Giuseppe Conte non è migliore di chi lo ha scelto

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Parla per un’ora e 11 minuti. Ma ne sono bastati sinceramente un paio per rendersi conto che Giuseppe Conte non è migliore di chi lo ha scelto. Usa il Senato come fosse una piazza, alza la voce quando vuole l’applauso, legge un discorso che è il festival delle banalità. Un misto di citazioni dotte che sembrano buttate lì a casaccio, quasi fossero state recuperate su Google la sera prima.

Sembra crederci, Giuseppe Conte. Sembra, appunto. Tant’è che la frase più significativa di 71 minuti da dimenticare è quella in cui annuncia che non si soffermerà sui singoli punti del contratto di governo.

Sa che non può farlo. Sa che i fondi per finanziare ciò che dice non ci sono. Sa che è meglio prolungare la campagna elettorale all’infinito.

E allora non un numero, non una copertura, non un messaggio d’apertura al Paese. Non un messaggio di distensione all’Italia divisa.

Diceva di essere l’avvocato di tutti gli italiani ma si è già distinto per essere quello di una sola parte. Dell’Italia manettara e giustizialista, di quella degli slogan e dei populisti.

Sarà ricordato come il discorso della s-fiducia. Quella di un popolo che dopo questo intervento ha chiara una cosa: milioni di italiani, da oggi, non hanno un premier.

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