Hong Kong, la Cina e la vergogna italiana

Hong Kong

Nel Paese affascinato dal refrain “o-ne-stà, o-ne-stà”, può risultare difficile comprendere l’urlo proveniente dall’Estremo Oriente: “Li-ber-tà, li-ber-tà”. In Italia occupa le prime pagine dei giornali la vicenda della casa dell’ex ministra Trenta, onestamente imbarazzante: dice che la sua, dopo l’esperienza di governo, è una vita fatta di incontri e relazioni di un certo tipo. Dove abitava prima non può tornare, lì si spaccia droga, scherziamo? Il senso del ridicolo è stato oltrepassato da molto, quello della realtà pure, qualcuno avvisi Trenta e il marito che si stanno facendo del male da soli. Non hanno infranto le leggi? Pazienza. C’è una questione di opportunità che dai censori del Terzo Millennio, i grillini giacobini sempre pronti ad esercitare la loro (solo presunta) superiorità morale, è lecito attendersi venga colta.

In questo dibattito surreale, in questo Paese dei balocchi non in grado di conservare nemmeno i suoi gioielli (Venezia, Matera, la lista è lunga), arrivano gli echi di una storia lontana. Hong Kong. Da mesi migliaia di persone, definite genericamente “ribelli”, manifestano nelle strade. Hanno chiesto prima pacificamente di essere ascoltate, hanno poi fatto i conti con un regime totalitario, Pechino. La governatrice Carrie Lam non ha saputo gestire la protesta, ha fatto sì che diventasse una rivolta. La situazione è sfuggita di mano, al punto che gli organi di stampa filo-governativi (e come potrebbe essere diversamente, in Cina?) suggeriscono caldamente al presidente Xi Jinping di utilizzare tutti gli strumenti in suo possesso per sedare le proteste. Detto in altri termini: repressione.

Succede così che il Politecnico di Hong Kong venga trasformato da centinaia di ragazzi in un fortino, l’ultima roccaforte dalla quale tentare di respingere l’assedio degli agenti che lanciano lacrimogeni e mulinano i manganelli per mettere in atto la volontà di Pechino. “Un Paese, due sistemi”: questa è la dottrina ideata dall’ex leader cinese Deng Xiaoping per far sì che l’ex colonia britannica tornasse alla Cina ma mantenendo le forme amministrative e il sistema economico che avevano fatto di Hong Kong un’isola di libertà sul modello occidentale. Questo principio costituzionale scadrà nel 2047. Il processo di transizione ha subito negli ultimi anni un’accelerazione preoccupante, dal punto di vista degli “hongkonghesi”. Si parla da giorni della possibilità di un intervento dell’esercito cinese. Nessuno dice chiaramente cosa accadrà dopo il 2047, tutti sanno che Pechino non accetterà nuovi compromessi o intromissioni.

In questo scenario politico inquietante, c’è chi combatte per la propria vita. Sì, sembra assurdo, ma c’è chi è disposto a lottare per i propri diritti. Così dei ragazzi raccolgono dalla palestra dell’ateneo delle racchette con cui respingono i candelotti lacrimogeni lanciati dalla polizia, usano giavellotti, archi e frecce come fossero (e lo sono) protagonisti di un’eroica resistenza. Gli ombrelli sono i loro scudi. Non sono dei santi (chi lo è veramente?), ma portano ad interrogarci sulle nostre scelte, sulle nostre priorità. E’ stato giusto, oltre che utile, essere il primo grande Paese a firmare un memorandum d’intesa con la Cina? La famosa Via della Seta è un atto di cui andare fieri? Aprire una corsia preferenziale con un regime totalitario orgogliosamente illiberale era strettamente necessario? Non sarà che nella smania di gridare in piazza “o-ne-stà, o-ne-stà” abbiamo perso di vista la “ve-ri-tà”?

Governo sott’acqua

Giuseppe Conte a Venezia

A pensare male si potrebbe dire che il governo stia scontando con gli interessi il suo peccato originale, l’essersi barricato dentro i palazzi, l’aver ignorato l’esistenza di un popolo che chiedeva di essere ascoltato, non sottovalutato nella sua intelligenza, nella sua capacità di discernere, in un bivio della Storia, il Bene dal Male. D’un tratto, in un mese di novembre che pare deciso a portare con sé molto più del suo consueto carico di malinconia autunnale, Natura e Realtà si sono svegliate, forse persino ribellate.

Quando la Natura bussa alla porta, il più delle volte la sfonda con una forza ignorante, seguendo il suo particolare copione, affermando le proprie regole su quelle che l’uomo (non) ha scritto per Lei. Così Venezia rischia di affogare, tenuta sott’acqua non tanto dalle maree eccezionali, quanto da una politica che ricorre ai commissari, ai poteri straordinari ai sindaci e ai governatori, ai finanziamenti in ritardo, alle emergenze postume, alle unità di crisi inutili, perché non ha la lucidità di intervenire prima che le tragedie accadano, difetta di organizzazione ma soprattutto di visione.

E la Realtà? Lei ha modi differenti dalla Natura per manifestarsi. Non è così chiassosa, ma certamente è pragmatica. Arriva in maniera inesorabile, onesta, presenta il conto di ciò che si è fatto e di quel che si è lasciato correre. E’ meritocratica, premia chi ha lavorato bene e punisce chi non lo ha fatto. Evidenzia le contraddizioni in essere, spazza via le parole, pone di fronte agli inganni. Così fa dell’Ilva, per esempio, l’emblema di come fare industria di alto livello in questo Paese sia impossibile, la prova di come a queste latitudini fare impresa sia “un’impresa”, l’annuncio di una Storia vicina ai titoli di coda. Senza lieto fine.

Realtà e Natura, Natura e Realtà, sembrano complottare contro un governo incapace di governare se stesso, figurarsi un Paese con tanti problemi sferzato anche da agenti esterni. In realtà fanno il loro mestiere, si muovono all’interno di un flusso che bisogna saper leggere, interpretare. Basterebbe prestare forse meno attenzione ai sondaggi sull’Emilia-Romagna, ai numeri snocciolati dalla Prefettura sulle presenze in una piazza di Bologna, uscire dalla sindrome di una campagna elettorale permanente che potrebbe arrivare troppo tardi. Perché a dare la “spallata” al governo per manifesta incapacità, più che Salvini, rischiano di essere quelle due signore: sì, Realtà e Natura, Natura e Realtà.

Com’è triste Venezia

Venezia

Com’è triste Venezia. Troppo triste Venezia.

Venezia spettrale, Venezia allagata, Venezia mai annacquata. Venezia che oggi si chiede perché? Venezia che stavolta fa effetto, la Basilica di San Marco cattedrale: non nel deserto, in mezzo al mare. Venezia che oggi i piccioni sorvolano i tetti, controllano le case, si chiedono dov’è che sono andati tutti, ma come tutti chi? Tutti quei fessi, quelli che tirano briciole e pensano ai selfie, troppo occupati ad immortalare il momento per pre-occuparsi di ciò che verrà.

Venezia carnevalesca, Venezia in maschera, oggi non ride. Venezia che domanda, Venezia che piange le vittime, Venezia gondola in tempesta, Venezia non gongola. Venezia che “si stava meglio quando c’era il Doge”. Venezia indipendente. Venezia Repubblica. Venezia oggi non è Serenissima. Venezia svegliata dalle sirene, Venezia che “pare la guerra”. Venezia che aspetta il Mose. Ma il Mose aspetta Venezia.

Venezia che conta i danni, Venezia che lava i panni. Venezia elegante, Venezia laboriosa.

Venezia e le maree: Venezia lunatica.

Venezia laguna, Venezia nella palude.

Venezia alluvionata, Venezia dimenticata, Venezia con gli stivali, Venezia è nello Stivale?

Com’è triste Venezia, troppo triste Venezia.

Quei soldati dimenticati

Soldati italiani in Iraq

Quei soldati dimenticati. Quei ragazzi italiani. Sì, l’unico tema su cui si può essere “sovranisti” riguarda i militari, le forze dell’ordine che ogni giorno si occupano della nostra sicurezza. In pochi, però, si occupano della loro. Nella fuga di notizie che può verificarsi nel 2019, nell’ansia di uscire prima degli altri siti, di fare un articolo acchiappa-click, differente dagli altri giornali, succede che un’agenzia di fama pubblichi i nomi dei 3 soldati italiani in gravi condizioni per l’esplosione di un ordigno a Kirkuk, in Iraq. Quei 3 militari appartengono alle forze speciali, la loro identità doveva restare segreta per questioni di sicurezza. E’ certamente la punta dell’iceberg in questa vicenda, ma dà la dimensione delle regole saltate, dei principi che non vengono rispettati, dei giovani che non sono giovani, solo “boots on the ground”, stivali sul terreno, entità, numeri in missione, chissà cosa ci fanno, ancora, lì, in Iraq.

Ma come? Trump non ha detto che l’Isis è sconfitto? Non ritirerà a breve le truppe dalla Siria? Che è successo? Ma non era tutto finito con la cattura di Abu-Bakr Al Baghdadi? Risposta: non è finito niente. A quelle latitudini si muore, bisogna saperlo. I nostri ragazzi lo sanno, hanno la forza per pensare che con una gamba amputata dal ginocchio in giù, un piede spappolato e gli intestini ricuciti è andata bene. Sì, poteva andare peggio. Tornare indietro con la memoria a Nassiriya, domani il sedicesimo anniversario: io avevo 12 anni, frequentavo le scuole medie. Ricordo una brava professoressa di italiano: l’acquisto di giornali, le discussioni in classe, le poesie per quegli eroi morti per noi. Il nostro immaginario era semplice: gli italiani sono i buoni, sempre e comunque. E chissà che uno di noi compagni, un giorno, non diventi un militare, un soldato, un eroe.

Di quella strage, oggi, ci sono i nostri ricordi. E lo Stato? Lo Stato, “segue con apprensione gli sviluppi”, lo Stato è “costantemente aggiornato”, se le cose vanno male commemora, celebra, poi? Riccardo Saccotelli, ex maresciallo del XIII carabinieri sopravvissuto alla strage di Nassiriya, dall’alto della sua esperienza mette in guardia: “Se li dimenticheranno”. Parla da mutilato di guerra “invalido al cento per cento con protesi e infezioni continue, perseguitato da dolori, medicine e carte bollate”. La “pensione privilegiata” riservata agli invalidi di guerra gli è stata revocata. Sipario. Resta una speranza: più attenzione, più coscienza collettiva, più prof di italiano che insegnino i valori della vita, oltre alla grammatica. E’ una magra consolazione, ma forse l’unica, per quei soldati. C’è chi non dimentica.

Una via di mezzo tra Salvini e Saviano

Saviano

C’è modo e modo di dire la verità. C’è modo e modo per denunciare ciò che non va. Si dirà che al tempo del populismo 2.0, dei rigurgiti fascisti o presunti tali, tirare di fioretto non porta risultati, che la gente ha bisogno di messaggi chiari, possibilmente forti, necessariamente incisivi. Si dirà tutto questo, e si arriverà al giustificare i mezzi per raggiungere il fine, diventando così diversamente populisti, diversamente fascisti.

Noi abbiamo poco da insegnare a Roberto Saviano. Non siamo suoi nemici, non siamo tra quelli che lo attaccano per il suo “attico a New York“, non ce l’abbiamo con lui perché “è diventato ricco scrivendo di camorra“, ne stimiamo il talento di scrittore, gli siamo grati per aver fatto luce su un mondo che non conoscevamo abbastanza e saremmo in prima fila se qualcuno davvero pensasse di levargli la scorta. Ma Roberto Saviano nel video di ieri non ci è piaciuto.

Non tanto nei contenuti, di cui condividiamo per sommi capi il senso: nella descrizione di Liliana Segre come simbolo da tutelare e di cui andare fieri, e in quella di Salvini e Meloni come politici mediocri responsabili per loro conto dell’inasprimento di un clima che s’è fatto pesante, davvero troppo. Ma quando Saviano dice “Salvini e Meloni, ci fate schifo“, quel modo rabbioso e aggressivo non lo riconosciamo, non lo condividiamo. Qualcuno, chissà stavolta da che parte, ci accuserà di buonismo. Noi invece riteniamo che sia buon senso.

Definire Salvini e Meloni come “squallide figure“, sostenere che “l’odio che state diffondendo vi si ritorcerà contro, contro di voi e le persone che vi circondano” equivale ad una minaccia neanche troppo velata, significa denunciare odio diffondendo altro odio.

La domanda, ora, è se sia possibile una via di mezzo tra Salvini e Saviano. Non tanto in termini di proposta politica (quello è certo), quanto di messaggio. C’è posto tra chi dice “chi decide cos’è razzismo?” e chi risponde “noi non apparteniamo a voi“? C’è spazio tra chi parlando di Liliana Segre dice “A me è appena arrivato un altro proiettile” e chi replica “un giorno la storia farà i conti con voi“?

La risposta è che sì, c’è una strada: è quella che comporta più fatica, che porta a denunciare l’incoerenza e la pericolosità di certe posizioni senza scendere al livello di chi le propone. È quella più difficile, la più tortuosa, è quella che passa per lo studio, per la consultazione di più fonti, per la lettura di libri che sappiano farci riconoscere gli inganni di chi li pronuncia. È la via di mezzo di chi sceglie la politica al populismo. Pure quando il populismo fa paura. Così paura da pensare che l’unico modo per sconfiggerlo sia produrne altrettanto.