Curcio, il “diversamente Bertolaso” per rianimare la Prot. Civile

Quando, nel 2017, Fabrizio Curcio si trovò nella complicata condizione di dover lasciare la “sua” Protezione Civile per “motivi strettamente personali“, fu l’ex sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, a riservargli uno dei tributi più belli e appaganti, dichiarando pubblicamente che a quell’uomo stempiato e con gli occhiali, nei mesi precedenti finito nell’occhio del ciclone per la gestione del post-terremoto del Centro Italia, lui sarebbe stato “grato per tutta la vita“.

Di fatto il riconoscimento al proprio lavoro dopo le tante critiche (alcune giuste, altre molto meno), che Fabrizio Curcio aveva incassato mettendoci la faccia, anche quando a mettere la faccia avrebbero dovuto essere altri.

Il suo ritorno alla guida della Protezione Civile, alla scadenza del mandato di Angelo Borrelli, segna la volontà del governo Draghi di riequilibrare la catena di comando dell’emergenza, sottraendo competenze all’ultra-commissario Domenico Arcuri, rianimando un Dipartimento che indole e competenze di Borrelli (un rispettabile dottore commercialista, un mite revisore dei conti) hanno relegato all’ininfluenza quando ce ne sarebbe stato maggiormente bisogno.

In controluce, senza particolari sforzi, è possibile intravedere dietro la scelta di Curcio la firma di Franco Gabrielli, il neo-sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi. Lo stesso Franco Gabrielli che ebbe modo di conoscere e apprezzare le capacità operative di Curcio ai tempi del terremoto dell’Aquila.

In quel tragico 2009 Gabrielli era infatti prefetto del centro abruzzese squassato dal sisma, mentre Curcio, alle dipendenze di Guido Bertolaso, era l’uomo macchina della crisi, il capo della sezione “Gestione Emergenze” della Protezione Civile.

Un feeling, quello tra i due, cementato al punto che proprio Gabrielli, alla scadenza del suo mandato alla guida del Dipartimento nel 2015, prima di venire nominato prefetto di Roma, caldeggiò per la sua successione proprio il nome di Curcio.

Chiamato a far parte della struttura della Protezione Civile nel 2007 da Sergio Bertolaso, Fabrizio Curcio è figlio di una stagione in cui il protagonismo del Dipartimento ha toccato picchi mai più registrati. Del cosiddetto “modello Bertolaso”, caratterizzato da una struttura espressamente verticistica, Curcio è stato figura centrale.

Non che la sua nomina significhi avere oggi alla guida della Protezione Civile un alter-ego del “mister Emergenze” per antonomasia. Questione di carisma, di carattere. Non è un caso che il suo stesso maestro, Guido Bertolaso, nei giorni della ricostruzione post-sisma gli rimproverò certe scelte, come quella di aver accettato la convivenza con il commissario Errani, non mancando di rinfacciargli anche alcuni errori sul fronte della prevenzione.

Bacchettata da maestro ad ex allievo, nota sul registro per non aver ereditato dopo anni a stretto gomito lo stile del comando.

Acqua comunque passata. Se è vero che oggi, commentando la fresca nomina di Curcio, proprio Bertolaso, ostentando stupore, abbia commentato: “Non posso che essere contento per lui. Certo che fa parte di quella squadra, di un modello. Ma non dite che è il mio allievo. Non mettetelo nel suo cv. Altrimenti gli saltano addosso. Vado a lavorare. Quelli come Bertolaso fanno così“.

Lo farà anche Curcio, il “diversamente Bertolaso” chiamato a ridare alla Protezione Civile il ruolo che le spetta.

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Draghi sceglie Franco Gabrielli: il più “politico” dei poliziotti

Con l’etichetta di “predestinato”, Franco Gabrielli convive ormai da anni. Precisamente dal 2003, da quando il compianto ex capo della Polizia di Stato, Antonio Manganelli, preconizzò per lui un ruolo di primo piano nelle istituzioni. Giusta intuizione, evidente fiuto da poliziotto: soltanto 3 anni più tardi, nel 2006, Franco Gabrielli sarebbe diventato a soli 46 anni il più giovane direttore dell’agenzia per il Servizio interno, ieri Sisde, oggi Aisi.

Prima puntata tra le vette, approdo di una lunga scalata iniziata nella Digos degli anni Ottanta, nell’epoca caratterizzata dalle indagini sul terrorismo italiano, sulle nuove Brigate Rosse, sulle stragi di mafia del 1993, culminate con gli arresti dei responsabili degli omicidi D’Antona, Petri e Biagi.

Incarichi pesanti, uno dietro l’altro, per il “predestinato”. Da prefetto dell’Aquila, squassata dal sisma del 2009, passando l’anno dopo al ruolo di capo della Protezione Civile nel post-Bertolaso, chiamato a smantellare in mondovisione ciò che restava della Costa Concordia e di una vergogna tutta italiana. Per arrivare, nel 2015, alla nomina a prefetto di Roma nel pieno imperversare della bufera di Mafia Capitale.

Nel 2016 la profezia di Manganelli sembra prendere definitivamente forma: Franco Gabrielli viene nominato capo della Polizia di Stato, numero uno delle forze dell’ordine (riconfermato 3 volte), rappresentante di quella divisa da sempre vissuta come “un sogno“, tale da portarlo in gioventù a prendere strade differenti da quelle degli amici, che in una Regione come la Toscana declinavano in maniera fisiologica l’impegno sociale in impegno politico.

E’ da capo della Polizia che Gabrielli ha il coraggio di prendere le distanze dal peccato originale più recente del corpo dello Stato che ha l’onore di guidare: il G8 di Genova. Dice che “la nottata non è mai passata” e “se io fossi stato De Gennaro (l’allora capo della polizia, nda) mi sarei dimesso. Per il bene della Polizia“.

Si intravede in questa frase il tratto tipico dell’uomo: quell’indipendenza più volte rivendicata come indispensabile per lo svolgimento delle sue mansioni. La stessa che lo porta, con Salvini ministro dell’Interno, a rimarcare che “noi siamo la Polizia di Stato, non una polizia privata al servizio di questo o quel ministro“. Sottolineatura ovvia, si dirà, ma politicamente pesante, soprattutto se calata nel contesto di quei mesi.

A lui, Mario Draghi, ha affidato una delle deleghe più delicate di questa stagione: quella ai Servizi. Pomo della discordia dell’ultimo governo Conte, costato all’ex premier l’appoggio degli Stati Uniti e forse pure Palazzo Chigi.

Ruolo tagliato su misura per Gabrielli. Non fosse altro che per i rischi di tensioni sociali alle porte ben conosciuti dal prefetto, per la conoscenza del sistema dal di dentro, per la capacità di individuare e rispondere alle minacce provenienti dall’esterno affinata negli anni.

Si tratterà, di fatto, di essere semplicemente Franco Gabrielli: il più “politico” – attenzione, non il più politicizzato – dei superpoliziotti.

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Un Tricolore per cui morire

Tornare in Italia avvolti nel Tricolore, ricevere onori militari, accoglienza dalle più alte cariche dello Stato: l’ambasciatore Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci non avrebbero mai immaginato per loro stessi un destino simile.

Il 99% degli italiani, a dirla tutta, neanche sapeva della loro esistenza: non sapeva che Congo e Repubblica Democratica del Congo fossero due cose diverse, non sapeva che in questo sperduto Stato africano l’Italia avesse financo un ambasciatore, una missione diplomatica, dei carabinieri in servizio.

Una cospicua parte di nostri concittadini non è neanche a conoscenza delle mansioni di un ambasciatore: forse lo immagina recluso in ambasciata, pronto ad offrire asilo al fuggitivo di turno, come nei film, quando varcare la soglia dell’avamposto del proprio Paese in terra straniera equivale a salvarsi la pelle.

Luca Attanasio invece il ruolo di diplomatico lo esercitava a tutto tondo: sporcandosi le mani, incontrando persone, facendo onore al buon nome dell’Italia. Con generosità, intelligenza, coraggio, altruismo.

Forse una di queste qualità gli è costata la pelle. Forse gli sarebbe bastato essere un grigio funzionario, trascorrere le giornate giocando al solitario del proprio computer, per poter tornare a casa dalla sua famiglia.

Così Vittorio Iacovacci: da carabiniere avrebbe potuto scegliere una carriera più semplice, meno pericolosa, ma questo ragazzo di 30 anni era carabiniere fino al midollo. E un vero carabiniere porta il suo turno di guardia fino in fondo: morto Luca Attanasio, l’ambasciatore che lui era chiamato a proteggere, era pressoché scontato che Iacovacci avrebbe fatto la stessa fine.

Cosa ci insegna questa storia? Probabilmente niente di cui sapremo fare tesoro, niente che eviteremo di dimenticare. Non sarà la morte di questo ambasciatore a farci conoscere le vite e i volti dei nostri diplomatici in giro per il globo, a farci rendere conto che l’Italia abita il Pianeta, e che il mondo non è sempre quello che ci viene raccontato. Resta quell’immagine, la mano dello Stato sulle bare avvolte da quella bandiera sbiadita forse in patria, non nei cuori di chi vi ha sacrificato la vita, di chi ha accettato il rischio, di chi ha pensato che sì, c’è un Tricolore per il quale valga la pena addirittura morire.

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Draghi e il Dragone: l’Italia cambia passo sulla Cina

L’avvento di Mario Draghi ha sancito il ritorno della realtà a Palazzo Chigi. In nuce l’affermazione di due principi classici – nemmeno troppo innovativi – necessari per stare al mondo se ti chiami Italia: l’europeismo e l’atlantismo. Archiviata la diplomazia delle arance siciliane – buonissime, intendiamoci – sforbiciata la retorica della via della Seta, l’Italia è pronta a giocare la sua parte nell’agone internazionale. Con i suoi limiti e le sue difficoltà, ma senza più sbagliare porta in cui segnare.

Per comprendere il cambio di fase che il governo Draghi rappresenta rispetto al triennio precedente dobbiamo innanzitutto ricordarci chi è il presidente del Consiglio. Parliamo di un signore formatosi al prestigioso MIT di Boston (cinque anni – dal 1971 al 1976 – lavorando per pagarsi gli studi). Nel 2001, dopo l’esperienza al Tesoro, diventa managing director e vicepresidente della banca d’affari statunitense Goldman Sachs. A questi elementi bisogna aggiungere la straordinaria vicinanza di Mario Draghi alla parte più importante degli apparati americani. Janet Yellen, attuale segretario del Tesoro, così come l’economista Larry Summers sono figure vicinissime al premier italiano, negli anni scorsi punto di riferimento anche per l’ultima amministrazione Democratica, con Obama più volte intento a pronunciare la fatidica frase “se Mario pensa questo allora…“.

Cenni biografici bastevoli a comprendere quanto la politica estera dell’Italia di Draghi sarà legata a doppio filo con quella americana.

Al riguardo, nella Munich Security Conference di pochi giorni fa, Joe Biden ha messo in chiaro la priorità strategica della superpotenza: l’opposizione alla Cina. “Dobbiamo prepararci insieme alla competizione strategica a lungo termine con la Cina, e sarà una competizione dura“, ha avvisato il presidente americano, aspettandosi di ricevere dagli alleati indiscriminato sostegno politico – e se necessario militare – al perseguimento dell’obiettivo enunciato.

Sul fronte italiano, la notizia delle ultime settimane è una richiesta di matrice americana e nipponica: Roma è stata sollecitata a prendere parte al contenimento marittimo di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, ovvero il teatro più incandescente del Pianeta. Invito caldeggiato in particolare dagli Stati Uniti, decisi a chiedere all’Italia atto di espiazione per il marchiano errore di aver aderito, unico Paese del G7, alle Nuove Vie della Seta cinesi. Onta che gli Usa non hanno dimenticato, di cui Draghi è chiamato a farsi carico.

Non è un caso che nel suo primo discorso programmatico in Senato l’ex governatore della Bce non abbia rivolto alcuna apertura a Pechino, neanche sul lato economico, premurandosi invece di dirsi preoccupato per “l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina“. Lo stesso “intorno” che alcune navi della Marina italiana potrebbero essere chiamate a presidiare.

Come prova ultima della fedeltà all’America, crocevia da affrontare per confermarsi presenti a se stessi prima che nel mondo.

Per certificare il cambio di passo dell’Italia – con Draghi – sul Dragone.

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I 25 passaggi chiave del discorso di Mario Draghi

Ecco un’analisi del discorso con cui Mario Draghi ha chiesto la fiducia al Senato. Tra detto e non detto, il premier conferma quanto scritto in questi giorni: non è un tecnico, è un politico. Ha un vantaggio: è un uomo libero, un servitore dello Stato.

  1. Autocritica. Ma come, proprio lui che è il migliore inizia con delle scuse? Il segno dell’umiltà. Mario Draghi si presenta agli italiani mostrando capacità di autocritica, non c’eravamo abituati. La chiusura degli impianti sciistici senza preavviso è stata la conferma di un metodo inaccettabile (sul merito non si discute, non siamo scienziati). Draghi al riguardo prende un impegno a “informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole“. Buon inizio.
  2. Riforme e urgenza del momento.Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour:”… le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano”. Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività“. Questo passaggio, la citazione di un padre della Patria come Cavour, definisce ciò che rende speciale Mario Draghi: capacità di visione (il passaggio sulle riforme), ma anche pragmatismo (“Dobbiamo occuparci di chi soffre adesso“). Non è un economista chino sui manuali universitari, un teorico che analizza i freddi numeri: Draghi è un politico, lo ribadisco.
  3. Emozione.Nel ringraziare, ancora una volta il presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia“. Perché va bene “Super Mario”, ma Draghi è un essere umano: non c’è BCE che tenga, il governo del proprio Paese è un’altra cosa.
  4. Eleganza istituzionale. “Ringrazio altresì il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia“. Un passaggio all’insegna dello stile, un ringraziamento per un premier che ha dovuto affrontare difficoltà senza precedenti. Un gesto da signore, non scontato.
  5. La formula di governo.Si è discusso molto sulla natura di questo governo: è il governo del Paese“. Draghi chiarisce che il suo esecutivo sarà quello della Nazionale italiana: togliete pure le maglie dei club, sembra dire ai politici, c’è un Mondiale da giocare con quella azzurra.
  6. Protezione.Si è detto e scritto che questo Governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità, ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità“. Draghi fa da scudo ai partiti che lo sostengono, li mette al riparo della propria autorevolezza, li legittima, ne nobilita il sacrificio: fa l’allenatore.
  7. Whatever it takes.Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile…“. Scusate, tutto il possibile: sì, whatever it takes.
  8. La conservazione del potere: le orecchie fischiano.La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo“. Io credo che qualcuno si sia sentito chiamato in causa…
  9. Whatever it takes, bis. “Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura. È una domanda che ci dobbiamo porre quando non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura“. Di nuovo “tutto il necessario”, anche in un passaggio di autocritica generazionale.
  10. L’Italia nel mondo.Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori“. Bentornata Italia, addio alla tentazione di legare il nostro destino e il nostro futuro alla Cina.
  11. Stocatissima a Salvini.Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro“. Bordata clamorosa nei confronti di Matteo Salvini, che ieri si era permesso di dire che di irreversibile c’è soltanto la morte. Il Prof mette in riga lo scolaro discolo.
  12. Sovranità, non sovranismo.Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine“. Dopo il bastone, per Salvini arriva la carota: gli Stati Nazionali sono centrali, com’è giusto, ma lo sono all’interno di una cornice molto chiara. L’Europa rappresenta la rete di sicurezza dell’acrobata: senza di lei c’è il rischio di schiantarsi, al suo interno, però, è necessario difendere i propri interessi. Questa è la linea che dovrebbe animare ogni italiano, indipendentemente da destra e sinistra: Draghi lo sa, non c’erano dubbi.
  13. Vaccinazioni. Gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo: non era mai accaduto che si riuscisse a produrre un nuovo vaccino in meno di un anno. (…) Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private“. Saluti alle primule…
  14.  Scuola e calendario.Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale. Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia“. Draghi apre alla scuola d’estate: tenetevi pronti – quando lo capiranno – alle barricate di insegnanti, alunni, e genitori desiderosi di andare al mare…
  15. Ambiente.Come ha detto papa Francesco “Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessi al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore”“. Il capitolo dedicato all’ambiente è uno dei più corposi e articolati: la presenza di Draghi è garanzia del fatto che alle buone intenzioni sulla tutela del Pianeta si cercherà di unire un approccio pragmatico, che non penalizzi l’economia. Da annotare questa frase: “Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta“.
  16. Lavoro e sussidi.Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche“. Lo slogan è il seguente: proteggere i lavoratori e non i posti di lavoro. Tradotto: è finito il tempo dei sussidi a pioggia.
  17. Donne e ipocrisie. Sul coinvolgimento delle donne nella ripresa del Paese, Draghi è da antologia: “Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi“. Il segretario del Pd Zingaretti, impegnato a distribuire posti da sottosegretario per mettere una pezza all’assenza di donne dem tra i ministri, prenda appunti.
  18. Recovery Plan. Il Parlamento verrà costantemente informato sia sull’impianto complessivo, sia sulle politiche di settore“. Questa sì che è una novità…
  19. Draghi riscriverà tutto il Fisco. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli“. Di Riforma del Fisco, Gualtieri parlava da oltre un anno: l’impossibilità di trovare una quadra ha frenato l’ex maggioranza. Adesso a fare sintesi ci penserà uno che di economia ne sa qualcosa: Draghi.
  20. Torna la politica estera. Nei nostri rapporti internazionali questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite.  (…) Resta forte la nostra attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa. (…) Proprio la pandemia ha rivelato la necessità di perseguire uno scambio più intenso con i partner con i quali la nostra economia è più integrata. Per l’Italia ciò comporterà la necessità di meglio strutturare e rafforzare il rapporto strategico e imprescindibile con Francia e Germania. Ma occorrerà anche consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una specifica sensibilità mediterranea e dalla condivisione di problematiche come quella ambientale e migratoria: Spagna, Grecia, Malta e Cipro. Continueremo anche a operare affinché si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato NATO. L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati. Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina“. Draghi non sembra essere a corto di nozioni di geopolitica, anzi: afferma il posizionamento dell’Italia nell’Ue e nell’Occidente, apre ad un rinnovato protagonismo tra Libia e Balcani (si legga alla voce Albania), cita come partner in particolare Grecia e Cipro, avversari della Turchia, evidentemente individuata come minaccia primaria nel Mediterraneo allargato, apre alla Russia per quanto riguarda gli affari economici, niente di più: prima i diritti civili – molto merkeliano in questo – anche per quanto riguarda la Cina.
  21. Politiche migratorie. Draghi annuncia un “nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati“. Non sarà #portichiusi ma neanche un liberi tutti. Bene.
  22. Stati Uniti.L’avvento della nuova Amministrazione USA prospetta un cambiamento di metodo, più cooperativo nei confronti dell’Europa e degli alleati tradizionali. Sono fiducioso che i nostri rapporti e la nostra collaborazione non potranno che intensificarsi“. Draghi plaude alla vittoria di Biden: Super Mario è apprezzatissimo da diversi elementi di spicco della nuova amministrazione Usa, su tutti Janet Yellen, nuovo segretario al Tesoro Usa.
  23. Zero alibi.Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento“. Draghi chiarisce a tutti un punto cruciale: non pensate che io sia qui per essere il vostro parafulmini, resterò fino a quando non verrà smarrito lo spirito di collaborazione.
  24. Unità.Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere“. Capito Meloni?
  25. Conclusioni.Ma è un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia“. Speriamo. In bocca al lupo presidente.

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