Intervista a Marattin: “Italia Viva è per chi non si rassegna a due populismi”

D. Onorevole Marattin, non possiamo non partire dalla situazione in Afghanistan. Lei ha espresso un orientamento che mi sembra diverso rispetto a quello di Matteo Renzi rispetto alla crisi afgana. Ieri il leader di Italia Viva ha mosso delle critiche, seppure in amicizia verso il presidente Biden, rispetto alla scelta americana di lasciare il Paese. Lei invece ha detto: “Se dovessimo basarci sull’esperienza passata, la prossima volta che vediamo un regime oscurantista contrario ai diritti umani esportare terrore nel mondo, tanto vale lasciarlo lì dov’è“. E, ancora, si è detto convinto che “gli interventi armati servano ad aiutare un popolo a ritrovare la democrazia perduta (Europa 1945) ma non a dargliela per la prima volta“.

M. La mia prima frase era un paradosso molto amaro, volto a evidenziare che dopo 20 anni di guerra, migliaia di morti (di cui 53 italiani) e migliaia di miliardi di dollari spesi, siamo tornati esattamente al punto di partenza, o almeno così al momento sembra. La seconda, solo una valutazione volta a cercare di calibrare un po’ meglio, la prossima volta, non solo come vincere sul piano militare, ma anche cosa fare – e cosa sia effettivamente possibile fare- un attimo dopo. Perché, pare di capire, è lì che nascono i problemi.

D. Non crede che l’Occidente, al di là dell’evidente fallimento in Afghanistan, abbia comunque degli “obblighi” morali nei confronti delle tante persone che non sono state abbastanza fortunate da nascere nella giusta porzione di mondo?

M. Certo. Ma ci sono molti modi per esercitare questi obblighi morali. La cooperazione allo sviluppo, in primo luogo. Che è sempre stato il primo candidato quando si trattava di tagliare stanziamenti di bilancio (fece eccezione solo il governo Renzi). Una politica estera accorta, fatta di relazioni diplomatiche, di visioni strategiche e di attenzione, che invece in passato sono state rivolte solo a casi in cui erano in gioco interessi economici occidentali. Ma non si può certamente escludere a priori la necessità di interventi armati, laddove siano in corso violazioni smaccate dei diritti umani o minacce alla stabilità e alla sicurezza mondiale. Ma questi interventi sono quasi sempre stati condotti con il focus esclusivo su come vincere sul piano militare, trascurando cosa sarebbe accaduto un attimo dopo. E’ successo così nei più importanti interventi militari internazionali nei paesi in via di sviluppo negli ultimi 20 anni (Iraq e Afghanistan). In Iraq vedremo nel medio periodo se il nation building ha avuto successo o meno. In Afghanistan ahimè la risposta è stata molto più brutale e diretta. In generale, e questo è il senso del mio tweet che lei citava prima, dobbiamo forse cominciare chiederci se l’esportazione della democrazia con le armi non sia adatta solo nei paesi che l’hanno conosciuta e poi persa (come accadde nell’Europa degli Anni 40), e non invece in quelle realtà che non l’hanno mai conosciuta (Vietnam, Somalia, Iraq e Afghanistan).

D. Sempre sull’Afghanistan, Lorenzo Fioramonti, ex M5s, è apparso per certi versi estasiato dal “nuovo” corso talebano. Mi (dis)piace ricordare che questo signore è stato ministro della Repubblica, peraltro dell’Istruzione. Che ne pensa?

M. Non penso niente. Per fortuna, nell’Italia di oggi, è impossibile anche solo ipotizzare di ridare a questo individuo un qualsivoglia incarico di responsabilità pubblica, e questo mi basta. Come sia stato poi possibile, in un recentissimo passato, riempire le più alte cariche pubbliche di gente del genere (non è purtroppo il solo), temo faccia parte di una riflessione molto più ampia che questo paese prima o poi dovrà affrontare. Per capire come ci siamo arrivati e, soprattutto, evitare che accada ancora.

D. A proposito di M5s, Lei è da sempre molto critico nei confronti del Reddito di cittadinanza. Tenendosi distante da attacchi di tipo “ideologico”, ne ha descritto a più riprese la sostanziale inefficacia. Di recente Renzi ha avanzato la proposta per la sua abolizione tramite referendum, ma in molti reputano questa strada impraticabile per ragioni di calendario. Lei sente di poter garantire agli italiani e agli addetti ai lavori che da anni dissentono rispetto all’impostazione di questa misura che il Rdc verrà abolito, o completamente stravolto, con o senza referendum?

M. Non sono nella posizione di poter garantire nulla a nessuno, figuriamoci. In questi giorni, insieme a tanti altri colleghi di Italia Viva, abbiamo semplicemente ribadito una posizione che coerentemente teniamo da alcuni anni ormai. L’attuale strumento – il reddito di cittadinanza – funziona male per una serie di motivi che abbiamo dettagliatamente elencato, dati e fonti alla mano. Proponiamo di abolirlo e sostituirlo con un mix di strumenti più utili, più equi e più efficaci, anch’essi ripetutamente e dettagliatamente sviscerati. Rafforzeremo la nostra battaglia con una raccolta firme, per portare la discussione fuori dai palazzi della politica e in mezzo a chi vive l’economia tutti i giorni, e siamo pronti ad un bel dibattito nel paese, tra le forze politiche, tra le forze sociali, sulle nostre idee concrete. Per noi far politica significa questo, non semplicemente trovare lo slogan più acchiappavoti.

D. Per raggiungere l’obiettivo di modificare il Rdc ha detto di essere pronto a parlare con chiunque abbia a cuore la cultura del lavoro e non dell’assistenzialismo, sia nel centrosinistra che nel centrodestra. Poi ha aggiunto: “Ammesso che siano queste, e non altre, le categorie attorno a cui ricomporre il quadro politico e una sana competizione elettorale“. Voglio soffermarmi su questo punto. Lei denuncia l’atteggiamento manicheo che porta a bollare come “di destra“, magari fascista, chi non è genuflesso a sinistra; e viceversa a chiamare “comunista” chi non è allineato con i sovranisti alla Orban. Come si esce da questo vicolo cieco che ormai è diffuso non solo tra i partiti, ma anche tra gli elettori. O forse dovremmo dire tra i tifosi…

M. E’ il frutto di una cosiddetta Seconda Repubblica che in trent’anni non ha saputo in primo luogo costruire culture politiche post-Guerra Fredda, e in secondo luogo darsi un assetto istituzionale (fatto di riforme costituzionali e legge elettorale) in grado di metterle adeguatamente in competizione, in un quadro di stabilità e chiarezza. Sul primo punto, il problema viene da lontano: l’Italia è il paese dove, per primo in Europa, è nato e si è affermato l’estremismo di destra (con il fascismo, che esattamente un secolo fa iniziò il suo tragico ventennio dittatoriale), e dove tra il 1945 e il 1989 si è sviluppato il più forte partito comunista del mondo occidentale (si badi bene, non voglio mettere storicamente questi due fenomeni sullo stesso piano). Questa eredità così forte – lunga un secolo – è responsabile di aver soffocato nella culla ogni riformismo liberale, sia esso di destra o di sinistra. Se ci pensa, sia le culture socialdemocratiche tradizionali, che quelle liberali moderate hanno sempre avuto uno spazio elettorale minuscolo. Proprio perché erano fagocitate da questi due “elefanti nella stanza”. Sul secondo punto – diretta conseguenza del primo – è evidente che il fallimento di adeguare le nostre istituzioni repubblicane al mondo post-Guerra fredda è il fallimento più cocente della – sempre cosiddetta – Seconda Repubblica. Un fallimento che evidentemente perdura, visto che in Parlamento stiamo mettendo mano alla Costituzione per inserire la tutela degli animali, ma ci guardiamo bene dall’aggredire i nodi strutturali che impediscono alla nostra Repubblica di funzionare meglio (dal bicameralismo al titolo V, dallo statuto dell’opposizione alla sfiducia costruttiva). E non va meglio sulle leggi elettorali, che da almeno 15 anni si riformano negli ultimi sei mesi di legislatura, col solo scopo di salvaguardare le chances che questo o quel partito ha di vedersi riconfermati i seggi, dati i sondaggi più recenti.

D. Lei si è definito un “pazzo” nel sognare un “riformismo liberale unico, in grado di contrapporsi in via maggioritaria a conservatorismi e populismi di ogni sorta“. Ecco, Italia Viva è un partito dichiaratamente riformista. Ma oggi sembra alle corde, perché da una parte il Pd insegue il populismo grillino, dall’altra il centrodestra a trazione sovranista è per 2/3 impresentabile. Quale dev’essere la prospettiva di Italia Viva in un contesto in cui qualsiasi alleanza risulta complicata? C’è spazio per realizzare il suo sogno?

M. Italia Viva è il partito del riformismo liberale. Non abbiamo l’ambizione di esserlo da soli, ma vogliamo costruire insieme a tanti altri l’offerta politica di chi non si rassegna a dover scegliere tra il populismo à-la-Orban (Salvini e Meloni) e il socialismo movimentista à-la-Corbyn (Pd e M5S, nonostante nel Pd ci sia una resistenza riformista forte, ma forse poco coraggiosa). Per farlo, c’è bisogno di un sacco di cose: una piattaforma culturale, prima ancora che politica, capace di leggere passato e presente dell’Italia e proporre una visione per il futuro; una classe dirigente che cooperi, invece di competere; una organizzazione forte, che non faccia il verso ai partiti novecenteschi ma che sia in grado di far funzionare la macchina a dovere; una scuola di formazione politica strutturata, che ogni anno sforni centinaia di quadri dirigenti, a dimostrazione che il tempo dell’incompetenza in politica è finito per sempre. Poi, quando avremo tutto questo, discuteremo di chi è il leader. Ma uno dei difetti degli ultimi 30 anni è che ci siamo troppo spesso concentrati solo sul leader, dimenticando tutto il resto. Io da questo punto di vista sono un po’ vecchia scuola: un leader esiste – e può durare – solo se c’è un’organizzazione, un’idea e un partito forti. Altrimenti continueremo ad assistere al susseguirsi di leader che in pochi mesi esauriscono il loro ciclo di consenso presso l’opinione pubblica.

Grazie per aver parlato con questo blog, onorevole Marattin.

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