfiera, spiccare il volo, approfittare delle stesse norme europee che prevedono la possibilità di utilizzare una procedura di emergenza per distribuire sul mercato interno un vaccino per uso temporaneo.

Il Regno Unito non ha infranto le regole, le ha sfruttate.

Se non credete per partito preso alle assicurazioni del ministro della salute britannico Matt Hancock, secondo cui la Mhra, l’Agenzia regolatrice inglese dei farmaci, ha valutato i dati sulla sperimentazione “a mano a mano che arrivavano” facendo procedere le verifiche “in parallelo invece che un passaggio dopo l’altro come di norma accade”, ma senza prendere scorciatoie, va bene.

Ma bisogna essere onesti fino in fondo: il vaccino Pfizer sarà anche il nostro. Non è prevista alcuna novità negativa tale da far saltare la vaccinazione di massa. Qualche giorno fa le dosi erano in volo nei cieli americani: la catena del freddo, l’aspetto logistico, è qualcosa che tutti i governi (si spera anche Arcuri) stanno già predisponendo da settimane. Il Regno Unito inizierà prima, noi dopo.

Dite che noi siamo più prudenti ed è meglio così? Al momento siamo solo più lenti. Il rischio è insito in questa operazione, a maggior ragione per la tecnica alla base dei due vaccini che arriveranno per primi sul mercato (Pfizer e Moderna), la terapia genica. La sperimentazione del vaccino, quella nelle tre fasi che serviva ad ottenere l’autorizzazione, si è conclusa. I dati preliminari sono gli stessi che hanno spinto i governi ad attrezzarsi.

Non vogliamo un modello cinese o russo, non chiediamo di somministrare un antidoto non testato, o mentre le sperimentazioni sono ancora in corso. Ma gli esperti ci dicono che per essere certi al 100% che questi vaccini non avranno alcun effetto collaterale grave sul corpo umano dovremmo aspettare decenni: voi siete disposti ad aspettare?

L’Autorità, per risultare credibile agli occhi della collettività, dev’essere onesta. Si può dire che dietro la prudenza europea ci sia una strategia: la volontà di comunicare alla popolazione che non si è bruciata nessuna tappa, così da invogliarla a fidarsi, a vaccinarsi, a raggiungere l’immunità di gregge. Questo è un discorso accettabile.

Ma che non si venga a dire che l’Inghilterra è un Paese di incoscienti o sprovveduti. Come la metteremmo, poi, se domani o tra pochi giorni, sulla spinta dell’accelerazione d’Oltremanica a compiere la stessa scelta fossero anche gli Stati Uniti? Pazzi pure loro?


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Lo scaricabarile del governo: prima autorizza lo shopping, poi si preoccupa degli assembramenti

Il governo si stupisce delle file nei centri commerciali, degli assembramenti nelle vie dello shopping. Io mi stupisco che il governo si stupisca.

Non c’era bisogno di essere Einstein per intuire che con il Natale alle porte la gente avrebbe ricominciato ad uscire alla prima occasione utile e dimenticando tutte le prudenze del caso. D’altronde c’erano tutte le avvisaglie di un esito di questo tipo. La mia esperienza personale, cioè di un residente in una Regione rossa appena diventata ad arancione, è quella di chi ha osservato un’applicazione alle restrizioni molto più lasca – per usare un eufemismo – rispetto al lockdown di marzo.

Certo, non hanno aiutato le scalette dei tg e dei talk show, da giorni dominate dalla discussione sulla riapertura degli impianti da sci e sul numero massimo di commensali consentito al cenone di Natale. Così come hanno fatto decisamente male le richieste di alcuni presidenti di Regione, interpreti dell’assegnazione della zona rossa non come una “protezione” nei confronti dei cittadini, ma come una “punizione” da parte del governo.

L’obiettivo dichiarato dei governatori è stato, fin dal principio, quello di “stingere” il colore associato alla propria Regione, come se una gradazione cromatica più intensa fosse sinonimo di stigma, orecchie d’asino e via, dietro la lavagna.

Le colpe maggiori, però, sono com’è ovvio del governo: non solo intervenuto in colpevole ritardo per piegare la curva del contagio, ma pure pronto a cedere al compromesso tra salute ed economia, ignorando i rischi insiti nel periodo natalizio. Con conseguenze che sperimenteremo da qui a qualche giorno, quando i numeri del contagio in calo forniranno a molti l’illusione di aver scavallato il peggio e l’alibi per concedersi una corsa al regalo last minute nel centro commerciale sovraffollato di turno.

Resto dell’idea che meglio sarebbe stato imporre un lockdown di due, tre settimane per resettare i contagi, per concederci un diaframma di tempo sereno in vista del Natale. Ma al di là delle scelte fatte, stride ed è inaccettabile l’atteggiamento di certi esponenti di governo, sorpresi del fatto che i cittadini approfittino dell’allentamento delle restrizioni che loro stessi hanno concesso. Arrivando perfino a criticarli, a bacchettarli in radio e in tv, a compiere uno scaricabarile preventivo in vista della terza ondata. Troppo facile. Era da pensarci prima. Sarà da occuparcene dopo.


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L’ultima mossa di Donald e Bibi sfida il senso del tempo di Teheran

Ignorata per giorni dalle maggiori testate nazionali, decise a negargli la prima pagina poiché maggiormente interessate al dibattito sul numero di commensali consentiti nel cenone di Natale, l’uccisione di Mohsen Fakhrizadeh è evento di potenziale svolta nelle dinamiche Iran-Usa. Dunque del Medio Oriente intero.

Neanche lontanamente paragonabile alla figura del generale Qassem Soleimani, ucciso in gennaio, eroe nazionale considerato dal popolo iraniano alla stregua di un semi-Dio, lo scienziato a capo del programma nucleare di Teheran è comunque figura cruciale. Descritto come una sorta di J. Robert Oppenheimer persiano, in riferimento allo scienziato che più di 75 anni fa supervisionò il Progetto Manhattan che portò gli Stati Uniti a sviluppare la prima arma nucleare del mondo, la sua dipartita ha però più valore simbolico che conseguenze pratiche. In nuce: non sarà la sua morte a fermare il programma nucleare iraniano.

Non a caso, a due giorni dall’attentato che ne ha sancito la morte, il Parlamento iraniano ha approvato con maggioranza bulgara una mozione che esorta a discutere con “massima urgenza” un’espansione del programma nucleare, aumentando al 20% e oltre il livello di arricchimento dell’uranio (che l’accordo sul nucleare del 2015 limita al 3,67%) e limitando la presenza degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nei siti nucleari sospetti: atto che porterebbe Teheran di fatto fuori dall’intesa.

Sebbene nessuna rivendicazione ufficiale sia ancora arrivata, è ormai dato per scontato da tutti gli attori internazionali che dietro l’attentato a Fakhrizadeh vi sia la mano d’Israele, e in particolare del Mossad. Tornano alla mente al riguardo le parole pronunciate nel 2018 dal premier israeliano Benjamin Netanyahu a proposito di Fakhrizadeh: “Ricordatevi questo nome”, disse “Bibi”, mentre accusava Teheran di voler costruire l’atomica necessaria a cancellare dal Pianeta lo Stato Ebraico. Quel nome non è stato evidentemente dimenticato, ma credere che eliminando uno scienziato non ve ne sia un altro pronto a subentrare al suo posto è illusione che Israele stessa, al di là della propaganda, non coltiva. Così come appare altamente improbabile che Gerusalemme si sia concessa una mossa così ardita senza prima aver ricevuto l’assenso americano all’operazione.

Perché, allora, colpire il fisico? E perché farlo ora? L’obiettivo (non) dichiarato è quello di provocare un fallo di reazione da parte di Teheran. Scopo che travalica la figura, pur importante, di Fakhrizadeh. Una rappresaglia iraniana consentirebbe infatti a Trump di lanciare un attacco di ritorno nei confronti di obiettivi persiani, minando così il terreno del dialogo tra la prossima amministrazione americana e l’Iran ancora prima dell’insediamento di Joe Biden. Con tanti saluti all’ipotesi di fare ritorno agli accordi sul nucleare di obamiana memoria, mossa che rinnoverebbe le legittime paure di Israele.

Non è un caso che il mantra di queste ore ai più alti livelli iraniani sia lo stesso: “Aspettiamo di sentire le parole di Joe Biden”. La tradizione imperiale iraniana, del resto, abitua alla pazienza, ad un senso del tempo tarato su millenni, non certo su pochi giorni. Se rappresaglia sarà, dunque, non è detto debba avvenire per forza oggi o domani. La vendetta è da sempre un piatto che va servito freddo: in questo caso l’idea è di congelarlo.

Serve capire se vale la pena sacrificare Fakhrizadeh sull’altare di una distensione dei rapporti con l’America di Biden. Se è possibile accettare un nuovo sfregio per il regime. Se la pressione del popolo stesso non imporrà un colpo sotto la cintura di risposta. Serve tempo. Ma la strada che separa da qui al 20 gennaio prossimo non è mai sembrata così lunga e in salita. E l’ultima mossa di Donald e Bibi appare agli occhi di Teheran come un chiarissimo tranello, nel quale risulta sempre più difficile non cadere.


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Si è arreso l’ultimo dei giapponesi

Avete presente qualcuno che non si arrende all’evidenza e per questo motivo continua a comportarsi in maniera inspiegabile ed irrazionale? A queste persone ci si riferisce con l’espressione “gli ultimi giapponesi“.

Il motivo è questo: alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con gli Stati Uniti che avevano costretto il Giappone alla resa, alcuni soldati della Marina nipponica rifiutarono di fare lo stesso: semplicemente non credevano possibile che la loro nazione non solo fosse stata sconfitta, ma che avesse anche deciso di chinare la testa di fronte al nemico.

Quando le milizie della loro divisione furono annientate da un bombardamento sull’isola filippina di Lubang, questi “soldati fantasma giapponesi” decisero così di dare vita ad una resistenza autonoma in mezzo alle montagne. E così fecero per anni, al punto che per lungo tempo vennero creduti morti.

Si chiamavano Hiroo Onoda, Yuichi Akatsu, Shoichi Shimada e Kozuka Kinshichi.

Fu solo nel 1949, quando uno di loro, Akatsu, decise di abbandonare il gruppo e arrendersi, più che al nemico all’evidenza, che la diplomazia nipponica venne a conoscenza dell’esistenza di quei soldati sopravvissuti. Così decise di cercare di entrare in contatto con loro.

Per convincerli che era tempo di sotterrare l’ascia di guerra, da un aereo vennero lanciate lettere e foto di famiglia. Neanche questo bastò. Gli ultimi giapponesi pensarono ad una trappola, una macchinazione ordita dal nemico per convincerli ad uscire allo scoperto: non era possibile che il conflitto fosse davvero finito.

Non si fidarono, videro in quei messaggi una serie di errori che a loro giudizio erano la prova dell’imbroglio americano. Decisero così di restare sull’isola, continuando a compiere azioni di guerriglia contro i filippini che su quella striscia di terra ci vivevano, rubando loro cibo e vestiti per sopravvivere.

Shimada morì nel 1954 in uno scontro a fuoco. La stessa sorte toccò a Kozuka nel 1972.

Era rimasto soltanto Hiroo Onoda.

La sorella, gli amici, il padre, che morì poco dopo, tentarono vanamente di rintracciarlo. A riuscirci fu, il 20 febbraio 1974, il giapponese Norio Suzuki. Una volta trovato, scattò una foto insieme a lui e rientrò in Giappone. Con quella foto Suzuki convinse l’ufficiale diretto superiore di Onoda, il maggiore Taniguchi, ad andare sull’isola di Lubang dove Onoda era ancora convinto di combattere per il Giappone, per dirgli di arrendersi. Così fu. C’erano voluti tre decenni.

Vi ho raccontato questa storia perché è quella che mi è venuta in mente assistendo all’ultima conferenza stampa di Donald Trump. Il presidente, incalzato da un giornalista alla Casa Bianca che gli chiedeva se avrebbe ammesso la sconfitta nel caso in cui il Collegio elettorale avesse ufficializzato la vittoria di Biden, ha risposto: “Sarà molto difficile ammettere la sconfitta, perché ci sono stati brogli enormi“. Il giornalista ha dunque ripetuto la domanda. E Trump ha replicato che se davvero il Collegio Elettorale dovesse confermare la vittoria di Biden, “avrà commesso un errore, perché quest’elezione è stata una farsa“.

Poi c’è stata la svolta. Quando un’altra giornalista gli ha chiesto in maniera esplicita se “lascerà questo edificio [la Casa Bianca]“, Trump per la prima volta dalla sconfitta alle elezioni ha capitolato: “Certamente lo farò…certamente lo farò, e voi lo sapete“.

E’ stato in quel momento che ho pensato a Hiroo Onoda. Anche l’ultimo dei giapponesi – se preferite, l’ultimo degli americani – si era arreso.


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