Intervista a Margelletti: “Afghanistan, perché ci pentiremo di essere andati via”

Il professor Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali, fa “un mezzo miracolo” per garantire a questo blog l’intervista che state per leggere. Lo ringrazio. Vive la particolare condizione di chi, allo scoppio di una crisi, finisce per essere tirato per la giacca da tutte le parti. E’ la condanna di chi ha il dono della chiarezza e della lungimiranza.

Con il consigliere del Ministro della Difesa parlo di Afghanistan, dei fatti che stanno sconvolgendo il mondo, a partire da un suo tweet che mi ha fatto riflettere: “Bisogna avere il coraggio di dire che noi occidentali siamo dei vili e che in Afghanistan occorrerebbe tornare ma che è politicamente impraticabile. Siamo i paladini dei diritti ed abbiamo condannato un popolo all’orrore mentre lecchiamo il gelato“. Concordo con lui.

D. Tutto parte dal ritiro americano. Ma come si è arrivati a questo punto?

M. Era tecnicamente impossibile rimanere, perché l’unica strategia di cui ormai si parlava a livello statunitense – e quindi oggettivamente occidentale – era: come andarsene. Nel momento in cui non si discute più del ‘che cosa bisogna fare‘ ma del ‘come andarsene‘ ovviamente è tutto relativo. Noi abbiamo cambiato strategia numerosissime volte in Afghanistan, senza avere una strategia a lungo termine coerente, ma con tutte strategie a singhiozzo: “Adesso facciamo questo, poi facciamo quest’altro, adesso facciamo quest’altro“. Questa mancanza di coerenza ha portato alla fine ad una confusione politica e alla perdita del filo del discorso. E allora ad andare via.

D. A chi è imputabile una situazione del genere?

M. Qui c’è un punto che è cruciale: la dissennata scelta trumpiana di fare accordi non con gli afghani, ma solo con i Talebani. Questo è un accordo che prevede ovviamente una vulnerabilità, cioè l’America ha detto: “Io non ti faccio nulla, basta che tu mi mandi via tranquillo“. Ai Talebani infatti è bastato avere un po’ di pazienza. D’altronde il mullah Omar diceva: “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo“.

D. Prendiamo ad esempio un Paese come l’Italia, storicamente al traino degli USA su iniziative di questo tipo. Avrebbe potuto e dovuto sganciarsi rispetto a Washington?

M. Andati via gli americani, nessun altro Paese della coalizione aveva la forza né politica, né militare, per restare in autonomia. L’Italia è stato tra i Paesi – e di questo va dato merito al ministro Guerini – ad aver mostrato la più forte perplessità dell’andare via. Noi sostenevamo che la missione poteva continuare in maniera anche più leggera, mantenendo Kabul e quant’altro, ma gli americani volevano andarsene.

D.  L’avanzata dei Talebani, mentre parliamo, appare inarrestabile. Anche la caduta di Kabul sembra soltanto una questione di (poco) tempo. Esiste una circostanza che potrebbe convincere gli USA a fare marcia indietro?

M. No, è finita. Se ne sono già andati. Stanno mandando 3mila uomini per evacuare, non 3mila uomini per rafforzare il dispositivo militare di Kabul. Quindi è finita.

D. Un’ultima domanda, prof. Margelletti: è scontato che tra qualche anno ci ritroviamo a rimpiangere questa ritirata?

M. Non è scontato, è sicuro. Voglio essere molto chiaro: i Talebani hanno fatto una serie di accordi con gli americani che hanno immediatamente disatteso. Stanno massacrando la gente: le immagini dove prendono i soldati che si arrendono e gli sparano in faccia sono su internet. Loro daranno immediatamente asilo a tutti i gruppi terroristici a matrice fondamentalista nel mondo: lo facevano prima, lo rifaranno adesso. Le poche conquiste – o le tante conquiste – che le donne hanno avuto (i bambini, le scuole, un minimo di diritti) verranno completamente azzerate e devastate. Perché è quello che i Talebani sono! Quando io sento dire all’Unione Europea: “Mi raccomando rispettate i diritti umani“, mi chiedo: “Mi raccomando a chi?“. Chi li fa rispettare i diritti umani?

Non c’è bisogno di aggiungere altro. Grazie, professor Margelletti.

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